sabato 4 giugno 2016

Bicicletta: al bando i furti

La Stampa
valentina bonfanti

Si vendono più biciclette che macchine. Ma come proteggere la nostra due ruote dai furti?

Saltare in sella alla propria bicicletta

“Ogni anno, nel nostro Paese, vengono rubate circa 320.000 biciclette: per i ciclisti italiani la paura di essere derubati è seconda solo a quella di essere investiti.”

Ecco i risultati della 1° indagine nazionale sui furti di biciclette, condotta da FIAB (Federazione Italiana Amanti della Bicicletta) nel 2013. A differenza di quanto succede nella maggior parte degli altri paesi europei, in Italia non esistono dati sul problema dei furti di biciclette. Eppure il fenomeno ha pesanti ripercussioni anche sull’economia del nostro Paese e, secondo le stime di FIAB e Confindustria ANCMA, genera ogni anno un danno pari a 150 milioni di Euro, composto dai mancati introiti per l’industria nazionale della bicicletta, incluso l’indotto, e dalle transazioni in nero che sfuggono a ogni controllo d’imposta.

A questo si aggiungono i danni legati alla sicurezza: chi ha subito un furto è più incline ad acquistare una bici a basso costo, spesso proveniente da mercati extraeuropei e, in genere, di inferiori standard di sicurezza. Ma non solo, il fenomeno pare essere trasversale e colpire indistintamente tutti gli appassionati di ciclismo, dai più ricchi ai più poveri. Tuttavia, solamente il 40% dei furti viene denunciato regolarmente e questo fatto porta le indagini e le stime effettuate da FIAB ad essere spesso poco attendibili. In ogni caso i numeri sono importanti e parlano chiaro: in Italia i furti di biciclette hanno un’incidenza maggiore rispetto al resto d’Europa in quanto non esiste alcun modo per tutelare il proprio mezzo.

Ecco, allora, che Fiab, qualche tempo fa, ha lanciato un’idea rivoluzionaria, che è già realtà in molti paesi del Vecchio Continente: l’incisione del codice fiscale del proprietario sul telaio della bicicletta. Il codice fiscale presente su una bici rubata offre numerosi vantaggi: facile identificazione del proprietario da parte delle forze dell’ordine e operatori pubblici con la possibilità di restituire il bene mobile; gestione intelligente delle bici sequestrate, ora inevitabilmente ammassate dei magazzini comunali nell’impossibilità di risalire al proprietario; disincentivazione al furto e al riciclaggio; incentivazione a denunciare il furto della bicicletta; facilità di abbinamento della bici al suo proprietario in qualunque luogo del nostro Paese.

Quest’iniziativa potrebbe segnare una svolta e mettere fine all’opera dei tanto temuti ladri di bicilette.

Benigni e maligni

La Stampa
massimo gramellini

Montanelli morì martire della sinistra antiberlusconiana che lo aveva considerato un borghese reazionario per tutta la vita. Al contrario la Fallaci è diventata un’icona della destra e della cristianità sotto attacco, dopo essere stata considerata per decenni una comunista mangiapreti. Dev’essere un destino dei toscani, perché oggi tocca a Benigni passare nel breve volgere di un’intervista da genio comico che prendeva in braccio Berlinguer e in giro Berlusconi a Johnny Lecchino, approfittatore e voltagabbana, cantore non più di Dante ma di Renzi e addirittura di Verdini.

Tutto perché ha detto che a ottobre voterà sì al referendum sulle riforme costituzionali. Come se un premio Oscar avesse bisogno di baciare le natiche al potere del momento per ottenere uno strapuntino di visibilità. Hanno persino cercato maldestramente di prenderlo in castagna sulla Costituzione, fingendo di ignorare che la sua esaltazione televisiva della Carta si riferiva ai principi fondamentali e non al ruolo del Senato. 

Benigni ha dato voce a un pensiero assai diffuso a sinistra: questa riforma non sarà un granché, ma dopo quarant’anni di dibattiti sterili anche il poco è meglio del nulla. Opinione discutibile, però legittima. E invece per il comitato di liberazione da Renzi chiunque la pensi in modo diverso dev’essere per forza un traditore e un venduto. La visione della politica come lotta tra clan, che gli antirenziani attribuiscono al premier, appartiene anche a loro. In Italia c’è sempre un tiranno da abbattere o da osannare, una squadra da applaudire o da fischiare. E nemmeno Benigni può concedersi il lusso di avere un’idea in contrasto con la maglia che indossa.

Ansia

La Stampa
jena@lastampa.it

La minoranza del Pd aspetta con ansia i risultati delle elezioni: “Se tutto va bene, siamo rovinati”. 

Questo Stato non merita di essere rispettato

Andrea Pasini



Ormai è evidente: il miglior nemico di noi imprenditori si chiama Stato. E proverò a dimostrarlo facendo un discorso di testa, sebbene la rabbia e la frustrazione mi porterebbero a fare un discorso viscerale, con la pancia e col cuore.

Checché ne dica la retorica asservita e filogovernativa, il premier Renzi non ha minimamente inciso sulla pressione fiscale relativa alle imprese. È un fatto che si può constatare in primo luogo guardando i numeri: la percentuale di tasse per quanto riguarda Irap e Ires continua ad aggirarsi intorno al 44% (vedi i recenti dati dell’Osservatorio bilanci del Consiglio nazionale dei Commercialisti), per non parlare della somma complessiva di imposte su chi ha un’azienda (il cosiddetto total tax rate), che tocca addirittura il 65,4%, una delle percentuali più alte d’Europa: tradotto in soldoni, due terzi dei nostri profitti dobbiamo ancora darli allo Stato.

Ma come accennavo sopra, non è solo un fatto di numeri, ma anche di metodi. Lo Stato appare molto solerte quando si tratta di riscuotere crediti e di inviarci cartelle esattoriali, ma è molto poco efficiente quando si tratta di restituire alle aziende i debiti delle Pubbliche amministrazioni. A proposito, e qua mi rivolgo al premier Renzi, a che punto è la restituzione dei 74,2 miliardi che la Pa doveva alle aziende italiane?

Lei aveva promesso di restituire il tutto entro il 21 settembre 2014. Be’, è passato un anno e mezzo e, mentre il ministro Padoan giura di aver liquidato la metà del debito (36 miliardi circa su 74), lo stock del debito è lievitato di nuovo a 70 mld. Forse sarebbe il caso di farsi quella passeggiata a piedi fino a Monte Senario che aveva promesso in caso di mancato pagamento, caro premier…

Ma, per metodo, intendo anche il sistema iniquo degli studi di settore, che obbligano un imprenditore come me, attivo nel settore agroalimentare, a pagare le tasse sulla basse di una prospettiva, di una previsione, non di un reale incasso. Siamo alla futurologia applicata alle imposte, alla vessazione fiscale preventiva: “io intanto ti stango, poi vediamo se riesci a incassare tanto quanto mi hai pagato”.

La dimostrazione plastica di come lo Stato voglia essere socio di maggioranza della tua azienda fintantoché le cose vanno bene, godendo di buona parte dei tuoi incassi; e sia pronto a mandarti quelle lettere minatorie che sono le cartelle esattoriali, non appena – per colpa di quello stesso Stato – diventi un contribuente non esemplare…

E dire che imprenditori come me, a fronte di un carico fiscale minore, sarebbero pronti a investire quelle risorse sottratte al fisco in tecnolgia e sviluppo, a utilizzare quei soldi per assumere giovani e migliorare economiche le condizioni degli operai; accrescendo la quantità del proprio profitto, sì, ma anche la qualità dei propri prodotti e del lavoro dei propri dipendenti. E invece ci troviamo ancora una volta a chiedere la moratoria fiscale sui debiti pregressi e a minacciare lo sciopero fiscale come estrema forma di sopravvivenza…

Aggiungo poi che il nostro nemico, purtroppo, non è soltanto lo Stato. Sono anche quegli attori che impediscono la libera concorrenza, colonizzando i territori con le proprie reti e strutture, grazie a legami “speciali” con le amministrazioni pubbliche, spesso di natura clientelare. Mi riferisco a quelle consorterie rosse, che bloccano il mercato, di fatto egemonizzando alcune aree geografiche e alcuni settori di commercio.

E, così facendo, violano due volte i principi di libera concorrenza: innanzitutto operano grazie a rapporti, più o meno trasparenti, con il sistema politico locale che guida la macchina pubblica; in secondo luogo, bloccando i concorrenti “scomodi”, creano delle situazioni di monopolio, insopportabili in un Paese (almeno in teoria) fondato sui principi di libero mercato. Grazie a loro, si fa per dire, ho dovuto scoprire che la negazione della concorrenza non è causata dai giganti del capitalismo, come vuole la vulgata, ma proprio da chi quel capitalismo vorrebbe abolirlo….

E intanto noi imprenditori ci arrabattiamo ogni giorno, con la forza di un eroismo quotidiano, cercando di non chiudere né la nostra azienda né il serbatoio della speranza. E spesso ci troviamo davanti a un bivio: pagare i nostri fornitori e i nostri dipendenti, oppure riversare tutti i nostri soldi allo Stato venendo costretti a licenziare personale e a non dare il dovuto a chi ci fornisce la materia prima? Io  ho sempre compreso, ammirato, e continuerò a sostenere, chi sceglie la prima strada.

Profughi buttano il cibo offerto loro dal vescovo di Reggio Emilia

Ivan Francese - Ven, 03/06/2016 - 12:29

A Reggio Emilia la presidente della mensa del vescovo denuncia: "Ci sono cinquanta o sessanta persone che vengono ogni giorno: prendono il buono pasto in albergo, forse lo rivendono, e poi vengono qui. Se non gli piace il cibo, lo buttano"



Un episodio grave e molto sgradevole insieme. Un gruppo di profughi ospitati a Reggio Emilia getta regolarmente il cibo che viene offerto loro alla mensa dei poveri allestita in vescovado.
La denuncia arriva niente meno che dalla presidente della mensa, Maria Chiara Visconti Gramoli, in un'intervista al Resto del Carlino. Che racconta come molto spesso a bussare alla mensa del vescovo siano profughi già inseriti nel piano d'accoglienza partito con l'operazione Mare Nostrum. Persone che quindi sono già in possesso di un buono pasto per l'acquisto di cibo.

Ciononostante in molti sono soliti presentarsi alla mensa allestita in episcopio, dove " guardano se il cibo è di loro gradimento o meno. Poi se non gradiscono buttano via tutto". E purtroppo, spiega la Visconti Gramoli, "è accaduto diverse volte", da parte di "cinquanta o sessanta persone". Tanto che ai responsabili della mensa è venuto il dubbio che queste persone possano rivendere il buono pasto.
Si tratterebbe peraltro degli stessi protagonisti del "caso della pasta scotta": i profughi che si erano ribellati perché i maccheroni non erano abbastanza al dente.

"La carità è sorda, muta e cieca - spiega la presidente della mensa - Se c’è un bisogno noi accogliamo tutti. Ma se si viene qui con l’intenzione di fare confusione e buttare via del cibo assolutamente utilizzabile, allora non ci stiamo".

Appello a Pepsi e Coca Cola “Aiutate il San Carlone”

La Stampa
chiara fabrizi

Il costruttore della Statua della Libertà venne ad Arona per studiare il monumento: “America, restituisci il favore”


In una mano il breviario, nell’altra una bottiglia di Coca-Cola: ovviamente di formato gigante, degna di un colosso come il San Carlone. L’idea non arriva da un pubblicitario senza troppi scrupoli e - a rassicurazione di devoti e puristi dell’arte - non sarà di certo praticabile. Anche se risolverebbe, nello spazio di un sorso, un problema pressante: trovare i fondi necessari al restauro della statua-simbolo di Arona.

«A breve bisognerà intervenire sia sulla parte esterna che sull’interno della statua realizzata su progetto di Giovan Battista Crespi e ultimata nel 1698», annuncia Gianluca Erba, responsabile tecnico della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, che è proprietaria della statua e del colle su cui si erge. Dalla fine del ‘600, il volto, il naso pronunciato del santo di casa Borromeo, la mano con cui benedice la sua città natale, Arona, e tutto il Lago Maggiore, sono stati esposti alle intemperie. L’ultimo restauro risale al 1975. Da qui l’appello dell’Ambrosiana: «Chi, dall’altra parte dell’oceano, ha beneficiato del San Carlone, ora ne sponsorizzi il restauro. Che sia la Coca-Cola o la Pepsi non importa».

IL «SANTO» E LA LADY
Perché, anche se non a tutti è noto, la Statua della libertà di New York, simbolo degli States, è in qualche modo «figlia» del colosso di San Carlo. Lo scultore francese Frédéric-Auguste Bartholdi, incaricato nel 1874 di realizzare un monumento che celebrasse l’amicizia tra gli Stati Uniti d’America e la Francia, soggiornò alcuni mesi ad Arona proprio per studiare la struttura del San Carlone. Nella primavera del 1869, di ritorno dall’Egitto, Bartholdi si fermò sul Lago Maggiore per analizzare la tecnica utilizzata dal Crespi per ergere il colosso: un insieme di blocchi di pietra e gabbie di ferro su cui sono fissate le lastre di rame.

Il fatto viene attestato dalle cronache locali e nei pannelli didattici, all’interno del museo su Liberty Island, si dice chiaramente che Lady Liberty è stata costruita sul modello del colosso di Arona. Un debito d’onore che potrebbe essere ripagato sostenendo il restauro. Erba precisa: «Abbiamo già pronto un progetto redatto dal Cnr di Roma, il cui costo complessivo ammonterebbe a 1,5 milioni di euro, esclusi i ponteggi. L’intervento riguarderebbe principalmente la parte esterna in rame battuto, ma si dovrebbe intervenire anche all’interno, in particolare sul reticolo metallico, che, causa infiltrazioni, è soggetto a ruggine».

Il restauro potrebbe divenire «spettacolo» e veicolo di promozione al tempo stesso: «Come accade per il Duomo di Milano. - aggiunge il responsabile tecnico dell’Ambrosiana -. Contribuire alla manutenzione di un monumento conosciuto in tutto il mondo garantisce visibilità e non solo con la pubblicità diretta sulle impalcature. Seguire le operazioni di restauro, posizionare delle webcam, documentare le fasi di lavoro: sarebbero nuove opportunità da sfruttare». 

In attesa che sponsor generosi e in ogni caso compatibili con la figura e il messaggio del santo di casa Borromeo si facciano avanti, l’Ambrosiana continua con i controlli di sicurezza. Dall’analisi dell’interno, effettuata nei mesi scorsi da uno strutturista, non sono emersi problemi: i visitatori possono continuare ad arrampicarsi lungo la scala verticale che conduce fino agli occhi del San Carlone. Una rassicurazione per i tanti turisti - nel 2015 sono stati 50mila - che ogni anno decidono di entrare nella testa del San Carlone e di osservare dall’alto, con il suo sguardo, il lago tutt’intorno. 

Ecco le istruzioni per immigrati: "Così potete fregare gli italiani"

Claudio Cartaldo - Ven, 03/06/2016 - 10:57

Le Ong distribuiscono un manuale "welcome to Italy" dove spiegano agli immigrati come aggirare le nostre leggi sull'immigrazione



Un manuale per immigrati, per fregare gli italiani. È questa la sintesi del tomo di 53 pagini distribuito dalle Ong ai migranti per spiegargli come aggirare tutti i cavilli burocratici e ottenere l'asilo in Italia. Si chiama "welcome to Italy" ed è stato redatto dalla "rete euro-africana", nata nel 2009 e aiuta i volenterosi che aiutano i migranti ad accasarsi in Europa.

Il manuale per immigrati

Nell'introduzione, gli autori spiegano che il manuale è una "guida indirizzata a tutti i migranti che arrivano in Italia". E si parla davvero di tutto. Come spiega Libero, nelle 53 pagine si legge che "in questa guida troverete informzioni indipendenti sui vostri diritti fondamentali qui in Italia". Così sembra detta molto bene, ma non è altro che una guida all'immigrazione clandestina. Si spiega, per esempio, che chiunque può fare richiesta di protezione internazionale. Informzioni "sulle pratiche e la legislazione italiane ed europee". Senza dimenticare, ovviamente, le indicazioni per "muoversi in Italia e chiedere aiuto e si chi contattare nelle varie città italiane". Insomma, c'è tutto.

I ricorsi a spese degli italiani

Ma non basta. Perché per quelli a cui viene respinta la richiesta di asilo, i bravi volontari della Ong spiegano come fare ricorso in Tribunale a spese dei contribuenti. "Se la tua domanda viene rifiutata - si legge - e ricevi un diniego da parte della commssione territoriale, puoi rivolgerti ad un avvocato per fare ricorso in Tribunale. Si può chiedere aiuto allo Stato Italiano chiamato "patrocinio gratuito" cioè la possibilità di fare ricorso contro il diniego senza spese a tuo carico se hai un reddito inferiore a 11mila euro". E, ovviamente, tutti i migranti sono nullatenenti.

Istruzioni per l'invasione

L'ultima chicca di questo manuale è la spiegazione di come farsi raggiungere da altri immigrati. "Se sei in contatto con amici e parenti - si legge ancora - che potrebbero arrivare via mare, comunica loro il numero di telefono dell'Alarm Phone che (...)è un numero di emergenza per sollecitare le operazioni di salvataggio. Gli immigrati chiamano, le Ong rispondono e l'Italia obbedisce: accettare chiunque arrivi. Non solo. Perch quel numero è disponibile anche a rispondere in caso di "pericolo di respingimento".