giovedì 2 giugno 2016

Teste o croce

La Stampa
massimo gramellini

In questi giorni si sono letti commenti di fuoco sui due motociclisti passati senza fermarsi davanti alla scena del delitto di via della Magliana, dove la povera Sara ha perso la vita in quel modo osceno. Si è molto deprecata la loro mancanza di senso civico. Poi uno dei testimoni ha raccontato la sua versione dei fatti, confermata dalla polizia. Si chiama Edoardo, ha diciotto anni e da due si divide tra l’officina di meccanico in cui lavora e la scuola serale. La notte dell’omicidio è sfrecciato in moto accanto a una ragazza che gesticolava all’indirizzo di un uomo appoggiato sul cofano dell’auto.

Da simili indizi neanche Sherlock Holmes avrebbe potuto dedurne che la ragazza alterata era la vittima e quel tipo tranquillo uno stalker che l’aveva appena tamponata per costringerla a fermarsi e di lì a poco le avrebbe dato fuoco. Nonostante questo, quando la mattina seguente Edoardo ha appreso cos’era successo, è immediatamente corso alla polizia per raccontare quello che aveva visto. E da allora si tormenta per il rimorso. Non sembra proprio il rappresentante di una gioventù menefreghista e priva di senso civico. Eppure il solito mondo del web si era già espresso in migliaia di giudizi sommari e i moralisti da tastiera avevano pontificato senza prendersi il disturbo di aspettare il riscontro della realtà. 

Viviamo immersi nella dittatura dell’istante, come la chiama Veltroni. Bisogna subito farsi un’opinione su tutto, possibilmente negativa. In questo caso per illudersi che la tragedia di Sara si sarebbe potuta evitare ed esorcizzare così la paura che possa capitare ancora. 

Forza, votiamo il peggiore

La Stampa
Mattia Feltri



Siccome mancano pochi giorni alle elezioni dei sindaci, pare buona cosa ricordare una riflessione di Gaetano Salvemini: «Gli elettori raramente scelgono i migliori. Di solito, essi scelgono normalmente i mediocri, a volte scelgono perfino i peggiori individui della comunità». 

Vale

La Stampa
jena@lastampa.it

Se non è reato definire indegno Napolitano, come potremmo definire Renzi?

Apple cambia strategia: un iPhone nuovo ogni tre anni?

La Stampa
andrea nepori

Apple potrebbe estendere da 2 a 3 anni il ciclo di aggiornamento degli iPhone, per far fronte al rallentamento dell’evoluzione tecnologica degli smartphone



L’iPhone 7, il cui lancio è atteso per l’autunno 2016, potrebbe essere solo una versione potenziata dell’iPhone 6s. Un modello “evolutivo” con cui Apple inaugurerà l’allungamento del ciclo di aggiornamento del suo prodotto più importante da 2 a 3 anni. Una decisione funzionale all’evoluzione delle tecnologie di settore, sempre più incrementali rispetto al passato. Lo sostiene un report pubblicato sul Nikkei che cita fonti interne ad alcuni fornitori giapponesi.

TICK-TOCK-TOCK
Se si esclude il primo modello del 2007, Apple ha sempre gestito l’evoluzione degli iPhone su base biennale, con l’introduzione ogni due anni di versioni “S” che costruiscono sulle basi tecnologiche poste dal modello precedente. Qualcosa di simile alla strategia Tick-Tock di aggiornamento in due fasi dei processori Intel, introdotta nel 2005 e abbandonata quest’anno a favore di un approccio triennale che prevede un ulteriore passaggio di ottimizzazione. L’iPhone 7, sempre che a Cupertino decidano comunque di chiamarlo così, sarà quindi abbastanza simile all’iPhone 6S, come sembrano confermare le prime foto spia delle scocche in metallo che arrivano dalle linee produttive cinesi. Apple introdurrà comunque alcuni miglioramenti in ambiti chiave.

EVOLUZIONE DELLA SPECIE
Il modello base potrebbe passare da 16GB a 32GB di memoria flash, con i modelli intermedi che salterebbero a 128GB e 256GB. Ci saranno nuovi processori, come ogni anno, e la novità più controversa - necessaria per rendere il telefono più sottile - sarà probabilmente la rimozione della presa jack per le cuffie. Le nuove Earpod andranno connesse direttamente alla presa Lightning. Un buon numero di produttori cinesi di accessori, in previsione di questa possibilità, hanno già iniziato a proporre adattatori ad hoc. Ci saranno comunque due modelli, con schermi di dimensioni differenti. Solo sul più grande potrebbe trovare spazio una doppia fotocamera (come su Huawei P9) ma anche il sensore del del modello da 4,7 pollici, in ogni caso, verrà aggiornato. Il comparto foto/video, più in generale, sarà ancora una volta uno dei punti di forza su cui Apple imbastirà la promozione dei nuovi dispositivi.

UN ANNO DI TRANSIZIONE
Difficile sposare queste indiscrezioni con le recenti affermazioni dell’AD Tim Cook, secondo cui “non potremo vivere senza i prossimi iPhone”. Probabile che il plurale usato da Cook includesse anche il modello il cui lancio è previsto per il 2017. Una versione completamente rinnovata e che introdurrà un nuovo paradigma di design, implementando soluzioni innovative e avanzatissime. 
Il 2016 si sta mostrando a tutti gli effetti come un anno di transizione: secondo le stime Apple potrebbe vendere meno iPhone rispetto al 2015 (un annus mirabilis che, va detto, sballerebbe i grafici di qualsiasi azienda), un passaggio necessario per rivedere la strategia futura del prodotto di punta e riadattarne le tempistiche ad un mercato come quello degli smartphone, che vola verso la saturazione e non può più garantire i tassi di crescita cui Wall Street era abituata.

ALLA RICERCA DELLA CRESCITA
Secondo alcuni analisti è in atto l’inevitabile trasformazione di Apple da azienda di crescita ad azienda capace di garantire valore nel tempo. Definizioni di stampo prettamente borsistico che tuttavia possono descrivere bene il tipo di approccio operativo e finanziario della società. Una tesi che tuttavia Tim Cook ha più volte rigettato, sostenendo che le difficoltà del mercato iPhone sono temporanee, legate alle contingenze internazionali e che l’azienda tornerà a crescere presto. L’obiettivo passa anche per l’esplorazione di settori nuovi e promettenti, in primis quello automobilistico, come dimostrato dall’impennata delle spese di ricerca e sviluppo nel corso degli ultimi trimestri.

Nel frattempo le novità “informatiche” che Apple ha in serbo per quest’anno si concentreranno su altri ambiti. Si parla dell’arrivo di una nuova Siri, molto più intelligente, e di un assistente per la casa che farà concorrenza a Google Home e Amazon Echo. E’ previsto poi un corposo aggiornamento dei Mac portatili, con una revisione della gamma e l’introduzione di un nuovo modello di MacBook Pro, più sottile e leggero e dotato di uno secondo display touch OLED, che potrebbe fare da test per l’introduzione di una tecnologia analoga proprio sugli iPhone attesi per il 2017.

Dieci errori da evitare quando si viaggia in Giappone

La Stampa
dario marchetti

Dai saluti al cibo, dai trasporti ai soldi, ecco un po’ di regole semiserie per visitare il Giappone ed evitare figuracce da veri «gaijin»



Il celebre incrocio pedonale di Shibuya, reso ancora più famoso dal film Lost in Translation di Sofia Coppola

Soprattutto per noi occidentali, il Giappone può essere uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi da visitare e conoscere, soprattutto per l’immensa cultura millenaria su cui si regge l’intero Paese del Sol Levante. Come ogni volta che si viaggia in un luogo lontano da casa però, è importante ricordarsi che, da un meridiano all’altro, usi e costumi possono cambiare non poco. Ecco allora una guida in dieci passi per comportarsi da bravi “gaijin”, il termine usato dai Giapponesi per indicare le persone non native del luogo, ed evitare di fare brutte figure all’ombra dei grattacieli di Tokyo.

Calorosi, ma non troppo
Fra tutti i popoli europei, noi italiani siamo tra i più calorosi quado si tratta di salutare. In Giappone però le cose funzionano molto diversamente dal Belpaese: baci e abbracci sono riservati ad amici di vecchia data, parenti o persone che si conoscono da molto tempo. Quando ci si presenta per la prima volta a qualcuno, specialmente nei confronti di una persona del sesso opposto, meglio evitare il contatto fisico, limitandosi magari a una stretta di mano. Ci sarà poi tutto il tempo per conoscersi meglio.

Occhio al brindisi
Se siete a cena, e dopo che avete esclamato “cin cin!” tutti i giapponesi in sala cominciano a ridere di gusto, il motivo è molto semplice: nella Terra del Sol Levante quella combinazione fonetica significa letteralmente “pene”. Meglio allora affidarsi al più giapponese “Kanpai!” ed evitare di trasformarsi nello zimbello del ristorante.



Metropolitane da incubo
Nonostante Tokyo sia una delle città più grandi e caotiche del mondo, la metropolitana è uno dei luoghi più silenziosi che ci siano. Questo perché soprattutto in presenza di altre persone, i giapponesi ritengono maleducato disturbare parlando a voce troppo alta o, peggio, al telefono mentre si è in un vagone. Così come borse e zaini, invece di essere tenute a mano, devono essere appoggiate sugli appositi ripiani, così da non ingombare o rendere difficile il passaggio agli altri viaggiatori. E mi raccomando: sulle scale mobili bisogna tenere la sinistra, e non la destra come in Italia.

Se bevi tu, bevo anch’io
Altro aspetto a cui fare attenzione: quando si è a tavola, specialmente nel caso di alcolici come birra o saké, è meglio evitare di versare le bevande nel proprio bicchiere, poiché considerato segno di maleducazione o, peggio, di alcolismo. Meglio lasciare che sia un altro commensale a farlo per noi, restituendo poi il favore.

Niente cibo in pubblico
Questa non è una regola di ferro, ma i giapponesi non amano consumare cibo e bevande mentre passeggiano per strada. Non a caso i pochi cestini per l’immondizia di Tokyo si trovano tutti accanto ai tanti distributori automatici, così da favorire il consumo sul posto e disincentivare lo “sgranocchio” durante gli spostamenti a piedi.



Stop alle mance
Se siete soddisfatti di ciò che avete mangiato, pagate il conto e ringraziate il cameriere o il gestore con un caloroso “arigato gozaimasu!” (grazie mille, in giapponese). Ma non lasciate assolutamente mance, che potrebbero essere invece percepite come gesto poco elegante: la cultura nipponica porta tutti, nessuno escluso, a svolgere al meglio il proprio lavoro con l’obiettivo di rendere un buon servizio agli altri, e non certo per guadagnare qualche spicciolo in più.

Giù le mani dai soldi
Anche il semplice pagamento in Giappone deve seguire uno schema ben preciso: invece che consegnare le banconote o la carta di credito direttamente nelle mani del cassiere, un gesto considerato piuttosto sgradevole, ricordatevi sempre di depositarle negli onnipresenti piccoli vassoietti di plastica accanto alla cassa. Sarà poi l’impiegato di turno a prelevarli direttamente da lì, utilizzando nuovamente il vassoio per consegnare un eventual resto o ricevuta.



Maestri dell’inchino
Anche se in presenza di uno straniero molti giapponesi tendono a utilizzare la stretta di mano, meglio ricordarsi che in Giappone l’inchino è una vera arte. Tanto che a seconda del grado di formalità cambia anche la profondità dell’inchino. Tranquilli: anche senza arrivare ad inginocchiarvi, per la maggior parte delle interazioni basterà un breve cenno col capo accompagnato da un classico saluto nipponico.

Rumori a tavola
Invece che con un “buon appetito!”, ogni pasto dovrebbe iniziare con il rituale “itadakimasu!”. In Giappone non consumare l’intero contenuto del piatto non è considerata maleducazione, quanto piuttosto un’indicazione che siete pieni e non desiderate ricevere altro cibo. E se avete problemi col brodo, tranquilli: molte delle zuppe tipiche, come il miso, possono essere bevute direttamente dalla ciotola, e nessuno vi lancerà occhiate strane se farete rumore mentre mangiate la vostra corposa porzione di ramen.

A piedi nudi, o quasi
Essere invitati a casa di un giapponese va considerato come un vero onore. Per questo bisogna tassativamente ricordarsi di togliere le scarpe una volta entrati, rimanendo in calzini oppure utilizzando un paio di uwabaki, un tipo di “pantofole” utilizzate in tutto il Giappone. Spesso la rimozione delle scarpe vi sarà richiesta anche in luoghi pubblici, come ad esempio un ristorante.

Twitter @dario_marchetti

A volte ritornano: su MySpace rubate 360 milioni di password

La Stampa
dario marchetti

La vecchia gloria dei social network colpita da un attacco hacker, gli account finiscono in vendita su un sito internet


La nuova interfaccia di MySpace

Oggi abbiamo Facebook e Twitter, ma un bel po’ di anni fa, nel 2003, fu MySpace a inaugurare l’epoca d’oro dei social network. Caduto in disgrazia all’alba del 2010, e riaperto appena tre anni fa con una nuova impostazione grafica, la piattaforma è stata colpita da un attacco hacker che ha compromesso ben 360 milioni di profili,. Tra i quali potrebbe esserci anche il tuo.

La cosa buffa, per modo di dire, è che l’intrusione sarebbe avvenuta non una settimana fa, ma nel 2013, come riporta il sito LeakedSource. Ma i tecnici di MySpace se ne sarebbero resi conto solo qualche giorno fa, quando hanno scoperto che molte coppie di nomi utente e password erano in vendita in Rete, su un forum: il social ha buone ragioni di credere che l’autore del furto sia l’hacker “Pace”, lo stesso responsabile dei recenti attacchi a Tumblr e LinkedIn.

Ma se MySpace è una piattaforma ormai praticamente inutilizzata, qual è il rischio? Il punto è che proprio perché molti di noi avevano persino dimenticato di avere un account, recuperarlo e modificarne la password potrebbe rivelarsi piuttosto complicato. E se quella combinazione di lettere e numeri che utilizzavamo per accedere dovesse essere la stessa che oggi usiamo per Facebook o Google, anche gli account che utilizziamo ogni giorno potrebbero essere a rischio.

Si possono rivendere gli ebook usati?

La Stampa
lorenzo longhitano

Secondo una corte tedesca, i diritti che ha il consumatore sui media digitali non sono gli stessi che ha su altro materiale informatico, come i programmi. Ma oggi una sentenza della Corte Suprema dei Paesi Bassi potrebbe ribaltare la questione



Quella dei libri usati è una realtà in crescita che mette in contatto proprietari desiderosi di ricavare qualcosa da prodotti cui non tengono più e acquirenti disposti a portarsi a casa un oggetto di seconda mano pur di spenderci meno. L’equilibrio descritto in realtà è piuttosto delicato di quel che sembri, e destinato a generare problemi nell’era digitale: cosa succede infatti quando i libri usati che si intende smerciare o comprare sono degli ebook?

È giusto che passino di mano in mano come oggetti immortali e immutabili, o il diritto di decidere cosa è possibile farne spetta a chi li ha venduti in origine? È quel che oggi è chiamata a stabilire la Corte Suprema dei Paesi Bassi, con una sentenza che potrebbe aiutare a dirimere la questione a livello europeo.

La vicenda ha preso il via due anni fa dopo la nascita di Tom Kabinet, una piattaforma online basata sulla compravendita di ebook usati e presa di mira dall’associazione degli editori olandesi, che la accusano di minacciare con la sua attività il futuro dell’intera industria del libro. Allora e nel 2015 il consorzio aveva tentato di far cessare le attività dell’azienda.

In entrambe le occasioni i giudici assegnati al caso non avevano trovato a Tom Kabinet nulla di immediato da contestare, intimando però alla piattaforma di implementare un sistema affinché che tutti i libri digitali ospitati sui suoi server fossero copie acquistate legalmente dai precedenti proprietari e non invece derivanti da attività di pirateria; il tutto in attesa di una decisione definitiva.

Osservazioni legittime sulla diatriba provengono da entrambe le parti. Secondo gli editori, in un mercato dove i beni digitali usati sono considerati legali, nessuno sarebbe disposto a pagare di più per ottenerli di prima mano; per la piattaforma Tom Kabinet, invece, comprare un libro, digitale oppure no, dovrebbe garantire a chi l’ha acquistato anche il diritto di rivenderlo.

La sentenza rappresenterà uno snodo importante per la questione in tutta l’Unione Europea. Se i giudici daranno ragione a Tom Kabinet creeranno infatti un precedente in aperto conflitto con quello cui hanno fatto riferimento gli editori olandesi per far valere la loro posizione in tribunale: una sentenza di segno opposto emessa in Germania nel 2013, che ha stabilito come i diritti del consumatore sui media digitali acquistati non siano equivalenti a quelli che può esercitare su altri tipi di materiale informatico come i programmi software, e non includono quindi la rivendita.

100 anni di Jutland, una sola battaglia navale

Corriere della sera
di Paolo Rastelli e Silvia Morosi | @MorosiSilvia @paolo_rastelli



Doveva essere una guerra tra grandi flotte, tecnologicamente moderne, protette da spesse corazze, veloci e dotate di potenti artiglierie, con scontri risolutivi in grado di assegnare la vittoria al più forte. Invece anche sul mare, come già sulla terra, la Grande Guerra si trasformò presto in un conflitto di posizione, con la flotta tedesca asserragliata nei porti, quella inglese schierata per vietare i nemici l’accesso agli oceani e piccoli scontri segnati da agguati, colpi di mano, incursioni e attacchi subacquei. L’unico scontro navale diretto tra due formazioni, la Grand Fleet britannica e l’intera Hochseeflotte tedesca, si tenne dal 31 maggio al 2 giugno 1916 con la battaglia dello Jutland, al largo della costa danese.

Fu la sola grande battaglia della storia a essere combattuta dalle corazzate (le navi per la cui costruzione le grandi potenze si erano finanziariamente svenate nei primi anni del secolo) e non avrebbe avuto successori, poiché i giganteschi combattimenti del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale sarebbero stati dominati da una nuova nave, la portaerei. E, massima ironia della storia, non fu risolutiva, nonostante fosse stata propria la corsa alla costruzione di una flotta oceanica da parte della Germania una delle concause, e non tra le minori, della decisione inglese di entrare in guerra a fianco di Francia e Russia. Il suo esito rimase incerto, per cui l’uno e l’altro dei belligeranti si attribuirono la vittoria nei loro bollettini.

Alle 14.18 del 31 maggio 1916, nelle acque del Mare del Nord, l’incrociatore inglese Galatea alzò il segnale a bandiere “nemico in vista”: dieci minuti dopo ebbe inizio (…) l’ultima (battaglia) in cui l’aviazione non abbia giocato alcun ruolo.

I tedeschi ottennero una vittoria tecnica e tattica, per la robustezza e la quasi inaffondabilità delle loro unità più moderne, la superiorità nell’artiglieria e l’efficacia di tiro. Ma sul piano strategico, si trattò di una vittoria degli inglesi, rimasti padroni delle acque della battaglia e di tutte le comunicazioni marittime, dato che i tedeschi non riuscirono a spezzare il blocco navale. Quello dei tedeschi era un tentativo di forzare la guerra navale “posizionale” condotta dagli alleati con il blocco continentale. Gli inglesi riuscirono ad intercettare i messaggi radio germanici e ad anticipare le mosse dei tedeschi. Nella prima fase dello scontro, gli incrociatori corazzati germanici, pur numericamente inferiori, riuscirono ad affondare due unità britanniche e ad attirare le rimanenti verso sud, dove era il grosso delle forze tedesche.



Gli inglesi, in fuga di fronte alla superiorità del nemico, si fecero inseguire a nord, mettendo di fronte ai tedeschi le loro corazzate e infliggendo gravi danni all’­avversario, che riuscì tuttavia ad affondare un altro incrociatore. Complessivamente, vennero lasciate sul fondo del Mare del Nord ventitré unità tra corazzate e incrociatori e oltre diecimila uomini. Sul campo, continua Valzania, vennero impiegate

16 corazzate, 5 incrociatori e 80 navi di scorta della Hochseeflotte, cioè l’intera flotta del Kaiser, che affrontano l’intera Grand Fleet inglese, forte di 151 unità tra cui 28 corazzate e 9 incrociatori. Il gelido braccio di mare tra Germania e Gran Bretagna si trasforma in un inferno, e nel corso di una giornata di combattimenti muoiono 6.094 inglesi e 2.551 tedeschi: i britannici restano padroni dei mari, e i tedeschi non tentano più, nei successivi due anni di guerra, una sortita in forze.