domenica 29 maggio 2016

Compra all’asta per 10 sterline “super-Enigma”, la codificatrice personale di Adolf Hitler

La Stampa



Grazie ai romanzi e al film «An imitation game» del 2014 è quasi tutto noto dell’impresa che portò gli inglesi alla decodifica della macchina Enigma, con cui il comando della marina nazista inviava le istruzioni alle “squadre di lupi”, i sommergibili u-boot, che tante navi alleate affondarono nell’Atlantico. Ma poco invece si sapeva della cosiddetta super-Enigma, la macchina con cui Adolph Hitler inviava gli ordini direttamente ai suoi generali. Si chiama “Lorenz” ed è stata acquistata per sole 10 sterline (circa 12,5 euro) all’asta su eBay da un venditore che ignorava la preziosa rarità che aveva in mano. Ne esiste infatti solo un’altra conservata nel museo delle forze armate norvegesi, che alla fine della guerra (il Paese era occupato dalle truppe naziste) se ne impossessarono.



A confermarne l’autenticità i tecnici del “National Museum of Computing” di Bletchley Park, dove lavorava la squadra del matematico Alan Turing che decifrò Enigma e creò con Colossus quello che si ritiene sia il primo computer del mondo. 

«I miei colleghi stavano facendo un giretto su eBay quando hanno visto una foto di quella che a prima vista sembrava una semplice stampante antiquata», ha spiegato John Wetter uno dei volontari del museo. Ma incuriositi dalle foto sono andati fino dal venditore nella cittadina di Southend. Qui hanno trovato la Lorenz - quasi completa - celata sotto un mucchio di ciarpame e dissimulando il loro entusiasmo hanno chiesto al venditore quanto volesse. «9,5 sterline», ha risposto lo “sventurato”. «Ecco una banconota da 10 e tenga pure il resto», ha raccontato di avergli detto Wetter entusiasta.

A differenza di Enigma, che nella versione decrittata da Turing e compagni, usava un sistema prima a 3 e poi a 4 rotori per rendere impossibile decifrare i messaggi, Lorenz con cui Hitler “parlava” direttamente con i comandanti delle sue armate, montava ben 12 rotori. Si trattava di un sistema che moltiplicava esponenzialmente (non solo per 3) le difficoltà di decifrare i messaggi composti con l’infernale meccanismo. Ora il 3 giugno a Bletchey Park si tenterà di rimetterla in funzione (in teoria manca una sorta di motorino elettrico che la azionava ma non è determinante) ricevendo e tentando di decifrare un messaggio in tedesco con la Lorenz ritrovata. 

Brosio a Medjugorje, visioni di uno showman

Corriere della sera
di Aldo Grasso

Nel suo post su Facebook ragguaglia i seguaci e pubblica la foto del prodigio. In verità, tranne una macchia bianca su sfondo nero, nella foto non si vede granché. Restano le visioni dello showman, con il suo attivismo e le continue apparizioni in tv

La foto pubblicata da Brosio su Facebook
La foto pubblicata da Brosio su Facebook

A Paolo Brosio è apparsa la Madonna. Beato lui, dev’essere un’esperienza fuori del comune. Basti pensare ai racconti della mistica Teresa di Lisieux: «A un tratto la Vergine Santa mi parve bella, tanto bella che non avevo visto mai cosa bella a tal segno, il suo viso spirava bontà e tenerezza ineffabili, ma quello che mi penetrò tutta l’anima fu il sorriso stupendo della Madonna».

Per Brosio le cose non sono andate proprio così. Sulla bacheca di Facebook ha pubblicato un post in cui ragguagliava i seguaci sulla sua visione: «La Madonna è apparsa alle 22.00 sulla collina del Podbrdo a Medjugorje al veggente Ivan ed ha pregato incessantemente per la pace nel mondo! Vi mostro una foto scattata ieri sera durante questa apparizione!». In verità, tranne una macchia bianca su sfondo nero, nella foto non si vede granché. Brosio ha poi precisato altre modalità dell’incontro.

Sui social è iniziato un carosello di sfottimenti e per quanto la foto mostrata da Brosio susciti molte perplessità non è mai bello partecipare agli assalti del branco contro la vittima. Nondimeno, è bene ricordare che secondo gli orientamenti della Chiesa le apparizioni di Medjugorje non avrebbero nulla di soprannaturale.

Restano le visioni dello showman, questo sì. Il suo attivismo e le continue apparizioni in tv fanno pensare che voglia inconsciamente imitare Carmelo Bene. Forse è Brosio che è apparso alla Madonna.

29 maggio 2016 (modifica il 29 maggio 2016 | 09:02)

I musulmani nelle liste traditori per gli islamisti e discriminati dai razzisti

La Stampa
karima moual

Il difficile equilibrio tra fede religiosa e laicità



Nel sermone del venerdì l’imam della moschea torinese Taiba, oltre a curare lo spirito, ha trovato un buon quarto d’ora per invitare i fedeli (con cittadinanza italiana) ad informarsi e andare alle urne per votare il 5 giugno. E lo ha fatto con un riferimento non casuale: «Ci interroghiamo - ha detto l’imam - sul nostro ruolo come cittadini musulmani torinesi e sul ruolo dell’istituzione moschea in questo importante appuntamento». A buon intenditor poche parole

Destra, sinistra, Movimento 5 Stelle e liste varie. Nella cronaca di queste amministrative, tra programmi elettorali, scontri e liste uscite di scena all’ultimo, c’è un dato che è indicatore di un cambiamento sottotraccia tutto da analizzare: la presenza di nuovi volti, arrivati da lontano, che si fanno avanti nella politica.

Nuovi italiani
Sono i nuovi italiani, figli dell’immigrazione nel nostro Paese che, in particolare durante queste amministrative, sono emersi nelle liste dei vari partiti. E più di tutti è la presenza musulmana a farla da padrona. Sintomo di una consapevolezza che si fa strada, un cambiamento dal basso e un coraggio non indifferente, in un momento in cui islam e immigrazione non godono certamente di fiducia o simpatia.

Eppure, se a Londra hanno incoronato il loro primo sindaco figlio di una famiglia di migranti pachistani e primo musulmano, da noi la strada, pur se ancora agli inizi, è tutta in salita. La presenza di candidati di fede musulmana è trasversale. A Milano, per esempio, troviamo come candidate nel Pd Sumaya Abdel Qader e Marian Ismail. Ma a destra, per Stefano Parisi, ci sono Nabih Dalal (Milano popolare) e Faltas Magdi (Fratelli d’Italia). Il M5S ha Seefel Eslam.

A Roma per Giachetti ci sono Ahmed Dolal Zeinab e Aziz Darif, mentre la Meloni ospita nella sua lista Ashraf Saber e Adel Khatab. A Torino – con un record di liste – troviamo ad esempio per Fassino la giovane Sara Hayari, ma anche Omar Sheikh Esahaq Suad. Nell’Idv, sempre nel capoluogo piemontese, si candidano Mohammed Sammouni, Hamid Mnouni e Harzafi Abdellatif.

La doppia identità
Nomi complicati non solo nella pronuncia e nella scrittura, ma anche nel racconto, perché dietro ci sono i volti e la storia del nostro cambiamento in questi ultimi due decenni tra difficoltà e successi. Ognuno di loro ha aspirazioni ma, soprattutto, un messaggio da portare avanti per una parte della propria comunità sia di adozione italiana, sia di origine. Come comunità musulmana, poi, le aspettative sono altissime, perché c’è ancora un rapporto irrisolto con la propria presenza e l’inquadramento sul piano giuridico e sociale in Italia.

Lo hanno capito molto bene le associazioni islamiche attive e ben organizzate sul territorio, quando hanno iniziato a mischiare spiritualità e politica senza nascondersi troppo. Anzi, lo hanno fatto con una comunicazione studiata nei dettagli per bucare lo schermo ed essere appetibili ai nostri media.

L’arena politica, dunque, almeno in queste amministrative, ci ha riservato sorprese, forse inaspettate dagli stessi musulmani. La candidatura in un partito politico italiano ha, per la prima volta, strappato il velo su un tema scivoloso: cosa significhi essere musulmano in un Paese laico e qual è il prezzo da pagare. Il caso più eclatante riguarda certamente due candidature Pd, entrambe musulmane ma con due diverse interpretazioni del proprio credo. Un po’ la fotografia più veritiera del mondo islamico, più frammentato e plurale di quel che si racconta, ma che nel nostro contesto italiano e occidentale insieme, fatica a farsi spazio. Perché fa più notizia l’islam con il velo piuttosto di quello senza.

“Apostata”
Però la novità dell’islam italiano che prova ad entrare in politica, con queste amministrative, è stata quella di averlo messo in discussione. Sumaya Abdel Qader, la candidata più musulmana, mediaticamente parlando, perché porta il velo e arriva dall’associazionismo islamico e organizzato milanese, da una parte è stata etichettata come appartenente alla Fratellanza, dall’altra denunciata come apostata sui social network, perché - l’accusano quelli che si credono ancora più puri e duri di lei - «una vera musulmana non deve candidarsi in un Paese dove non vige la Sharia».

Stesso destino e stesso percorso riguarda un altro musulmano che, invece, siede in Parlamento: Khalid Chaouki. Il deputato del Pd, paradossalmente, mette d’accordo contro di lui gli ultrà razzisti che vogliono torni a casa sua, e gli ultrà musulmani, perché secondo loro si è allontanato dall’islam vero e puro per le sue uscite in tema di radicalizzazione e, da ultimo, il suo voto favorevole alla legge sulle unioni civili.

Così come, all’indomani dell’euforia per Sadik Khan, primo musulmano sindaco a Londra, è partita la campagna denigratoria sui social, «del sindaco tutt’altro che musulmano», perché a favore dei diritti dei gay e molto preoccupato sul moltiplicarsi dei veli e Niqab portati dalle donne musulmane a Londra.

Dunque, se l’Islam a Sud delle nostre coste vive un complesso conflitto interno, non dobbiamo perdere d’occhio quello che abbiamo anche noi in casa. Perché seppure in miniatura, l’islam italiano la sua battaglia, con l’arma più efficace che è quella della politica, la sta già combattendo. E i risultati sono tutt’altro che prevedibili.

Mogol contro D’Alessio: «Gigi via dalla Siae? Sbaglia»

Corriere della sera

di Elvira Serra

Il paroliere: non conosco la società che ha scelto, ma offre tanti soldi



Lui non l’ha letto sui giornali online di ieri. L’ha saputo dal diretto interessato. «Gigi D’Alessio è mio amico. Mi ha chiamato per dirmi che aveva avuto questa opportunità. Credo volesse solo raccontarmelo». L’opportunità, remunerata con un sontuoso assegno, era quella di affidare la raccolta dei suoi diritti d’autore a Soundreef, la società intermediatrice di royalties con la quale poche settimane fa ha firmato anche Fedez, gettando un po’ di scompiglio nel mondo discografico e aprendo un acceso dibattito sul tema del monopolio esercitato dalla Società italiana degli autori ed editori che segue già ottantamila cantanti, scrittori, compositori, autori di film, di teatro).

Giulio Rapetti Mogol, paroliere di canzoni indimenticabili come Una lacrima sul viso— per non menzionare i capolavori nati dal sodalizio con Lucio Battisti —, con il suo «amico Gigi» è stato categorico.

Maestro, che cosa gli ha detto quando vi siete sentiti?
«Gli ho detto che la pensavo in modo assolutamente opposto. La notizia del suo passaggio mi è un po’ dispiaciuta, temo fortemente che alla fine sia un danno per gli autori».

Perché dice così? «Questa società non la conosco, so soltanto che sta offrendo dei soldi ad alcuni autori per fare lei gli incassi. E qualcuno gli ha detto di sì. Ma francamente non so nemmeno se avrà vita lunga: perché gli anticipi che offre sono spese importanti, mentre la possibilità di incasso è relativa. Come fa a garantire il controllo di tutte le esecuzioni?».

C’è chi accusa la Siae di monopolio.
«Penso invece che proprio la capillarità della Siae sia la garanzia della buona riuscita nella riscossione dei diritti d’autore. Basti pensare questo: nonostante lo sfruttamento del diritto d’autore sia aumentato di oltre cento volte negli ultimi trent’anni, mi riferisco per esempio ai telefonini, gli incassi non sono cresciuti in proporzione. Questo è un problema che non riguarda soltanto la Siae, è un problema internazionale. Nessuno sa come fare».

Non pensa che potrebbe non essere un male la discesa in campo di un altro attore, a occuparsi della raccolta dei compensi per conto degli artisti?
«No, anzi. A me sembra un indebolimento della nostra categoria di autori: se saremo divisi, avremo ancora meno possibilità di riuscire a difendere i nostri diritti».

Qual è, secondo la sua esperienza, il vantaggio di essere seguiti dalla Siae?
«Ho sperimentato che si batte davvero per difendere il diritto d’autore e per proteggerci. L’ho verificato non solo su di me, ma anche con l’esperienza della scuola internazionale che ho fondato ventiquattro anni fa: il Cet, Centro europeo di Toscolano, che è un Centro di eccellenza universitario della musica Popolare, dove si sono diplomati 2.500 allievi».

La cultura popolare è un tema che le sta molto a cuore. «Certo, perché dal livello della cultura popolare dipende il livello della gente e dei popoli. La difesa del diritto d’autore è fondamentale, altrimenti sarà un altro colpo terribile alla nostra cultura che è in evidente stato di crisi».

Dunque difenderà a oltranza la Siae?
«Sì, perché secondo me è una garanzia. Morti i diritti d’autore è morto tutto».

@elvira_serra
28 maggio 2016 (modifica il 28 maggio 2016 | 22:28)

C’erano un bengalese, un cinese e un algerino...

La Stampa
mattia feltri

Ieri il mio fruttivendolo bengalese concordava con un cliente algerino sull’inaffidabilità dei commercianti cinesi. 

Un sacco di risate

La Stampa
mattia feltri

Ne ho letta una notevole, di Napoleone: “Bisogna sempre riservarsi il diritto di ridere delle proprie idee espresse il giorno precedente”. Ecco, qui in Italia un sacco di risate il giorno dopo.

Siccome

La Stampa
jena@lastampa.it

Se votassi a Milano, non voterei. Se votassi a Napoli non voterei. Ma siccome voto a Roma, non voto.

Al voto a Roma tra i rifiuti: nessuno raccoglie più l’immondizia

La Stampa
mattia feltri

Tra scioperi, permessi mensili ed “epidemie” influenzali il presidente dell’Ama suggerisce: tenete i sacchetti a casa



Fra una settimana, a Roma, si andrà a votare in gloria dentro panorami di spazzatura. Il calendario della nettezza urbana dice per oggi raccolta rallentata, per domani niente raccolta causa sciopero, per martedì e mercoledì vago tentativo di rimonta, per giovedì altro rallentamento festivo, per venerdì e sabato quel che si può e, per domenica, giorno d’elezioni, il giusto risultato. «Tenete i rifiuti in casa», ha detto Daniele Fortini, il presidente dell’Ama, la municipalizzata.

E cioè, va accudita oggi e domani, di modo che i marciapiede non si colmino di cartoni, stracci, ferraglia, legname e ogni altro ben di Dio produca la città; compresi naturalmente i sacchi neri squarciati dai gabbiani e fra cui guizza la più ampia comunità residente nella capitale, quella dei ratti. Nessuno seguirà l’indicazione: meglio lordare e impuzzolentire le strade da cui, col caldo, già cominciano ad alzarsi zaffate d’urina di senza tetto caricati a birra.

Lo sciopero di domani è stato indetto dai sindacati degli addetti all’igiene ambientale, bell’eufemismo in stile Nicole Minetti, la cui igiene di pertinenza era dentale. Coi medesimi risultati, visto il suolo di Roma: se si cammina guardando a terra si ricostruisce l’intera filiera - dai mozziconi ai resti di pizza ai liquami - della vita quotidiana. Gli addetti all’igiene chiedono cento euro l’anno in più, e avranno le loro buonissime ragioni, che forse sapranno dettagliare in compensazione alle assenze registrate ogni giorno all’Ama: oltre il 18 per cento. Come se lì dentro avessero istituito in autonomia la settimana corta.

Le assenze per malattia sono superiori alla media nazionale e i picchi influenzali si registrano curiosamente in coincidenza di ponti o a ridosso del week end; così, dopo il prossimo giovedì festivo, è facile pronosticare nuove epidemie. Sopra la media nazionale è anche la percentuale (il 19 per cento) di chi usufruisce di tre permessi mensili per assistere parenti disabili. Siccome nel privato si scende all’1,5 per cento, se non si vuole pensar male, e si considera una deplorevole eccezione quella del dipendente trovato poche settimane fa in groppa al cavallo nel giorno di permesso, tocca giungere alla conclusione che sull’Ama si accanisce la sfortuna.

Proprio ieri, fra l’altro, un rapporto della Confartigianato ha avvertito che la raccolta costa a ogni abitante 249.9 euro, doppio secco della media nazionale. Il numero ha suggerito al Codacons - l’incontenibile associazione consumatori - di chiedere la restituzione ai cittadini del suddetto 50 per cento, trascurando che i romani si fanno giustizia da sé: negli ultimi sei anni è stato evaso un miliardo di euro di tassa sui rifiuti; fra gli evasori ci sono ministeri, caserme dei carabinieri, ospedali e naturalmente un numero infinito di normali residenti, a dimostrazione che nello sfascio c’è ampia collaborazione.

Verificabile, tra l’altro, a occhio nudo: i cassonetti destinati alla raccolta differenziata vengono usati a capriccio del passante, plastica nella carta, confezioni alimentari nel vetro, con entusiastica partecipazione di turisti che si adeguano in poche ore all’anarchia locale. A un etnologo sarebbe utile, nei prossimi giorni di astensione dal lavoro e attività ridotta, passeggiare per Roma e catalogare i rifiuti abbandonati nei dintorni dei cassonetti: martedì mattina si troveranno materassi, televisori, mobiletti, antenne paraboliche, carrelli dei supermercati che i netturbini scanseranno sconsolati.
Sulla statistica possiamo di nuovo aiutare noi: di solito circola il 60 per cento dei camion, gli altri restano guasti in garage, ed è difficile supporre che questa settimana l’affidabilità dei mezzi conosca un’epifania.

Di conseguenza ieri è stata l’occasione giusta perché i candidati a sindaco esponessero le loro eccellenti idee, accomunati dalla certezza che la spazzatura possa diventare una ricchezza. Giorgia Meloni conta di portare la differenziata al 75 per cento, il che sarà facilissimo visto che già oggi la si stima al 60, e sulle stesse basi per cui si potrebbe dire che è all’80 o al 20. Roberto Giachetti punta sulle nuove tecnologie. Alfio Marchini su una non meglio precisata inversione del ciclo dei rifiuti. Virginia Raggi - come si sa - è deliziosamente minimalista e pensa a pannolini lavabili per bebè e ai mercatini dell’usato. Per cui, fra una settimana, se riusciremo a scalare le montagne di pattume, andremo a scegliere il salvatore.