martedì 14 giugno 2016

Crozza lascia La7 e va a Discovery Sarà il volto di punta del canale Nove

Corriere della sera

di Renato Franco

Il contratto del comico genovese con La7 scade a dicembre. Da gennaio 2017 approda al gruppo Discovery, l’editore di canali come Nove, Real Time, DMax e Focus



Un piccolo passo sul telecomando, un grande passo per le strategie televisive: Maurizio Crozza lascia La7 e approda al gruppo Discovery, l’editore di canali come Nove, Real Time e DMax. Di fatto si tratterà di scanalare di due soli tasti, dal 7 al 9 appunto, dove il comico genovese sarà presenza fissa da gennaio 2017, ma conta soprattutto l’effetto e il traino di pubblico che Crozza riuscirà ad assicurare alla rete che con la sua programmazione generalista conta di drenare ascolto da Rai, Mediaset e Sky (a sua volta più aggressiva sul palinsesto in chiaro dopo l’acquisizione di Tv8 dove spicca Fiorello).
L’addio dopo 10 anni
Crozza lascia dunque La7 dopo 10 anni, ma il suo show dovrebbe essere ancora in onda sull’emittente di Urbano Cairo anche il prossimo autunno, fino a dicembre 2016 quando il contratto arriverà alla sua naturale scadenza. Quindi Crozza comincerà la sua avventura comica sul Nove. Nome di punta del telemercato, il suo volto era stato accostato anche alla Rai: il direttore generale Campo Dall’Orto aveva dichiarato in più occasioni il suo interesse per un comico giudicato fuoriclasse. Ma evidentemente Discovery ha avuto argomenti (vien da pensare anche economici) più convincenti. L’accordo risale probabilmente a tre settimane fa quando in un ristorante milanese si sono ritrovati Maurizio Crozza e il suo agente Beppe Caschetto, in compagnia di Marinella Soldi (amministratore delegato di Discovery Network Sud Europa) e di Laura Carafoli (responsabile dei programmi e dei contenuti dei 13 canali del gruppo, che raggiungono complessivamente il 7,2% di share sul pubblico totale).
I nuovi arrivi: Max Giusti e Costantino della Gherardesca
Oggi Discovery ha presentato i palinsesti della prossima stagione. E se il nome di Crozza è ovviamente quello che fa più notizia, il progetto del gruppo è quello di rafforzare la presa sul pubblico generalista. E in quest’ottica il Nove è il canale che si vivacizza di più tra innesti e conferme. Tra i titoli, nuovi format come Top Chef (ennesimo talent culinario con la giuria composta da quattro cuochi stellati) e Boom!, il quiz di Max Giusti che cercherà di farsi spazio in access prime time tra i pacchi di Affari tuoi su Rai1 e il tg di Striscia la notizia su Canale 5. Un altro filone è quello — tocca chiamarlo così— dell’adventure game: ci saranno Ninja Warriors (con Federico Russo, Gabriele Corsi e Massimiliano Rosolino) e Il Ricco e il Povero (con Costantino della Gherardesca e Chef Rubio).

In palinsesto anche la nuova fiction di Fabio Volo; Giancarlo Giannini in un programma che farà leva sulla sua passione per la scienza e il racconto; Roberto Saviano che torna con Imagine, un viaggio per raccontare la realtà attraverso fotografie significative.

14 giugno 2016 (modifica il 14 giugno 2016 | 17:10)

Cyber estorsioni, ora c’è l’assistenza via chat

La Stampa
carola frediani

Si può contrattare online il riscatto per poter decifrare i file bloccati dai malware: le ultime novità dal fronte cybercriminale



Cosa potrebbe esserci di peggio di una infezione da ransomware, cioè da un software malevolo che cifra tutti i i file del pc chiedendo un riscatto in cambio della chiave di decifrazione? Essere infettati da un ransomware che, oltre a cifrare i file, scarica di nascosto un trojan, un software che permette a un attaccante di spiare o controllare da remoto il nostro pc. E questo anche dopo che si è pagato il riscatto e si è ottenuto, se va bene, la decifrazione dei file.

Eppure è l’idea che sembra essere alla base di un un ransomware nuovo di zecca, appena individuato dai ricercatori della società di sicurezza ReaQta su un dominio web. Il malware - che sembra per ora puntare a utenti russi anche se non è stata ancora identificata una eventuale rete di distribuzione - cifra i file della vittima chiedendo circa 250 dollari di riscatto ma nel contempo scarica sul suo pc il trojan Pony. Cosa è in grado di fare questo software una volta installato su un computer? Ad esempio, rubare password e altre credenziali di accesso a siti e servizi.

Non è la prima volta che si trovano malware in grado di combinare entrambe le caratteristiche, e qualcuno ha iniziato a parlare di ransomware come “distrazione” per altre operazioni.

130 FAMIGLIE E TANTA CREATIVITA’
Ma questa non è l’unica novità nel mondo delle cyber estorsioni, un fenomeno esploso nell’ultimo anno che ora sembra sperimentare con una serie di innovazioni e funzionalità particolari. Anche perché il trend non è affatto in diminuzione - e l’Italia è in prima linea tra i Paesi vittima. Il numero di domini web malevoli impiegati nel business dei ransomware è infatti aumentato ancora nei primi tre mesi del 2016, rispetto agli ultimi tre del 2015, secondo i dati di Infoblox.

Attualmente, sono circa 130 le famiglie di ransomware esistenti, mentre i singoli o i gruppi criminali che ne gestiscono la distribuzione competono sempre di più per una stessa fetta di mercato - qua alcuni ricercatori internazionali mantengono una lista aggiornata delle varie tipologie con anche le informazioni sull’esistenza di strumenti per decifrare.

CHATTA CON L’ESTORSORE
Tutto ciò porta da un lato a cercare nuovi sbocchi e nuove nicchie, dall’altro a differenziarsi dalla concorrenza. Magari attraverso un mix di sadiche minacce e supporto personale, come accade nella campagna che diffonde il ransomware Jigsaw. Si tratta di un malware, emerso lo scorso aprile, che cifra 240 tipi di file chiedendo 150 dollari come riscatto per ottenere la chiave di decifrazione. Però aggiunge un tocco di sadismo: un contatore che ogni ora cancella un file finché non viene pagata la cifra indicata. Se l’utente prova a spegnere il pc, sono cancellati automaticamente mille file per punizione.

Ora, avvisano i ricercatori di TrendMicro, alla richiesta di riscatto che appare sullo schermo è stato aggiunto un link a una chat live, dove le vittime possono interloquire in diretta con gli aggressori. E in alcuni casi trattare sul prezzo. Tuttavia la stessa TrendMicro sottolinea come questa “attenzione al cliente” non sia altro che un modo per convincerlo a pagare anche quando potrebbe evitarlo.
Tempo fa alcuni ricercatori avevano sviluppato uno strumento per la decifrazione gratuita dei file colpiti da Jigsaw. Gli autori del ransomware in risposta avevano cambiato nome al loro malware, ribattezzandolo CryptoHitman, per mascherarlo.

SMART TV NEL MIRINO
Sempre TrendMicro ha individuato una nuova variante di un ransomware per Android in grado di bloccare anche alcune smart Tv . The FLocker, questo il nome del malware, deve fare in modo di ottenere delle autorizzazioni dall’utente, e in caso ciò non avvenga congela lo schermo fingendo un problema tecnico da risolvere con un aggiornamento. Una volta installato, fa apparire un messaggio che finge di essere una multa da una qualche polizia da pagare in carte regalo iTunes, in cambio del codice per sbloccare l’apparecchio. E, come avevamo rilevato in questa nostra inchiesta sui ransomware, controlla che l’indirizzo IP dell’utente non appartenga a Russia, Ucraina, Armenia e altri Paesi della regione. Insomma, non si fa mancare proprio niente. Tuttavia va specificato che il malware in questione si limita a bloccare la home screen, per cui è possibile rimuoverlo.

L’ UNIVERSITA’ CHE PAGA 16MILA DOLLARI
Nel mentre, c’è chi continua a pagare, e non si tratta di comuni utenti. L’università di Calgary, in Canada, dopo dieci giorni di stallo, ha deciso di sborsare 16mila dollari in bitcoin per ottenere il codice di decifrazione dopo che un ransomware aveva cifrato tutti i suoi dati. “Non vogliamo perdere il lavoro di una vita di qualcuno”, hanno commentato i dirigenti dell’ateneo giustificando il pagamento.

Forse vale la pena ricordare che la miglior prevenzione contro i ransomware è mantenere backup multipli e aggiornati. Se ormai è troppo tardi e si è stati infettati, si può controllare su questo sito l’esistenza di eventuali strumenti per la decifrazione dello specifico malware, caricando uno dei file cifrati insieme alla richiesta di riscatto. Tra i siti italiani un punto di riferimento con informazioni utili al riguardo è anche Ransomware.it.

La maledizione dell’inchiostro verde

La Stampa
giuseppe orrù

Nel Vercellese documenti da rifare per il vezzo del sindaco



La maledizione dell’inchiostro verde ha colpito Roasio e la sua gente giramondo, causando ore di attesa alla dogana, trattamenti da sospetti falsari e qualche imbarco negato in aeroporto. L’ex sindaco assicura che era soltanto un modo per smistare meglio i documenti. Al limite del vezzo personale, come facevano pure Palmiro Togliatti e Ignazio Marino. Ma questa mania di firmare gli atti pubblici, carte d’identità comprese, con la penna verde ha causato parecchi problemi.

Roasio, provincia di Vercelli, cinque frazioni e 2.500 abitanti, è un paese di gente che vive tra il Piemonte e l’Africa, dove in molti lavorano nel settore dell’edilizia. Almeno una trentina di roasiani hanno avuto problemi alle frontiere. C’è chi ha perso anche un paio d’ore ai controlli in aeroporto, chi invece si è visto negare l’imbarco per il rientro in patria e chi è stato sottoposto a ulteriori accertamenti.

I funzionari degli aeroporti di mezza Europa hanno strabuzzato gli occhi davanti alla firma dell’allora sindaco Ubaldo Gianotti, fatta con una china verde. «Appena atterrati a Londra - racconta un roasiano tornato da un viaggio - ai varchi della dogana, ci hanno controllato i documenti. Io ho dato la mia carta d’identità e sono stato invitato a sedermi in un ufficio. Il mio documento è stato passato più volte sotto una lampada per verificarne la validità e ho perso un paio d’ore». Problemi simili anche in Germania e in Turchia.

Da due anni a Roasio c’è un nuovo sindaco e Ubaldo Gianotti siede tra i banchi dell’opposizione, continua a sorridere dietro il bancone del suo negozio di alimentari e presiede la Pro loco. «Ho saputo di questo problema - dice Gianotti - che mi ha fatto molto arrabbiare. Nell’ultimo anno ho iniziato a firmare in nero per evitare disguidi; molti si lamentavano perché avevano problemi all’estero. Diversi Paesi non accettavano neppure il timbro che prorogava la scadenza della carta d’identità da 5 a 10 anni». All’ufficio anagrafe confermano: almeno una trentina di roasiani hanno dovuto rifare la carta d’identità per evitare problemi in aeroporto, fino a che è stato lo stesso sindaco a porre fine alla «maledizione» che colpiva i viaggiatori di Roasio.

Il leader comunista Palmiro Togliatti era solito scrivere e firmare con una stilografica caricata a inchiostro verde, per stancare meno la vista affetta da miopia e per distinguere subito i documenti già vidimati, che si accumulavano sulla scrivania. Qualche concittadino di Gianotti, ex sindaco di sinistra, pensava a una forma di emulazione. «Ma no - dice Ubaldo Gianotti - era soltanto un modo per distinguere i documenti firmati in originale dalle copie, perché all’epoca i documenti si stampavano tutti in bianco e nero. E poi se qualcuno avesse firmato un documento al mio posto me ne sarei accorto; difficilmente viene in mente di firmare in verde. Mi sono sentito dare anche del leghista per questa mia abitudine». 

L’ultimo bacio

La Stampa
massimo gramellini

Delle tre piaghe infiammate dalla strage di Orlando - terrorismo islamico, possesso indiscriminato di armi e omofobia - non tutte sembrano sconvolgere tutti alla stessa maniera. Sul terrorismo si registra l’unanimità, almeno in Occidente. Sulle armi il consenso si restringe all’Europa e alle frange americane più illuminate (Trump direbbe «sfigate»). Invece l’omofobia continua a dividere gli animi, specie a destra, dove sono combattuti tra due disgusti: quello per l’Isis e quello per i gay. Il risultato è che si parla molto del giustiziere, ma pochissimo delle vittime. E chi ne parla combina sfracelli come Carlo Taormina, avvocato che ebbe il suo quarto d’ora di celebrità.

Alludendo alla dichiarazione del padre dello stragista, secondo cui a innescare la molla omicida nel figlio sarebbe stata la visione di un bacio omosessuale, Taormina ha scritto: «Se si fossero baciati due etero non sarebbe successo niente». Che è come dire: se al Bataclan avessero suonato musica da camera invece che rock duro, non sarebbe successo niente; se le Due Torri avessero ospitato delle bocciofile invece che delle banche, non sarebbe successo niente; se Charlie Hebdo fosse stata una rivista di cucina etnica invece che di satira estrema, non sarebbe successo niente (questo lo hanno detto davvero).

Il pregiudizio riecheggia certi discorsi che si sentono fare quando una donna è vittima di violenza: se non avesse indossato la minigonna… Quindi mi permetto di completare la profonda riflessione di Taormina. «Se si fossero baciati due etero non sarebbe successo niente, a meno che lei indossasse la minigonna». 

L’Atac, il sindacalista e lo sciopero per lo stipendio non pagato

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Le anomalie dell’Azienda dei trasporti. Nei giorni seguenti alle elezioni del 5 giugno, per cui 850 dipendenti avevano chiesto di fare gli scrutatori, accusati in media 559,3 guasti al giorno. Video sull’Unità: c’è chi fa propaganda per M5S


ROMA La ragione dello sciopero? «Su molti autobus manca l’aria condizionata e i finestrini non si aprono. Con la stagione estiva gli utenti si potrebbero sentire male». Parola del segretario nazionale degli autoferrotranvieri Ugl, Fabio Milloch, dipendente dell’Atac. Anche se oltre all’aria condizionata sugli autobus ciò che gli manca davvero, per ora, è la busta paga.

L’azienda non gli ha pagato lo stipendio di maggio, ritenendolo «assente ingiustificato» dal lavoro. Era in permesso sindacale, che secondo i vertici dell’Atac non gli spettava. Ne è nata una contestazione ufficiale: e magicamente ecco uno sciopero. Inizialmente, era previsto dalle 8,30 alle 12,30. Ma la patria chiama: la nazionale gioca alle 21. E lo sciopero slitta dalle 20,30 a mezzanotte e mezza. Con le assenze per malattia che vanno in orbita: 406 contro una media normale di 150.

Da mesi va avanti così. Il Vietnam del nuovo direttore generale Marco Rettighieri, nominato dal commissario Francesco Paolo Tronca, è cominciato quando ha deciso di mettere mano al rispetto delle regole. E siccome non esiste un frammento dell’Atac dove le regole fossero pienamente rispettate, è guerra totale. Da una parte Rettighieri e pochi altri, dall’altra i sindacati. Gli scambi di colpi sono violentissimi. Qualche giorno fa i vertici dell’azienda hanno annullato una selezione interna per la promozione di 50 persone, avendola giudicata irregolare.

Dopo una violenta protesta Cgil, Cisl e Uil hanno denunciato al prefetto di Roma un «clima intimidatorio e antisindacale». Nel dossier sui distacchi, uno dei tre consegnati qualche settimana fa alla Procura di Roma si racconta che nel solo 2015 sono state concesse 111.664 ore di «agibilità sindacali»: 11.283 più di quelle a disposizione. Come se 82 dipendenti pagati dall’azienda lavorassero altrove, per un costo a carico dei contribuenti di 4,3 milioni. Su 11.687 dipendenti gli iscritti al sindacato sono 8.899, di cui 2.817 alla Cisl, 1.872 alla Cgil, 1.172 alla Uil e 208 all’Ugl. Il resto è fra altre otto sigle.

Sindacato e politica sono sempre stati i veri gestori dell’azienda. I sindacalisti hanno sempre scavalcato i vertici trattando direttamente con i politici. La coloritura? Indifferente. Dipende da chi governa. L’Unità.tv ha diffuso un audio nel quale si sente una voce attribuita a Micaela Quintavalle, segretaria del sindacato Cambiamenti (307 iscritti all’Atac) che invitava a votare per il grillino Marcello De Vito. Un siluro sganciato verso Virginia Raggi dall’organo ancora diretto dal renzianissimo Erasmo D’Angelis. Ma che fa ben capire come si muove la pancia dell’Atac in certi frangenti.

Negli organici aziendali si contano almeno una cinquantina di esponenti di tutti i partiti: il più significativo dei quali oggi è senza dubbio il capogruppo del Pd nel consiglio regionale laziale, Massimiliano Valeriani. Com’è nota l’influenza di molti altri politici che pure non sono dipendenti dell’Atac. Fra questi spicca Francesco Aracri, senatore azzurro ex assessore ai Trasporti della giunta regionale di Francesco Storace, punto di riferimento del piccolo sindacato autonomo Fast (133 iscritti), già autore di un emendamento che avrebbe sottoposto al vaglio sindacale qualunque mossa sul personale nelle municipalizzate romane.

Mentre i congiunti dei sindacalisti a libro paga dell’azienda sarebbero centinaia. Dal 1974 il dopolavoro controllato dai sindacati gestisce le 18 mense, i bar e i 151 distributori automatici: nel 2016 ha assunto 11 persone.Nei giorni seguenti alle elezioni del 5 giugno, per cui 850 dipendenti avevano chiesto di fare gli scrutatori, sono stati accusati in media 559,3 guasti al giorno: quasi cento in più rispetto ai 463,2 delle ultime due settimane di maggio.

Un picco paragonabile solo a quello che si registra di regola, chissà perché in un giorno particolare: il 27 del mese, quando si paga lo stipendio. Circostanze che rendono inevitabili domande circa le responsabilità del sindacato e della politica in una situazione ormai insostenibile. Domande che esigono risposte serie. Il futuro sindaco deve sapere che non possono restare senza conseguenze. Molto meglio, altrimenti, portare i libri in tribunale: quello che già Ignazio Marino avrebbe dovuto fare.

13 giugno 2016 | 22:36

Processo Olivetti, chiesti 6 anni 8 mesi per Carlo De Benedetti

Corriere della sera

Chiesta la condanna a 6 anni e 8 mesi per l’imprenditore Carlo De Benedetti nel processo per morti da esposizione all’amianto all’Olivetti. Il legale dell’imprenditore: «Sorpresi da richieste pm, totalmente estranei. Restiamo fiduciosi»


Conclusa la requisitoria dell’accusa al processo che riguarda la vertenza per la morte di 14 ex lavoratori docuta, secondo l’indagine, per le morti che sarebbero state causate dall’esposizione all’amianto all’Olivetti ha chiesto la condanna a 6 anni e 8 mesi per Carlo De Benedetti, per omicidio colposo e lesioni.
La richiesta dell’accusa
A Ivrea, l’udienza caratterizzata dalla requisitoria dell’accusa. Sul banco degli imputati per lesioni e omicidio colposo l’ingegnere Carlo De Benedetti (amministratore delegato e presidente Olivetti dal 1978 al 1996), l’ex ministro Corrado Passera (dal 1990 al ‘96 consigliere di amministrazione) e Roberto Colaninno, quest’ultimo imputato solo per un caso di lesioni. Lunedì (dopo la revisione degli esami sui campionamenti biologici degli ex lavoratori deceduti, di cui il giudice elena Stoppini aveva informato nel corso di un’udienza a maggio), la pubblica accusa ha chiesto sei anni e 8 mesi per De Benedetti; chiesti 3 anni e 6 mesi per Corrado Passera, 6 anni e 4 mesi per Franco De Benedetti. Chiesta l’assoluzione per Roberto Colaninno, che era accusato di un solo caso di lesioni.
Chiesto lo stralcio per la Ravera
Durante l’udienza di lunedì 13 giugno, l’avvocato Luca Fiore ha presentato la richiesta di stralcio per la posizione di Maria Luisa Ravera, ex direttrice del servizio di ecologia e ambiente in Olivetti. La donna dal 25 aprile di trova ricoverata per problemi medici.
Legale De Benedetti: sorpresi da richieste pm
«Siamo sorpresi per la richiesta di condanna avanzata dai pubblici ministeri di Ivrea. La loro posizione non tiene per nulla in considerazione quanto prodotto dalla difesa in sede di dibattimento a proposito dell’articolato sistema di deleghe vigente in Olivetti nel periodo considerato, né i documenti che dimostrano inequivocabilmente l’assenza dell’uso in azienda di talco contaminato da amianto almeno fin dalla metà degli anni ‘70». È la nota dell’avvocato Tomaso Pisapia, legale di Carlo De Benedetti, a proposito delle richieste formulate dai pm di Ivrea nell’ambito del processo di primo grado sull’amianto alla Olivetti.

Secondo l’avvocato, «tale documentazione conferma la totale estraneità dell’Ingegner De Benedetti alle accuse che gli vengono rivolte. Continuiamo, pertanto - conclude - a essere fiduciosi sull’esito del processo».

13 giugno 2016 (modifica il 13 giugno 2016 | 18:22)

Boh

La Stampa
jena@lastampa.it

Ma perché mezza Italia vota contro il Pd?
Boh, chiedilo a Renzi.

E’ il primo progetto di sterminio degli ebrei

Corriere della sera

di Donatella Di Cesare

Il male si deve conoscere. Ma una guida critica è l’unica strada giusta
per conoscere il passato e per guardare con più consapevolezza al futuro


Hitler non si addice alle edicole. La scelta di «regalare» Mein Kampf come allegato deve essere condannata con grande fermezza da una società civile. Quali che siano i motivi reconditi che possono aver spinto il Giornale a diffondere il libro di Hitler, si tratta di una scelta gravissima, irragionevole e ingiustificabile.

Questo fatto — come ha dichiarato Efraim Zuroff, direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme — è «senza precedenti». Non stupisce che la stampa internazionale abbia dato rilievo alla notizia. Dalla Frankfurter Allgemeine a Die Welt e al Washington Post, per citare solo alcune testate, lo sconcerto è unanime. E ci si chiede come mai, nell’Italia di oggi, Hitler possa tornare a essere popolare.

Il «regalo» è giunto sabato scorso — per gli ebrei alla vigilia di Shavuot, la festa in cui si ricorda il dono della Torah, il Libro dei libri. Triste coincidenza, dunque, che nelle edicole di un paese europeo, coinvolto nello sterminio, girasse la «Bibbia del nazismo». Né si può sorvolare su una coincidenza inquietante: solo pochi giorni fa è stata finalmente approvata la legge contro il negazionismo.

Vuoi per richiamo morboso, vuoi per banale interesse, nelle edicole l’allegato è esaurito. Questa sarebbe una operazione culturale? Distribuire il secondo volume del testo di Hitler, intitolato La mia battaglia, nella vecchia edizione Bompiani del 1937? Non è una edizione critica: non ci sono né note, né commenti.

Non può farne le veci la breve e discutibile introduzione di Francesco Perfetti, il quale sembra ignorare il successo ottenuto, persino nel mondo accademico tedesco, dall’«antisemitismo della ragione» propugnato da Hitler. L’edizione critica, pubblicata in Germania nel gennaio del 2016, è costituita da due volumi di 2000 pagine e corredata da ben 3.500 note.

Ma arriviamo al punto. I campioni dell’ultraliberalismo hanno gridato alla censura e si sono appellati alla necessità di leggere Hitler come «documento storico». Qui è bene chiarire: Mein Kampf non è un libro come un altro. Non può essere paragonato ad altri libri antisemiti che hanno propagato e propagano ancor oggi le teorie del complotto. Mein Kampf è il libro che contiene il primo progetto di sterminio planetario del popolo ebraico.

Chi lo ha letto lo sa. E sa giudicare la gravità incommensurabile di quelle pagine che preludono all’annientamento. Per Hitler gli ebrei sono gli «stranieri», che cancellano i confini – quelli geografici e quelli tra i popoli. Distruggono gli altri per dominare il mondo; la loro «vittoria» sarebbe «la ghirlanda funeraria dell’umanità», decreterebbe la fine del cosmo. Il pericolo maggiore viene indicato nella possibile fondazione di uno «Stato ebraico». Perché non ci deve essere luogo alcuno, per gli ebrei, nel mondo. Di qui l’annientamento.

Dare allora queste pagine da leggere senza una guida critica? Certo che occorre conoscere Mein Kampf. E chi responsabilmente si occupa della Shoah lo legge e lo fa leggere. Non era necessario che il Giornale degradasse la cultura italiana per avvertirci che il male si deve conoscere. Noi il male non lo dimentichiamo. Ma siamo convinti che uno studio critico, come quello che d’altronde già si compie in molte università e scuole italiane, sia la strada giusta per conoscere il passato e per guardare con più consapevolezza al futuro

13 giugno 2016 (modifica il 13 giugno 2016 | 22:16)


Leggere il Mein Kampf apre gli occhi
Corriere della sera
di Carlo Rovelli

Il Giornale propone in edicola copie del libro di Hitler, Mein Kampf. Ci sono ragioni per essere offesi o disgustati da questa scelta, e Alessandro Sallusti, il direttore del Giornale, lo dico apertamente, non è persona che mi piace. Eppure mi sono trovato d’accordo con lui quando, forse un po’ goffamente, ha provato a difendere la sua provocazione dicendo che per combattere un male bisogna conoscerlo.

Ho letto Mein Kampf qualche tempo fa, e effettivamente mi ha insegnato delle cose: cose che non mi aspettavo. Provo a riassumerle. Il nazismo è stato un feroce scatenarsi di aggressività. Dalla notte dei lunghi coltelli alla disperata difesa di Berlino, ha cavalcato la violenza estrema. La giustificazione ideologica immediata per la brutalità e la violenza era la superiorità della razza e della civiltà germanica, l’esaltazione della forza, la lettura del mondo in termini di scontro invece che di collaborazione, il disprezzo per chiunque fosse debole.

Questo pensavo, prima di leggere Mein Kampf. Il libro di Hitler è stato una sorpresa perché mostra cosa c’è alla sorgente di tutto questo: la paura. Per me è stata una specie di rivelazione, che mi ha d’un tratto fatto comprendere qualcosa della mentalità della destra, per me da sempre difficile da cogliere. Una sorgente centrale delle emozioni che danno forza alla destra, e all’estrema destra sopratutto, non è il sentimento di essere forti: è la paura di essere deboli. In Mein Kampf, questa paura, questo senso di inferiorità, questo senso del pericolo incombente, sono espliciti.

Il motivo per cui bisogna dominare gli altri è il terrore che altrimenti ne saremo dominati. Il motivo per cui preferiamo combattere che collaborare è che siamo spaventati dalla forza degli altri. Il motivo per cui bisogna chiudersi in un’identità, un gruppo, un Volk, è per costruire una banda più forte delle altre bande ed esserne protetti in un mondo di lupi. Hitler dipinge un mondo selvaggio in cui il nemico è ovunque, il pericolo è ovunque, e l’unica disperata speranza per non soccombere è raggrupparsi in un gruppo e prevalere.

Il risultato di questa paura è stata la devastazione dell’Europa, e una guerra con un bilancio totale di 70 milioni di morti. Cosa ci insegna questo? Penso che quello che ci insegna è che ciò da cui bisogna difendersi per evitare le catastrofi non sono gli altri: sono le nostre paure degli altri. Sono queste che sono devastanti. È la paura reciproca che rende gli altri disumani e scatena l’inferno. La Germania umiliata e offesa dall’esito della prima guerra mondiale, spaventata dalla forza della Francia e della Russia, è stata una Germania che si è autodistrutta; la Germania che, imparata la lezione sulla sua pelle, si è ricostruita come centro di collaborazione e di resistenza alla guerra è una Germania che è fiorita.

A me questo insegnamento suona attuale. Forse ora nel mondo la paura reciproca sta aumentando, non lo so, ma a me sembra che noi siamo i primi ad alimentarla. Chi si sente debole ha paura, diffida degli altri, difende se stesso e si arrocca nel suo gruppo, nella sua pretesa identità. Chi è forte non ha paura, non si mette in conflitto, collabora, contribuisce a costruire un mondo migliore anche per gli altri. Pochi libri svelano questa intima logica della violenza come Mein Kampf.

13 giugno 2016 (modifica il 14 giugno 2016 | 00:43)