lunedì 13 giugno 2016

Cosa c’è dentro lo smartphone di un terrorista

La Stampa
dario marchetti

Un videogioco ci proietta nel telefono di un presunto attentatore, mettendoci nei panni di giudice, giuria e boia. Raccontando di un mondo in cui i governi sanno tutto di noi



A causa di un attacco terroristico, la sicurezza nazionale ha messo sotto coprifuoco un intero Paese, arrogandosi il potere di controllare le informazioni personali di tutti i cittadini e sbattere qualcuno in prigione anche per il più piccolo sospetto. Una storia degna di 1984 di George Orwell, certo, ma nemmeno troppo lontana dalla realtà, soprattutto se si pensa allo scandalo Datagate o al recente scontro tra Apple e Fbi sullo sblocco dell’iPhone di un terrorista . Una storia che però fa anche da sfondo a Replica, un piccolo videogame indipendente sviluppato da un giovane coreano di nome Somi

Attraverso una grafica essenziale e retrò, il gioco ci mette nei panni di un normale cittadino, finito dietro le sbarre durante una retata antiterroristica. All’improvviso, il telefono squilla. Un’agenzia governativa ci offre un’alternativa: riconquistare la libertà, a patto di rovistare nello smartphone di un presunto attentatore alla ricerca di prove che possano inchiodarlo definitivamente. «Dovresti essere fiero del ruolo che ti abbiamo riservato - dice una voce misteriosa all’altro capo della linea -. Da te dipende la sicurezza dell’intero Paese».

Ed è cosi che da semplice videogame Replica si trasforma in una prova di forza, un percorso che ci porta a guardare dentro l’abisso delle nostre vite digitali, provando sulla nostra pelle cosa significa avere libero accesso a uno smartphone, il luogo materiale e immateriale nel quale ormai riversiamo gran parte della nostra esistenza. Fotografie, tweet, canzoni e persino la lista della spesa: in un mondo dominato dalla paranoia tutto può trasformarsi in un indizio di colpevolezza. Anche se, alla fine, il vero obiettivo non è scoprire se il nostro compagno di cella sia davvero un terrorista, quanto piuttosto capire da quale parte stiamo e quanta libertà saremmo disposti a sacrificare in nome di un ipotetico bene comune.

Replica prevede infatti ben 12 finali diversi, tutti dipendenti dalle nostre scelte personali. Un modo come un altro per ricordarci che ognuno di noi, nel suo piccolo, ha sempre e comunque una scelta. Anche se solo per gioco.

VIDEO

Ritrova un bot da 500 lire: oggi vale 43mila euro

Il Messaggero



ROVIGO - Sistema i mobili di casa e ritrova un Bot di 500 lire del 1935 che oggi vale quasi 43mila euro.

La protagonista del fortunato ritrovamento è una anziana signora, Marcella R., originaria di Rovigo, ma residente a Reggio Calabria. Con la nipote, spostando il mobilio, ha rinvenuto il titolo al portatore appartenuto probabilmente a qualche parente defunto. Nonna e nipote si sono rivolte quindi all’associazione Agitalia che ha fatto stimare il titolo da un proprio consulente contabile. Il risultato è stato a dir poco sorprendente: il Bot emesso dallo Stato monarchico ha un valore monetario attuale tra interessi, rivalutazione e capitalizzazione per i tanti decenni di giacenza nelle casse statali, che arriva a ben 42.354 euro.

La signora nata a Rovigo ha dato quindi mandato all’ufficio legale di Agitalia per recuperare la somma in Banca d’Italia. L’istituto creditizio nazionale è infatti obbligato a onorare tutti i debiti esistenti fusi o assorbiti prima dell’avvento della Repubblica italiana. Agitalia ha provveduto a presentare al giudice di pace di Reggio Calabria, quale foro territoriale competente del consumatore, un decreto ingiuntivo per la riscossione della somma nella misura indicata oltre agli interessi che matureranno sino alla liquidazione del credito vantato.

L’impiegata dei record. Quarantadue anni di lavoro senza un giorno di malattia

La Stampa
federica pelosi

Spotorno, in pensione dopo una vita al Comune


Assunta agli inizi degli anni Settanta Tina Marotti è stata assente giustificata solo per il congedo di maternità Ora è arrivato il giorno della pensione: «Ma prima di lasciare - dice - ho voluto portare a termine tutte le pratiche in sospeso»

Quarantuno anni e dieci mesi di servizio senza mai prendersi un giorno di malattia. Roba da far impallidire - anzi, da far diventar paonazzi dalla vergogna - i furbetti di Sanremo, tra cui c’era chi arrivava a timbrare il cartellino in mutande piuttosto di abbandonare troppo precocemente il letto. 
Tina Marotti, invece, di starsene a crogiolarsi tra le coperte non ne ha mai voluto sapere: nemmeno con la febbre a 40, quando l’assenza sarebbe stata più che giustificata.

«Però mi sono presa la maternità: ma quella non è una malattia, giusto?» dice sorridendo, con l’energia che l’ha resa il punto di riferimento degli uffici comunali di Spotorno, dove ha prestato servizio prima come bibliotecaria e poi nella segreteria generale, diventando il braccio destro di ogni sindaco che si è succeduto alla guida della città.

Sessant’anni, originaria di Benevento, Tina si è trasferita nella cittadina del Savonese nel 1970: qui si è diplomata, iniziando subito una carriera da record. «Quanto mi arrabbio quando si parla dei dipendenti pubblici come di fannulloni! – esordisce – Ho tanti colleghi che svolgono il proprio dovere con impegno e serietà. Io, poi, non faccio testo: sono drogata di lavoro. Non sono da prendere ad esempio».

E come no: quasi 42 anni di lavoro senza mai mancare un giorno è un lampo di luce nel Paese dell’assenteismo cronico. «Ma è perché fortunatamente non ho mai avuto problemi seri di salute – si affretta a precisare – Cosa vuole che sia un po’ di febbre?». Non c’è mai stato termometro che la tenesse incatenata al letto: «Odio lasciare le cose in sospeso o delegare – spiega Tina – Anche adesso nel mio ufficio è tutto a posto, in attesa del mio successore». 

Giovedì è stato l’ultimo giorno dietro la scrivania della segreteria generale del Comune di Spotorno: «Ho ricevuto davvero tanti attestati di stima in questi giorni. Mi sono sempre occupata di tutto: dei consigli comunali, giunte, comunicati stampa. Ho pure organizzato il matrimonio di uno dei “miei” vice sindaco. Ho sempre dato tutta me stessa. È la mia indole, non avrei mai potuto fare diversamente». 

Anche il marito Roberto e il figlio Cristian sono rassegnati: «Quando vedevano che mi alzavo dal letto con 40 di febbre mi dicevano: “Che vuoi fare? Stai delirando?”. Poi mi lasciavano andare, sapevano bene che non avrebbero mai potuto trattenermi. Mio figlio mi diceva che nessuno mi avrebbe mai dato una medaglia. Vero, ma vuole mettere la soddisfazione di fare il proprio dovere? I cittadini hanno il diritto di essere accolti al meglio e di non vagare tra gli uffici comunali senza sapere dove sbrigare le pratiche. Io sono sempre stata al loro servizio, perché così deve essere». 

E, anche senza medaglia, questa lavoratrice instancabile ha ricevuto molti riconoscimenti: «Mi hanno scritto tanti sindaci – conferma – definendomi un “supporto eccezionale”. Essere stata utile, aver rispettato tutte le scadenze, è, per me, una grande soddisfazione. Ma non trattatemi come una mosca bianca, non è vero: sono i “furbetti” ad essere l’eccezione. I dipendenti pubblici ligi al dovere, invece, sono la regola».

E ora che la sveglia suonerà ma potrà stare a letto anche senza una linea di febbre? «Innanzitutto andrò al mare, poi vedremo. È giusto dare spazio ai giovani. Dopotutto, ho lavorato anche per loro». L’ultimo sguardo al proprio posto di lavoro fa infine scappare una lacrimuccia: «L’importante è aver concluso tutte le pratiche in sospeso: lascio tutto a posto. Così come deve essere».

Omar, la guardia giurata di origini afghane che strizzava l’occhio ai terroristi

La Stampa
paolo mastrolilli, inviato a new ork

Il padre, sostenitore dei taleban: era furioso per il bacio fra due uomini



Stava ancora ammazzando la gente dentro al club Pulse, quando Omar Mateen ha trovato il tempo per chiamare il centralino della polizia e professare la sua fedeltà all’Isis. Voleva essere sicuro che non ci fossero dubbi sul motivo della sua strage. 

L’Fbi lo aveva investigato per contatti con un terrorista originario della Florida, nel 2013 e nel 2014, ma aveva deciso di non arrestarlo. Ora resta solo da capire se ha attaccato su ordine e in coordinamento con Isis, oppure se si è radicalizzato da solo e ha agito d’iniziativa.

Il profilo di Mateen ricorda molto quello di Syed Farook, il ragazzo di origini pachistane che a dicembre scorso aveva fatto strage a San Bernardino. Omar era nato a New York nel 1986 da una famiglia afghana, che poi si era trasferita in Florida. Dal 2007 lavorava per la G4S Security Solutions, una compagnia privata di sicurezza, e faceva la guardia a un carcere minorile. Questo gli aveva dato una licenza che facilitava l’acquisto di armi da assalto, come il fucile automatico AR-15 usato per la strage.

Nel 2009 si era sposato con una ragazza del New Jersey, che aveva conosciuto online. Lei però ha raccontato al «Washington Post» che nel 2011 avevano divorziato, perché lui era violento: «Era una persona instabile. Ogni giorno quando tornava a casa mi picchiava, per qualsiasi motivo: la lavatrice non era finita, o cose del genere. Quando l’ho detto ai miei genitori sono venuti a prendermi, e mi hanno portata via. Mi hanno letteralmente salvata». La ex moglie ha descritto Omar come «una persona riservata e non particolarmente religiosa. Non mi aveva dato l’impressione di essere interessato all’Islam radicale».

Il padre, Seddique, era molto attivo politicamente. Dalla Florida teneva un talk show intitolato «Durang Jirga», e si era candidato alle presidenziali in Afghanistan. Durante una di queste trasmissioni aveva esaltato i taleban. Seddique parlava dari nel suo talk show, ma discuteva i temi del nazionalismo pashtun. In particolare la questione della «Durand Line», ossia la linea che nel 1893 aveva stabilito la demarcazione fra le zone di influenza britannica e quella afghana, lungo il confine col Pakistan, dividendo e quindi indebolendo i pashtun. «I nostri fratelli nel Waziristan e i combattenti del movimento taleban e nazionale in Afghanistan - aveva detto - si stanno sollevando. A Dio piacendo, presto la questione della “Durand Line” sarà risolta».

Seddique ieri ha parlato con la tv americana Nbc, per chiedere scusa e smentire che le azioni del figlio fossero motivate dalla religione: «Qualche tempo fa eravamo a Miami, e aveva visto due gay che si baciavano, davanti a suo figlio di tre anni. Questo episodio lo aveva molto disturbato». 

Anche nel caso di San Bernardino, la famiglia aveva sostenuto che Farook aveva aggredito i colleghi per dispute di lavoro, ma poi è emersa la sua ammirazione per l’Islam radicale. Omar l’ha confermata lui stesso nella telefonata alla polizia, esaltando anche i fratelli autori dell’attentato alla Maratona di Boston, e l’Isis ha rivendicato che «lui era uno di noi». Nel 2013 e nel 2014 Mateen era stato investigato dall’Fbi, nell’ambito di una inchiesta che riguardava altre persone vicine al terrorismo.

Il nome di Omar era emerso in parallelo alle indagini su Moner Abu Salha, un uomo della Florida legato ad al Qaeda, che era andato in Siria a combattere ed era morto in un attentato suicida. Secondo gli agenti, però, i contatti erano stati molto ridotti e quindi non era scattato l’arresto. Fu un errore. Ora si tratta di capire se invece Mateen aveva stabilito un collegamento organico e diretto con lo Stato islamico, e se ha fatto questa strage durante il Ramadan su ordine dell’Isis.

Conoscere l’identità del nemico
La Stampa
maurizio molinari

Il più sanguinoso atto di terrorismo compiuto contro gli Stati Uniti dagli attacchi dell’11 settembre 2001 è stato realizzato da un afghano-americano di 29 anni che ha chiamato il numero delle emergenze affermando di appartenere allo Stato Islamico del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che lo ha poi definito un «nostro guerriero».

Quanto avvenuto nel Pulse Nightclub di Orlando, Florida, riassume i tre elementi-chiave dell’identità del nemico da cui le democrazie devono difendersi. Primo: Omar Seddique Mateen ha scelto come obiettivo omosessuali, lesbiche e transgender in quanto considerati «impuri» ed «appestati» da un’ideologia totalitaria che identifica nei diritti gay l’estrema degenerazione delle democrazie occidentali, evidenziando come l’obiettivo strategico dei jihadisti è distruggere la modernità. 

Secondo: il killer che ha ucciso a sangue freddo almeno 50 esseri umani era nato a New York da genitori afghani ed è stato contagiato dal verbo jihadista da messaggi, digitali e non, che Isis diffonde come un virus per reclutare ovunque, trasformando gli esseri umani in kamikaze. Terzo: ciò che nutre tale virus è l’identificazione con la violenza, la passione per la morte e la vocazione al martirio islamico. Riconoscere l’identità di un simile nemico è il primo passo da compiere per poterlo battere.

Ciclismo, motorino nelle bici: lo scambio di mail che inguaia l'Uci al Tour 2015

Corriere della sera

Marco Bonarrigo /Corriere TV

I rapporti sospetti coi produttori di un altissimo funzionario federale



Domenica sera Stade 2, il settimanale sportivo più antico della televisione europea, ha mandato in onda la seconda puntata della sua inchiesta sui motorini nelle bici delle corse ciclistiche professionistiche. Nella prima puntata, realizzata in collaborazione con il Corriere della Sera e andata in onda lo scorso aprile (qui), vennero diffuse delle immagini realizzate con telecamera termiche in alcune corse professionistiche (le italiane Strade Bianche e Coppi & Bartali), dove alcuni esperti indipendenti avevano evidenziato il possibile uso di «motorini nascosti nel telaio».

L'Uci, la federazione aveva reagito convocando i giornalisti nella sua sede svizzera per mostrare (senza però permettere ai cronisti di testarli) le modalità dei controlli con dei tablet in grado di rilevare i campi magnetici prodotti dai motori. E raddoppiando (a suo dire) il numero dei controlli nelle corse, come nel recente Giro d'Italia.

Ora il soggetto è diverso. Stade 2 racconta una «fuga di notizie» clamorosa. Un altissimo funzionario federale, Mark Barfield, durante il Tour 2015, venne contattato dalla polizia francese sulle tracce di un presunto «pusher» di motorini elettrici che si sarebbe aggregato al Tour, l'ingegnere ungherese Istvan Varjas, il padre mondiale della tecnologia.

Proprio durante l'incontro coi poliziotti, Barfield invia una mail (mostrata in trasmissione) dove avvisa dell'apertura dell'inchiesta l'inglese Harry Gibbins, produttore di bici elettriche, che a sua volta avvisa proprio Varjas, suo consulente tecnico. Tutto in poche ore, tutto testimoniato dalla mail ma anche da Katy Lemond, la moglie del celebre ex ciclista americano Greg Lemond, che ha assistito allo scambio di mail. Risultato: Varjas lascia il Tour e lascia anche a bocca asciutta i poliziotti francesi, che pensavano di essere sulla strada giusta per bloccare, per la prima volta, una compravendita di motorini.

Stade 2 ha raggiunto sia Barfield che Varjas. Entrambi ammettono lo scambio di mail. Il primo parla di Gibbins come «consulente» dell'Uci, senza spiegare per qualche ragione abbia inoltrato una informazione di polizia a un produttore di bici elettriche. Gibbins non riesce invece a spiegare perché abbia informato Varjas e non decripta il contenuto della mail.

L'inchiesta mette in serissima discussione tutto il meccanismo dei controlli federali, costosissimi, rispetto alla piaga del doping tecnologico. Intervenuti in trasmissione, sia il segretario dell'Associazione Corridori, sia l'organizzatore del Tour de France, Christian Prudhomme, hanno chiesto «immediate ed esaurienti spiegazioni» alla federazione internazionale.

A Crotone va in scena lo spoglio farsa: dopo una settimana non è ancora finito

La Stampa
gaetano mazzuca

Pubblicati e poi cancellati i voti alle 25 liste: riscontrate troppe anomalie



A Crotone i conti non tornano. A una settimana dalla chiusura delle urne resta il punto interrogativo su come siano davvero andate le elezioni nella città calabrese. Gli unici dati certi sarebbero, a questo punto il condizionale è d’obbligo, quelli relativi ai ben nove candidati a sindaco. Domenica prossima si dovrebbe tenere il ballottaggio tra la candidata del Pd, Rosanna Barbieri, e Ugo Pugliese, sostenuto da quattro liste civiche. Ma mentre si lavora agli apparentamenti, nessun partito può dire con certezza quante preferenze abbia raccolto tra i crotonesi. Venerdì il sito del Comune aveva pubblicato i voti ottenuti dalle 25 liste in campo. Ma poco dopo sono stati cancellati. 

È successo che l’ufficio elettorale del Comune si è accorto di incongruenze nelle trascrizioni dei voti sui verbali: in pratica il numero di preferenze espresse superava quello dei votanti. Insomma, un caos. Da martedì la commissione elettorale del Tribunale si sta occupando di terminare lo spoglio di ben nove sezioni che non erano riuscite a completare le operazioni entro le 12 di lunedì. Anche in questo caso spulciando tra schede e verbali sarebbero emerse anomalie. Dai plichi sigillati sarebbero spuntate fuori schede vidimate superiori al numero dei votanti. E ancora i conti non tornerebbero sul numero di schede nulle e contestate. Per il Movimento cinque stelle ce n’è abbastanza per chiedere al prefetto un riconteggio totale e presentare un ricorso al Tar. Ma prima di tutto occorre che i giudici della commissione finiscano lo spoglio e mettano a verbale quanto riscontrato. 

Dolo o semplice inesperienza? A questa domanda dovrà rispondere la Procura della Repubblica a cui in queste ore stanno arrivando diverse segnalazioni. Domenica scorsa nei seggi cittadini pare sia accaduto un po’ di tutto. L’episodio più strano si è registrato nel quartiere Capocolonna. Nella scuola che ospitava le urne elettorali durante le operazioni di spoglio è improvvisamente mancata la luce. I responsabili del seggio hanno contattato l’ufficio elettorale del Comune che ha avvisato la Prefettura e infine l’Enel. Ma nessuno è riuscito a comprendere il motivo del black out. Solo due ore dopo la luce, così come se ne era andata, è finalmente tornata. In questo clima di sospetti e dubbi, domenica Crotone, a meno di clamorosi rinvii, dovrà scegliere il suo sindaco. 

Homeless, il boom degli invisibili senza fissa dimora

La Stampa
linda laura sabbadini

In Italia sono circa 50 mila a vivere in strada e nei dormitori, fra loro 8 mila donne. La società reagisce all’emergenza ma stenta a organizzare strategie di re-inclusione



Gli homeless sono persone invisibili nella vita e invisibili nella morte, forse anche per questo Richard Gere ha deciso di raccontarli e di mostrarli a tutti, a noi che viviamo nelle grandi città e passiamo davanti a queste persone senza guardarle, rimuovendo la loro presenza e la loro sofferenza, e ha girato il docu-film «The time out of mind».

Il grande attore americano si è calato nelle vesti di un uomo senza dimora tra la gente di New York, uno qualunque di coloro che vivono la fase più acuta della povertà, un’emergenza sociale permanente nelle metropoli dei Paesi avanzati, e anche nel nostro. Gli homeless non sono «diversi», non si tratta di individui con problemi mentali come troppo spesso si pensa, provengono anzi da diverse estrazioni sociali. Ma la condizione di grave emarginazione, di homelessness appunto, li espone a rischi elevatissimi per la propria vita a causa del mancato soddisfacimento di bisogni basilari. 

In Italia gli homeless stimati sono circa 50 mila in 158 Comuni italiani. Alla fine del 2014 era questo il numero di coloro che hanno utilizzato servizi di mensa o di accoglienza notturna, ma questa cifra potrebbe essere più alta se si considerano quelli che non usano alcun servizio (vedi Istat, ministero del Lavoro, Caritas e Fiopsd). Milano e Roma ne accolgono quasi 20 mila, seguono Palermo, Firenze, Torino e Napoli.

In gran parte sono uomini, più di 40 mila, ma le quasi 8 mila donne, per metà straniere, hanno una età media elevata, intorno ai 45 anni, e si trovano senza dimora in media da più di due anni e mezzo. Più si prolunga questo stato più difficile è attivare i processi di inclusione sociale, con il passare del tempo la situazione si cronicizza e i percorsi di accompagnamento fuori dall’estrema povertà sono più ardui. E non va sottovalutata la situazione delle donne che hanno problemi ancora più grandi di sicurezza, rischiano di subire violenza e anche, purtroppo, la prostituzione. Senza pensare alla situazione delle anziane particolarmente esposte sul piano della salute. 

LAVORO E MATRIMONIO
La situazione dei 13.000 giovani homeless è particolarmente dura nelle città più grandi, perché legata all’immigrazione, alla droga, alle dipendenze e a una forte carenza sul fronte della formazione e delle relazioni sociali. Il minore investimento in capitale umano e sociale per i giovani è fortemente predittivo di grave esclusione sociale nel futuro. È fondamentale dunque che la situazione di questi ragazzi non diventi cronica e che su questi si investa velocemente per la loro reinclusione. Deve essere chiaro che essere senza dimora non è affatto una scelta di vita, come spesso si dice a sproposito, ma il risultato di un processo, che porta al precipitare della situazione anche nell’arco di un brevissimo periodo. 

I fattori fondamentali che incidono sul fenomeno nel suo complesso, e che spesso si verificano in congiunzione tra loro, sono la perdita del lavoro e la separazione. A questi si sommano i problemi di salute. Il fenomeno degli homeless ha tante sfaccettature, riguarda differenti segmenti di popolazione a cui bisogna rispondere con interventi molto flessibili.

Ogni homeless nasconde una storia a sé che ha bisogno di essere capita. Ma il fenomeno sta cambiando rispetto al 2011, quando venne condotta la precedente indagine, non tanto per il numero di homeless, quanto nell’allungamento della permanenza in questa situazione e nell’elevamento dell’età media degli homeless.

GLI EROI DEL «NON PROFIT»
Gli italiani continuano a presentare un’età media più alta e una permanenza più lunga, ma gli stranieri sembrano, purtroppo, convergere sul modello italiano sia per l’età sia per la durata. Che fare? Servizi per i senza dimora ci sono, ma sono realmente sufficienti? In realtà crescono le difficoltà dei servizi di mensa e accoglienza notturna. Infatti, questi nel 2014 sono in diminuzione del 4% rispetto a tre anni prima, a fronte di un aumento delle prestazioni (pranzi, cene, posti letto) erogate ogni mese alle persone senza dimora del 15%. Meno servizi hanno fornito più prestazioni, quindi hanno dovuto far fronte a una maggiore pressione non tanto di più homeless, ma di un numero simile che ne ha fruito con maggiore intensità.

Ma tutte queste prestazioni da chi vengono erogate? In gran parte da coloro che ogni giorno sono vicini ai i bisognosi di aiuto, dando loro la speranza di una vita migliore: il “non profit”, i volontari che interagiscono con il pubblico in una sinergia fondamentale per il raggiungimento di obiettivi così importanti. Un lavoro encomiabile, prezioso per le politiche. Il problema è che molto spesso alla situazione emergenziale si risponde con politiche emergenziali che puntano fondamentalmente al soddisfacimento dei bisogni primari, il mangiare, il dormire, il lavarsi. Mentre necessitiamo sempre di più di strumenti di reinclusione sociale, attraverso il supporto psico-sociale, il sostegno al reddito, l’inserimento nel lavoro, gli alloggi.

I servizi devono essere sviluppati su tutto il territorio nazionale in modo uniforme e devono essere capaci di garantire le persone più in difficoltà, ovunque tale situazione di estrema povertà li colga. Non bisogna appiattire le politiche su interventi di natura unicamente emergenziale dettati dalla necessità di rispondere con meno risorse a bisogni crescenti. Innovazione e nuova progettualità devono farsi strada perché non si tratta solo di salvare la vita a queste persone ma di costruire un percorso verso una vita vera. È un obbligo in una fase in cui la crisi sociale continua a essere acuta più di quanto possa sembrare dagli indicatori economici. 

Che cosa dire di questa campagna elettorale

La Stampa
mattia feltri

Non vedo l’ora che cominci la prossima

Ballottaggi

La Stampa
jena

Sala o Parisi, Raggi o Giachetti, Appendino o Fassino, mare o montagna? 

L’Iran boicotta la Mecca: cosa c’è dietro la sfida di Teheran

La Stampa
karima moual

Nessuno aveva mai messo in discussione l’autorità dei custodi né l’intoccabilità del pellegrinaggio



Qualcosa inizia a scricchiolare, soprattutto in questi ultimi anni, per i Saud: i cosiddetti custodi della Mecca e voce imponente nel mondo sunnita, non sono più così inattaccabili e la minaccia più pericolosa è dentro la casa dell’islam, non certo per le petizioni da Occidente sui diritti delle donne o la liberazione di qualche blogger. Si dice che per un fedele musulmano il Hajj – il pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’islam – sia il desiderio più grande. Si dice, anche, che quando gli parli male della condotta dei custodi della Mecca (che è politica e interpretazione dell’islam insieme), faccia orecchie da mercante. Per un credente maghrebino quello che si fa in casa dei Saud è talvolta raccapricciante, ma questo non significa che sia disposto a boicottare il suo desiderio più grande, il Hajj, per cambiarlo.

La terra natia del profeta
La forza del desiderio di calpestare la terra natia del profeta Muhammad è così inebriante e divina che riesce a cancellare qualsiasi peccato, torto o eccesso dei Saud, rendendoli di fatto intoccabili. Ma oggi non sembra essere più così. Lo sanno molto bene anche loro, d’altronde, che del pellegrinaggio, ancora prima del petrolio, ne hanno fatto un vero business. E dei loro affari interni, che riguardano la società, la politica e l’islam, una questione da non discutere con nessuna voce fuori coro e dal proprio clan.

Le fila di chi storce il naso tra i musulmani contro i Saud stanno aumentando, con una pubblica denuncia sempre più assordante attraverso scritti e analisi basate su fatti concreti. E l’intoccabile pellegrinaggio è stato uno dei temi scottanti, e non solo, per la sua disorganizzazione che l’anno scorso è costata la vita a più di 1700 fedeli, tant’è che lo sdegno si è tradotto con denunce senza peli sulla lingua, di cui è testimone il web.

Troppi centri commerciali
A questa poi si aggiunge quella intellettuale. La critica arriva da chi contesta la trasformazione della Mecca, sempre più simile a un parco giochi – incline al consumismo invece che allo spirito – e depredata infine dal suo tesoro storico architettonico per far spazio a Hotel e Mall extralusso. Una Mecca sfregiata più che valorizzata. In questi giorni, seguendo quest’onda, con l’iniziativa iraniana di vietare quest’anno l’appuntamento del pellegrinaggio ai propri cittadini, si è consumato uno strappo storico per la sua portata, mentre sullo sfondo in casa Islam continuano le guerre per procura, gli equilibri regionali in continua contrattazione, il petrolio, le armi e la miseria. Sbaglia però chi, nello scontro tra Riad e Teheran, e questa volta con al centro il Hajj, non va oltre, perché serve ancora un dato fondamentale per completare la narrativa del conflitto in atto. Il vero pericolo che corre davvero Riad, dove la posta in gioco è ancora più alta, è la conquista sul campo religioso.

L’autorità dei custodi
Quando Teheran boicotta il pellegrinaggio alla Mecca, pilastro sacro dell’Islam, scredita l’autorità dei custodi dei luoghi santi che questa volta uniscono sunniti e sciiti insieme. Lo fa sentendo di poterselo permettere in un momento non proprio proficuo per Riad in campo dottrinale e la nascita del rivale Al Baghdadi è il campanello dall’arme, che è troppo facile declinare come eresia o Fitna. Il caos che ha partorito l’Isis non è solo geopolitico, ma è anche religioso-dottrinale, dove a farne le spese questa volta è il cristallizzato islam wahhabita.

A questo poi si aggiunge un dato scomodo che viene monitorato sottotraccia, ma che non può più essere ignorato perché è fondamentale per comprendere lo scontro in atto. E’ l’avanzata dello sciismo nelle conversioni da dentro l’islam, specialmente di sunniti. Le immagini fresche di un mese fa dell’anziano leader dei fratelli musulmani, Misbah Al Radini, che immortalano la sua conversione allo sciismo, diventano la notizia dell’informazione sciita e un fanalino d’allarme così inquietante per il mondo sunnita che trova poco spazio sui giornali più importanti.

La prima fondazione sciita in Marocco
Ma se in Sudan - in piena guerra nello Yemen che vede i Houti sciiti da una parte e la coalizione saudita dall’altra contendersi ormai solo la sabbia - vengono chiusi tutti i centri culturali sciiti in aumento nel Paese per ripicca e dichiarazione di fedeltà ai Saud, in Marocco, invece, sempre quest’anno si è inaugurata la prima fondazione sciita, scoprendo una comunità vissuta prima solo nell’ombra. Una iniziativa certamente legata a un altro dato importante per il Paese nordafricano e che questa volta arriva dall’Europa. Secondo quanto riportano i quotidiani locali, già nel 2013 su 700 mila presenze di marocchini in Belgio, erano 40 mila coloro che avevano abbracciato lo sciismo. Anche i dati sull’Africa subsahariana non devono certamente confortare i Saud, dove avanza anche qui il fronte sciita.

L’Arabia Saudita, quando ha appreso la notizia del boicottaggio del Hajj da parte dell’Iran, ha sentenziato che ne risponderanno davanti a Dio, rompendo questo patto (il pellegrinaggio) tra i fedeli e Allah. In realtà, l’Iran che avanza liberato dalle sanzioni e in conquista degli stessi sunniti, sente la forza di poter osare anche lì dove è nascosto il desiderio più grande per un musulmano. E’ stato presentato in questi mesi il “Saudi Vision 2030” un piano che nei prossimi 14 anni dovrebbe puntare alla diversificazione economica per ridurre al minimo la dipendenza dal petrolio. Ma quello che deve temere e mettere in conto Riad, è che la sua intoccabilità e autorità sul Hajj non sia più una certezza, perché il suo contendente prende oggi consensi e in casa. E non è detto che tutti i fedeli continuino a fare orecchie da mercante.