domenica 12 giugno 2016

Addio piccola Ketty, in coma 25 anni La mamma sempre vicina a lei

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Ketty Marzari aveva 21 anni quando rimase coinvolta in un incidente automobilistico in cui riportò gravi lesioni cerebrali. Da allora non si è più risvegliata, restando in stato vegetativo. I Pooh le dedicarono la loro canzone durante un concerto nel Vicentino

Ketty Marzari: si è spenta a 45 anni, dopo 25 anni in coma (foto-cortesia da Il Giornale di Vicenza)

Oh, oh piccola Katy... Ha vissuto la maggior parte della vita con gli occhi chiusi, adagiata nel letto. Accudita dalla mamma e dai familiari. Sempre sul crinale tra luce e buio, incosciente, in coma. Ketty Marzari, 45 anni, si è spenta nel pomeriggio di sabato, nella sua cameretta in una casa a due piani a Torrebelvicino, borgo di 5 mila anime nel Vicentino. Venticinque anni fa, era il 6 marzo 1991, Ketty, allora ventunenne, rimase coinvolta in un incidente stradale terribile. Un «frontale» con un fuoristrada a un incrocio con una strada provinciale (nel comune di Schio dove all’epoca la ragazza viveva con i genitori) considerato pericolosissimo, tanto che all’indomani la cittadinanza si mobilitò con rabbia, chiedendo modifiche per assicurare una maggiore sicurezza.
Il coma da cui non si è più ripresa
Nell’impatto, Ketty riportò lesioni cerebrali gravissime, piombò in quel coma da cui non si è più ripresa. Prima in ospedale. Poi il trasferimento a casa. Nel letto in cui è sempre rimasta, accudita dalla mamma, la signora Libera. La vicenda è stata raccontata nell’edizione di domenica dal Giornale di Vicenza in un articolo curato da Silvia Dal Ceredo e Marialuisa Duso.
Il concerto dei Pooh
Proprio Marialuisa ha trasferito nella commossa cronaca anche un suo ricordo personale di tanti anni fa, poco dopo quell’incidente maledetto, quando sempre per la sua testata andò a seguire un concerto dei Pooh a Schio. «A un tratto, a fine serata, i quattro musicisti intonarono Piccola Katy. Ma la dedicarono “a un’amica, queste furono le parole esatte che rammento ancora con nitidezza, che stava lottando per la vita”». Oh, oh, oh! Piccola Katy... «Quando la canzone inizio - ricorda ancora la cronista - l’arena si ammutolì, un silenzio surreale. Ma infinitamente commovente».

Vai, vai, piccola Katy, piccola Katy, la porta é socchiusa non devi nemmeno inventare una scusa dormono tutti di un sonno profondo... «Al termine ci fu un applauso. Lo ricordo come se fosse ieri. Come ricordo la malinconia nell’uscire da quel concerto pur bellissimo. Figurarsi, ero, e sono, pazza per i Pooh. Però... c’era quella ragazza nei pensieri di tutti noi che rincasammo nella notte. Qualcuno camminava da solo. Altri tenevano la mano del compagno o della compagna». Oh, oh! Piccola Katy... in questo mattino di grigia foschia di colpo hai deciso di andartene via, piccola Katy...
Mamma Libera
Il padre di Ketty è morto da tempo ed è stata la mamma a prendersi cura della figlia. Una donna che «ha passato tutta la vita - è la testimonianza del vicesindaco di Torrebelvicino Leone Battilotti -ad accudire amorevolmente la figlia, che non si è più svegliata dal coma. Davvero una forza e un impegno ammirevoli». Oh, oh, oh! Piccola Katy, stanotte hai bruciato tutti i ricordi del tuo passato tutte la bambole con cui dormivi del tuo diario che sempre riempivi...

Come raccontato dai vicini al Giornale di Vicenza, la famiglia Marzari ha sempre condotto una vita estremamente appartata. «Sono persone gentili, ma molto riservate – le ricorda così l’ex sindaco Pietro Collareda - all’epoca del trasferimento da SanVito a Torrebelvicino presi contatti con loro, per offrire tutto l’aiuto possibile del Comune». Fu poi ancora mamma Libera a firmare quell’appello - assieme a 2330 persone - indirizzato al consiglio municipale per chiedere che l’incidente di sua figlia fosse l’ultimo.

A ricordarla nell’epigrafe che compare nella piazza centrale di Torrebelvicino c’è una foto dei lei, semplice. Ricci scuri, gli occhi neri intensi. Sotto soltanto il suo nome di battesimo, quello con cui la chiamavano tutti: Ketty.

Oh, oh! Piccola Katy... chiudi pian piano e ritorna a dormire nessuno nel mondo ti deve sentire piccola Katy, bye bye piccola Katy...

Boldrini, vergogna in Marocco: a spese nostre con 33 persone

Libero

Laura Boldrini

Italia batte Germania 33 a 9. Purtroppo non si tratta del risultato, ancorché inverosimile, di una partita di calcio ma del confronto fra i delegati che hanno partecipato alla dodicesima sessione dell’assemblea parlamentare che l’Unione per il Mediterraneo ha tenuto a Tangeri, in Marocco.

Le delegazioni dei ventotto Paesi della Ue, assieme a quelle dei Paesi del nord Africa e del Medioriente che si affacciano sul Mediterraneo si sono incontrati per un vertice dal tema quanto mai sbiadito: «Insieme per un furturo comune nello spazio Euromediterraneo», con «l’ambizione di costruire un migliore ancoraggio di sviluppo interculturale in materia di pace e sicurezza». Tutto e niente.

D’altronde sperare che da questi consessi esca qualcosa di interessante è una pia illusione.
L’Unione per il Mediterraneo è un lascito dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, che lo tenne a battesimo nel 2008 a Parigi. Da allora si danno appuntamento un paio di volte all’anno le delegazioni dei Ventotto, assieme a quelle di Algeria, Egitto, Giordania, Palestina, Israele, Libano, Libia, Marocco, Mauritania, Tunisia, Turchia, Montenegro e perfino Monaco.

Lo scorso mese di maggio, per la precisione da giovedì 26 a domenica 29, è stata la volta dell’assemblea plenaria, composta dai parlamentari e dal seguito di interpreti e funzionari che li accompagnano.Ed è proprio qui che la nostra delegazione si è distinta da tutte le altre, per la numerosità dei componenti. Oltre ai due capi delegazione, la presidente della Camera Laura Boldrini e quello del Senato, Pietro Grasso, figurano sei interpreti, due senatori, la ex grillina Maria Mussini (ora gruppo misto) e il forzista Antonio D’Alì.

Il resto della delegazione è formato da componenti qualificati dall’organizzazione marocchina come «staff». Si segnalano, fra gli altri, Roberto Natale, portavoce della Boldrini, Giovanni Rizzoni capo del dipartimento relazioni intenazionali di Montecitorio e due esperte di comunicazione, sempre in quota Boldrini: Valentina Loiero e Giovanna Pirrotta.

Quasi speculare la composizione dei funzionari di Palazzo Madama, con Alessandra Lai, capo affari internazionali e Roberta D’Addio, capo organizzzazione relazioni internazionali. Letteralmente surclassate le altre delegazioni. Mentre i tedeschi si sono presentati in nove, i francesi sono arrivati addirittura in due, i belgi in tre, gli spagnoli in otto, i croati in quattro. Fra le delegazioni più numerose l’Algeria si è fermata a quindici, l’Austria a undici, l’Egitto a diciassette, la Giordania a tredici come il Marocco. Fuori quota la delegazione del Parlamento europeo, forte di 35 membri.

Ad alzare il velo sulla spedizione marocchina sono stati due parlamentari di Forza Italia, uno di Montecitorio, Basilio Catanoso, l’altro di Strasburgo, Salvo Pogliese che hanno indirizzato alla presidenza della Camera e al Collegio dei questori una nota in cui esprimono «stupore e rammarico». Segnalando, fra l’altro, «una sensazione da clima vacanziero nel gruppo italiano, che sarebbe stata notata perfino dalle altre delegazioni». Unica nota positiva: questa volta al viaggio di Stato non s’è aggregato il fidanzato della Boldrini, come accadde nel 2013, alla cerimonia per la morte di Nelson Mandela. Forse perché nel frattempo i due hanno rotto.

di Attilio Barbieri

Hitler in edicola è un attacco alla memoria

La Stampa
manuela consonni*

Consapevolmente o meno, l’operazione editoriale messa in atto da un giornale italiano, che oggi in edicola insieme al quotidiano distribuirà urbi et orbi il «Mein Kampf» di Hitler, è un attacco alla storia e alla memoria del passato dell’Italia. Vendere il passato in edicola crea errori, vizi di forma insidiosi che, con la pretesa di «rivisitare» la storia, la appiattiscono in una semplificazione falsa e pericolosa.

Siamo tutti a favore della verità, ma da storica, la verità storica del «Mein Kampf» hitleriano può essere raccontata solo in sede storiografica e memoriale, dagli storici e dalle vittime. Perché storici e vittime possono dirci esattamente quale fu la battaglia che il capo del Reich intraprese contro i nemici del Reich, i.e. gli ebrei, gli oppositori politici, i diversi tipi asociali, gli Untermenschen scelti per la deportazione e per lo sterminio.

La riabilitazione del passato, forse più nero della storia umana, quello del XX secolo, il secolo breve, la pseudo-rottura della demonizzazione rituale contro il Nazismo e il Fascismo, attraverso un libro intellettualmente e moralmente ignobile, con il piglio di offrire una visione disinteressata e innocente del passato è mancanza di responsabilità civica e storica, è colpa assoluta come lo è l’oblio verso le vittime di questo passato e verso gli altri, che di esso, non sono stati né carnefici né collaboratori.

«Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili», scriveva Primo Levi che aveva letto il Mein Kampf. Esso non rientra in nessuna delle due citate categorie. Condivido con lo scrittore torinese la stessa «diffidenza» per chi «sa» «come migliorare il mondo [...] innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi». 

Il «cosa c’è di male», o peggio «vogliamo fare conoscere l’orrore perché non si ripeta più», o il protervo «bisogna avere il coraggio di essere afascisti per dare alla storia il suo giusto valore, correndo il rischio di essere chiamati filofascisti», «venduti» in edicola oggi, con cui sarà giustificata questa cinica operazione editoriale, sono di contenuto amorale, antietico e antidemocratico, insieme al loro concetto di razza superiore, a quello della conservazione della razza, e al delirante teorema delle minoranze agguerrite, come scritto appunto nel Mein Kampf:

«Primo compito non è quello di creare una costituzione nazionale dello Stato ma quello di eliminare gli ebrei. [...] Come spesso avviene nella storia, la difficoltà capitale non consiste nel formare il nuovo stato di cose, ma nel fare il posto per esse», e da ultimo alla prassi politica del fare l’Europa Judenrein, insieme alla Rassenschande, tutte dichiarazioni intrise di delirio e odio etnico. 

L’operazione editoriale del quotidiano esprime nella sua sostanza una consensualità accomodante e bonaria, di compiacenza postuma verso questo passato. Hitler in edicola oggi è la prova, se ce ne fosse stato ulteriore bisogno, di un passato, quello nazifascista che in Italia non riesce a passare. In questo contesto, l’assunzione storica e morale di responsabilità collettiva verso un passato di guerra, di deportazione e di sterminio, e la politicizzazione della memoria continuano a determinare due alternative conflittuali e in competizione, caratterizzate dalla permanente tensione tra l’idea di aver chiuso i conti con il passato fascista e la consapevolezza di non aver ancora iniziato a farli.

Se ne ricordino, quindi, coloro che venderanno, oggi, insieme al giornale Hitler in edicola, che, anche se si taccerà, ancora una volta, l’antifascismo di pregiudizio, di ignoranza, di oscurantismo, di moralismo, l’aspetto più pericoloso dell’operazione revisionista di oggi, non è solo la banalizzazione di un passato tragico per la storia umana, ma la apoliticizzazione della coscienza storica.

* Direttrice del Centro Vidal Sassoon per lo Studio dell’Antisemitismo, Università ebraica di Gerusalemme.


"No alla censura, le opinioni si combattono con le idee"
Francesca Angeli - Dom, 12/06/2016 - 08:45

Il senatore ex Ncd: «Bisogna conoscere il nemico. E fra comprendere, con l'empatia, e capire c'è differenza»

Roma Senatore Gaetano Quagliarello Il Giornale ha sbagliato ad allegare il Mein Kampf al quotidiano?
«No. Esiste una mentalità liberale per la quale qualsiasi testo può essere letto, studiato e criticato e una mentalità totalitaria che invece cancella e dimentica. Ed è uno sbaglio. Questo è un testo che ha segnato conseguenze tragiche per la storia dell'umanità non può essere ignorato».

Nel suo corso di Storia dei partiti politici si studiava anche il Mein Kampf?
«Certo. È abitualmente oggetto di dibattito accademico e si studia all'Università nel corso di Storia delle Dottrine politiche. Insisto, non può essere dimenticato».

Ma chi accusa Il Giornale fa notare che non è una biblioteca che accoglie migliaia di testi e neppure un corso accademico. È una scelta appropriata anche per un quotidiano?
«Con questa domanda usciamo dal campo della liceità per chiederci se pubblicarlo sia anche opportuno. Io dico che anche da questo punto di vista non può esserci scandalo perché si tratta di un'edizione critica a cura di un liberale come Francesco Perfetti. Non si tratta certamente di un'apologia. E a questo punto comincio a preoccuparmi».

Che cosa la preoccupa?
«Purtroppo vedo che pian piano si stanno affermando principi che poi vengono inseriti anche nella nostra legislazione che vanno a colpire le opinioni e questo mi preoccupa. L'opinione del proprio nemico anche la più aberrante si combatte con le parole e il pensiero non cancellandola».

Se il testo fosse stato allegato ad un altro quotidiano, Repubblica o il Corriere della Sera pensa avrebbe destato lo stesso scandalo?
«Credo che il dibattito ci sarebbe stato ugualmente anche se con toni meno accesi. Voglio però aggiungere una riflessione. Ritengo che l'Olocausto sia il male assoluto peggiore anche delle stragi perpetrate dai comunisti perché a prescindere dal numero delle vittime soltanto il nazismo ed Hitler puntavano all'annientamento di un popolo alla sua cancellazione. Dobbiamo però riconoscere la differenza tra comprendere, che comporta empatia, e capire. Come si può combattere una cosa che non si capisce?».

In Germania dopo 70 anni il programma del partito nazista messo a punto da Hitler è tornato nelle librerie in gennaio, destando ancora scandalo.
«Polemiche inevitabili ma ad insegnarci che occorre coltivare la memoria di quanto è stato scritto, detto e fatto dal nazismo sono stati proprio i sopravvissuti ai campi di sterminio che con coraggio hanno scritto e raccontato quanto accadde. Tenere viva la memoria di quella immane tragedia è indispensabile. E bisogna farlo a 360 gradi».

Ci sono altri libri che hanno destato scandalo nella storia e che secondo lei dovrebbero essere riletti?
«Certamente i testi comunisti. Non soltanto Marx ed Engels o Lenin ma anche Stalin per capire a fondo quel fenomeno. Rileggerei Céline e Sorel. Per quanto riguarda le radici del pensiero anti-liberale, utilissimo il Viaggio in Corsica di Charles Maures. Così come per capire la connessione tra Terrore e virtù sono indispensabili le opere di Robespierre».

L'ambasciata di Israele manifesta sorpresa mentre Renzi ha definito la scelta del Giornale «squallida».
«Nel mondo ebraico è aperto da tempo un dibattito sulla opportunità di impedire o meno la conoscenza di un pensiero che mirava all'annientamento di quel popolo. Quel travaglio va rispettato. Per quanto riguarda Renzi, invece il fatto che anche su questo tema abbia risolto tutto con un tweet la dice lunga sulla profondità della sua riflessione».


Quanta polemica per un libro venduto pure alla Feltrinelli
 Giuseppe Marino - Dom, 12/06/2016 - 08:49

Social divisi sulla promozione del «Giornale». Lerner s'infuria ma quando uscì in Germania disse: è giusto

C'è uno scandalo nel mondo dei media italiani: una nota società editoriale lucra sul Mein Kampf. È la Feltrinelli.

Basta cliccare sul sito della libreria on line e cercare il titolo per veder spuntare bene in evidenza il volume pubblicato da «Edizioni clandestine» con tanto di talloncino della promozione «-15%», autore «Hitler Adolf», disponibile in cinque giorni a soli 10,20 euro. E per giunta, a differenza di quella allegata al Giornale insieme a una collana storica firmata da autori di solida fama come William Shirer, quella venduta dall'editore simbolo della sinistra non è un'edizione critica ma il testo integrale. Ma niente da fare, l'occasione per accendere uno scandalo di plastica era troppo ghiotta. Come poteva non caderci Gad Lerner? E infatti sul suo blog consegna ai posteri un giudizio lapidario:

«Alessandro Sallusti che distribuisce in edicola il Mein Kampf di Hitler conferma il suo talento nel fare la caricatura di se stesso». Eppure, nello scorso dicembre, in occasione della prima pubblicazione del testo base del nazismo dopo la decadenza dei diritti d'autore, lo stesso Lerner si dichiarava favorevole: «Non mi sento di criticarla anzi trovo positivo il fatto che questo tabù in Germania venga affrontato». Nello stesso articolo del Fatto Quotidiano, si esprimevano anche il politologo Piero Ignazi («Era ora») e lo storico Gian Enrico Rusconi («Un segno di maturità»).

Il Mein Kampf del resto non è affatto un pamphlet clandestino. In Italia l'edizione più nota è quella critica curata dal politologo Giorgio Galli per i Tipi della «Kaos», accompagnata da parole sagge: «Questa riedizione del Mein Kampf ha un triplice significato. Il rifiuto etico-intellettuale di ogni tabù e di ogni forma di censura. La storicizzazione di un testo la cui lettura deve rappresentare un imperituro monito. La denuncia di rimozioni e mistificazioni all'ombra delle quali si vorrebbero legittimare disinvolti quanto pericolosi revisionismi storiografici».

E ancora: «È opinione diffusa che sia un libro dell'orrore, un compendio di farneticazioni. Si può continuare a ritenerlo tale, ma solo dopo averlo letto». Il libro è tra l'altro accompagnato da una postfazione di Gianfranco Maris, presidente dell'Aned, Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti. E che dire del settimanale Focus, che dopo lo scoppio della polemica sull'iniziativa del Giornale, pubblica un vademecum sul «Mein Kampf in pillole» per «non doverlo per forza avere in casa». Lecita iniziativa giornalistica o speculazione?

Al di là delle strumentalizzazioni, quelle di chi approfitta di un'iniziativa editoriale per scatenare una polemica da proiettare sul voto alle amministrative, sembra uno scherzo ma davvero nel Pd c'è chi attacca Parisi per questo (e che c'entra?), in tutto il dibattito un punto fermo c'è. Il manifesto hitleriano, comprensibilmente avversato dalle comunità ebraiche, che pure si divisero sul tema della ripubblicazione in Germania, non è mai stato un libro clandestino. Si trova da scaricare on line e, secondo l'associazione hateprevetion.org, ha venduto 70 milioni di copie nel mondo, dal 2008 a oggi.

Nonostante questo non trascurabile dato di fatto, la vicenda ha incendiato il dibattito sui social network, con la consueta singolar tenzone parolaia. Quella organizzata (gli account collegati al Pd si sono dati un gran daffare a twittare e ritwittare) e spontanea ironia. Vedi Fulvio Abbate: «La prossima settimana offrirà ai lettori il dissuasore elettrico a bastone». Ma anche tanti che hanno capito il gioco di chi strumentalizza. E replicano in modo altrettanto graffiante. Come «Re Tweet»: «Mi congratulo per la vostra battaglia contro la presenza del #MeinKampf nelle edicole. Khomeini sarebbe fiero di voi».

Wilma Montesi, lo scandalo che travolse la politica

La Stampa
pierangelo sapegno

Nel 1953 la giovane venne trovata morta a Torvaianica dopo una festa a cui era presente il figlio del ministro Dc Piccioni. La Stampa: «Polizia frettolosa, chi si vuole coprire?». Ma il processo assolse tutti


La ragazza era scomparsa da due giorni quando il suo cadavere venne trovato sulla spiaggia di Capocotta

Sabato 11 aprile del 1953 sulla spiaggia di Capocotta a Torvaianica viene rinvenuto il corpo senza vita di Wilma Montesi, una bella ragazza di 21 anni scomparsa due giorni prima, figlia di un falegname e fidanzata con un agente di polizia che avrebbe dovuto sposare il Natale successivo. Il presidente del Consiglio è l’anticomunista di ferro Mario Scelba, ministro dell’Interno l’emergente Amintore Fanfani, mentre agli Esteri siede Attilio Piccioni, considerato l’erede di De Gasperi. In Parlamento devono votare la cosiddetta «Legge Truffa», mentre la Dc è in procinto di cambiare il suo volto affidandosi agli uomini nuovi del partito, i giovani cavalli di razza che si sono appena affacciati sulla scena politica.

Agli inizi, come scrive «Stampa Sera» nell’edizione del 15 aprile, quella morte sta per essere archiviata come un incidente: sembra «sia da escludere l’ipotesi dell’assassinio. Almeno questa è l’opinione della polizia. Ma tutto è misterioso nella morte della giovane e bella Wilma». Quel ritrovamento è così misterioso che diventerà il primo caso di cronaca nera di fama nazionale della giovane Repubblica. Pochi giorni dopo, il 25 aprile, «La Stampa» corregge già il tiro: «Troppo frettolosa l’inchiesta della polizia, troppo generiche se non assurde le cause della morte, troppa sicurezza nell’affermare una casta condotta di vita della ragazza. Chi e che cosa si vuol nascondere?». Wilma, informa il giornale, è stata giudicata ancora vergine e perciò è «stata sepolta con l’abito bianco da sposa».

In realtà sta per scoppiare un caso che distruggerà l’immagine casta della giovane e lancerà definitivamente Amintore Fanfani sul proscenio della Dc al posto di Attilio Piccioni, rimasto prigioniero degli scoop che stanno rivoltando la Dc e la moralità bigotta di un Paese ancora ingenuamente bucolico. Il primo a rompere il silenzio è il periodico scandalistico «Attualità» con un articolo che mette per iscritto tutte le voci che circolano intervistando l’aspirante attrice Adriana Concetta Bisaccia.

Il ritratto di Wilma è capovolto: era attratta dalle luci abbaglianti dello spettacolo, amava i gioielli e le piaceva truccarsi e quella sera avrebbe partecipato a una festa dal marchese Ugo Montagna, proprietario di una tenuta a Capocotta, presso Castelporziano, poco distante dal luogo del ritrovamento. Un’altra attrice, amante del Montagna, scrive un memoriale confermando il racconto della Bisaccia, che arriva sul tavolo di Fanfani. Nessuno riesce più a fermare la deriva delle notizie scandalistiche. Alla festa avrebbe partecipato anche Piero Piccioni, figlio di Attilio, musicista jazz, fidanzato di Alida Valli.

La tesi dei colpevolisti è che Wilma avrebbe avuto un malore dopo aver assunto della droga e sarebbe stata abbandonata sulla spiaggia. La libertà ritrovata dei giornali scatena una corsa allo scoop senza fine. Viene venduta come notizia qualsiasi chiacchiera, ma l’effetto è dirompente: tutti i giornali raddoppiano le copie e qualcuno come «Paese Sera» arriva a tirare il 200% in più. In un anno vengono scritte 52 sceneggiature per il cinema. Il 19 settembre del ’53 Attilio Piccioni si dimette e due giorni dopo il figlio Piero e Ugo Montagna finiscono in carcere per omicidio colposo e complicità. Anche il questore di Roma Saverio Polito è arrestato per favoreggiamento.

La vicenda sembrerà chiudersi soltanto nel maggio del ’57, quando al processo di Venezia tutti gli imputati verranno assolti. Il 28 maggio Francesco Rosso racconta su «La Stampa» la gioia contenuta di Piero Piccioni e degli altri alla lettura delle sentenza, mentre il pubblico accenna un applauso. Tutti innocenti, a parte la Bisaccia condannata a 10 mesi per calunnia. In compenso è rimasto intatto il mistero sulla morte di Wilma Montesi, e persino «La Dolce Vita» di Fellini renderà omaggio a quel giallo qualche anno dopo. Invece, Amintore Fanfani è diventato un leader della Dc al posto di Piccioni. L’Italia comincia a conoscere il potere della cronaca nera nella storia della democrazia. 

Rosaria e Pasquale, il segreto del matrimonio

La Stampa
 massimo gramellini

Un racconto di Gramellini: le voci di una coppia di Procida che fanno il bilancio di una lunga vita attraversata insieme

Delle favole, fin da bambino, mi ha sempre ossessionato l’ultima riga. «E vissero felici e contenti». Il classico brodino rassicurante cucinato dai grandi per farti addormentare tranquillo. «Ma al principe e alla principessa non succede più niente?», chiedevo deluso a mia madre. E lei rispondeva: «Succede la vita».

Io alla vita ho sempre preferito le favole e sono sbarcato sull’isola di Procida con l’idea di incontrare una coppia a lunga conservazione che mi rivelasse il segreto dell’ultima riga. Certi segreti si conservano meglio su un’isola. Alla vigilia delle nozze d’oro, Rosaria e Pasquale hanno accettato di raccontare, l’uno di nascosto dall’altra, il loro matrimonio infinito.

Doveva essere facile giurarsi amore eterno nei secoli passati, quando tra epidemie e guerre la vita durava in media trent’anni. Adesso quel giuramento andrebbe riscritto così: sei disposto a giacere nello stesso letto e a dividere i pasti e gli spazi con la stessa persona per almeno mezzo secolo?

Rosaria e Pasquale ci sono riusciti. Resta da scoprire come.

Rosaria
«L’ho conosciuto che avevo quattordici anni. Il primo ragazzo che mi ha guardato e che ho guardato in un certo modo. Abitavamo alla Chiaiolella, a meno di un chilometro di distanza. Lui aveva diciott’anni e di notte saliva su una zaccalea per andare a pescare. Grosso, muscoloso, abbronzato. Ogni volta che lo vedevo mi veniva da rimettere. Per l’emozione. Poi abbiamo cominciato a vederci di nascosto in una casetta. Solo baci e parole. Tante parole. Più parole che baci.

«I suoi non ne volevano sapere di me, perché io ero figlia di genitori separati, e allora era una cosa vergognosa. Hanno fatto di tutto per convincerlo a lasciarmi. Pure qualche buon partito gli hanno presentato. Ma lui voleva me e basta. Così dopo otto anni ci siamo sposati nella chiesa di San Giuseppe.

«Lui lavorava già a Napoli sui rimorchiatori. Era sempre in mare come Ulisse. E io sempre chiusa in casa come Penelope, perché per una donna che veniva da un’isola a Napoli metteva paura. «Certe volte mi stava via due o tre mesi, anche sei. La vita senza di lui era più ordinata, ma più triste. Mi mancava l’abitudine di averlo lì. Quando tornava era sempre un momento bello. Mi portava fiori, scarpette.

«Una mattina tornò a terra senza dirmelo. Venne a casa e io non avevo ancora rifatto il letto. Lui entrò in camera e guardò le lenzuola perfette, appena un po’ arricciate dalla parte mia. Rimase sconvolto: non credeva che pure nel sonno si potesse vivere con tanta delicatezza, senza distruggere ogni cosa.

«Quanta pazienza. Allora le mogli dovevano sopportare. Era lui che portava i soldi in casa, ma ero io a governarli, per fortuna. È sempre stato sciupone. Una volta, appena sceso dalla barca, vide una giacca in vetrina e volle comprarla di testa sua, senza neanche provarla. Mi arrivò a casa con questa roba enorme che svolazzava da tutte le parti. Più che una giacca pareva nu cappotto.

«Che poi lui una giacca non sa neanche appenderla. Sono cinquant’anni che glielo insegno, ma non si impara mai. Non lo fa per cattiveria. È proprio negato. Un disastro d’uomo. Abbiamo passato la vita a litigare. Il battibecco comincia sempre con me che lo sgrido per qualcosa che fa male o che dovrebbe fare e non fa.

«È pigro, pasticcione, disordinato. E la pensiamo al contrario su tutto. A me piacciono le canzoni, a lui le partite. Pure in chiesa, io mi siedo in prima fila e lui in ultima. Non andiamo d’accordo su niente, tranne che sul fatto che non andiamo d’accordo. «E poi c’è Michele, il nostro unico figlio. L’ho cresciuto io, ma è stato il padre a farlo laureare. Non voleva che facesse la fatica sua. Adesso insegna scienze a Napoli ed è contento, anche se un po’ gli manca l’andare per mare.

«La pazienza. Il segreto è la pazienza. 
«A Procida c’è un proverbio: primo anno core a core, secondo anno culo a culo, terzo anno vaffanculo. Finito l’incantesimo, arriva il sacrificio. Ma ogni volta che mi veniva la tentazione di lasciarlo, pensavo: questo è un disastro d’uomo, ma un altro rischia di essere pure peggio. Avevo una famiglia separata alle spalle. Tenere unita la mia è stato lo scopo della mia vita. Se tornassi indietro, lo risposerei. Ero veramente innamorata, dopo tutto.

«Certo, se ci ripenso… Col fatto che si svegliava all’alba bisognava dargli da mangiare a mezzogiorno in punto. E se la pasta era in ritardo di cinque minuti cominciava a strillare. Sono io il padrone di casa, diceva. Lo dice ancora adesso e glielo lascio credere. Lui è il padrone, ma chi comanda sono io».

Pasquale
«Lei andava a scuola di cucito, vicino casa mia. Quant’era bella. Non una delle più belle, ma quasi. Dall’orto di casa vedevo la sua, più in basso, con le pareti gialline. Tutti i giorni, a mezzogiorno, ci affacciavamo e ci salutavamo da lontano. Scorgevo solo la sua sagoma, ma mi bastava. «Bella, brava, sincera, coi capelli sciolti e un seno disegnato bene. La sera andava in chiesa e finita la messa ci mettevamo a parlare. Che gli dicevo? Sei la vita mia, non penso che a te. Frasi da innamorati, ma erano vere. Di toccarsi non se ne parlava proprio. Con il passare degli anni, qualche bacetto.

«Un giorno stavamo ad abbracciarci sulla spiaggia di Ciraccio, in un canneto che adesso è stato mangiato dalla strada. Arrivò il vento da Ovest e alzò le onde fino a quattro metri. Tre bambini di una colonia di Napoli cominciarono a chiedere aiuto. Io mi butto e li trascino dove si tocca, uno alla volta. Ma dopo averli messi in salvo, sono svenuto. Mi hanno salvato dei pescatori. Non so se lo rifarei. Ma allora lo feci anche per lei. Ci tenevo a essere il suo eroe.

«I miei non volevano saperne di questo fidanzamento perché i genitori di Rosaria si erano separati. Questa cosa del divorzio è stata sempre un’ossessione in casa mia. Quando il giorno del referendum dissi che ero favorevole alla legge, mio figlio di sette anni mi si aggrappò alle ginocchia: “Papà, non lasciare la mamma!” E io a spiegargli che andavo a votare per il divorzio degli altri, mica per il mio.
«Il padre di Rosaria veniva da Santa Maria di Leuca.

Con rispetto parlando, allora da quelle parti non avevano nemmeno il vaso da notte. Lui e la moglie si erano conosciuti a Procida durante la guerra. Quando mia suocera andò a vivere là, si trovò subito male. La facevano lavorare da mattina a sera nei campi, pure incinta, come una schiava. Appena nacque Rosaria, la portò qui. Lui veniva per vedere la bambina e montava delle scenate che ogni volta bisognava chiamare i carabinieri.

«Tutta l’isola parlava di questo scandalo e i miei si opponevano al matrimonio. Allora mi misi a cercare un lavoro in continente. Scrissi pure a Mattei, quello dell’Eni. Mi rispose offrendomi un posto, che io rifiutai perché nel frattempo avevo ricevuto una chiamata dai rimorchiatori di Napoli, dove tenevo uno zio capitano. Divenni motorista a 150.000 lire al mese.

«Tornato sull’isola col primo stipendio, misi in mano a mia madre tutti quei soldi. Finalmente potevo decidere il futuro di testa mia e sposarmi la figlia del divorzio. Al matrimonio si presentò pure suo padre, senza carabinieri. Fu lui a portarla all’altare. Poi salimmo sulla mia 850 nuova e partimmo per il viaggio di nozze. Ma la prima notte la passammo a Napoli, a casa mia. Casa nostra.

«Da allora sono passati cinquant’anni e non è cambiato granché. Lei è bellissima ancora adesso. E ancora adesso, se mi porta a tavola il pesce senza sale, io mi metto a strillà. Però finisce lì. Non ho mai avuto la tentazione di mollare. Sì, le ho detto tante volte “Mo’ hai proprio rotto”, però un minuto dopo mi passava. Cambiare nella vita è bello, ma mia moglie io non la cambierei.

«La prima regola di un amore lungo è che deve essere un amore grande. Oggi la gente si separa più di quanto vorrebbe perché si sposa più di quanto dovrebbe. Se non senti un brivido quando la pensi, non ti sposare. Se non ti piace farci l’amore, non ti sposare. Vai a farti un viaggio in mare, piuttosto.
«La seconda condizione è la pazienza, la terza la religiosità. Il Vangelo fa, anche nella vita pratica. Almeno per noi. Ma la regola più importante è la sincerità. Non ho mai detto una bugia a mia moglie.

Piuttosto ci facimmo una bisticciata. Se taci, accumuli serpenti nel cuore, uno addosso all’altro. L’ho mai tradita? Può succedere che vedi una femmina che ti piace, ma se ne parli subito, passa. Quanto a lei, non mi ha mai fatto le corna. Al cento per cento. Sono cose che si sentono. Tornavo dai miei viaggi infiniti - sono stato via anche un anno per trasportare legna - e a casa trovavo sempre una moglie che mi aspettava e mi desiderava. Una volta sono entrato che lei si era appena alzata. Bisognava vedere l’ordine di quel letto. Pareva ci avesse dormito un morto. Dove dormo io, invece, sembra sempre che ci sia passato un cavallo.

«Lei è precisa. E rompe, rompe. Nu martello. Ma perché le donne non si stancano mai di dirci come vanno fatte le cose? A me passerebbe la voglia dopo due minuti. E poi sono strane. Io posso cambiare la macchina e non mi dice niente, ma se mi azzardo a prendere un chilo di pesce succede il finimondo… Chi comanda in casa? Diciamo che a grandi linee gestisco io. Nel senso che lei comanda e io eseguo. Lei la mente, io il braccio. A una certa ora metto il cappello del tassista e la accompagno a fare la spesa. Ma io resto fuori, perché manco nu biscotto mi fa comprare. Dice che i dolci mi fanno male. Ma io pecco di gola solo quando lei me lo vieta.

«È giusto che due persone si lascino se l’amore non c’è più, magari perché non c’è mai stato fin dall’inizio. O se, come i miei suoceri, si scoprono incompatibili. In tutti gli altri casi è inutile separarsi, tanto con quella che viene dopo sarà uguale. «Quando litighiamo più del solito, e succede ancora spesso, mi sdraio sulla mia poltrona preferita, chiudo gli occhi e ripenso alle parole che un mio amico prete pronunciò dal pulpito il giorno delle nostre nozze.

«Rosaria e Pasquale, ricordatevi che il matrimonio è come una nave che da Napoli va in America. All’inizio il mare è buono, poi arrivati a Gibilterra cominciano le onde e il capitano deve essere bravo a tenere la rotta. Ma è nella tempesta che si vedrà la sua abilità. Finché poi il vento scende, il mare torna calmo e si arriva finalmente in porto». «Ora che il porto si avvicina, sono contento di esserci arrivato con lei. Qui, sulla nostra isola. In fondo un’isola lo siamo stati anche noi».

Salvatore Aranzulla cancellato da Wikipedia. E lui replica: «Rosiconi»

Corriere della sera

di Raffaella Cagnazzo

La cancellazione della voce sul noto blogger di informatica dall'enciclopedia online ha scatenato un dibattito e diviso la Rete sulle ragioni che portano alla rimozione

Salvatore Aranzulla (Facebook)

Un caso che ha aperto una discussione online, ma non solo. La voce Wikipedia su Salvatore Aranzulla è stata cancellata. Una citazione che riguarda uno dei divulgatori di consigli di informatica più conosciuti del web: il suo sito internet è tra i trenta più visitati d’Italia con oltre 400mila visite al giorno, su Facebook ha più di 340.000 follower, un fatturato che supera il milione di euro e chi cerca suggerimenti online su computer, internet e telefonia, difficilmente non si è imbattuto in un suo post.
Cosa è successo
«Amici cari, vi dico solo che concorrenti di bassa lega e rosiconi stanno proponendo l’eliminazione della mia voce da Wikipedia» scriveva il 23 maggio scorso Aranzulla sulla sua pagina Facebook. E dopo una lunga discussione sulla piattaforma, la cancellazione è avvenuta. L'accusa mossa ad Aranzulla è di non essere un divulgatore scientifico, in sostanza i detrattori del blogger ritengono non risponda ai criteri di enciclopedicità necessari per essere presente sulla pagina di Wikipedia. Una delle tre ragioni che possono portare alla cancellazione di una voce dalla piattaforma di divulgazione in Rete (le altre sono la forma con cui è scritta una voce e il contenuto quando utile più al soggetto citato che ad un'informazione generale). Per la piattaforma di Wikipedia poco importa che il blogger sia una celebrità online, abbia scritto libri e sia considerato un esperto tanto da essere stato invitato più volte come ospite qualificato in trasmissioni nazionali.
La replica di Aranzulla
«Abbiamo fatto scoppiare una bomba: più di 300.000 persone sono venute a conoscenza della cancellazione della mia pagina da Wikipedia. Ho ricevuto migliaia di messaggi di sostegno e centinaia di discussioni sono state avviate e sono in corso in Rete: da Facebook a Twitter, da Reddit a Linkedin. La comunità italiana di Wikipedia è di parte e il mio non è un caso isolato» commenta Aranzulla, spiegando che anche la pagina di Virginia Raggi, al ballottaggio per la poltrona di sindaco di Roma, è stata cancellata.
Il dibattito online
La cancellazione, com'era inevitabile, ha scatenato un dibattito tra chi è un fervido sostenitore del blogger e lo considera un Guru del Web chi, invece, lo accusa di non avere competenze specifiche e di non aver mai programmato. Ma la questione sconfina oltre il singolo caso di Salvatore Aranzulla e apre una disputa sulla scelta delle voci attive su Wikipedia, le cui regole e linee guida sono state stabilite prima del 2004, e dove sono presenti le voci su tronisti di Uomini e Donne, Veline, e più in generale vari personaggi appartenenti alla cultura popolare.
Chi è il blogger Aranzulla
Dal suo blog, Salvatore Aranzulla si definisce un divulgatore informatico, con più di 15.000 copie di libri venduti, autore del sito Aranzulla.it, uno dei 30 più visitati in Italia. Offre indicazioni pratiche con post in cui spiega «Come trasformare un Pdf in Jpg» o «Come filmare lo schermo del Pc», «Come cancellare la cronologia di Google» o ancora «Come connettersi ad una rete wireless»: argomenti di uso comune con cui, chi usa la tecnologia, si confronta tutti i giorni.

@rafficagnazzo

Twitter, Echo Location: lo strumento che scova le parentesi antisemite

repubblica.it
di ROSITA RIJTANO

((( ))) è il codice che è stato a lungo usato sul web da gruppi neonazisti per identificare personaggi di rilievo d'origine ebraica. E scatenargli contro campagne di cyberbullismo. Ora però uno sviluppatore anonimo ha creato un sistema che permette di visualizzare chi sfrutta questo simbolo su Twitter

Twitter, Echo Location: lo strumento che scova le parentesi antisemite

IN ANALOGICO è stata la stella di David. Quel simbolo a sei punte che, durante la seconda guerra mondiale, ebrei italiani e tedeschi avevano l'obbligo di appuntarsi sui vestiti. A mo' di marchio. In digitale son diventate parentesi. Tre tonde da un lato e tre dall'altro in modo da racchiudere un cognome: (((Rijtano))), ad esempio. Una raffigurazione grafica dell'eco, sfruttata dai neonazisti tecno per identificare online personaggi del mondo dello spettacolo, della letteratura, e degli affari d'origine ebraica. E così scatenargli contro violente campagne di cyberbullismo. Un codice a lungo usato e altrettanto a lungo sconosciuto ai più come annota il sito di notizie Mic.com, autore di un'indagine sulla vicenda, per via del fatto che non è facile individuarlo. Ora, però, uno sviluppatore anonimo ha messo a disposizione un sistema che permette di visualizzare in un unico posto tutti i tweet che lo contengono.

Echo Location è il nome dello strumento e sfrutta le API di Twitter (ovvero le interfacce di programmazione dell'applicazione) per raccogliere tutti quei cinguettii contressagnati dal simbolo dell'eco: ((( ))). E anche se nel calderone, al momento, finiscono pure quelli di solidarietà o che nulla c'entrano con l'antisemitismo, l'ignoto coder spera che grazie al proprio marchingegno i neonazisti vengano individuati, possibilmente bannati dal social network di Jack Dorsey; o almeno ostracizzati. "Cerco di rimanere ottimista", ha fatto sapere in un'intervista a MotherBoard, "e mi auguro che il sistema abbia qualche impatto. O quanto meno che riesca a trovare le persone che si comportano in modo orribile, utilizzando questo simbolo che le aiuta a nascondersi dato che non è cercabile. So che non smetteranno di essere razziste solo perché perdono una piattaforma, ma se succede gli sarà più difficile esprimere i loro punti di vista".

L'origine della scelta delle parentesi va fatta risalire a un podcast di destra del 2014, The Daily Shoah, che utilizzava l'eco come effetto audio, quando gli speaker menzionavano i nomi di persone d'origine ebraica. Poi (((Echo))) è diventato conosciuto negli ambienti antisemiti come un nuovo movimento amorfo conservatore, composto da troll e nazionalisti. "Alcuni lo utilizzano per prendere in giro gli ebrei; altri per denunciare le supposte collusioni di quest'ultimi nel controllare i media e la politica", scrivono i giornalisti Cooper Fleishman e Anthony Smith. Vittima di una delle campagne denigratorie è stato, tra gli altri, Jonathan Weisman, del New York Times, dopo aver condiviso un pezzo su Donald Trump dal titolo: "Questo è il modo in cui il fascismo arriva negli Stati Uniti".  Uno degli episodi che l'hanno convinto ad abbandonare il network dell'uccellino in favore di Facebook, dove gli utenti devono iscriversi usando il vero nome.

Ma non è stato il solo. E a volte si è arrivati persino a minacce di morte. Del resto, non è una novità che Jack Dorsey&Co. facciano fatica a contenere le animosità sulla piattaforma. Secondo quanto riporta Engadget, con un'estensione di Chrome chiamata "Coincidence Detector" i neonazisti hanno individuato, e immesso in una lista, i nomi di ben 8.500 ebrei. Inclusi Michael Bloomberg e Sacha Baron Cohen. Un elenco che sarebbe stato sfruttato da 2500 utenti per coordinare attacchi online. Di recente Google ha bannato il plug-in; mentre lunedì l'Anti-defamation League (ADL), gruppo di pressione statunitense che si occupa di fermare la diffamazione nei confronti degli ebrei, ha aggiunto ((( ))) al proprio database dei simboli d'odio.

Molti volti noti del mondo dello spettacolo e dell'editoria hanno messo tra parentesi il nome che compare sul loro profilo Twitter, pur non essendo d'origine ebraica. In una dichiarazione rilasciata a Haaretz, il ceo di ADL Jonathan A. Greenblatt ha scritto: "Non c'è un singolo antidoto contro l'antisemitismo postato su Twitter. Una risposta efficace include indagini e un'esposizione delle fonti di astio, il rafforzamento dei termini di servizio e la promozione di contro-narrative. Dalla nostra prospettiva, lo sforzo fatto da Jeffrey Goldberg e altri di incorporare i simboli dell'eco è un esempio positivo e intelligente". 

La Carta d'identità classica che piace ai criminali

repubblica.it
di PINO BRUNO

Negli uffici anagrafe dei comuni italiani si susseguono i furti di carte di identità in bianco, facilmente falsificabili. Tutti gli altri paesi adottano la carta di identità elettronica, ma in Italia solo 153 comuni su più di 8000 sono abilitati a rilasciarla

La Carta d'identità classica che piace ai criminali

L'Italia digitale marcia a due velocità. Accelera su SPID, il servizio pubblico di identità digitale, e segna il passo sul documento di identità per eccellenza. Gli italiani sono gli unici, in Europa, a viaggiare con lo stesso cartoncino degli anni 50. Certo, la carta di identità non è più compilata a mano bensì con la stampante, ma la foto è sempre attaccata con la spillatrice, o punzonata o ricoperta da una pellicola trasparente. Ci sono ovviamente gli immancabili timbro e firma. E la sicurezza? Pari a zero. Perciò le carte di identità italiane piacciono tanto ai delinquenti, che continuano a sottrarne a migliaia nelle casseforti degli uffici di anagrafe dei comuni. Le rubano in bianco, poi per i falsificatori è un gioco da ragazzi compilarle su commissione. 

Gli ultimi furti? 1300 in un solo colpo a Nocera Inferiore il 26 maggio scorso, 500 a Foggia l'8 maggio, 970 ad Albano il 25 marzo, 1000 a Campobasso a dicembre 2015, per citare soltanto i casi riportati negli ultimi mesi dai giornali. Sarebbe interessante avere le cifre ufficiali, ma il Ministero dell'Interno, più volte sollecitato, non ha mai risposto alle mail. Possiamo dunque soltanto ipotizzare che si tratti di un fenomeno diffuso. L'unico dato ufficiale si evince dall'archivio della Direzione Centrale Polizia Criminale, che contiene 24.606.269 registrazioni di documenti per i quali è stato denunciato il furto o lo smarrimento.

Le vecchie carte di identità rubate finiscono nelle mani della criminalità organizzata. L'anno scorso il prezzo per una carta di identità era di 13 euro nel primo passaggio, poi a salire come avviene in tutti le attività di ricettazione. Alcune carte d’identità rubate in Puglia, Campania e Lazio sono state trovate in possesso di cittadini non europei fermati in Germania, Irlanda, Grecia, Belgio e Italia. La Polizia ha accertato l’ingresso, con quei documenti, di cittadini siriani, albanesi, palestinesi, iraniani ed afghani. Che questi documenti in cartoncino, così facilmente falsificabili, possano far gola anche ai terroristi è una ipotesi non peregrina.

Lo stesso sindaco di Foggia, Franco Landella, dopo il furto nel suo Municipio, ha detto che "visto il clima di terrorismo che viviamo – il pensiero va all’utilizzo improprio dei documenti". Proprio a causa del terrorismo, molti paesi dell'area Schengen hanno reintrodotto i controlli alle frontiere e capita spesso agli italiani in viaggio con la sola carta di identità in cartoncino di essere fermati per accertamenti più accurati. Cosa che non capita ai pochi fortunati possessori della CIE, la carta di identità elettronica. Già, perché un manipolo di italiani – quanti non è dato sapere - possiede la smart card a prova di falsario, realizzata in base ai criteri di sicurezza previsti dall'Unione Europea.

 La Carta d'identità classica che piace ai criminali

La nuova CIE dotata di microchip conterrà impronte digitali, codice fiscale ed estremi dell'atto di nascita, corredati da una serie di elementi di sicurezza (ologrammi, sfondi di sicurezza, micro scritture). Al momento della richiesta il cittadino potrà fornire il proprio consenso alla donazione degli organi e potrà indicare le modalità di contatto, compresi numero di telefono, indirizzo di posta elettronica o indirizzo PEC.

Visti i precedenti, sembra davvero difficile che entro il 2018 – come fa sapere l'Agenzia per l'Italia Digitale (AgID) – possa essere "completata la diffusione su tutto il territorio nazionale". È più facile che le vecchie carte di identità italiane rubate continuino ad alimentare il mercato dei documenti falsi. Forse gli italiani in giro per l'Europa farebbero meglio a dotarsi di passaporto, per evitare l'umiliazione dei doppi controlli e gli sguardi sospettosi dei poliziotti di frontiera.

I furti di carte d'identità (Pdf)

Un ricordo di Berlinguer a 32 anni dalla morte

Corriere della sera
di Antonio Ferrari

Il nostro inviato era a Padova l’11 giugno 1984, quando il segretario del Pci morì dopo quattro giorni di coma, in seguito a un ictus. Tra aneddoti e fatti che hanno segnato la storia d’Italia, il ritratto molto personale di un leader



La notte del 7 giugno di 32 anni fa mi arrivò una telefonata dal direttore del Corriere Alberto Cavallari. Mi informava che il segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer era stato colpito da un ictus, a Padova, durante un comizio, e mi invitava a far la valigia. Ero appena rientrato da una missione in Medio Oriente, ma l’adrenalina salì a mille. Mi sembrava che quella triste notizia fosse come la metafora di uno straordinario percorso, che avrebbe potuto chiudersi proprio a Padova, dove il Pci aveva osato sfidare la sinistra extraparlamentare, gli autonomi, i loro cattivi maestri, i sostenitori del terrorismo diffuso, per difendere responsabilmente i valori della legalità.

Prosciugare l’acqua intorno al terrorismo
Berlinguer sapeva di correre pesanti rischi elettorali, ma decise comunque di sostenere chi cercava di prosciugare l’acqua attorno al terrorismo perché era un uomo vero e verticale. Sapeva di inimicarsi la borghesia radical-chic della Milano «panettona e feltrinella», come la definiva Raffaele Mattioli. E sapeva che una parte del movimento operaio l’avrebbe avversato. Ma decise ugualmente, da vero uomo di Stato.

Con Tobagi per l’inchiesta «7 aprile»
Avendo seguito per il Corriere, assieme all’amico e collega Walter Tobagi l’inchiesta sul «7 aprile», scesi all’hotel Plaza, che mi aveva ospitato per mesi nel 1979 e negli anni successivi. Era lo stesso albergo dove si trovava Berlinguer prima dell’attacco fatale. C’era un’atmosfera mesta, perché era la mestizia ad accompagnare l’angoscia per la sorte di un grande leader. Personalmente, devo dire che non sono mai stato comunista. Ho conosciuto l’Est europeo, dove la libertà era schiacciata dal regime e, se avessi avuto qualche dubbio, mi è bastato. Però non ho mai avuto remore a votare Pci anche per riconoscere l’onore politico a Berlinguer, che avevo conosciuto negli anni precedenti (nella foto Ansa sotto, Berlinguer parla agli operai della Fiat in sciopero, davanti ai cancelli di Mirafiori a Torino, nel settembre 1980).


La rivolta ai cancelli della Fiat
Dopo l’assassinio di Tobagi, ucciso dai vigliacchi della banda 28 marzo, nata per ricordare la data dell’assalto al covo brigatista di via Fracchia, a Genova, che entrambi raccontammo sul Corriere, fui costretto ad accettare per due anni una scorta. Tortura che non auguro al peggior nemico, soprattutto alla mia età di allora (avevo 34 anni). Seguii, come inviato del mio giornale, la rivolta ai cancelli della Fiat, fino alla marcia dei 40 mila, ed ero in prima fila ai cancelli per raccontare la visita di Berlinguer. Molti colleghi andavano a scrivere alla Fiat, con i telefoni gratis (allora non c’erano i cellulari) e splendide hostess che ti servivano il caffè e le bibite preferite. Ricordo che fummo in due a rifiutare quella gentile ospitalità: Ezio Mauro, che allora lavorava per la Gazzetta del Popolo, e chi scrive. Ci sembrava scorretto, in un momento di gravissima tensione tra sindacati e Fiat, accettare l’utilizzo dei benefit di una delle parti.


Quella sera del comizio finale: «Sia forte»
La sera del comizio finale di Berlinguer in piazza San Carlo, mi chiamò il direttore del Corriere Franco Di Bella, per intimarmi — con i suoi modi bruschi e affettuosi — di non andarci perché erano arrivate segnalazioni di pericolo che mi riguardavano. Risposi che sarei andato comunque, con la scorta. A questa si unirono due auto della Questura e alcuni nerboruti del servizio d’ordine del Pci. Che, giunti in piazza, segnalarono ai collaboratori del segretario comunista che ero arrivato. Berlinguer, alla fine del comizio, mi si avvicinò, mi chiese di salire, mi strinse vigorosamente la mano: «Abbia coraggio e non molli. Sia forte, resista, mi raccomando!» (leggi, dall’Archivio del Corriere, l’articolo di Antonio Ferrari sulla morte di Berlinguer pubblicato sul Corriere della Sera il 12 giugno 1985, sfiorando l’icona blu).
La telefonata dell’ufficio stampa Fiat
Ero ovviamente confortato, ma il giorno dopo mi chiamò un carissimo amico e collega, Marco Benedetto, che allora era capo dell’ufficio stampa della Fiat. Ci conoscevamo dai tempi di Genova: lui all’Ansa io al Secolo XIX. Mi disse ridacchiando: «Mi hanno detto che sei salito sul palco a baciare la mano a Berlinguer». Marco era spiritoso, ma la battuta non mi fece ridere perché provavo disgusto per chi (un collega invidioso?) l’aveva informato, travisando la realtà. Allora ero più irruente di adesso. Chiamai il direttore del Corriere e, visto che era fuori, chiesi al suo vice Gaspare Barbiellini Amidei un favore: «Gaspare, Marco Benedetto è mio amico ma i casi sono due: o mi telefona per scusarsi oppure faccio le valigie e torno a Milano» (nella foto Ap, più di un milione di persone assistono ai funerali di Enrico Berlinguer a Roma, il 13 giugno 1984 in piazza San Giovanni)


L’annuncio del decesso e l’incontro con Nilde Iotti
Ricevetti la telefonata di scuse e tutto finì bene. Non altrettanto l’11 giugno 1984, quando fu annunciata a Padova la morte di Enrico Berlinguer. Eravamo una grande comitiva di giornalisti, in rappresentanza di quotidiani, settimanali, mensili, radio e televisioni di tutti gli orientamenti politici. Ricordo che facemmo una triste colazione, alle 13, con Nilde Iotti, presidente della Camera e leader di grande spessore. Nel pomeriggio, inviate le nostre corrispondenze, ci concedemmo una pausa al bar, che si trova all’ammezzato dell’hotel Plaza. A un certo punto si presentò una ragazza bellissima, con la veletta e un abito nero. La gonna era in realtà quasi una minigonna. Posò la borsetta sul bancone, e si rivolse a noi: «Giornalisti? Vedo che siete tristi». Risposi subito per tutti: «Beh, è morto un grande leader del nostro Paese». E lei, con un sorrisetto: «Lo dice a me che ero la sua amante?». Guardai in un baleno i volti dei colleghi, poi guardai l’orologio e alzai la voce, con piglio minaccioso: «Signorina, ha trenta secondi per riprendere la sua borsetta e andarsene. Altrimenti, vede quelle scale? Gliele faccio scendere a calci». La ragazza raccolse la borsetta e se ne andò.
La presunta amante mandata dai Servizi
Era la tipica manovra dei nostri servizi, oppure delle loro articolazioni provinciali. Dopo pochi giorni ci sarebbero state le elezioni europee — quelle in cui il Pci sorpassò la Dc — e quella notiziola da gossip, accennata da uno, ripresa da un altro e amplificata da un terzo avrebbe creato qualche problema. È il mio modesto ricordo di un grande uomo. Che conobbi molti anni prima, ai tempi della grande avanzata del Pci. Berlinguer rientrava in albergo dopo una giornata esaltante. Chiese un bicchierino di whisky, la sua unica debolezza. Ci avvicinammo. «Soddisfatto, segretario, di questo successo?». Rispose con un mezzo sorriso: «Beh, sono contento, anche se penso che non sarà sempre così. Non importa. Avremo e proteggeremo sempre il nostro metodo critico e i valori».

@ferrariant
11 giugno 2016

Il “Bushmeat”, ovvero quando l’estinzione diventa glamour

La Stampa
elisabetta corrà

La moda del «bushmeat», la carne selvatica di specie a rischio, ha fatto di Hanoi il centro nevralgico del traffico più chic - e distruttivo - del Sud est asiatico. Il secondo reportage sulla fauna a rischio estinzione realizzato per La Stampa-Tuttogreen con la collaborazione di Zoetis



Questi reportages, dal titolo «Tracking Extinction», sono stati realizzati con il supporto di Zoetis, un’azienda che opera con successo da sessanta anni nel settore della salute animale, e che sostiene il lavoro di racconto e di approfondimento giornalistico a difesa della natura e della fauna svolto da La Stampa–Tuttogreen. La prima puntata è stata pubblicata qui.

Il taxi attraversa il ponte sul Fiume Rosso e si immette nel traffico denso della mattina che tiene in ostaggio il distretto degli affari di Hanoi, sulla Hoang Dao Thuy Street: un quadrilatero di grattacieli rivestiti di vetri turchesi, caffetterie di ispirazione francese e piccoli supermarket per i nuovi benestanti che comprano bagnoschiuma Dove e kim chi, il cavolo fermentato in salsa chili, importato dalla Corea del Sud o dalla Cina.

Mi aspettano alle nove negli uffici di Education Nature Vietnam (ENV), la prima organizzazione non governativa nata nel Paese, l’unica ad avere una Crime Unit con un numero verde che raccoglie segnalazioni sul traffico di animali selvatici e della sempre più inestricabile rete di canali ufficiosi o semi-tollerati che trafuga pangolini, orsi, piccoli felini, tartarughe fuori dai loro habitat sino ai mercati di tutto il Sud est asiatico. Quasi novemila chiamate in dieci anni di lavoro, duecento solo nel mese di agosto.

La sede centrale è al settimo piano di dieci in un edificio di cemento armato dall’atmosfera sovietica con un ascensore senza condizionatore e pianerottoli privi di intonaco. Appena mi aprono la porta di ENV mi trovo immersa nei poster con cui vengono denunciati i massacri di rinoceronti in Africa, oltre a fotografie di gatti leopardo e genette maculate.



La grafica è sofisticata, l’entusiasmo dello staff elettrico. ENV è un protagonista degli sforzi per la protezione della biodiversità del Vietnam, e funziona con un network di 5400 volontari disseminati in 33 province. Io incontro il gruppo che segue le campagne sul commercio illegale e monitora i luoghi di svago e intrattenimento della città.

Hanoi è un hot spot per la rete di intermediari che collega i bracconieri agli acquirenti, una «combinazione pericolosa tra le opportunità di business di una metropoli in espansione a due ore di aereo da Bangkok e un patrimonio di biodiversità unico al mondo», esordisce Rick Parfet, un elegante ragazzo inglese che per ENV cura le relazioni con la stampa. «Il traffico di animali selvatici segue traiettorie diverse. La bile di orso tibetano, ad esempio, è molto a buon mercato, mentre la carne di pangolino se la possono permettere solo i ricchi».

Sono ad Hanoi proprio per investigare sul bushmeat, un termine tecnico usato dagli ecologi per indicare la carne di animali non allevati, generalmente cacciati in modo rudimentale nella foresta, quasi sempre appartenenti a specie a rischio più o meno conclamato di estinzione secondo gli standard internazionali della Red List, la griglia di classificazione della IUCN. Il bushmeat è soprattutto il principale «motore» dello svuotamento degli ultimi habitat tropicali del sud est asiatico la cui struttura ecologica mostra sempre più evidenti segni di smagliatura.

Si chiama defaunizzazione: in modo lento ma irreversibile scompaiono le popolazioni locali, e poi le specie, dei mammiferi di media e grossa taglia, con il conseguente collasso delle reti trofiche che legano gli erbivori e la vegetazione. Questo tipo di impoverimento è un fattore di alterazione dei processi ecosistemici perché cambia l’assetto di intere comunità di piante, alberi e animali. 
La defaunizzazione avrà un impatto globale paragonabile allo «sfoltimento» delle famiglie di mammiferi avvenuto nel Pleistocene, quando una combinazione di clima in riscaldamento e caccia indiscriminata cancellò dal Pianeta mammuth, bradipi giganti e tigri dai denti a sciabola.





Stavolta però la minaccia ha tutte le caratteristiche della tecno-biosfera, la nuova nicchia artificiale high tech in cui noi uomini abbiamo imparato a prosperare, avviando uno sfruttamento delle altre specie orientato da significati simbolici e culturali. Qui in Vietnam, mi dicono, ci si mangia il Pianeta per il gusto di farlo. E naturalmente il grosso del lavoro di ENV consiste nel convincere l’opinione pubblica che la protezione delle specie selvatiche non è un vezzo e che il patrimonio biologico del Paese ha un peso globale.

Il prelievo massiccio di animali destinati al consumo alimentare era già evidente a metà degli Anni 90, ed era stato indicato come minaccia alla biodiversità in un rapporto della World Bank datato 2005. Ma la IUCN lo riconosce come fattore di decimazione delle specie tropicali solo da due anni. Prima del 2013 il bushmeat non esisteva neppure sull’agenda dei programmi per la protezione dell’ambiente su scala mondiale: era considerato come un fenomeno locale tipico esclusivamente dell’Africa centro occidentale.

Secondo una stima attendibile della Cites nel solo periodo tra il 1998 e il 2007 circa 35 milioni di animali sono entrati nei circuiti commerciali del sud est asiatico. Di questi, almeno 30 milioni erano stati catturati in Vietnam, Malesia, Indonesia e Cina. L’UNEP delle Nazioni Unite calcola che l’intero comparto del wildlife crime valga la bellezza di 213 miliardi di dollari l’anno.



Ma c’è anche un traffico transoceanico, che fa da ponte tra l’Africa e questa regione. L’esempio più famoso è il corno di rinoceronte. Ed è sul suo consumo nella medicina tradizionale che insiste uno degli spot televisivi che ENV trasmette sulla principale emittente pubblica del Vietnam. «Il rinoceronte è evaporato dal Paese negli ultimi venti anni, l’ultimo si trova al Cat Tien National Park.

Il paradosso è che abbiamo numerosi rinoceronti africani in parchi safari». Gli zoo privati sono una moda in piena espansione in Vietnam. Vicino Hanoi, sulla Phu Quci Island, è in costruzione un safari park di mille ettari in cui troveranno posto pure i leoni. A un’ora e mezza di autobus da Ho Chi Minh City c’è il Cu Chi Wildlife Rescue Center, che recupera animali non originari del contesto asiatico destinati ai serragli dei ricchi appassionati di Africa.

In questo video nulla della brutalità dei bracconieri è risparmiato allo spettatore: un rinoceronte mutilato di tre quarti del muso, ancora vivo, muore lentamente nel proprio sangue. Mi fanno vedere un secondo spot che è addirittura peggio del primo. Un orso dal collare (Ursus thibetanus) è costretto in una gabbia di ferro arrugginita grossa tanto quanto lui, in condizioni igieniche pessime. Ha una sonda laparoscopica inserita nell’addome, all’altezza del fegato.

Da qui gli viene estratto il contenuto della ghiandola biliare. La camera si sposta nell’interno di un confortevole appartamento arredato all’occidentale, dove una bambina vietnamita in lacrime vede questa scena sullo schermo della tv, circondata dai suoi peluche. Sollecitato dal pianto della figlia, il padre entra nella stanza e cerca di consolarla. Il messaggio è chiaro: la sofferenza gratuita di un animale per la produzione di medicine senza efficacia alcuna è un crimine. Ma questo approccio emotivo è solo la schiuma di superficie della strategia adottata dalla Crime Unit di ENV.

E questo perché va bene commuoversi, ma poi servono le azioni concrete per occuparsi che degli orsi laddove gli orsi dovrebbero stare, e cioè nelle foreste. Mentre mi spiegano che cinque anni fa il consumo di bile di orso tibetano per curare cancro, carie, eritemi era di almeno un 60% più alto di quanto avvenga oggi, e che la ONG preme sulle autorità governative per trasformare l’indignazione in strumenti legislativi seri, mi accorgo che il punto centrale dell’attivismo ambientalista non è più la mobilitazione di una sensibilità empatica per il destino di alcune centinaia di singoli animali.

Quello di cui stiamo discutendo questa mattina è lo sforzo di collegare - davanti all’opinione pubblica - il dolore degli animali all’estinzione delle faune originarie del Vietnam. In una ricerca recente pubblicata su Conservation and Society, Rebecca Drury di Fauna & Flora ha analizzato per la prima volta il consumo di animali selvatici nei distretti centrali di Hanoi. «Fame di successo»: così Drury sintetizza i risultati del suo studio. La carne di origine selvatica è uno status symbol per una classe media che è disposta a pagare quel che c’è da pagare per vedersi servito l’ultimo esemplare di una specie.

In Africa, e anche nella più vicina India, la domanda di bushmeat si poggia sul bisogno di integrare la dieta con proteine animali difficilmente reperibili altrove, ma ad Hanoi l’uso di sussistenza è fuori discussione. Nella percezione comune, la carne selvatica è il vero lusso, il cibo della gente di successo, di chi fa affari e vuol ostentare il proprio prestigio sociale. Sono maschi di ogni età, imprenditori, impiegati nel settore finanziario. Sanno che ad Hanoi chi mangia un animale catturato nella foresta merita rispetto e dimostra di saperci fare con i soldi. Sono sicuri che pagando una cena nel ristorante giusto eserciteranno una remunerativa influenza psicologica su un possibile cliente.

Sono abitudini radicate nella cultura locale: le specie in questione, in fondo, sono state cacciate per secoli da queste parti. Ma solo cinquanta anni fa il Vietnam era un Paese prevalentemente rurale. La caccia era un evento isolato, eccezionale. In un racconto dello scrittore Nguyen Huy Thiep - il «Cechov del Vietnam» - un taglialegna aggredito da un orso nella sua baracca riesce ad abbattere l’animale e lo porta al villaggio vicino per allestire un banchetto speciale per tutte le famiglie dei dintorni. La carne dell’orso «è magra e saporita», scrive Thiep, «Thuc preparò un pentolone di zuppa, mettendoci dentro tutte le ossa e anche le quattro zampe.

Chin commentò: una ciotola di questa zuppa equivale a un etto di chao ho cot», e cioè polvere di ossa di tigre. Nel Vietnam raccontato da Thiep le foreste erano ancora fitte, i cash crops, le piantagioni estensive di frutta da esportazione, non avevano ancora scorticato la maggior parte del Paese. Con la fine degli anni Novanta, abbandonati i piani quinquennali, il governo apre ad una aggressiva economia di mercato di stampo cinese. Il Nescafè diventa made in Vietnam, arrivano brand che qui producono a prezzi irrisori come North Face e Zara. Per i benestanti che ad Hanoi possono fare shopping sulla Hai Giai Street la zuppa di orso non è più un miracolo provvidenziale in una massacrante giornata di lavoro sulle colline nebbiose del Nord.

E più le aree selvagge sono piccole, assediate dai campi, più è grave l’impatto della pressione della caccia di frodo. Negli ultimi 40 anni in Vietnam sono state cacciate fino all’estinzione almeno 12 specie di vertebrati. Nello stesso arco temporale il Dipartimento vietnamita per la Protezione delle Foreste stima che 200 specie di uccelli e 120 di altre famiglie siano state localmente eliminate. Il menù è del resto molto ricco: piccoli felini, scoiattoli, genette, donnole, sirau (un tipo di capra), pangolini, porcospini, topi del bamboo, pitoni, orsi, tartarughe, macachi.



In Vietnam le wildlife farm, cioè gli allevamenti in batteria di animali non domestici., non ospitano solo le tigri. Ma è la provenienza a rendere la carne pregiata, perché lo stesso animale cresciuto in cattività è considerato di qualità inferiore. Queste aziende, spesso denunciate sul web per l’atrocità dei loro metodi, sembrano piuttosto funzionare come un effetto marketing. Acuiscono il gusto e la sensibilità dei consumatori per l’autentica carne selvatica.

Per i cittadini di Hanoi mangiare bushmeat è una esperienza che garantisce «avventura e relax» da regalare a colleghi e amici, se puoi permettertelo. Non è quindi causale che i posti dove si trovano questi piatti offrano alla clientela anche altri intrattenimenti, come massaggi, spettacoli di karaoke e prostituzione. Come nel racconto di Thiep, servire un pasto decente ai propri amici e familiari, cioè ricco di piatti non comuni, nella mentalità tradizionale vietnamita è una forma di rispetto per gli ospiti. Secondo la ricerca di Drury c’è ormai anche una sorta di malinconia romantica per la vita rurale di un tempo. La zuppa di orso è anche un modo per ricordare i tempi antichi.

Nel corso della conversazione con ENV mi accorgo sempre di più che la tradizione è il metro di misura della realtà che conta davvero in questa storia. Gli anziani sono i maggiori consumatori di medicine a base di bile di orso, il bushmeat invece piace ai giovani. Il bracconaggio coinvolge i poveri che vivono ai margini delle foreste, eppure sono professionisti non certo in miseria che, stando a TRAFFIC, compongono il tessuto di intermediari tra gli acquirenti e i collezionisti.

Esperti in impacchettamento, trasporto e immagazzinamento di animali quasi sempre vivi, specialisti di marketing che annunciano on line la disponibilità di una certa preda. I giovani clienti di questo traffico non compongono piuttosto una società globale, senza legami affettivi vincolanti con il proprio passaporto, e con nuovi, eccentrici consumi da soddisfare?

Sono quasi le 11 e io e Lan, la responsabile della Crime Unit - il nome è di fantasia per ragioni di sicurezza - decidiamo di uscire per cercare i posti in cui finiscono gli animali protetti dalla Cites. Prendiamo un taxi e riattraversiamo il ponte, passando accanto all’ambasciata americana. Siamo diretti verso il vecchio quartiere francese. Il taxista accosta al 57 di Lan Ong, la via delle spezie: il profumo fresco e mentato delle erbe officinali di decine di piccole botteghe è così intenso da amalgamarsi con l’afa densa e l’odore bruciato dello scarico dei motorini.



Io e Lan facciamo finta di essere interessate a compare qualcosa di fuori scala. Ci invitano a sederci su piccole sedie di plastica. La proprietaria è una donna sui quaranta anni, piuttosto decisa; ma nella parte più interna della farmacia una vecchia signora seduta sul letto tradizionale vietnamita - una piattaforma di rosso legno massiccio con una testata istoriata a figure di dragoni - ci scruta infastidita. Nessuna di loro sembra stupita dalla nostra richiesta, eppure il tono è sospettoso.

Attorno a noi sacchi di semi, funghi screpolati grossi come palline da tennis, scatole verdi con il muso della tigre, cortecce di cannella, vermi essicati. Dopo qualche minuto di trattative, e l’impegno ad acquistare almeno un rimedio per la tosse, la proprietaria scompare nel retro e torna da noi con una borsa di plastica trasparente piena di quelle che a prima vista sembrano delle conchiglie. Lan è nella sua parte e mi passa la borsa spiegandomi che posso estrarne il contenuto: sono scaglie di pangolino.



Il pangolino, detto anche «formichiere a scaglie» assomiglia a un marsupiale, ma è un mammifero, uno dei più ricercati al mondo. Ne esistono otto specie distribuite tra Asia e Africa, che variano in modo considerevole per dimensioni, da 1 e mezzo a 33 chili. Tutte presentano una sorta di “corazza” a scaglie che ricopre il corpo dell’animale ed è molto apprezzata nella farmacopea cinese, come il corno di rinoceronte. Entrambi sono fatti di cheratina, la sostanza di cui sono composti denti e capelli.

La storia del pangolino è emblematica di quanto sta accadendo alla biodiversità terrestre. Il pangolino della Sunda (Manis Javanica), originario anche del Vietnam, era classificato come «non a rischio» nel 1996, minacciato nel 2008 e oggi quasi estinto. Una escalation inarrestabile sostenuta dalle medesime contraddizioni che regolamentano il mercato dell’avorio. La CITES stabilisce una quota zero per il commercio del pangolino asiatico, ma non per quello africano, a patto che il paese esportatore dimostri che il prelievo non compromette l’integrità della specie.

Per questo i trafficanti vietnamiti contrabbandano i pangolini africani, e ne esportano una parte in Cina. Siamo nel centro di Hanoi, sotto la luce del sole. Nessuno scandalo, nessun controllo. Le scaglie essiccate sono spesse un paio di millimetri, di colore giallognolo e striate di nero in corrispondenza delle scanalature. Hanno una consistenza morbida e quasi vellutata. La trattativa si svolge solo in lingua vietnamita. Il pangolino vale sul mercato 7-12 milioni di VND, ossia dai 245 ai 420 euro al chilo, circa 1550 dollari ad animale. Qui ci chiedono 6 euro a scaglia. Ci riserviamo di decidere in un secondo tempo e salutiamo. Lan ha comprato un infuso per la tosse, ed è bastato per tranquillizzare la proprietaria sulle nostre intenzioni.



La farmacia era asettica, pulita e decorosa. Adesso, però, Lan ha dato al taxista un indirizzo sulla Duong Ngoc Hoi, una strada a larga percorrenza, polverosa, distante dal quartiere delle ambasciate e dal centro storico, una sequenza indistinta di officine meccaniche, rivenditori di cellulari, insegne rosa, fili elettrici e negozi di vestiti in poliammide. Lan mi avverte che non gradiranno la macchina fotografica, dovrò fare in fretta a scattare mentre lei sederà a un tavolo con la titolare del ristorante per capire cosa possono servire di speciale.

Il taxi accosta davanti a un grosso garage piastrellato di bianco, con una decina di tavoli e sedie in plastica. Un gruppo di ragazzi piantona l’ingresso, bevendo bibite zuccherate accanto ai propri motorini. Sui tre lati del locale corrono file di lunghi scaffali su cui sono disposte decine di grossi barattoli in vetro, alti un mezzo metro, chiusi con plastica e stagnola. Contengono un liquido sciropposo e denso, marrone scuro o del colore del brandy invecchiato.



Lan ha appoggiato sul tavolo la borsa e si è messa a chiacchierare con la responsabile di sala, che le sorride e annuisce di continuo. Mi avvicino ai barattoli, guardo con più attenzione attraverso la superficie translucida. Occhi, zampe disarticolate, teste, code premono come per uscire dal vetro. Riconosco il carapace scolorito e molle di tartarughe e testuggini, pitoni arrotolati su se stessi del colore della decomposizione avanzata, lucertole e varani. Larve, vermi, denti di varie dimensioni, canini e molari ancora con le radici.



Un pangolino intero ha un arto posteriore allungato, riesco a distinguere le unghie.



Lì accanto una zampa di orso tibetano, mozzata per intero e completa di pelliccia, è immersa in una soluzione gialla simile a urina.



Questo posto non ha pretese, è spoglio e potrebbe passare per una qualunque trattoria alla mano dove pranzare con una scodella di spaghetti di riso e polpette di maiale. In realtà, è un indirizzo per intenditori. Lo sono sicuramente i clienti che vengono qui per farsi aprire il barattolo forse più impressionante, quello che contiene gli embrioni di una specie di ovino, forse una capra.



Questi animali, mi spiega più tardi Lan, sono conservati in una soluzione alcolica di liquore di riso, ginseng e bacche di goji. Ricchi imprenditori vengono in questo garage attrezzato con una cucina e un lavabo improvvisato sul retro per bere la salamoia vecchia anche di anni e assorbire così le proprietà tonificanti della bestia che ci è immersa.

Stando alla CITES, tra industria biomedica e gastronomia, nel periodo 1998-2007 sono finiti così 388mila mammiferi, di cui 120mila selvatici e i rimanenti allevati in strutture per la riproduzione in cattività di specie non addomesticate. Parliamo di 25-50mila esemplari all’anno.

Lo squallore del posto, la disarmante sincerità con cui i gestori mettono in mostra i propri tesori dice molto sulla crisi delle faune tropicali. Non siamo in un ristorante pretenzioso, ben arredato, dove cenare in giacca e cravatta. Quella zampa di orso vale più di un arredamento all’altezza delle carte di credito dei clienti. Nei processi di estinzione già in corso amplificati dal bushmeat conta moltissimo la riduzione radicale degli habitat selvaggi che ha trasformato le foreste in ambienti eccentrici, in «parchi» il cui patrimonio biologico è tanto più stupefacente quanto più in rotta di collisione con gli ecosistemi artificiali high tech delle megalopoli contemporanee, e degli slums alle periferie.

La tecnologia permette di arrivare agli animali ovunque essi siano e la caccia corrisponde ad un gradiente non lineare. Questo significa che la nicchia trofica (lo «spazio alimentare») di noi umani è molto elastica. Come insegna la parabola catastrofica del pangolino, mentre la demografia umana si espande le specie in declino diventano sempre più numerose. Per ovviare al problema, sappiamo passare dall’una all’altra modificando i nostri gusti. Si può mangiare qualunque cosa, fintanto che c’è da mangiare. E tutto avviene con una semplicità e una velocità di cui è difficile avere la misura. L’ecologo Chris Darimont ritiene del resto che «il comportamento predatorio umano si sia evoluto molto più rapidamente di quanto siano riuscite a fare per proteggersi le nostre prede».

Sono costretta a rimettere in borsa l’IPhone: un paio di uomini, forse due camerieri, hanno notato che scatto fotografie e mi fissano infastiditi. Io e Lan prendiamo un biglietto da visita vicino alla cassa e torniamo al taxi. Adesso i ragazzi con i motorini spenti all’ingresso ci guardano con più attenzione. Proviamo un effetto di straniamento di fronte allo scarto tra la sensazione dell’enormità di quanto abbiamo visto e la quotidianità delle strade di Hanoi. Io apro un pacchetto di arachidi, e lo passo a Lan. L’ultima estinzione di massa del Pianeta fece un gran botto, quando un asteroide impattò sul Pianeta alla fine del Cretaceo. Ma stavolta il rumore che si sente attorno a noi è solo il suono onnipresente di migliaia di clacson, qui ad Hanoi.