giovedì 9 giugno 2016

Gomorra ha messo le mani anche sui sacchetti di plastica

La Stampa
silvia toscano

La denuncia di Legambiente: metà di quelli in circolazione sono illegali, gestiti dalle ecomafie. Parola di Fortunato Cerlino, il Don Pietro Savastano di “Gomorra”



La nuova frontiera delle ecomafie è il falso sacchetto di plastica riciclata. Si valuta che circa la metà degli shopper in circolazione siano illegali, un volume pari a circa 40mila tonnellate di plastica, con una perdita per la filiera che produce veri sacchetti bio che si valuta in 160 milioni di euro (di cui 30 solo per evasione fiscale). Altri 50 milioni di euro finiscono invece a carico della comunità, in termini di costi aggiuntivi per lo smaltimento di rifiuti. 

Quella dei bio shopper taroccati è una delle nuove e meno conosciute voci in attivo della criminalità organizzata, che è arrivata a uccidere due persone colpevoli di «essersi mezze in mezzo» per tentare di impedire questo traffico. Ed è anche uno dei settori delle ecomafie dove la risposta dei cittadini può fare la differenza. Per questo, Legambiente lancia oggi la campagna #UnSaccoGiusto: testimonial d’eccezione l’attore Fortunato Cerlino, il superboss Pietro Savastano della serie tv Gomorra, che ha prestato la sua immagine per un corto di denuncia su questo nuovo business della criminalità organizzata.

E proprio sulla possibilità dei cittadini di essere parte attiva nell’azione contro il bio shopper taroccato si concentra il corto presentato oggi alla Casa del Cinema a Roma da Legambiente assieme allo stesso Cerlino. La sfida che viene lanciata dal video è quella all’attenzione: accorgersi di cosa è fatto il sacchetto della spesa è possibile, basta volerlo, e il corto dimostra in maniera creativa quante cose possono sfuggire alla nostra vigilanza.

Assieme all’attore, Rossella Muroni, presidente di Legambiente; Francesco Ferrante, il senatore che nella scorsa legislatura ha elaborato la legge sui bio shopper; Massimo Noviello e Gennaro del Prete, della CoopVentuno, due giovani accomunati dalla morte dei rispettivi padri, uccisi dalla camorra proprio per essersi opposti la racket, che hanno fondato una piccola start up che produce prodotti compostabili e promuove la legalità in questo settore a Castel Volturno.

“La legge italiana sulle buste di plastiche è innovativa e straordinaria ed è diventata esempio in Europa”, ha spiegato Muroni. “Proprio perché incide su un comparto produttivo molto importante è diventata terreno d’azione delle ecomafie che inquinano il mercato legale e impongono i loro prodotti soprattutto negli esercizi commerciali al dettaglio o nei mercati rionali. Del resto produrre fuori legge costa la metà: un chilogrammo di bioplastica costa circa 4 euro, mentre un chilogrammo di materiale in polietilene ne costa due.

Sul mercato però vengono venduti allo stesso prezzo, rendendo alla filiera illegale grandi guadagni. Proprio ieri il Ministro Galletti insieme alla Guardia di Finanza ha denunciato alcuni sequestri nel sud d’Italia, dimostrando che l’azione di contrasto delle Forze dell’Ordine è la strada maestra per fermare questi odiosi crimini che bloccano il futuro del nostro paese”.

“Le morti tragiche dei nostri padri non sono state vane perché il loro coraggio e la voglia di una società civile fondata sulla legalità e sul lavoro onesto continuano oggi a vivere nella cooperativa sociale che abbiamo fondato”, spiegano Massimo Noviello e Gennaro del Prete. “Liberare il mercato dagli shopper illegali significa aprirlo a una parte dei produttori di bioplastiche compostabili, che oggi non possono vendere, con un aumento degli investimenti nel settore che garantirebbero una prospettiva diversa a chi produce i sacchetti legalmente”. 

Il cortometraggio “Un Sacco giusto” da oggi e per tutto il mese di giugno sarà diffuso sul web, sui canali Sky grazie al patrocinio di Sky per il sociale e in oltre 250 sale cinematografiche in tutta Italia grazie alla collaborazione di Movie Media. I cittadini poranno segnalare le illegalità e gli esercizi dove vengono usati shopper taroccati sul sito www.legambiente.it/unsaccogiusto.

Bobridge, l’uomo che ha “vinto” il Giro d’Italia arrivando ultimo

La Stampa
alberto abburrà

Campione su pista, si è cimentato in strada dimostrando che la volontà può fare miracoli. Ha chiuso 156° a 5 ore, 8 minuti e 51’’ da Nibali. E adesso sogna un oro ai Giochi



Chiamarlo semplicemente maglia nera è riduttivo, oltre che ingiusto. La storia di Jack Bobridge, l’ultimo classificato al Giro d’Italia, è prima di tutto una lezione di sport e tenacia. Il cronometro parla chiaro (5 ore, 8 minuti e 51 secondi di ritardo da Nibali), ma non dice tutto. Per esempio non racconta le sue lotte quotidiane per rientrare nel tempo limite, né la strana sensazione di essere chiamato per primo alle firme (in partenza) sapendo di essere destinato ad arrivare con gli ultimi (all’arrivo).

Dal cronometro non emerge che Jack è un corridore nato, cresciuto e maturato in pista, né traspare la sua battaglia contro l’artrite reumatoide (che lo ha colpito nonostante i soli 26 anni). Insomma, il cronometro non rende giustizia a quell’insieme di forza, coraggio e sofferenza che è stato, a quell’amore disinteressato per uno sport che in fondo è una grande e continua fatica. Bobridge non è proprio un corridore qualunque. In carriera ha vinto molto: un argento olimpico (a Londra 2012), 3 ori, 4 argenti e un bronzo mondiali, tutti nelle discipline al chiuso (inseguimento individuale e a squadre). Di certo non era arrivato al Giro in cerca di notorietà e successo.

Ma forse per lui sarebbe stato più semplice, a un certo punto, alzare bandiera bianca e smettere di soffrire come hanno fatto alcuni di quei 42 corridori che si sono ritirati durante le tre settimane, senza necessariamente star male. Di occasioni ce ne sono state tante. Come quando durante la quinta frazione Praia a Mare–Benevento si è dovuto rialzare da una brutta caduta (video). O quando durante la 16ª tappa, la più faticosa per lui, è arrivato al traguardo sfinito con 17 minuti e 57’’ di ritardo dal vincitore (Valverde), a soli 3’’ dal tempo limite che lo avrebbe estromesso dalla corsa. E invece ha continuato a pedalare: «E’ stata soprattutto una sfida di resistenza - raccontava alla vigilia dell’ultima tappa -.

Negli ultimi giorni con le prove in montagna abbiamo modificato l’impostazione della pedalata per trovare una posizione più comoda».Dopo tre settimane di fatica, c’erano ancora le Alpi da affrontare. «Sapevamo sarebbe stato difficile, ma ci abbiamo provato. Fino alla fine non potevamo essere sicuri di riuscirci». Invece non solo ce l’ha fatta a completare gli oltre 30 mila chilometri, ma l’ultimo giorno ha lavorato in prima persona per organizzare la volata al compagno Nizzolo (vincitore, ma poi squalificato).

Adesso punta dritto a Rio dove parte tra i favoriti per una medaglia su pista. Il Giro per lui è stato soprattutto una palestra in vista dell’impegno olimpico. «Se so di aver dato il meglio di me stesso, posso tornare a casa soddisfatto» ha continuato a ripetere confermando il concetto un po’ antico che si può “vincere” il Giro anche arrivando ultimi. 

Quest’anno il sorpasso: nel mondo attivi più smartphone che cellulari

La Stampa
andrea nepori

E nel 2018 il boom dell’Internet of Things: gli oggetti connessi alle reti mobili supereranno i telefoni. Ecco il futuro della rete secondo il Mobility Report 2016 Ericsson



Crescita del traffico mobile e delle sottoscrizioni di nuove SIM, reti più veloci, boom dell’Internet of Things. È il quadro che emerge dall’edizione 2016 del Mobility Report di Ericsson, lo studio che delinea lo stato dell’arte delle reti mobili nel mondo e offre previsioni dettagliate sul futuro del settore da qui al 2021.



INTERNET OF THINGS
Il dato che emerge con più forza dalle statistiche dell’azienda svedese è certamente quello sulla crescita dei dispositivi IoT, favorita dalla disponibilità di connessioni mobili sempre più veloci e affidabili. Ericsson stima una crescita del 23% su base annua e ritiene che nel 2021 i dispositivi intelligenti connessi supereranno i 16 miliardi di unità, mentre smartphone e cellulari di vecchia generazione saranno 12 miliardi, per un totale di 28 miliardi di SIM attive nel mondo su rete mobile. Il sorpasso avverrà già nel 2018.

«L’IoT sta accelerando dal momento che i costi dei dispositivi si abbassano ed emergono nuove applicazioni», spiega Rima Qureshi, Senior Vice President & Chief Strategy Officer di Ericsson. «A partire dal 2020, l’implementazione commerciale delle reti 5G fornirà ulteriori funzionalità necessarie per l’IoT, come lo slicing di rete e la capacità di connettere esponenzialmente più dispositivi rispetto a oggi».

LTE PER TUTTI
Se per le reti di nuova generazione ci vorrà ancora qualche anno, nel frattempo la connettività 4G LTE continua a crescere. Così come le sottoscrizioni, che a livello globale sono già più di 1,2 miliardi, con 150 milioni nuove SIM 4G registrate nel corso del primo trimestre di quest’anno. Nei mesi scorsi sono state testate inoltre reti LTE con velocità fino a 1 Gbps in download. I primi dispositivi compatibili saranno disponibili nella seconda metà del 2016, prima in Corea del Sud, Cina, Giappone e negli Stati Uniti e poi gradualmente anche in altre regioni, Europa compresa.

La maggior velocità di connessione mobile con rete LTE è un requisito fondamentale per poter fruire in mobilità dei contenuti che necessitano maggiore disponibilità di banda. A spingere questa tipologia di consumo sono soprattutto i teenager, che hanno contribuito ad una crescita del 127% del traffico consumato per lo streaming video su smartphone. Il dato si riferisce ad un periodo di 15 mesi compreso fra il 2014 e il 2015. Occhi rubati alla televisione: nello stesso periodo, secondo i dati di Ericsson, il tempo speso dai ragazzi per la fruizione di contenuti video su schermo televisivo è sceso del 50%.

Il tempo che hanno trascorso guardando la TV o i video su smartphone, per contro, è salito dell’85%. Ma non sono solo i più giovani ad aver fame di dati: le abitudini di navigazione mobile di tutti gli utenti e la diffusione crescente degli smartphone ha favorito una crescita globale del 60% nel consumo dei dati da connessione mobile nel corso dell’ultimo anno. Gli smartphone, nonostante il sorpasso dei dispositivi IoT in termini di unità attive, entro il 2021 genereranno il 90% del traffico dati su rete mobile.

L’EUROPA DEGLI IOT
Nel vecchio continente le nuove reti superveloci di quinta generazione ci metteranno un po’ di più ad arrivare, ma l’Europa occidentale nel corso dei prossimi anni guiderà l’avanzata dei dispositivi intelligenti connessi alle reti mobili. Ericsson prevede per questo mercato europeo una crescita del 400% entro il 2021.



A favorire questo scenario, oltre al crescente interesse del pubblico verso dispositivi connessi con funzionalità sempre più avanzate, contribuiranno anche l’adozione di soluzioni smart per la gestione delle utenze, come nel caso del contatori elettrici sempre connessi, e nuove normative imposte dall’Unione Europea. Come l’e-call, il sistema di chiamata automatica dei soccorsi (tramite rete mobile) in caso di incidente grave. Una direttiva UE approvata nel 2015 ne impone l’implementazione su tutte le auto e i furgoni leggeri costruiti a partire dal 31 marzo 2018.

Perché i testi delle canzoni sono scomparsi da Spotify (ma arriveranno su YouTube)

La Stampa
luca castelli

Il servizio karaoke è stato interrotto dopo la fine della partnership con l’italiana Musixmatch, che ora potrebbe annunciare un accordo con la piattaforma di streaming video di Google



Niente più karaoke su Spotify. Dall’inizio di giugno, la funzione che permetteva di visualizzare i testi sincronizzati con la musica in ascolto sulla piattaforma streaming è stata improvvisamente disattivata. Il motivo è l’interruzione della partnership tra Spotify e Musixmatch, la start up italiana fondata nel 2010 da Max Ciociola, che dal 2011 riforniva il servizio con il suo vasto catalogo di testi.

Apparsa come un fulmine a ciel sereno, la notizia è stata confermata dallo stesso Ciociola con un post pubblicato sul blog ufficiale di Musixmatch, poi rilanciato su Medium e infine rimosso. «È stato bello, ci siamo divertiti, ma adesso è finita», scriveva il CEO della società italiana. «Ci spiace che la partnership sia giunta al termine, ma dobbiamo occuparci innanzitutto del nostro prodotto e dei nostri utenti: non permetteremo a nessuno di ignorare il nostro modello di business. Non vogliamo correre il rischio che Musixmatch scompaia».

Naturale immaginare che dietro la rottura ci siano questioni di soldi: un mancato accordo sui termini del contratto, in un settore dalle economie ancora scivolosissime (pur essendo leader globale dello streaming on demand, Spotify non riesce ancora a chiudere un bilancio in attivo). Il karaoke potrebbe però essere solo in stand-by: Spotify spiega che sono in arrivo «grandi novità» e l’ipotesi più concreta appare quella di un cambio di fornitore (molti indizi portano al sito Genius, con il quale da inizio 2016 esiste già una collaborazione). Musixmatch intanto continuerà a offrire la sua app proprietaria su smartphone e promette di valutare possibili nuove partnership con altri servizi streaming: dopo Apple Music, le ultime indiscrezioni puntano a un accordo con YouTube.

Lo scandalo dei pullman per le gite: fari guasti e autisti senza patente

repubblica.it
di CORRADO ZUNINO

I controlli della polizia: un bus su cinque è fuorilegge, la metà è senza scatola nera. Falle nella sicurezza, turni di guida non rispettati e gare al ribasso tra le cause degli incidenti

Lo scandalo dei pullman per le gite: fari guasti e autisti senza patente

ROMA. L'ultimo autista controllato, lo scorso primo giugno, aveva appena assunto anfetamine. Due pasticche, poi si era messo alla guida del bus pieno di ragazzini, sessanta ragazzini delle scuole elementari. Gita scolastica alla Villa Reale di Monza. La polizia ha sottoposto al drug test il conducente, 44 anni, nervoso, sovreccitato: "Ho preso due tachipirine ieri sera, sa, il mal di testa". Era in attesa dei ragazzi nel parcheggio della villa. Controllo di routine su mezzo fermo, in questo caso di una società di noleggio di Pavia. Autista positivo, patente ritirata, avvio al prelievo del sangue in ospedale per conferma: un altro guidatore viene convocato per riportare a casa gli studenti in sicurezza.

L'accordo tra polizia stradale e ministero dell'Istruzione, attivato con la celebre circolare 674 del 3 febbraio (rientrata laddove dava responsabilità troppo dirette agli insegnanti), sta producendo risultati. A quattro mesi dall'avvio dei controlli su strada gli agenti hanno scoperto che un pullman su cinque è fuorilegge. Quasi diecimila autobus per le gite controllati, il dieci per cento del parco circolante: di questi, 6.982 dopo una telefonata fatta alla polizia dal dirigente scolastico. Bene, millesettecentotrentacinque - il 17,5 per cento - non avrebbero potuto proseguire. E non hanno proseguito. Uno su cinque aveva gli pneumatici lisci, le cinture di sicurezza fuori uso, i fari guasti, gli specchi retrovisori

danneggiati: problemi strutturali, ecco. In 295 casi la scatola nera (cronotachigrafo per i bus più vecchi) aveva rivelato che l'autista non aveva riposato abbastanza. Centosettanta volte aveva violato ripetutamente il limite di velocità: 100 chilometri l'ora. Otto autisti non avevano la patente in tasca, venticinque veicoli non erano passati dall'obbligatoria revisione, venti non avevano copertura assicurativa. Un rischio quotidiano, certificato dal fatto che il 27 marzo scorso, neppure una settimana trascorsa dalla tragedia dell'Erasmus (13 ragazze morte sull'autostrada Valencia-Barcellona, tra le quali sette italiane), un autista ha coperto l'andata Fermo-Napoli correndo come un pazzo con due classi di liceali a bordo, incurante delle

richieste di rallentare avanzate dai quattro docenti: ha persino spaccato un retrovisore contro un cartello. Gli insegnanti hanno fatto scendere i ragazzini sulla superstrada, pur di non proseguire con quel guidatore. Rara saggezza, visto che l'autista scartato ha imboccato il ritorno, carico solo delle valigie della scolaresca, e si è schiantato contro uno spartitraffico. A Verona, l'8 aprile scorso, la stradale ha trovato un autista ubriaco alle 6.30 di mattina - verifica fatta con l'etilometro - prima della partenza per Monaco di Baviera. Due pullman sono stati fermati nel giro di pochi giorni in provincia di Grosseto, erano della stessa società: cinture difettose (8 in un caso), 300 euro di multa e cambio bus per la visita del Parco dell'Uccellina.

Un autista di Nola, altro caso, era stato condannato per detenzione di droga e lavorava in nero. La patente di guida - categoria D - l'aveva manomessa. Gli incartamenti erano falsi. Come raccontato in un'inchiesta di Repubblica , molti dei guai che toccano il trasporto per le gite di scuola nascono dalle gare al ribasso fatte dai singoli istituti scolastici. In Italia viaggiano 6mila autobus a nolo Euro 0, fabbricati, cioè, prima del 1992. Ventiquattro anni fa. L'impresa che vince un appalto per il trasporto scolastico occasionale propone, in media, un prezzo di un euro a chilometro. L'Anav, che è l'associazione autotrasporto viaggiatori, sostiene che sotto 1,6 euro a chilometro non si possano offrire autobus in sicurezza.

Una recente direttiva europea consente a un'azienda del ramo di aprire con soli 9mila euro di capitale, la cifra necessaria per garantire la manutenzione. La metà degli autobus circolanti non è dotata di scatola nera: il cronotachigrafo digitale che registra percorso, soste, durata del viaggio negli ultimi ventotto giorni. Oltre 13mila mezzi montano solo un disco con un pennino che segna i dati su carta, il cosiddetto cronotachigrafo analogico: si può manomettere con una certa facilità, può essere distrutto alla fine del viaggio.

La Motorizzazione civile, nei suoi controlli periodici, ha scoperto la frequente alterazione del limitatore di velocità. La "fine corsa" di un mezzo, poi, si stima intorno al milione di chilometri macinati: molti pullman ci arrivano in buone condizioni, altri toccano il tetto degni dello sfasciacarrozze. Ancora: ogni autista dovrebbe guidare non più di nove ore il giorno e non più di quattro ore e mezzo di fila. "Il salto dei turni di riposo è tra le prime cause di incidenti", spiega l'Associazione amici sostenitori della Polstrada.

Priorità: espellere certi Rom dall’Italia alla faccia del politicamente corretto

Andrea Pasini


A volte conviene gettare lo sguardo al di là del confine, in Francia, non tanto per imparare i metodi di integrazione e costruzione di una società multiculturale (che anzi là sono drammaticamente falliti), quanto per fare nostra la loro constatazione che l’integrazione è impossibile.

Risalgono a qualche tempo fa e crearono parecchio scandalo le dichiarazioni dell’allora ministro dell’Interno francese ManuelValls (poi diventato premier) sull’urgenza di “smantellare i campi rom in Francia” e di “rinviare i rom alla frontiera” in quanto “la loro aspirazione è tornare in Bulgaria e Romania”. In quelle frasi c’era l’ammissione che i primi a non volersi integrare sono gli stessi rom che “hanno modi di vita molto diversi e in contrasto coi nostri”; c’era il riconoscimento che una civiltà si fonda sulla condivisione di stessi luoghi e modi di vivere, non sul loro rifiuto o sull’utopia di poter conciliare culture e stili di vita agli antipodi;

e c’era la preoccupazione sugli enormi problemi di natura sociale che quella mancata integrazione crea, dal degrado alla sicurezza, dalla spesa pubblica per garantire l’esistenza dei campi nomadi alla questione culturale di cosa significhi avere un’identità francese ed europea. Ebbene, quelle frasi di Manuel Valls tornano tremendamente di attualità oggi e nel nostro Paese, uno Stato voglio ricordarlo in cui i rom rappresentano numericamente un’emergenza sociale non minore che in Francia, visto che sono in tutto ben 180mila.

E, proprio come Oltralpe, anche da noi hanno l’abitudine ammessa da loro stessi e confortata da ripetuti episodi di cronaca di vivere “a spese nostre” in un triplice senso: perché si rifiutano categoricamente di pagare le tasse; perché vengono assistiti dal nostro Stato con erogazioni a pioggia (l’ultimo piano Rom è costato al nostro Paese 60 milioni di euro); e perché per tirare a campare anziché lavorare come tutti gli altri onesti cittadini, spesso si abbandonano a pratiche illegali o propriamente criminose (inutile citare i ripetuti casi di borseggi e furti nelle abitazioni).

A ciò si aggiunge il rifiuto del concetto stesso di vita stanziale e di adesione alle più elementari norme sanitarie. Basti fare un giro nei campi rom per capirlo: la presenza di baracche e catapecchie al posto di regolari fabbricati, e la mancanza dei requisiti sanitari fondamentali ne fanno quasi dei luoghi di sospensione delle normali condizioni di civiltà, isole infelici escluse dalla modernità, oltreché aree a margine in cui il rischio di autoghetizzazione e di auto-esclusione è fortissimo.

Allora, adesso che si vota nelle più grandi città italiane, da Milano a Roma (dove si concentra la più alta percentuale comunità rom) che facciamo, continuiamo a tenere aperte queste baraccopoli e magari a favorire il proliferare di quelli illegali, incentivando in tal modo anche il crimine che là trova quasi un brodo di coltura? O piuttosto prendiamo misure drastiche alla Valls?

E cioè, chiudere tutti i campi rom (anche quelli legali) a meno che non cambino natura, cioè si adeguino ai normali criteri abitativi, urbanistici e igienico-sanitari del resto della città; accompagnare alla frontiera (come dice Valls) i rom che rifiutano di vivere in Italia e dare loro l’ “opportunità” (chiamiamola così) di tornare nel loro Paese (formalmente non sarebbe un’espulsione né una violazione di Schengen, ma un venire incontro alle loro aspirazioni di vita, incompatibili con la nostra civiltà); estradare tutti i rom che delinquono, facendoli processare nel loro Stato di origine, con la condizione di non poterli mai più far rientrare in Italia; espellere (stavolta in senso letterale) tutti i rom non comunitari.

Sarebbero queste le misure adeguate, che dovrebbero affiorare nei programmi elettorali dei candidati sindaci delle città italiane. E invece, da destra a sinistra, è quasi silenzio. Si ha troppa paura di violare il politicamente corretto, di apparire scomodi, di risultare xenofobi e si preferisce così eludere il problema, anche a costo di farsi del male. Se è un calcolo elettorale, dite ai candidati che si sbagliano di grosso: i rom, tra le altre sane abitudini dei cittadini italiani, rifiutano anche quella di votare…

Alì Italia

La Stampa
massimo gramellini



Direttamente da un incubo della Fallaci o da un romanzo di Houellebecq sull’Europa Saudita, ecco le nuove divise della compagnia aerea fu-italiana, ora di proprietà della Etihad di Dubai. Le ha disegnate un milanese, ma il committente è musulmano e si vede. Dalla punta dei capelli a quella dei piedi, sarebbe vano cercare un centimetro di pelle scoperta. Oltretutto l’hanno coperta male. L’Alitalia ha negato che i tessuti siano infiammabili, ma non può smentire che siano brutti. Immagino che l’abbondanza di rosso e verde intenda omaggiare la bandiera (il bianco è garantito dalla faccia disperata delle hostess quando si osservano allo specchio).

Ma non conosco una sola donna italiana che indosserebbe delle calze verdi, se non sotto la minaccia di un plotone di esecuzione. E anche lì, come ultimo desiderio, chiederebbe di sfilarsele. Un’anima bella si sforzerà di vedere in questa immagine da rivista Anni Cinquanta il recupero della sobrietà perduta, ma senza il buongusto di allora. Io vi leggo la certificazione di cosa succede quando un bene italiano finisce nelle mani di una cultura che, quantomeno in materia di donne, si trova nelle condizioni più di prendere esempi che di imporne.

Cucchi

La Stampa
jena@lastampa.it

Torturiamo meglio noi o gli egiziani?