mercoledì 8 giugno 2016

7 milioni di italiani usano gli adblocker

La Stampa
andrea signorelli

I software che bloccano le pubblicità online continuano a diffondersi: nel 2016 gli editori perderanno 40 miliardi di dollari a livello globale



Sono ormai oltre 200 milioni gli utenti a livello globale che sui pc hanno installato AdBlock, ABP e le altre estensioni che bloccano la pubblicità online, allo scopo di impedire a banner e pop-up di apparire sullo schermo del computer durante la lettura di un articolo.

La novità più importante del 2016 – riportata nell’incontro con Pierluca Santoro di DataMediaHub e Giacomo Fusina di Human Highway durante la Social Media Week di Milano – è però la crescita inarrestabile degli adblock su smartphone e tablet: secondo i dati di PageFair, nel marzo 2016 gli utenti che bloccavano le pubblicità sui dispositivi mobili erano 408 milioni, in crescita del 90% rispetto all’anno precedente.



Un colpo doppiamente duro per gli editori, che fino a poco fa ritenevano il mobile al riparo da questo tipo di software. La situazione è invece cambiata drasticamente soprattutto dopo la decisione di Apple, nel settembre 2015, di permettere di scaricare e installare adblocker sugli iPhone.

Si calcola che il 21% dei 2 miliardi di smartphone diffusi nel mondo sia dotato di questi software, ma la percentuale è molto più elevata in paesi come India e Cina, dove tanti posseggono solo dispositivi mobili e dove si fa parecchia attenzione al risparmio di banda che gli adblocker consentono, impedendo alle pubblicità di venire caricate.


E in Italia? I dati sul nostro paese sono allarmanti: il report di PageFair del 2015 spiegava come solo il 13% degli utenti di internet nel nostro paese bloccasse le pubblicità, contro il 25% della Germania e il 34% della Polonia. Nel corso del 2016, le cose sono drasticamente cambiate: secondo l’analisi della società Human Highway, oggi sul 23,2% dei pc italiani (circa 7 milioni) è installato un ad-blocker.

Per le testate online, che nella quasi totalità dei casi si mantengono attraverso la pubblicità, si tratta di un problema enorme: la perdita dei ricavi a livello mondiale è passata dai 7,2 miliardi di dollari del 2014 ai 41,4 miliardi di dollari stimati per il 2016. Per gli editori italiani, invece, la perdita ammonta a circa 300 milioni di euro.

È per questa ragione che molti editori cercano rifugio nelle app, che (almeno per il momento) sono al riparo dagli adblocker: chi ha le risorse tende a sviluppare delle app “native”, gli altri ripongono le speranze nelle visualizzazioni ottenute attraverso la app di Facebook.

Altre testate cercano invece di dialogare con gli utenti, spiegando come sia la pubblicità a garantire la sopravvivenza dei siti internet e chiedendo quindi di disabilitare gli adblocker. Per il futuro, c’è probabilmente bisogno di un nuovo patto tra editori e lettori, in cui pubblicità meno fastidiose e meno intrusive consentano agli utenti di poter disinstallare gli adblock senza peggiorare l’esperienza di lettura.

Europei in Francia, Parigi lancia l'applicazione per l'allarme attentati

Corriere della sera

SAIP, per iPhone e Android, invia notifiche su un attacco in corso in base alla geolocalizzazione. Venerdì con Francia-Romania cominciano gli Europei, polemiche per la «fan zone» della Tour Eiffel


PARIGI A pochi giorni dall’inizio degli Europei di calcio, il governo francese lancia un’applicazione per smartphone che renderà più facile comunicare con i cittadini in caso di attentato terroristico. La sera del 13 novembre, quando i terroristi dell’Isis attaccarono lo Stade de France, spararono sui tavolini all’aperto e dentro il Bataclan, molte persone per strada a Parigi cercarono rifugio dentro i portoni, senza sapere che cosa stesse accadendo e quali fossero le zone coinvolte.

SAIP Il sistema si chiama Système d’Alerte e d’Information aux Populations (SAIP) ed è disponibile per iPhone e Android, in francese e in inglese, gratuitamente. In caso di attentato o di un altro evento eccezionale come un incidente nucleare o la rottura di una diga, i cittadini che hanno scaricato l’applicazione, che hanno attivato la geolocalizzazione e che si trovano nella zona interessata, saranno informati entro 15 minuti al massimo.

LE OTTO ZONE Oltre a ricevere informazioni sul luogo in cui ci si trova, si possono registrare fino a otto zone di interesse – per esempio la scuola dei bambini, la città dove risiedono dei parenti o amici, il luogo di lavoro etc.. - e ricevere le notifiche anche su queste.

CHI DECIDE E’ ilprefetto ad avere la responsabilità di inviare una notifica, pensata in modo diverso a seconda del tipo di attacco: silenziosa in caso di presa di ostaggi, per esempio, o con un segnale acustico insistente se l’obiettivo è evacuare una zona oggetto di un attacco chimico. 

I CONSIGLI Dopo l’avviso ,l’applicazione invierà dei consigli sul comportamento migliore da tenere, caso per caso. Ogni comunicazione ricevuta potrà essere facilmente condivisa con altri utenti, l’obiettivo è moltiplicare la capacità del governo di raggiungere la popolazione.

COME FARE Il sistema funziona, ovviamente, se c’è campo. Nel caso in cui si stiano utilizzando altre applicazioni, se si sta parlando al telefono o ascoltando musica, la notifica SAIP avrà la priorità. Il governo spera in questo di ridurre le chiamate al numero di emergenza 17.

LA PRIVACY La società Deveryware che fornisce il servizio di geolocalizzazione assicura che i dati degli utenti non saranno conservati. Né i nomi né i numeri di telefono néi luoghi.

LA MINACCIA L’applicazione viene presentata in questo momento rispettando una promessa del primo ministro Manuel Valls, che mesi fa aveva annunciato il lancio di un servizio di questo tipo entro l’inizio degli Europei. Negli ultimi giorni è cresciuta la tensione per la minaccia di attentati, sottolineata dal Dipartimento di Stato americano e dal Foreign Office britannico nei comunicati ai loro connazionali. Polemiche in particolare per la «fan zone» di Champ de Mars, ai piedi della Tour Eiffel a Parigi. Il prefetto ha chiesto di rinunciare perché non è in grado di garantirne la sicurezza, ma il governo è deciso ad andare avanti.

8 giugno 2016 (modifica il 8 giugno 2016 | 13:06)

Nel nome del padre

La Stampa
niccolò zancan



Christian Jacobs, 5 anni, ricorda il padre Christopher, sergente dei Marines morto nel 2011 durante un’esercitazione.

Memorial Day al cimitero nazionale di Arlington, Virginia, Usa. Foto Epa/ Pete Marovich

Quanto è lontano il Venezuela?

La Stampa



C‘è il petrolio, mancano le medicine, il latte, la carta igienica. Interi quartieri sono al buio per risparmiare sull’energia. Saccheggi per il cibo, barricate delle forze dell’ordine.

Manifestazione contro il presidente Nicolás Maduro. Foto Afp/Ronaldo Schemidt

Le “Rossana” tornano italiane: Nestlé cede le caramelle all’astigiana Fida

La Stampa

L’azienda di Castagnole delle Lanze attualmente detiene una quota pari al 3,5% circa nel mercato delle caramelle famigliari



Nuovo corso per le storiche caramelle nate in Perugina quasi 100 anni fa, tra cui Rossana, brand icona tuttora amato da generazioni di italiani. È stato infatti sottoscritto il contratto preliminare per la cessione da parte del Gruppo Nestlé a Fida del ramo d’azienda relativo alle caramelle a marchio Rossana, Fondenti, Glacia, Fruttallegre, Lemoncella e Spicchi. Nestlé - riferisce un comunicato congiunto - ha scelto infatti la proposta presentata dall’azienda astigiana attiva dal 1973, che opera esclusivamente nel settore delle caramelle e (fra i marchi in portafoglio vi sono Sanagola e Charms). 

Una nuova casa è quindi pronta ad accogliere Rossana e le altre, che verranno prodotte all’interno dello stabilimento di Castagnole delle Lanze. L’azienda metterà i suoi oltre 40 anni di esperienza a garanzia di un futuro per questi prodotti storici, investendo sul loro ulteriore sviluppo. Fida, che attualmente detiene una quota pari al 3,5% circa nel totale mercato delle caramelle familiari, con un fatturato 2015 pari a circa 15 milioni di euro.

Il pallone da calcio che andò in guerra (nelle trincee della Somme)

Corriere della sera

di Antonio Carioti

L’idea del capitano Wilfred «Billie» Nevill: i fanti inglesi, per darsi coraggio, lo calciavano andando all’assalto delle trincee tedesche. Trovato casualmente in una discarica, recuperato da un collezionista francese: il cimelio finirà al Manchester United

 Il collezionista francese Dominique Zanardi che ha trovato il pallone (foto Peter Allen, The Telegraph)
Il collezionista francese Dominique Zanardi che ha trovato il pallone (foto Peter Allen, The Telegraph)

In apparenza è soltanto un pallone di cuoio per giocare a calcio, vecchio di un secolo e in buone condizioni. Ma la storia che c’è dietro si collega a uno degli episodi più romantici della terribile battaglia della Somme, combattuta in Francia nel 1916 durante la Prima guerra mondiale. Quando palloni in tutto e per tutto identici vennero calciati da militari inglesi che andavano all’assalto delle trincee tedesche nella carica passata alla storia come «the football charge». Si può ritenere che sia stato usato anche questo, che si trovava certamente nei dintorni.
Lo zaino timbrato «18° Manchester»
Di certo è un cimelio di eccezionale valore. Tanto che solo adesso, alla vigilia del centenario di quel tragico massacro, il collezionista francese Dominique Zanardi, che lo ha scoperto e salvato nel 1998 in una discarica del villaggio di Coin, nella zona della Somme, pare disposto a separarsene per consentire che torni in Inghilterra, da dove il pallone proviene. Finirà probabilmente alla squadra del Manchester United, già da lungo tempo desiderosa di comprarlo. Interpellato dalla stampa britannica, il cinquantaquattrenne Zanardi racconta di aver recuperato il pallone tra le vecchie cianfrusaglie di cui voleva disfarsi il nipote di un contadino che durante la Grande guerra aveva ospitato soldati inglesi del reggimento di Manchester.

E in effetti si trovava in uno zaino timbrato «18° Manchester», appartenuto evidentemente a un militare del 18° battaglione di quell’unità britannica. Dato che era sgonfio, Zanardi lo scambiò inizialmente per un pallone da rugby, ma poi si accorse dell’errore. E divenne chiaro il nesso con il gesto leggendario del capitano Wilfred «Billie» Nevill, il promotore della «football charge». L’ufficiale apparteneva infatti al reggimento East Surrey, che all’epoca dell’offensiva sulla Somme si trovava proprio a fianco di quello di Manchester.
Calciò verso le trincee tedesche due palloni
La battaglia cominciò il 1° luglio 1916. I francesi si stavano dissanguando a Verdun e il corpo di spedizione britannico attaccò nella zona del fiume Somme, per alleggerire la pressione sugli alleati e aprire un varco nello schieramento nemico. Nevill, uno sportivo provetto, pensò di allentare la tensione e infondere coraggio ai suoi uomini esortandoli a calciare verso le trincee tedesche due palloni (alcune fonti dicono quattro) che aveva comprato durante una licenza a Londra.

Fu lui a tirare per primo una sfera di cuoio nella terra di nessuno, tra lo stupore dei difensori che si preparavano a falciare gli inglesi con le mitragliatrici. Fu una carneficina e lo stesso Nevill, che non aveva ancora compiuto 22 anni, cadde ucciso. Ma la sua unità raggiunse l’obiettivo, mentre le truppe britanniche nel primo giorno di offensiva subivano perdite spaventose: oltre 57 mila uomini fuori combattimento, di cui quasi 20 mila morti. Nei mesi successivi sulla Somme si consumò un’inutile ecatombe.
Quel pallone celebrato in versi
Il gesto di Nevill colpì l’immaginario collettivo, venne celebrato anche in versi. E i due palloni furono recuperati e collocati in altrettanti musei militari: uno al castello di Dover e l’altro nei pressi di Guildford. Quest’ultimo pallone è andato distrutto lo scorso anno in un incendio, circostanza che accresce il valore dei quello del reggimento di Manchester, uguale agli altri due. Zanardi, che gestisce il ristorante-museo «Le Tommy» a Pozières, dove si combatté nella Grande guerra, ricevette un’offerta di acquisto del cimelio da parte del Manchester United poco dopo la sua scoperta, ma rifiutò.

Adesso si mostra invece disponibile: «Non vivrò in eterno — dichiara — e mi piace pensare che il pallone sarà conservato con cura e tenuto al sicuro per le prossime generazioni. Perché non a Manchester?». Il problema sarà fissare il corrispettivo. Il pallone della finale con cui l’Inghilterra vinse a Wembley il suo unico Mondiale, battendo la Germania Ovest nel 1966, è stato pagato 70 mila sterline. Zanardi non azzarda cifre, ma sottolinea che si tratta di un reperto unico, di grande importanza storica. «Non ha prezzo», conclude.

7 giugno 2016 (modifica il 7 giugno 2016 | 22:28)

Truffa telefonica: se rispondi ti rubano i soldi. Non rispondete a questo numero

Libero

truffa telefonica

02 80 88 6927. Se ricevete una chiamata da questo numero, non rispondete. È una truffa. Da qualche settimana migliaia di utenti italiani stanno ricevendo numerose chiamate da questo numero. Rispondendo non si riceve alcuna risposta dal mittente ma ci si ritrova scalati i soldi dalla propria scheda telefonica. La truffa telefonica è stata segnalata su numerosi portali web e gruppi Facebook.

Moltissimi gli utenti che si sono visti contattare da questo numero, anche più volte al giorno,
insistentemente, di notte e festivi compresi, nella speranza di ottenere una risposta: tanto basta per scattare la trappola e scalare i soldi dalla scheda telefonica dell’ignaro utente. In molti, vista l'insistenza nella chiamata, hanno risposto credendo si trattasse di qualcosa di urgente e sono caduti nella trappola.

La circolare choc dell'Asl: "Dimettere i pazienti per far posto a migranti"

Gabriele Bertocchi - Mar, 07/06/2016 - 14:02

Una circolare urgente e riservata del direttore del presidio di Cagliari chede ai medici le dimissioni dei pazienti per far posto all'arrivo di migranti


Una documento ufficiale ma riservato che ha creato un vero scandalo in Sardegna

La circolare è firmata in calce dal Direttore del Presidio ospedaliero di Sassari e chiede ai medici della struttura sarda di dimettere i pazienti per far posto a migranti che sbarcheranno a Porto Torres.

La circolare per l'arrivo dei migranti

La foto del documento, inoltrato dal Direttore dell'Asl di Sassari ai dipendenti ("personale, medico e infermieristico"), è stata pubblicata dal deputato di Unidos Mauro Pili denunciando la trasmissione ai reparti ospedalieri di tale circolare e annunciando un’urgente interrogazione al ministro competente, come riportato da ImolaOggi. Il protocollo è urgente e reca come oggeto "sbarco migranti a Porto Torres". Una circolare che si fa beffa dei cittadini e degli italiani. Nello scatto pubblicato da deputato si legge chiaramente:

"Lo sbarco è previsto per stasera alle ore 20.00. Ci è stato comunicato - scrive il direttore Bruno Contu - che dovrebbero essere presenti indicativamente: 198 uomini, 126 donne e 68 bambini". Dettagli chiari e precisi tanto quanto la richiesta che segue poco dopo le precisazioni dello sbarco. "Al momento attuale, non siamo a conoscenze delle reali condizioni di salute ma è probabile che vi sia la necessità di assicurare loro cure ospedaliere".

Fino a questo momento sembra una comunciazione d'allerta per preparare i medici e gli infermieri e un carico di lavoro molto pesante. E invece arriva l'ordine: "Si chiede ai Sigg. Direttori delle Unità Operative di ricovero di voler accelerare le procedure di dimissone, per quanto possibile, provvedendo, nel caso non si potesse in mattinata, a dimettere anche nel tardo pomeriggio". Insomma, spazio agli immigrati e a casa gli italiani.

Fascisti su Marte

La Stampa
mattia feltri

A Roma, Francesco Storace, appoggiato da Gianfranco Fini e Gianni Alemanno, ha preso 7 mila e 434 voti, pari allo 0.63 per cento. A cercar la brutta morte.

Meno

La Stampa

jena@lastampa.it
La regola dei ballottaggi è che bisogna votare il meno peggio, il problema è capire chi sia.

Che aMahrez

La Stampa
massimo gramellini

Consapevole che esistono problemi più seri, in queste ore penso spesso ai bambini di Leicester a cui la vita ha ammazzato il primo sogno. A quell’età le favole si ascoltano. Loro ne hanno già vissuta una, incubo compreso. Avevano appena finito di appendere alle pareti i poster di Vardy e Mahrez, i cavalieri che fecero l’impresa di conquistare la vittoria più improbabile del mondo. Sennonché i cavalieri si sono rivelati dei comuni mercenari e hanno tradito i bambini che avevano creduto in loro per andare a divertire quelli di squadre più titolate. I quali, abituati al benessere, li ameranno molto meno.

Mi rifiuto di comprendere le ragioni per cui un calciatore che si trova scaraventato dentro un’epopea decida di sottrarsene brutalmente per un pugno di sterline. Quanto potrà mai dare l’Arsenal al funambolico algerino Mahrez e al bomber Vardy, uno che ancora ieri giocava con il braccialetto elettronico dei prigionieri in libertà vigilata e adesso si ritrova eternato a Leicester nel nome di una strada? Ammettiamo pure il doppio.

Significa che invece di tre ville con piscina potranno comprarsene sei. Ma cosa se ne fa un essere umano di sei ville, quando nemmeno un castello potrebbe regalargli l’emozione di entrare in campo con la maglia del Leicester nella prima partita di Champions, specchiandosi nello sguardo rapito dei suoi piccoli tifosi? Giocare quella partita con la maglia dell’Arsenal non sarà mai la stessa cosa. 
Se avessi accanto uno dei bambini che adesso piangono e li rimpiangono, gli direi quello che tanti anni fa qualcuno disse a me: non chiedere perdono ai tuoi sogni. Ma d’ora in avanti non delegarli più. 

Oltre 4 milioni di euro per la targa numero 1: la follia dell’imprenditore saudita

La Stampa
andrea barsanti (nexta)

Arif Ahmad al-Zarouni ha sborsato 18 milioni di dirham per mettere le mani sulla sua targa preferita. Ma non è stato l’unico



Immaginate di essere un appassionato di motori che ha a disposizione parecchi milioni di euro da spendere: con così tanti soldi, la scelta potrebbe ricadere su alcuni tra i più desiderati bolidi in circolazione, dalla Lamborghini Veneno Roadster (prezzo fissato a circa 3,3 milioni di euro) alla Bugatti Veyron 16.4 Grand Sport Vitesse, venduta a poco meno di 2 milioni. Arif Ahmad al-Zarouni, imprenditore saudita, ha invece deciso di investirli in un altro modo: ha speso 4,3 milioni... per una targa.

Certo, non una targa comune, ma quella che riporta il numero 1, pezzo particolarmente ambito dai collezionisti, messo in vendita durante un’asta organizzata nell’emirato di Sharja: stando a quanto riportato da Gulf News , Al-Zarouni era talmente deciso ad aggiudicarsi l’ambito numero che sin dall’inizio dell’asta si era detto deciso a offrire un assegno in bianco, che ha finito per compilare con un importo 18 volte superiore al prezzo di partenza, fissato a 1 milione di dirham (circa 400 mila euro).

“Ho partecipato all’asta solo per vincere la numero 1. Il mio scopo è sempre stato essere il numero 1, non mi interessano gli altri numeri”, ha spiegato serafico il businessman saudita dopo avere finalmente messo le mani sulla targa, installata sulla sua auto personale. Che fra l’altro, dalle foto che circolano in Rete ha tutta l’aria di essere una Pagani Huayra, il cui listino parte da quasi 2,5 milioni. Insomma, fra targa e auto, quando si sposta Al-Zarouni “muove” circa 6 milioni di euro.

Cifre da capogiro, insomma, anche se gli oltre 4 milioni sborsati da Al-Zarouni per la sua targa non sono il record: il primato per il prezzo più alto va a un altro imprenditore saudita, Saeed al-Khouri, che nel 2008, ad appena 25 anni, pagò quasi 12,5 milioni di euro per la targa numero 1 in un’asta organizzata ad Abu Dhabi.

Che negli Emirati Arabi le targhe personalizzate abbiano un fascino irresistibile, d’altronde, è dimostrato anche dalla quantità di persone che hanno partecipato all’asta organizzata nel weekend alla Jawaher Hall: in totale sono state 1.340 le offerte presentate per le 60 targhe vendute, che hanno totalizzato la cifra record di 50 milioni di dirham. Tra quelle più combattute, i numeri 12 e 22 (aggiudicate con poco meno di 480mila euro), il numero 50 (450mila) e i numeri 100 e 333, che insieme sono valse poco più di 700mila euro.

Senegalese vende Rolex falsi. Il giudice lo assolve: "Colpa di chi si fa truffare"

Anna Rossi - Mar, 07/06/2016 - 16:31

Un senegalese ha derubato centinaia di persone spacciando i suoi orologi come originali. Il giudice, però, lo assolve e accusa i truffati



Senegalese vende in spiaggia finti Rolex per poche decine di euro, ma il giudice lo assolve: "La contraffazione era evidente".

Anche questa volta l'ambulante l'ha passata liscia. Sei anni fa, sulle spiagge di Jesolo un senegalese si divertiva a vendere Rolex e altri orologi di marca contraffatti. Dopo essere stato scoperto, però, non è arrivato il "castigo" che quelli truffati avevano sperato. "Il fatto non sussiste" - ha concluso il giudice di Venezia, Fabio Moretti. Per questo motivo, Diam Alioune è stato assolto dall'accusa di ricettazione e contraffazione di marchi.

Come scrive La Nuova di Venezia e Mestre, il pubblico ministero lo aveva condannato a otto mesi di reclusione, ma Moretti ribalta tutto: "La colpa non è del senegalese, ma di chi si è fatto truffare con facilità". Così è stato deciso e così il senegalese l'ha scampata. Ieri, in tribunale sono stati sentiti alcuni venditori esperti di orologi e hanno confermato che "la contraffazione era poprio grossolana ed era impossibile non accorgersene".

L’udienza del giudice Moretti ha mostrato la scarsa efficacia dello strumento penale per combattere un mercato del falso che continua a prosperare. C'è anche da sottolineare che i tempi della giustizia sono lunghissimi: sono passati sei anni dal fatto e del senegalese non si hanno più tracce. E se fosse stato giudicato colpevole? Come avrebbero potuto rintracciarlo?

Intanto sul web è scatta la polemica. C'è chi protesta perché non si sente rappresentato dalla giustizia e c'è anche chi va giù molto più pesante e scrive: "Ma se fosse stato un italiano? Il giudice cosa avrebbe fatto? Sicuramente l'avrebbe messo in carcere. Scontato".

Roma, elettori ripresi da telecamera durante la votazione nel seggio

Gabriele Bertocchi - Mar, 07/06/2016 - 17:22

Un ex scrutatore ha spiato i suoi concittadini mentre votavano in cabina elettorale. La votazione non è stata quindi segreta



Il voto è segreto ma non a Roma. Vi starete chiedendo come mai. Tutta colpa di una falla nell'organizzazione del seggio elettorale di Centocelle. Più precisamente in quello ospitato dalle mura della scuola Ambrosoli. La votazione è stata spiata per intero.

Le riprese con le telecamera

Le elezioni della Capitale hanno visto come grande protagonista la candidta sindaco Virginia Raggi che ha raccolto il 35,4 per cento delle preferenze. Tra poco più di 10 giorni, il 19 giugno affronterà al ballotaggio Roberto Giachetti del Partito Democratico, secondo con il 24,8 per cento dei voti. Ma i due politici non sono stati i soli protagonisti.

Infatti, un ex scrutatore si è reso protagonista di una vicenda al quanto particolare: durante il voto dei concittadini ha spiato dal balcone di casa le preferenze degli aventi diritto. Gli è bastata una macchina fotografica e un telecamera. Un evento che rivela una falla nel sistema elettorale: com'è possibile che nessuno abbia pensato che posizionando le cabine elettorali accanto a una finestra qualcuno potesse violare il segreto del voto.

Nelle immagini (Clicca qui per la gallery) e nel video (Premi qui per vedere la ripresa), riportati da Il Messaggero, se si porge l'adeguata attenzione, si possono vedere le scelte degli sfortunati elettori spiati durante la votazione. L'uomo si sarebbe posizionato sul balcone di casa, di fronte al palazzo dove si svolgeva il seggio. Da lì ha potuto riprendere con foto e video tutto quello che accadeva nella cabine elettorale.

Bagni per trans a New York

Daniele Bellocchio - Mar, 07/06/2016 - 17:44

Una campagna pubblicitaria nella Grande Mele invita i cittadini a usare le toilettes in base all'identità di genere e non al sesso di nascita.



''Utilizzate i bagni che corrispondono a ciò che voi siete, andate al di là del blue e del rosa''.
E' questa la nuova campagna che sta troneggiando nella Grande Mela. Da lunedì a New York è comparso questo slogan. Lo si legge nei giornali gratuiti, sulle metro, nelle cabine telefoniche, sui cartelloni pubblicitari. E non è difficile capire il significato. Il blue e il rosa sono infatti i colori che per eccellenza indicano il mondo maschile e quello femminile, in questo caso rappresentano invece i servizi igenici maschili e femminili. La campagna lanciata a New York è un invito infatti a utilizzare le toilettes non in base al sesso di nascita ma all'identità di genere.

Che significa? In concreto vuol dire che se una persona transgender è nata ragazzo ma si sente donna, ha diritto ad andare nei bagni femminili e lo stesso discorso vale anche al contrario. A esprimersi in merito a questa campagna è stato lo stesso primo cittadino di New York Bill de Blasio che ha spiegato: '' Nessuno deve vedersi rifiutato l'acceso a una toilette o essere discriminato per la persona che è. Ogni newyorkese ha diritto d'accedere ai servizi corrispondenti alla sua identità di genere, senza che lo si interroghi su chi lui sia. E queste pubblicità ricordano questo diritto''. La campagna informativa vedrà anche il lancio di un video che sarà diffuso sui social network sulla catena municipale NYC TV.

Non è la prima volta che negli States si affronta la questione dei bagni in base all'identità di genere e non al sesso di nascita. Già a maggio il Presidente Obama aveva proposto di introdurre questa novità nelle scuole, ma ferma era stata l'opposizione di 11 Stati a guida repubblicana.

L’Olimpo nero segregazionista del dio Cassius Alì

Giuseppe Mele

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La notizia della sua scomparsa, d’un tratto, ha resettato i format cancellandone la politica di oggi, piccola e meschina, il nostro semestre elettorale e quello americano, comunali e primarie.

Era un grande, lo scomparso Mohammad Alì. E’ un grande, Cassius Marcellus jr. Clay, che ha abbandonato la terra per boxare più in alto. In ginocchio, i media cercano di far coesistere il gigante bello del Kentucky con il resto del panorama insignificante, ricorrendo alla caciara di storia e aneddoti, cronaca e valori.

E’ impossibile però. Quella di Cassius, è una storia mai vista, Un boxeur bello, ballerino, elegante; mix della versione maschile di Noemi Campbell e Josephine Baker. Una cosa impossibile sulla terra.

Non si creda ai racconti edulcorati sui neri presidenti, corridori, maggiordomi, cowboys e soldati. Nel passato preJackson, i neri non erano i bianchi di colore made in Usa cui siamo abituati. Non erano belli, né eleganti, né protagonisti. C’era solo Cassius, l’eccezione.

Nessun pugilatore peso massimo, tantomeno nero, era così, un angelo tra gli animali; un retore, un comiziante, un rapper fuori e dentro il ring. Non si era mai visto un angelo pestare a sangue  le bestie bianche e nere; nè sentire un angelo distruggere  con le parole il circo mediatico indifeso davanti a “la bocca”.

Non si era ancora visto un dio viziato e narcisista, vincere le Olimpiadi tra le statue dei colleghi latini; poi il mondiale per buttare tutto alle ortiche solo per sfidare il sistema Usa ed il suo simbolo, la guerra del Vietnam. Non fu l’unico contestatore negli anni ‘60 né dello sport né dello show business; nemmeno l’unico a cambiare nome, nell’aderire alla Nation of Islam di Malcom X,  divenendo Mohammad Alì.

Cassius fu però il simbolo migliore della bellezza e della vittoria di una causa profondamente secessionista e discriminante, protoleghista che rivendicava (e rivendica) l’indipendenza di uno Stato nordamericano solo di nere e neri, diviso fisicamente dall’Usa dei melting pot. Fu il simbolo della crociata dell’Islam e del mito dell’Africa che mai rinnegò, nemmeno di fronte alla realtà.

Buttò letteralmente a fiume le medaglie e gliele restituirono; si fece assolvere dagli stessi tribunali che l’avevano condannato; giocò con i primati facendoseli togliere per riprenderseli quando non era più giovane e ancora di nuovo quand’era sportivamente vecchio.

Incontrò, da amico, tutti i nemici degli Usa. Unico boxeur dal naso piccolo, dritto e grazioso per tutta la vita prese per il naso gli uomini della nazione più favorita. Ammirata e intimorita, l’America lo applaudì.

Dio anticapitalista, eppure ricco di $60 milioni, mai visti da tutti i boxeur privi dei suoi discorsi rap antelitteram; islamico e sufista, molto prima delle primavere arabosiriane, era un miracolo vivente, un dio nero contrario ai bianchi, agli zii Tom ed agli Obama.

Cassius non ci ha  lasciati migliori. Queste cose agli dei non interessano. Ci ha lasciati perché non ci voleva più ed a milioni, increduli della sua morte, si chiedono quale e dove sia l’Olimpo dove si è diretto.

Nero e segregazionista, ovviamente, white off limits.

Le donne ebree degli Anni Trenta

La Stampa
ariela piattelli

Le storie di Antonietta Raphael e Margherita Sarfatti, divise da appartenenze politiche opposte, ma unite dall’estrazione famigliare e dai percorsi di formazione


Margherita Sarfatti

Una era “la donna con il violino”, l’altra “la regina dell’arte”. Antonietta Raphael e Margherita Sarfatti, due donne ebree degli anni ’30. Due storie che hanno attraversato gli anni del Fascismo, l’arte italiana, divise da appartenenze politiche opposte, ma unite dall’estrazione famigliare e dai percorsi di formazione. La Raphael era nata in un piccolo villaggio in Lituania, e visse a Roma dove contribuì con il compagno nell’arte e nella vita Mario Mafai, a fondare la Scuola Romana. La Sarfatti veniva da Venezia, dove si formò avvolta dall’ambiente e dall’élite intellettuale, prima dell’incontro con Mussolini e della sua adesione al Fascismo. Entrambe ebbero un ruolo di primo piano nella vita culturale italiana, e dovettero poi fuggire e nascondersi con la promulgazione delle leggi razziali del ’38.

Dialogo a quattro voci
Di Raphael e Sarfatti hanno parlato ieri alla Temple University, per il convegno “Le donne ebree e gli anni ’30 a Roma”, la storica e studiosa Anna Foa, che ha scritto numerosi libri sulla storia degli ebrei d’Italia, la critica d’arte Rachele Ferrario (autrice della biografia Margherita Sarfatti. La regina dell’arte nell’Italia fascista), la nota costumista del cinema e del teatro Giulia Mafai, figlia di Antonietta Raphael e Mario Mafai, e Magalì Sarfatti Larson, sociologa e nipote di Margherita Sarfatti. Un dialogo a quattro voci per ricomporre il ritratto di un’epoca in cui le donne iniziavano ad avere un ruolo di primo piano anche nel mondo culturale.

La storia
“Margherita Sarfatti è conosciuta per essere stata l’amante di Mussolini, ma è stata protagonista della cultura e dell’arte nel periodo del Fascismo- ha spiegato la Ferrario-. Lei veniva dall’Avanguardia, mentre Antonietta (insieme a Mario Mafai) fondò la Scuola Romana. Erano lontane politicamente, ma condividevano una formazione simile: parlavano le lingue, provenivano da famiglie ebraiche religiose e posticiparono la loro data di nascita per sembrare più giovani…” Le donne durante quel periodo non avevano influenza nel mondo culturale, e la generazione di Antonietta e Margherita è quella che si emancipa, ha spiegato la storica Anna Foa.

“Questo è il punto di partenza dell’emancipazione femminile dal punto di vista culturale e non solo sociale -ha sottolineato Giulia Mafai, che ha raccontato la storia di sua madre nel libro La donna con il violino-. Fino alla seconda guerra mondiale una donna che lavorava lo faceva perché ne aveva bisogno, e non per scelta. La cosa curiosa è che molte che chiesero di partecipare alla vita culturale erano donne ebree, le quali erano doppiamente escluse.”

Memorie di famiglia
“Mia madre mi diceva “se non studi ti sposi”- ricorda Giulia Mafai-. Usava il matrimonio come una minaccia. E questo la dice lunga sul suo pensiero”. E Antonietta ebbe le tre figlie da Mario Mafai senza sposarsi. Si sposò soltanto per diventare italiana. “Margherita Sarfatti era mia nonna, era fascista ed è stata l’amante di Mussolini -dice la sociologa Magalì Sarfatti Larson-. Ha cambiato la sua vita perché era ebrea (dopo l’alleanza di Mussolini con Hitler e la promulgazione delle leggi razziali, fuggì in Uruguay), anche se si convertì. Io ho scelto la sociologia perché ero socialista e ogni tanto la nonna mi diceva “ho già sbagliato io…”. A casa non si parlava mai di Mussolini. Lei lo fece solo una volta, poi mio padre durante l’ultima estate della sua vita.” 

Grande guerra, una storia tutta viterbese: cento anni fa l'impresa degli uomini guidati dal maggiore Scappucci

Il Messaggero
di Massimo Chiaravalli



La Grande guerra? «Una storia su tutte, proprio in questi giorni, merita attenzione». Perché riguarda un viterbese e accadeva esattamente un secolo fa, sul monte Cengio, in Veneto. Il protagonista è il maggiore Cesare Scappucci.



A raccontarla è il consigliere comunale Luigi Maria Buzzi. «Molte sono le vie e piazze di Viterbo - dice l'esponente di FdI-An - i cui nomi riportano la memoria a fatti e luoghi della prima guerra mondiale. Via Monte Cengio è dedicata proprio ai fatti gloriosi che in quel lontano luogo videro i Granatieri di Sardegna combattere fino all'estremo sacrificio contro gli invasori austriaci.



E ha visto protagonista un viterbese». Era il 3 giugno 1916 quando furono attaccate le posizioni del Cengio. I Granatieri, in inferiorità e senza munizioni, usarono i fucili come mazze. Ci furono dei corpo a corpo furiosi, alcuni caddero avvinghiati al nemico in un dirupo, sul fondo di Val d'Astico, da allora chiamato "Salto del Granatiere".

I fatti sono narrati in "Storia dei Granatieri di Sardegna", a cura di Enzo Cataldi, ufficiale Granatieri: «Quando, dopo un altro scontro sostenuto sull'estrema destra dello schieramento, particolarmente dai battaglioni al comando dei maggiori Rossi e del viterbese Cesare Scappucci, la Brigata rientrò a Marostica - si legge - dei 6 mila uomini restavano superstiti soltanto 1.300. Venne scritto che il valore dei Granatieri era stato, in tutte le battaglie dell'Altopiano, leggendario».

Per gli atti eroici compiuti ai due maggiori fu assegnata la medaglia d'argento al valor militare. «Scappucci - conclude Buzzi - successivamente è diventato generale aiutante di campo del Re. Un viterbese, come tanti altri, che cento anni fa si è impegnato con onore per scrivere questa importante pagina della nostra storia».