martedì 7 giugno 2016

Il “miracolo” del Monferrato dentro i gelsi c’è un ciliegio

La Stampa
selma chiosso

I due bialberi nati grazie a semi lasciati dagli uccelli


I due bialberi del Monferrato si trovano a Casorzo (foto) e Villafranca: il primo è stato «adottato» dai vignaioli che producono il Malvasia, il secondo da Legambiente

Sono gli alberi della felicità. Un dono che la natura ha fatto alla terra astigiana. Accade in Monferrato, terra di colline ricamate di vigneti e campi di grano. Sono due esemplari rarissimi di bialberi: non un innesto, proprio una pianta che come in un amplesso dentro sé ne accoglie un’altra. Il più noto si trova a Casorzo, l’altro a Villafranca. Sono gelsi che nel tronco hanno un ciliegio. I due alberi vivono di vita autonoma, ma sono un prodigio naturale, come due anime legate da un solo destino.

Il miracolo, come spiega Marco De Vecchi, agronomo astigiano, si compie adesso. Artefici sono passerotti, cinciallegre, pettirossi, che adorano le ciliegie. Ne mangiano tante ed è capitato che in volo abbiano «rilasciato» i noccioli o qualche seme che hanno trovato nel tronco del gelso una fessura che si è trasformata in fattrice. Le radici si sono invigorite e hanno percorso il tronco. Così il ciliegio è cresciuto, ha sgomitato tra i rami e ora svetta felice, con i suoi frutti rossi.

Il risultato sono due alberi uno sull’altro, abbracciati, che riportano alla mente Amore e Psiche di Canova. Attorno al bialbero di Casorzo, adottato dai vignaioli che producono la Malvasia, si è creato un alone magico. Nelle notti di luna o quando l’aurora cede all’alba, ci si riunisce sotto i suoi rami per festeggiare l’arrivo della primavera o il solstizio d’estate. C’è chi ci gira attorno per augurare fortuna agli innamorati. Poi il pellegrinaggio laico, per propiziare buone annate: si mangia pane e salame e si brinda sotto le fronde.

Il bialbero di Villafranca si pavoneggia sulla collina tra San Rocco e Gavarello. È stato adottato da Legambiente che per il momento lo ha salvato. Si trova infatti su un terreno di proprietà di una società immobiliare che voleva costruirci una quarantina di villette. Per ora nessun pericolo: la pianta fa la star nelle mostre fotografiche organizzate dal circolo ed è oggetto di studio per le scuole. Meraviglie della natura, perché come dice Antoine de Saint-Exupéry «non si può penetrare il mondo in cui viviamo». 

Il D-Day e il cruciverba misterioso

Corriere della sera
6 GIUGNO 2016 | di Paolo Rastelli e Silvia Morosi | @MorosiSilvia @paolo_rastelli 



Il 2 maggio del 1944 il professor Leonard Sydney Dawe cominciò a essere sorvegliato con discrezione dal Mi5, il controspionaggio britannico in quel momento freneticamente impegnato a scoprire e fermare  ogni fuga di notizie sul piano alleato per sbarcare in Normandia, nella Francia occupata dai tedeschi, che sarebbe divenuto realtà poco più di un mese dopo, il 6 giugno. Dawe, un tranquillo insegnante che viveva a Leatherhead, nel Surrey, non sembrava avere nulla della spia.

Ma nel tempo libero il professore era l’autore dei cruciverba che venivano pubblicati sul quotidiamo londinese Daily Telegraph e facevano (letteralmente) impazzire circa 2 milioni di persone. E proprio tra le definizioni e le soluzioni delle parole crociate inventate da Dawe e dal suo amico Jones, erano apparsi con frequenza sospetta termini in qualche modo legati al progetto di invasione, tanto da far sospettare che il cruciverba altro non fosse che un codice per informare i tedeschi di quel che bolliva  in pentola.

Diciamo subito che la storia non è nuovissima, l’aveva già raccontata Cornelius Ryan ne “Il giorno più lungo, pubblicato nel 1959, il primo libro di “cronaca della storia” ad aver avuto un enorme successo di pubblico non specializzato. E, non è forse eccessivo ricordare che il titolo è tratto da una frase del feldmaresciallo Erwin Rommel

… le prime ventiquattr’ore dell’invasione saranno decisive…per gli Alleati, e per la Germania, sarà il giorno più lungo
Ma ci è stata riportata alla memoria dai bellissimi WW2 Tweets from 1944, l’ambizioso progetto che da anni ripercorre in tempo reale (quello che succedeva 72 anni fa viene diffuso come se accadesse  oggi) su Twitter le fasi salienti della Seconda Guerra mondiale e che ha dedicato alla vicenda tre o quattro tweet in questi giorni. E, per chi non la conosce, è proprio una bella storia. Dunque, gli agenti del Mi5 erano stati messi in allarme dallo schema del 2 maggio, che conteneva la definizione:
“Uno degli Stati Uniti”: la risposta era “Utah”, la più occidentale delle 5 spiagge di invasione


Il 22 maggio la definizione del 3 verticale era “pellirosse del Missouri” e la soluzione era “Omaha”, la seconda delle spiagge di invasione americane che il 6 giugno sarebbe passata alla storia come “The Bloody Omaha”, Omaha la sanguinosa, per le grandi perdite subite dai soldati degli Stati Uniti. E poi ancora, in altri schemi, gli spaventatissimi agenti del controspionaggio si imbatterono in “Mulberry” (il nome in codice dei porti artificiali che dovevano essere costruiti al largo delle spiagge normanne), in “Neptune” (che designava l’insieme delle operazioni navali di invasione) e infine, nello schema del 27 maggio, la soluzione all’11 orizzontale era “Overlord”, il nome dell’intera operazione di sbarco. Non solo, ma nei mesi precedenti erano apparse tra le soluzioni anche “Sword”, “Juno” e “Gold”, i nomi delle tre spiagge assegnate a britannnici e canadesi (anche se erano termini assai più comuni nelle parole crociate dell’epoca). Il professore, interrogato il 4 giugno, cadde dal pero: non sapeva proprio spiegare cosa era successo, se non un insieme di fantastiche coincidenze.



Una possibile spiegazione venne avanzata nel 2004 da Val Gilbert, il crossword editor dello stesso Daily Telegraph, che citò una rivelazione fatta allo stesso giornale nel 1984. Ronald French, nel 1944 un 14enne allievo di Dawe, veniva impiegato come altri scolari a riempire gli schemi del professore, convinto che la frequentazione dei cruciverba aprisse la mente dei ragazzi (aveva ragione, secondo noi).French dichiarò al Telegraph che lui aveva sentito quelle parole dai soldati americani acquartierati nelle vicinanze in attesa di partire per la Francia.

In quel momento, a pochi giorni di distanza dall’invasione e con i militari già chiusi nei campi di transito, i nomi in codice erano a conoscenza di molti soldati, i quali ne parlavano apertamente di fronte a un ragazzino che, come gli altri ragazzini inglesi, era affascinato da loro e certo non poteva essere una spia tedesca. French non ricordava di aver inserito nei cruciverba le parole incriminate, ma ricordava che il suo professore le aveva trovate in seguito, a invasione avvenuta, nel suo taccuino, e inorridito, aveva ordinato che il quadernetto venisse bruciato.
Gli agenti del Mi5 credettero alle coincidenze e il professor Dawe uscì dalla vicenda immacolato e libero. E ci piace pensare che il controspionaggio nazista, nelle stesse circostanze, non gli avrebbe creduto: era anche per quello, in fondo, che gli alleati combattevano, perché nessuno venisse condannato senza prove in uno stato di polizia.

Tribunale Milano: «Dopo la malattia Bossi e i suoi mantenuti dalla Lega»

Corriere della sera

Le spese per l’affitto, per il canone della tv a pagamento, per il veterinario, e pure le rate dell’università: coi soldi del Carroccio, che arrivavano dai rimborsi elettorali, ci viveva tutta la famiglia Bossi. Lo rivelano le motivazioni della sentenza

Renzo Bossi (S) e Francesco Belsito in una immagine del 2010 (Ansa)

Non solo Bossi, ma anche sua moglie e i suoi figli, venivano mantenuti dalla Lega dopo l’ictus del fondatore, che lo aveva reso parzialmente inabile. È quanto emerge dalle intercettazioni tra l’ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito e l’ex segretaria di via Bellerio Nadia Dagrada, riportate nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 14 marzo, il giudice dell’ottava sezione penale di Milano, Vincenzina Greco, ha condannato con rito abbreviato Riccardo Bossi, primogenito del `Senatur´, a un anno e otto mesi per appropriazione indebita aggravata.
I rimborsi elettorali per le spese personali
Il processo - il primo arrivato a sentenza dopo lo scoppio dello scandalo sui fondi del partito, emerso nel 2012 - vedeva al centro le presunte spese personali con i soldi nelle casse del Carroccio e, in particolare, con i contributi pubblici derivanti dai rimborsi elettorali. Per il giudice «l’impianto probatorio» a carico di Riccardo Bossi, imputato per spese con i fondi della Lega per circa 158mila euro, «è ponderoso e granitico». E tra gli elementi che hanno portato alla condanna del figlio dell’ex segretario del Carroccio, il magistrato in una quarantina di pagine di motivazioni richiama proprio le intercettazioni tra Belsito e Dagrada, finite agli atti dell’inchiesta milanese coordinata all’epoca dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Paolo Filippini e Roberto Pellicano.
La difesa: «Coinvolto il figlio nel reato del padre»
«L’impressione è che con questa sentenza si sia voluto coinvolgere, a tavolino, il figlio nel reato al massimo commesso dal padre. Il padre - ha chiarito il legale - autorizzò un suo collaboratore a dare quei soldi al figlio, figlio che non sapeva nulla del fatto che quei soldi derivassero, secondo l’ipotesi d’accusa, da finanziamento pubblico», replica il legale di Riccardo Bossi, l’avvocato Francesco Maiello. Il giudice, condannando Riccardo Bossi a un anno e 8 mesi, con la sospensione condizionale della pena e il riconoscimento delle attenuanti generiche, è andato oltre la richiesta di 1 anno del pm Filippini.
I soldi del Carroccio per pay-tv, veterinario e rate
Il figlio di Umberto Bossi era imputato per una serie di spese con soldi pubblici che avrebbe usato, tra il 2009 e il 2011, per pagare «debiti personali», «noleggi auto», le rate dell’università dell’Insubria, l’affitto di casa, il «mantenimento dell’ex moglie», l’abbonamento alla pay-tv, «luce e gas» e anche il «veterinario per il cane». Per il giudice, tra l’altro, Riccardo Bossi nel suo interrogatorio in aula «è incorso in una palese contraddizione»: dopo «aver sostenuto la sua convinzione che le elargizioni di denaro provenissero dai conti correnti del padre» ha «di fatto, ammesso (...) la sua piena consapevolezza che le somme di cui beneficiava erano prelevate dalle casse del Movimento, sostenendo che compensava tali esborsi non percependo gli emolumenti ai quali aveva diritto».
Il vitalizio di 3 mila euro
Non solo: nelle motivazioni, il magistrato richiama alcune dichiarazioni di Belsito, il quale ha raccontato a verbale che il precedente tesoriere «Balocchi e Umberto Bossi stabilirono di dare all’imputato un vitalizio di circa tremila euro, sotto forma di rimborso spese in relazione a un contratto che non è stato registrato». E sempre Belsito «ha precisato che decine di persone percepivano compensi dalla Lega in conformità a tipologie di contratti di tal fatta, pur non rivestendo alcun ruolo e non svolgendo alcuna prestazione». Nessuna «attività concreta in favore della Lega faceva Riccardo Bossi - scrive il giudice - come tanti altri familiari di Umberto, ai quali Belsito era tenuto a versare un rimborso forfettario delle spese».
La cartella «The family»
Belsito, spiega ancora il giudice, «intendeva utilizzare» la ormai famosa cartella chiamata The Family «come arma di ricatto con Umberto Bossi per scongiurare la sue destituzione» da tesoriere. Belsito, Umberto Bossi e l’altro figlio Renzo, detto il Trota, sono anche loro imputati per appropriazione indebita ma con rito ordinario e il processo è ancora in corso a Milano. La parte principale dell’inchiesta che nel 2012 ha travolto il Senatur e la sua famiglia è stata trasferita, invece, tempo fa a Genova dove è in corso il processo per la presunta truffa ai danni dello Stato sui rimborsi elettorali che vede imputati di nuovo Umberto Bossi, Belsito e tre ex revisori del partito.

6 giugno 2016 | 22:23

Parioli Democratico (PD)

La Stampa
massimo gramellini

Vista dall’alto, la mappa elettorale di Roma è un mare grillino in tempesta che circonda una zattera rosé: il centro storico e i Parioli sono gli unici due municipi dell’immensa capitale in cui ha prevalso il Pd. Una foto epocale. Il partito della fu-sinistra che sfonda solo nei quartieri dove vivono i ricchi e i turisti, mentre non trova più le parole per comunicare con la nuova plebe del pubblico impiego e del piccolo cabotaggio, così come a Torino fatica a placare le ansie del ceto medio impoverito. (Va un po’ meglio a Milano, città di commercianti inclini alla moderazione per necessità di mestiere).

Con tutti i suoi immani difetti, il Pd rimane l’unica comunità politica che vanti ancora uno straccio di classe dirigente. Non si può negare che i Fassino e i Giachetti, rispettivamente cresciuti alla grande scuola di Berlinguer e Pannella, siano più preparati e affidabili delle loro rivali a Cinquestelle. Una delle quali, la Raggi, non brilla neppure per simpatia. Ma l’aria che tira è quella del 1789. Il Terzo Stato degli esclusi e dei penalizzati dalla globalizzazione rivolge la propria rabbia contro i detentori del potere e la traduce in disgusto.

Ieri una lettrice mi ha scritto: «Smettetela di intervistare i famosi, non hanno nulla di interessante da dirci. Intervistate i poveri cristi che si arrabattano per arrivare a fine mese». Lo spirito del tempo è questo. Una classe dirigente che non ha più contatti con le periferie dell’esistenza smette di essere élite e diventa aristocrazia. Ciò che la conduce alla distruzione è che non se ne rende nemmeno conto.

Angelino Alfano e il simbolo vincente

La Stampa
mattia feltri

Angelino Alfano è molto soddisfatto per “l’andamento dei moderati”. Geniale infatti l’idea del leader di Ncd: non presentare il simbolo di Ncd. 

Tacito

La Stampa
jena@lastampa.it

Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato Pd.

Buon Paradiso, Gianluca!

Nino Spirlì



Così servono i soldati della Fede, come Te! Ardimentosi, temerari, coraggiosi, ironici. Anche un po’ spacconi, a volte. Simpatici ai Cieli e a chi, in Terra, mantiene saldi gli antichi valori. Sicuri e tenaci nella difesa dell’Identità del proprio Popolo. Nella strenua salvaguardia della Libertà e dell’Indipendenza, ottenute dalla nostra Gente col sangue degli Eroi.

Dl Irpef: nuovo show di Buonanno, in Aula con bolle sapone

Un combattente focoso come un amante, è stato, Gianluca Buonanno, morto tragicamente a 50 anni in un incidente della strada.

Se n’è andato un vero Onorevole Parlamentare europeo; rappresentante di uno spicchio d’Italia che davanti all’Europa non vuole piegare la schiena. Non si inchina e non ingoia come oca all’ingrasso le “imbutate” di menzogne e di minacce che, quotidianamente, vengono partorite da euroburocrati massoni e mafiosi.

Proprio contro di loro e contro i pinocchi del Parlamento italiano, Gianluca Buonanno ha sempre lottato. Ha denunciato leggi ingiuste, ha proposto, anche provocando, provvedimenti al limite. Quelli che i disperati Italiani chiedono, oggi più che mai, ai propri rappresentanti. Quelli che, se non arrivano, “l’Italia è morta!”

La legittima difesa, il blocco dell’immigrazione clandestina, la scelta della legalità, il controllo capillare dell’islam sul Suolo Italiano, la lotta alla moneta unica vero cancro dei Paesi d’Europa, la tirannia massonica dell’UE. Questi, ed altri, i “pallini” di Buonanno. Un Gian Burrasca dal cuore grande, amico sui generis del Suo e nostro Paese.

Da Sindaco di Borgosesia aveva proposto, nel proprio Comune, un incentivo in denaro per chi volesse acquistare un’arma per la difesa personale. I fatti di cronaca non sembrano, ancora oggi, dargli torto. In Italia, ormai, non sono sicuri i negozi, le farmacie, le banche, gli uffici postali, ma nemmeno le case. Né la gente per strada. O al supermercato. Uomini o donne che siano. Armarsi per non morire non mi sembra, poi, una scelta così sbagliata.

Cadiamo, ogni giorno, sotto i colpi mortali di chiunque sia riuscito ad entrare nel nostro Paese, fuggendo, colpevole di chissà quali nefandezze, dal proprio. In meno di vent’anni abbiamo accolto feccia assassina e malavitosa che arriva da ogni cloaca del pianeta. Per saziare la nostra sete di buonismo, a danno della vera bontà, abbiamo steso tappeti rossi a profughi veri e altrettanto veri terroristi travestiti da morti di fame, spie, mafiosi tropicali e slavi. Buonanno lo andava gridando nelle sale del Palazzo: certa stampa lo descriveva come un bieco razzista, ed era, invece, un appassionato difensore di ogni italiano.

Degli interessi, di ogni italiano.
“L’euro vale come la carta igienica”, diceva. E quale torto aveva? Per colpa della malapolitica europea e nazionale, siamo tutti col culo per terra. Il mercato del lavoro è più nero di quello che vendeva, e vende, schiavi senza nome. Le nostre case passano alle banche o a Equitalia con la medesima velocità di una goccia d’olio su uno scivolo di plastica. Il pane è caro quanto la carne e il latte è velenoso quanto il pesce dei mari inquinati dalle scorie industriali. Tutto deciso dai signori di un’Europa che non ha Parlamento, ma logge ben strutturate ed eserciti di investitori voraci come pesci siluro.

L’islam si sta accaparrando la nostra terra, facendo finta di scappare dalle guerre di casa sua. Che, poi, uno si chiede perché, fuggendo, questi presunti profughi non si dirigano verso altri Paesi musulmani, addirittura confinanti col proprio Stato. Che ne so, la Tunisia, il Marocco, l’Egitto, l’Algeria: Paesi non in guerra, che credono nel medesimo dio in cui credono loro e che parlano la stessa lingua, ammazzano gli animali nella medesima maniera, cucinano le pietanze con le stesse droghe, educano i figli con lo stesso rigore, (mal)trattano le donne con la stessa arroganza e violenza… Buonanno denunciava, si indignava, combatteva questa mastodontica bugia. Chiedeva l’uso della forza, dei deterrenti, dei muri. Vogliamo domandare in giro per l’Italia quanti non siano, ancora oggi, d’accordo con lui?
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Era un sanguigno, Gianluca Buonanno. Uno che non te lo mandava a dire. Un uomo senza peli sulla lingua.

Da ieri, l’Italia ha perso un paladino. L’Europa, un critico onesto. Il terrorismo islamico, un vero nemico.

Fra me e me.