mercoledì 15 giugno 2016

Così i nostri padri combatterono nella Grande Guerra

La Stampa
andrea cionci

Al Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto in esposizione 100 mila cimeli della Prima Guerra Mondiale


Durante la Grande Guerra, le tattiche e gli armamenti di tutti gli eserciti belligeranti subirono una vera rivoluzione copernicana: le armi chimiche, l’artiglieria pesante, i lanciafiamme, i primi aerei da caccia e i primi carri armati.

Tra il 1914 e il 1918, il mondo vide sicuramente la più rapida accelerazione del progresso tecnologico della storia (se si eccettua l’invenzione della bomba atomica durante il secondo conflitto mondiale). Grazie alla collaborazione del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, unico nel suo genere - in Italia - e ricco di una straordinaria collezione di 100mila cimeli, abbiamo raccolto una serie di fotografie che riguardano le armi più strane, le protezioni individuali più arcaiche, i trappolamenti più insidiosi e meno conosciuti che furono impiegati nel tremendo conflitto iniziato cento anni fa.


Pugnale da trincea con tirapugni

A parte la curiosità che suscitano, questi reperti raccontano gli aspetti più materiali della Grande Guerra, la brutalità dei corpo a corpo, la pericolosità della vita di trincea e lo sforzo produttivo bellico che ebbe un ruolo fondamentale nel decidere le sorti del conflitto anche al di là delle grandi decisioni strategiche dei vertici politico-militari. Nel forsennato adattamento alle nuove esigenze della guerra «industriale», molte furono, da parte dei vari eserciti, le «trovate» dal sapore non solo ancora ottocentesco, ma addirittura medievale.

E’ il caso delle pesanti corazze italiane Farina e Ansaldo, la cui foggia potrebbe essere assimilata alle protezioni di un armigero del 1200. Pettorale, ventriera, ed elmetto pesavano oltre 10 kg ed erano distribuite ai Battaglioni della Morte, quei reparti di fanteria incaricati di azioni pericolosissime: uno dei loro tipici compiti era quello di uscire dalle trincee per andare a creare varchi nei reticolati, sotto il fuoco nemico. La corazza era testata per resistere alle pallottole di arma lunga di calibro non superiore al 6.5 mm e a condizione che la distanza di tiro non fosse minore dei 125 metri. La corazza Ansaldo presentava, poi, un’apertura con sportello per infilarvi il fucile. Furono sistemi abbastanza fallimentari, comunque, sia per il peso, che per le parti del corpo lasciate scoperte (gli arti).



Anche i nostri avversari utilizzarono protezioni simili ma, più opportunamente, le adibirono a proteggere i cecchini e le vedette, i soldati, quindi, che avevano poca necessità di muoversi. Tra le loro protezioni aggiuntive, troviamo la cosiddetta Stirnpanzer, che spiega come mai i tipici elmi austro-tedeschi fossero dotati di quei curiosi «cornetti» così caratteristici. Su tali perni (peraltro forati per garantire l’aerazione) si agganciava, infatti, questa scudatura per la fronte, che veniva fissata posteriormente alla calotta con una cinghia di cuoio o di canapa. 


In genere, tali protezioni individuali erano efficaci soprattutto per le schegge di bomba e i sassi proiettati dalle esplosioni, più che per parare le pallottole nemiche. Allo stesso scopo, diversi eserciti dotarono gli elmi dei soldati di vere e proprie celate, come nel caso dell’elmetto belga Reiné Elisabeth mod. 1917. 

Il Medioevo tornò alla ribalta, in modo inquietante, soprattutto con le mazze ferrate utilizzate sia dagli inglesi che dagli austro-tedeschi. Secondo alcune dicerie, tali armi venivano impiegate per finire i soldati colpiti dagli attacchi con armi chimiche. In realtà, erano fornite occasionalmente ai reparti per gli assalti alle trincee, nello scontro corpo a corpo. 

Congegno per fuoco di trincea

Mentre gli italiani – pare - non le abbiano mai prodotte, gli austriaci erano specializzati nel realizzare industrialmente questo tipo di armi, di diverse fogge e dimensioni. Infatti, caratteristica dell’impero di Cecco Beppe fu sempre quella di raccogliere uno straordinario numero di diverse armi, con tutti i problemi che a volte ne derivavano. Si ricordi, a tal proposito, che l’Impero asburgico raccoglieva circa 15 diversi popoli, tra Ungheresi, Cechi, Sloveni, Croati, Serbi, Romeni etc.Nel corpo a corpo potevano rendersi utili anche i classici tirapugni metallici provvisti di punte. Gli americani inventarono, addirittura, un pugnale da trincea la cui guardia era costituita, appunto, da una simile noccoliera.



Persino l’antica daga tornò a rendersi efficace, ma soprattutto come attrezzo per i genieri austriaci che la nominarono «Faschinenmesser» (coltello per fascine, di uso simile al machete). Dopotutto, nel corpo a corpo, spesso, più che la baionetta, era preferita la piccola vanga, in dotazione ordinaria, che aveva il pregio – terribile a dirsi - di poter menare fendenti tali da mettere fuori combattimento il nemico senza che una lama rimanesse incastrata nelle costole del nemico.



Oltre alle mazze e alle armature, anche le frecce. Nel ’14-’18, però, si trattava di piccoli dardi che, dagli aerei, venivano scaricati in quantità sulle trincee nemiche. I primi biplani erano impiegati soprattutto per la ricognizione del territorio nemico; dato che, ancora, non potevano trasportare carichi pesanti, queste freccette costituivano la sola arma offensiva, insieme a qualche bomba a mano, che i piloti potevano gettare, come una pioggia micidiale, sulla testa della fanteria. La sola forza di gravità rendeva queste punte metalliche dei veri e propri proiettili dall’alta forza di penetrazione.



Ancora, di antica eredità, erano i cosiddetti «triboli» o «azzoppamuli». Questi chiodi ad almeno quattro punte, molto rudimentali, venivano disseminati sulle piste per rallentare il cammino delle colonne nemiche. Potevano mettere fuori combattimento sia gli uomini che i quadrupedi - come cavalli o muli - che avessero avuto la sfortuna di pestarli. Si potrebbe supporre che fossero destinati anche a bucare le ruote di camion, rimorchi e automobili, ma durante la Grande Guerra, questi mezzi erano dotati di gomme piene.



Ogni sistema era buono per ferire o danneggiare il soldato nemico, anche quelli derivanti dalla tradizionale attività venatoria. E’ il caso delle tagliole, non molto diverse da quelle che si usavano per gli orsi o i lupi. In trincea, come noto, bastava sporgersi appena un poco per poter essere fulminati da un cecchino nemico. Ecco perché fu inventato un ingegnoso sistema per consentire al soldato di sparare totalmente al coperto, tramite un periscopio. Per quanto, prendere la mira risultasse meno agevole, in tal modo si riducevano quasi del tutto i rischi per il tiratore.



Tipici esempi di inventiva italiana furono il Lanciabombe Minucciani, e il Lanciaruote Cantono. Il primo era un dispositivo progettato dal sottotenente ingegnere Gino Minucciani. Adottato nel 1916, consentiva, tramite una sorta di meccanismo rotativo a frombola, di lanciare, a grande distanza, una serie di bombe a mano dalla strana foggia lenticolare.Dopo gli ottimi risultati conseguiti durante il collaudo presso la Scuola Bombardieri di Susegana, il lanciabombe Minucciani venne adottato e raccomandato dalle autorità militari. (Più rudimentale, il Lanciabombe a fionda sistema Cerulli, con il quale, tramite una grossa fionda ad elastici di gomma si potevano lanciare le bombe a mano a miccia).



Il Lanciaruote Cantono, ancora più singolare, ma meno efficace, lanciava dei dischi esplosivi dotati di uncini che, impigliandosi fra i reticolati ed esplodendovi in mezzo, dovevano aprire la strada all’assalto.  «Nella Grande Guerra – spiega il dottor Davide Zendri, addetto alle collezioni del Museo di Rovereto – una delle priorità era quella di spazzare via i reticolati di filo spinato prima dell’assalto. Accanto alle pinze tranciafili, come la pinza Malfatti, che poteva anche essere perfino dotata di baionetta, uno dei mezzi più utili a questo scopo era la bombarda, tubo di lancio per una grossa bomba di involucro relativamente sottile, ma colma di esplosivo. Lo spostamento d’aria provocato dalle sue deflagrazioni spazzava via uomini e reticolati».

Cosa non del tutto inedita, gli Italiani furono spesso i primi ad avere idee geniali in campo bellico, ma in molti casi non seppero sfruttare le loro innovazioni come le stesse meritavano. Altri popoli, magari meno creativi, ma con maggior senso pratico, ed anche con un sistema industriale più efficiente, seppero invece ottimizzarle. E’ il caso della Villar Perosa, la prima pistola mitragliatrice al mondo, un’invenzione tutta italiana. Fu, infatti, il colonnello di artiglieria conte Abiel Revelli di Beaumont il primo ad avere l’idea di costruire un’arma capace di sparare, a ripetizione, munizioni per pistola. L’arma veniva montata dal Regio Esercito su aerei, motociclette e perfino biciclette.

I fanti la utilizzavano appoggiandola su un bipiede, ma quando la Villar Perosa cadde in mano austro tedesca, il nemico la dotò di calciolo, creando così il primo «mitra», per quanto ancora lontano dalla sua forma tipica che, per la prima volta, sarà assunta dalla MP18 tedesca, nell’ultimo anno di guerra. 
Paradossalmente, anche nella storia del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto la nemesi italiana torna a rivelarsi. I suoi pezzi vengono richiesti in prestito da Londra, Bruxelles, Parigi, da nazioni che possiedono tutti modernissimi musei dedicati ai due conflitti mondiali.

La collezione italiana è enorme, vanta dei pezzi molto rari, ma, nonostante l’impegno dell’associazione privata che la gestisce, per la maggior parte i suoi pezzi sono ancora relegati nei magazzini a causa della scarsa attenzione che in Italia è, da sempre, riservata ai temi del turismo di interesse bellico.

Maurizio, l'umorista trasversale che fa ridere (e arrabbiare) tutti

Paolo Giordano - Mer, 15/06/2016 - 09:00

L'artista ora dovrà anche dimostrare di sapersi rinnovare



Ora gli tocca rinnovarsi. Mica potrà andare a Discovery con il «brand» Crozza totalmente identico a quello che per vent'anni si è visto su Rai, Mediaset e La7.

Ora basta. Il comico garbato, politicamente non eccessivo ma comunque schierato, quello che per ragione sociale si rivolge a un pubblico generalista, adesso (anzi da gennaio 2017) ha accettato la sua sfida più importante: rinascere diverso. Appena un po'. Non che finora la sua rotta abbia attraversato solo calma piatta, figurarsi.

Da quando si è diplomato alla scuola dello Stabile di Genova (professore Gian Maria Volonté, un super maestro) Maurizio Crozza ha fatto la propria bella gavetta, passando dagli sgarruppati Broncoviz alla Dandini di Tunnel e Avanzi fino alla consacrazione con la Gialappa's di Mai dire gol a Mediaset, ossia a casa di uno dei suoi bersagli preferiti. Una carriera che oggi, a 57 anni, merita comunque l'applauso se non altro perché, nel post berlusconismo della satira, è riuscita a garantirgli un posto sul podio dei più popolari, versatili e godibili comici in circolazione.

Però, si è visto, l'improvvisazione non è il suo forte. Al Festival di Sanremo di Fazio, quando arrivò sul palco dell'Ariston imitando (appunto) Berlusconi, fu contestato da poche persone ma perse la favella e si «forlanizzò», nel senso che diventò come l'allora segretario della Democrazia Cristiana Arnaldo Forlani davanti ai giudici di Mani Pulite: bocca asciutta, lingua felpata stile Fantozzi e tentennamento disorientato. Difficile che un comico da avanspettacolo o comunque abituato al tumulto della platea si perda così d'animo. «È un attore più che un improvvisatore» sentenziò un Aldo Grasso meno tranchant del solito.

Ed è vero.
Crozza è nato attore, ha i tempi dell'attore e, quando ha la possibilità di costruire un personaggio, è difficile che sbagli. Specialmente se l'argomento è popular, ossia conosciuto da tutti, dal cardiochirurgo al professore di estetica fino alla sciampista di Alessandria (senza offesa per sciampiste e alessandrini). Così è nato il «crozzismo», neologismo che Jacopo Iacoboni de La Stampa ha inventato per riassumere quella particolare forma di sindrome di Stoccolma delle persone imitate da Crozza: imitare l'imitatore che le imita.

Prendete Bersani del Pd che una volta, quasi per caso, disse «non siamo mica qui a smacchiare giaguari» e, dopo che Crozza ci costruì sopra una serie di sketch, ricevette uno schiaffo di popolarità che manco se lo sarebbe immaginato. Idem Roberto Giacobbo che oggi forse ama più il parodistico Kazzenger di Crozza del suo Voyager se non altro perché il primo gli ha dato molta più fama rispetto al secondo. E per tacere di Antonio Razzi, quello della «crana» o «fatti li cazzi tua», che ormai è quasi più simile all'imitazione che all'originale.

Insomma Maurizio Crozza da Genova, sposato da 24 anni con l'attrice Carla Signoris, padre di due figli che ha pure portato in tv (in Crozza Alive nel 2010 e poi in Italialand l'anno successivo) è obbligato a fare come l'araba fenice: rinascere per rimanere uguale. Ossia popolare, famoso, influente. In una parola: temuto dai politici e dall'establishment, che hanno paura di chi fa paura, ossia di chi raggiunge una grande quantità di pubblico. Le sue copertine prima di Ballarò e poi di Di martedì valgono più di un editoriale in prima pagina.

Gli ospiti in studio le temono, fanno buon sorriso a cattivo gioco e, da casa, i politici interessati le soppesano manco fossero bolle papali. E ora? Su Discovery il comico cresciuto con la Gialappa's dovrà ritagliarsi un ruolo diverso, un profilo nuovo, qualcosa che sia inatteso ma allo stesso tempo fedele al personaggio che in questi vent'anni il comico amico (ma non troppo) di Beppe Grillo ha saputo ritagliarsi. Perché un conto è fare l'imitazione del «celeste» Formigoni davanti a un pubblico che lo conosce bene. Un altro è rivolgersi a chi, come lo spettatore meno «istituzionale», cerca un'alternativa distinta e distante. Vedremo. Il nuovo Crozza, in fondo, è dietro l'angolo.

Veri ipocriti e falsi moralisti

Alessandro Sallusti - Dom, 12/06/2016 - 11:40

Trovo preoccupante che Renzi non sappia che il Mein Kampf si può acquistare da tempo in libreria



Matteo Renzi ha definito «squallida» l'iniziativa de Il Giornale di allegare, all'interno di una collana storica, una edizione commentata del Mein Kampf, atto fondativo di quella tragedia che fu il nazismo.

Evidentemente il presidente del Consiglio in vita ha letto tanti fumetti - e questo lo si capisce -, ma pochi libri. Certamente non ha letto Se questo è un uomo di Primo Levi, nel quale, a proposito dell'Olocausto, si legge: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre». Trovo poi preoccupante che Renzi non sappia una cosa nota a tutti, cioè che il Mein Kampf lo si può acquistare già da tempo in molte librerie, quelle della Feltrinelli comprese, e con un clic su Amazon. I negazionisti rimuovono la storia scomoda, gli uomini liberi la affrontano, la studiano, la giudicano con la severità che merita.

Potremmo ricordare a Renzi che squallido è non pagare i debiti che lo Stato ha con le imprese o illudere i pensionati che presto avranno 80 euro in più. Ma mischieremmo il sacro con il profano. Non possiamo però tacere, a proposito di storia, su quanto sia stato squallido, oltre che pericoloso, ricevere a Roma pochi mesi fa con tutti gli onori (e oscuramento delle statue marmoree dei Musei Capitolini per non offenderlo) Hassan Rouhani, presidente dell'Iran, cioè di un Paese che nega il diritto all'esistenza di Israele e che sul popolo ebraico getterebbe volentieri una bomba atomica per arrivare alla soluzione finale alla pari di Hitler.

Alla stupidità di Renzi preferisco la coerenza di Stefano Fassina, uno degli ultimi comunisti ancora in circolazione. Dice Fassina: voglio vedere se Il Giornale avrà il coraggio di pubblicare i diari di Anna Frank. Per noi non si tratta di coraggio, questo giornale è dalla parte di Anna nella storia e anche oggi, ma accetto volentieri il suggerimento e, compatibilmente con i problemi di diritti d'autore, farò il possibile perché ciò accada. Dal Mein Kampf al Diario di Anna Frank, dal male assoluto al sogno di libertà.

Ma se mi permettono Renzi e Fassina, punterei alla trilogia. Un'ultima uscita con un libro che rivendichi il diritto di Israele a esistere senza essere quotidianamente minacciato e ferito dal terrorismo palestinese e dall'ostile e complice indifferenza di buona parte della sinistra occidentale. Perché altrimenti tutta questa levata di scudi è soltanto l'ennesima presa per i fondelli.

Basta con il buonismo anti-italiano. Noi siamo a casa notra

Andrea Pasini



Prima chi difendeva i confini della propria patria era un eroe, non un razzista. Chi metteva al primo posto gli italiani era reputato degno di elogio, non di riprovazione. Chi garantiva la sicurezza degli altri cittadini e metteva a repentaglio la propria vita, era tributato con onorificenze, non indagato dalla magistratura. E chi delinqueva, da ladro o da clandestino, era punito e non assolto o accolto.

Purtroppo però stiamo assistendo nel nostro Paese, oltreché a una mutazione politica e culturale, anche a una trasformazione etica e antropologica, capace di capovolgere le tradizionali categorie di giusto e ingiusto, di lecito e illecito, di ciò che ci appartiene e di ciò che no. E lo dimostrerò indagando tre ambiti in cui lo Stato dovrebbe tutelare in primo luogo i propri contribuenti e cittadini e invece finisce per privilegiare tutto ciò che è “altro” e “diverso”, anche se questo viola le regole fondamentali della comunità: parlo del Fisco, della Sicurezza e della Sanità.

Quanto al primo punto l’Erario, pur mostrandosi intransigente verso famiglie e imprese in difficoltà con un’imposizione indecente e metodi di riscossione vessatori, sembra mantenere un occhio di riguardo verso chi le tasse non le paga, semplicemente perché non vuole pagarle. Alludo ad esempio ai rom che già godono di benefici statali (vedi i soldi pubblici spesi per la loro presunta integrazione) e spesso vantano patrimoni personali importanti, frutto di attività a voler usare un eufemismo non sempre lecite e trasparenti. Ma di loro, chissà come mai, l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia si dimenticano…

Allo stesso modo, quanto alla Sicurezza, se un carabiniere come è capitato la scorsa settimana a Rosarno spara a un immigrato per difendersi dalla sua aggressione, anziché omaggiarlo per aver fatto il suo dovere e aver salvato, oltre alla propria vita, anche quella dei suoi colleghi e delle altre persone presenti nella tendopoli, finiamo per iscriverlo nel registro degli indagati con il sospetto di abuso di legittima difesa; mentre sui giornali di parte (come Repubblica) si scatenano dubbi sulla ricostruzione ufficiale e si avanzano congetture sulla vera dinamica dei fatti, quasi a ipotizzare che il reo in realtà sia il carabiniere.

Ma che dire della Sanità dove come successo di recente a Sassari il direttore dell’Asl chiede ai medici di dimettere urgentemente i pazienti ricoverati per far posto ai profughi appena sbarcati. Qui assistiamo impotenti a un doppio capovolgimento: il profugo sano viene prima dell’italiano malato. E ciò fa ancora più rabbia, se si considera che i soldi per la Sanità sono pagati dagli stessi cittadini, ormai considerati un bancomat cui attingere denaro e a cui non restituire nulla, neppure in termini di servizi.

In questo scenario desolante assisti anche alle proteste di profughi (o sedicenti tali) che si lamentano del cibo loro offerto e degli alloggi in cui vengono sistemati, pur ricevendo tutto questo gratis (anche qua, paghiamo noi); e a uno Stato che, anziché indignarsi per tali manifestazioni o ignorarle, accontenta gli “ospiti”, assicurando loro cibi migliori e alberghi di lusso. Vedi poi illustri musulmani chiedere di cambiare il menu scolastico, rimuovendo la “blasfema” carne di maiale, e zelanti direttori d’istituto cedere e dire signorsì, magari sussurrando sottovoce “Allahu Akbar”.

E vedi infine donne musulmane continuare ad andare in giro con burqa e veli integrali, sebbene ciò sia proibito dalle leggi italiane sullasicurezza; e autorità dello Stato dai prefetti in su, fino alla presidente(ssa) della Camera ritenere che ciò sia un sintomo di integrazione e multiculturalismo, e non piuttosto la spia della nostra sottomissione e dell’umiliazione della donna nella cultura musulmana. Accettiamo tutto, facendo finta che sia normale perché frutto di una situazione temporanea, di emergenza. Ma ci dimentichiamo quello che il saggio diceva dell’Italia, il Paese in cui l’unica cosa permanente è il provvisorio.

A ciò aggiungo anche un elemento demografico. Stando agli ultimi dati Istat, nel 2015 per la prima volta dopo novant’anni il numero di residenti italiani è diminuito rispetto all’anno precedente, perdendo addirittura 142mila unità; e al contempo la popolazione straniera è aumentata di 12mila persone. Una tendenza che dimostra come l’elemento italiano proceda verso l’estinzione e si stia consumando nel nostro Paese una vera e propria sostituzione di popoli, combinato disposto dell’invasione dei migranti e della nostra sterilità ormai cronica.

Sarebbe quindi necessario è questo il mio appello accorato un moto di indignazione e di riscossa collettivo per non ritrovarci presto in minoranza, stranieri e schiavi a casa nostra. E urgerebbe un nuovo capovolgimento, che ci faccia riscoprire l’orgoglio e la bellezza dell’essere italiani, e il diritto di rivendicarlo, senza più pudore e paura. Se non lottiamo con coraggio e senza paura a beve diventeremo schiavi a casa nostra.

Quel popolo gay cretino per lussuria

Nino Spirlì

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Gli saranno bastati i 50 morti e i 53 feriti gravi di Orlando, alla cosiddetta “comunità gay” internazionale, per capire che I MUSULMANI ODIANO GLI OMOSESSUALI E LI VOGLIONO VEDERE MORTI PER VOLERE DEL profeta E DI allah?

L’avranno capito che, a prendere le parti di questi milioni di clandestini che stanno arrivando in Occidente, ci perderanno loro, i gay dico, per primi? Lo sanno e fanno finta di non saperlo, o lo ignorano veramente, che il profeta dei musulmani ha ordinato l’uccisione di chi pratica l’omosessualità e di chi la subisce? Come dire, attivi e passivi giù dalla stessa torre. Oppure impiccati con la stessa corda. O sgozzati con la stessa lama. O sparati con lo stesso fucile a pompa (e non è, certo, la pompa che sperano…)

CRETINI! Un popolo arcobaleno vuoto e sciocco come Giufà. Che si fa “infinocchiare” (oggi i doppi sensi fioccano) da chiunque gli assicuri un minimo di finanziamento per questo o quel gaypride, questo o quell’evento a fiocco rosa! A loro basta assicurarsi un locale dove ballare scimmiottando Heater Parisi e la Carrà, dove mimare in playback Dalida o Patty Pravo, dove indossare liberamente tacchi a spillo e barba rosa, dove idolatrare finte showgirl col pisello ben attaccato al pube e (dis)onorevoli attrezzi umani che della loro ambiguità ne hanno fatto portafogli e cornice d’argento. A loro basta tornare a casa all’alba con un amore nello slip! Sono contenti così, i froci di oggi. Contenti e fottuti.

Basta che uno solo di loro si fidanzi con l’unico arabo frocio scappato dal proprio paese facendo finta di essere un gladiatore, per ululare in coro che l’islam è religione d’Ammore!! Ma nessuno si chiede cosa avverrebbe (e cosa avverrà) nel momento in cui quella religione, che è anche potere politico ed economico, dovesse sottomettere la nostra LIBERA TERRA D’OCCIDENTE!!!

Una carneficina di omosessuali! Ecco cosa avverrà!
Razza di deficienti, zucche vuote come solo le vostre teste sanno esserlo sotto le parrucche verde pisello! State aprendo le porte ai nostri carnefici! E se, oggi, piangiamo per la morte di 50 ragazzi, domani non avremo lacrime per 50milioni! Guardatevi intorno e scegliete! Sfrondate il cervello dalle pastoie di questa orrenda sinistra Sinistra, che vi sta ipnotizzando con la sua finta amicizia e indossate le armature da spartani, froci come voi, ma molto più dignitosi e nobili, e combattete a fianco di chi questi maledetti li vuole rimandare a casa e circondare da muri invalicabili.

Ci abbiamo impiegato migliaia di anni per essere liberi di amarci fra chi si ama in maniera diversa dalla nostra. Abbiamo pagato con lacrime, dolori, mortificazioni, delusioni e perdite. Oggi, possiamo dirlo a voce alta, siamo seduti al tavolo del comando. Spesso esageriamo pure. Ma, ribadisco, una cosa è certa, siamo vivi e liberi di esprimere, ognuno per com’è, la nostra natura e le nostre personali vocazioni. Avvocato e gay, medico e gay, ingegnere e architetto e gay, cassiere all’iper e gay, fotografo e muratore e gay… Sì, ognuno per com’è, in un Occidente LIBERO e DEMOCRATICO.

Così libero e democratico che lascia spazio, fin troppo spazio, anche alle teste di cazzo che stendono tappeti rossi a questi sanguinari assassini, assetati delle nostre linfe vitali. Pronti ad ammazzarci per ripristinare leggi medievali del terrore. Saraceni di oggi, sbarcano sulle nostre spiagge con le facce da buoni, ma nascondono sotto il primo strato di pelle lame affilate e quintali di tritolo.

O li fermiamo, o ci frantumeranno le ossa, i sogni, la vita.
Fra me e me. Che so cosa voglio. (Chissà se voi sapete cosa volete…)

Il male non va venduto? Allora vietiamo Diabolik

Vittorio Sgarbi - Mar, 14/06/2016 - 15:38

Se volete vietare la lettura del Male allora censurate pure Gomorra e Diabolik


Indicare il male serve a combatterlo. E nessun libro può fare paura.
I nazisti bruciavano i libri.

Hitler volle a Monaco una mostra sull'arte degenerata. Ieri le due pagine de La Repubblica contro il libro in allegato con il Giornale mi hanno dato l'orribile sensazione di un atto di violenza, come le firme raccolte contro il commissario Calabresi che ne propiziarono la morte. Propongo il ritiro immediato da tutte le edicole di «Diabolik». Bisogna abbattere il male (sulla carta). L'immagine di un vecchio edicolante che tiene in mano un foglio con sopra scritto «in questa edicola non si vende il Mein Kampf», evidenziava i tratti di un uomo pronto a tutto.

Naturalmente in nome del bene si è pronunciato Matteo Renzi, con atteggiamento grave e con fraterna cordialità: «Trovo squallido che un quotidiano italiano regali oggi il Mein Kampf di Hitler. Tutto il mio abbraccio affettuoso alla comunità ebraica». Come dopo una strage il messaggio di Laura Boldrini: «Decisione grave. La memoria merita rispetto. La mia solidarietà a tutte le famiglie vittime dell'Olocausto».

Cosa vuol dire, appunto, «la memoria merita rispetto»? Che bisogna dimenticare? Che bisogna selezionare? Che è giusto ricordare alcune cose e non altre? Nel 2016 si scopre che le immagini del male, e le parole del male conseguentemente, devono essere rimosse. Perché, dunque, si produce Gomorra? Perché si fa un film sul Capo dei Capi? Per umiliarlo? E allora perché appare un eroe?

Io ho sempre trovato Mein Kampf un libro comico, pubblicato perché l'azione di Hitler ne ha reso noto l'autore. Abbiamo già vissuto epoche in cui l'opera di Friedrich Nietzsche è stata censurata.
Non avrei creduto che si arrivasse a farlo con un libretto scongelato dalla Storia. Suggerisco a Sallusti di provare la prossima volta con il libro di un assassino molto più grande di Hitler: il Libretto Rosso di Mao Tse-Tung.

La Repubblica pubblicherà appelli e bocciature degli storici? Dunque, preso atto delle gravi responsabilità del direttore Sallusti, propongo di demonizzare il foglio reazionario che egli dirige, ritirando in edicola Mein Kampf e lasciandovi il Giornale.

A Silvio

La Stampa
jena@lastampa.it

Un cuore matto che ti vuole bene 
e ti perdona tutto quel che fai, 
ma prima o poi tu sai che guarirà, 
lo perderai, così lo perderai... 

Buon compleanno Topolino! Torino festeggia gli 80 anni della piccola Fiat

La Stampa
omar abu eideh (nexta)

Dal 16 al 19 maggio, oltre 200 vetture storiche nel capoluogo piemontese



Quattro giorni di eventi per celebrare 80 anni di storia: dal 16 al 19 giugno Fiat festeggerà a Torino il compleanno della 500 “Topolino”, prodotta dal 1936 al 1955. L’iniziativa, organizzata dal comitato “Ling80”, prevede la partecipazione di oltre 200 esemplari della vettura: questi saliranno lungo la celebre rampa ellittica del Lingotto e sosteranno sulla pista di collaudo posta sul tetto della storica fabbrica dove venne prodotta l’auto.

La Topolino nacque per volontà di Benito Mussolini, che chiese a Giovanni Agnelli di costruire un’automobile economica, destinata al popolo e dal costo di circa 5.000 Lire (un’idea ripresa poi dal neo-cancelliere Hitler che commissionò a Ferdinand Porsche la madre di tutte le Volkswagen). Dopo varie vicissitudini il progetto finì in mano al giovane ingegner Dante Giacosa – oggi considerato uno dei luminari della motoristica italiana – che diede vita ad un’auto molto simile alla “Balilla”, tuttavia caratterizzata da dimensioni più contenute e caratteristiche tecniche volte ad abbassare i costi di produzione.

La vettura fu presentata al Duce a Roma il 10 giugno del ’36, col nome di “Fiat 500”; ma fu presto indicata da tutti come “Topolino”, lo stesso appellativo attribuito alla vettura durante la fase di progettazione, in onore di quel celebre “Mickey Mouse” che stava spopolando in Europa. Il prezzo era fissato a 8.900 lire: venti volte lo stipendio medio di un operaio e quasi il doppio di quanto inizialmente preventivato.

Domani la suddetta adunata sfilerà verso il Castello di Pralormo: ad aprire la carovana, un esemplare appartenuto allo stesso Giacosa, ora in mostra al Centro Storico Fiat. Nelle diverse giornate dell’evento, verranno poi toccati la Palazzina di Caccia di Stupinigi, il Castello di Racconigi, Moncalieri e tanti luoghi simbolo di Torino: piazza Vittorio Veneto, lo Juventus Stadium, il Mirafiori Motor Village, il Museo dell’Automobile. Una maratona degna dell’importanza che la 500 Topolino ha avuto per la mobilità italiana in quel ventennio intercorso fra lo scoppio della seconda guerra mondiale, la ricostruzione del nostro Paese e la vigilia del boom economico.

Auguri Albertone! Le frasi più famose dell'immortale Sordi per festeggiare il suo compleanno

La Stampa

Scomparso nel 2003, l'attore romano rimane una presenza costante nel nostro cinema e una fonte inesauribile di aforismi e citazioni



Oggi compirebbe 96 anni, ed è un peccato non poter festeggiare un compleanno tanto importante con lui, Alberto Sordi, purtroppo scomparso il 24 febbraio 2003. Eppure l'incontrastato 'Re di Roma' non è morto, anzi. Una pietra miliare - tra le tante della Città Eterna - che continua a vivere nel ricordo dei tanti amanti della commedia italiana e del nostro cinema in generale (che non solo sorrisi ci regalò l'attore e regista, anzi!), degli innamorati del dialetto e della parlata romana e di quanti continuino a riptere nella loro vita di ogni giorno le tante frasi rese famose dall'Albertone nazionale. Alcune delle quali - tratte dalla sua vita privata e professionale - abbiamo voluto ricordare di seguito…Resta però difficile affidare alla fredda trascrizione alcune di queste perle, rimaste nella storia, per le quali faremo eccezione. A partire dalla celebre scena de I Vitelloni di Federico Fellini:

VIDEO : Un americano a Roma

"La nostra realtà è tragica solo per un quarto: il resto è comico. Si può ridere su quasi tutto"
"Dubito fortemente di poter essere matrimoniabile"
"Non mi sposo perché non mi piace avere della gente estranea in casa"
“Io non so niente! Se lo sapessi ve lo direi! Io sono un vigliacco, lo sanno tutti!” (Oreste Jacovacci, La Grande Guerra di Mario Monicelli)
"C'ho avuta 'a malattia, vostro onore!" (Un giorno in pretura, 1953)
"Ma che, noi italiani ve imponemo a voi forse una trasmissione in televisione de nome Valmontone, Portogruaro, Gallarate? Perché voi ce dovete rompe li cojoni con ‘sto ‘Dallas'?" (Pietro Marchetti, Il Tassinaro, 1983)
"Io le brutte abitudini le prendo subito"
"Se il mondo fosse come lo presenta un certo cinema d'oggi, sarebbe un incredibile bordello"
"Se Fellini mi dicesse: "Albe', ho una parte per te nel mio prossimo film..." Eh, allora come faccio a dire di no? Con Federico ho fatto "Lo sceicco bianco", "I vitelloni", e se so' quello che sono, oggi, lo devo anche a lui, no?"
"Sa perché dicono che sono avaro? Perché i soldi non li sbatto in faccia alla gente, come fanno certi miei colleghi"
"La pennica è sacra: un'ora e mezza a letto ogni giorno dopo pranzo. Sto disteso e godo nel sentire i clacson in lontananza. Quelli della gente che sta in macchina, in coda, suda, si affanna. Io ridacchio fra me e me e penso: ma 'ndo annate?"

video : Il marchese del grillo

[Roma] "È diventata un brutto parcheggio. È indecente il modo in cui viene degradata una delle più belle città del mondo"
"A Roma un tempo, se uno passava di corsa, lo prendevano, lo sbattevano contro una porta e gli dicevano: 'Ndo' scappi?'. Perché a Roma, se correvi come un matto, poteva voler dire solo che scappavi"
"Noi abbiamo avuto il privilegio di nascere a Roma, e io l'ho praticata come si dovrebbe, perché Roma non è una città come le altre. È un grande museo, un salotto da attraversare in punta di piedi"

"Ah è l'immobilità mio caro, succede. È anche l'umidità. Accadde anche a me molto tempo fa, quando feci il navigatore solitario. Mammà mi diceva sempre: 'non me rompere i coglioni, sei uno smidollato, come uomo non esisti, sei un imbriagone'. E allora mi sono incazzato e un giorno ho detto: 'Basta mi compro una barca e mi faccio il giro del mondo e navigo da solo ecco'. E così compii quest'impresa. Feci il navigatore solitario.

Giorno e notte, fra cielo e mare, mare e cielo. In questa natura, padrone del mondo. Lei non sa cosa vuol dire il navigatore solitario. Solo, nell'immensità del mare, in assoluta meditazione, a contatto della natura più pura, è allora che capisci.... quanto sei stronzo, a compiere queste imprese, che non servono a un cazzo" (I Nuovi Mostri, 1977)

Il giudice in ritardo non scrive la sentenza. I mafiosi tornano liberi

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

La Calabria in un baratro giudiziario, ma la politica tace



Nel silenzio della politica e delle istituzioni (anche togate), dei professionisti e dei dilettanti dell’antimafia, la Calabria sprofonda in un baratro giudiziario. Solo negli ultimi giorni sono scivolati inosservati, come fossero normali, alcuni casi clamorosi. La scarcerazione di alcuni ’ndranghetisti condannati in primo grado e in appello, ma salvati da un giudice che a 11 mesi dalla pronuncia della sentenza non ha ancora depositato le motivazioni; il ritardo di cinque anni con cui ricomincia un altro processo per mafia; l’agonia del processo ai caporali di Rosarno, scaturito sei anni e mezzo fa dalle testimonianze dei migranti e non ancora arrivato nemmeno alla sentenza di primo grado.

«Cosa mia»
La vicenda più grave riguarda il processo «Cosa Mia», nato nel 2010 da un’indagine della procura di Reggio Calabria, allora retta da Giuseppe Pignatone oggi procuratore a Roma, sulle famiglie della piana di Gioia Tauro, protagoniste di una sanguinosa guerra di mafia negli Anni 80-90, con 52 omicidi e altri 34 tentati. L’inchiesta aveva svelato il controllo delle cosche sui lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, con una tangente del 3% imposta alle imprese sotto la voce «tassa ambientale» o «costo sicurezza».

Il processo si è svolto con relativa celerità, considerando l’ampiezza della materia da trattare, il numero di imputati e alcune rilevanti difficoltà logistiche. Basti pensare che la polizia penitenziaria, intimorita dalla caratura degli imputati, si rifiutava di trasportarli nell’aula del processo. Per garantire lo svolgimento del processo, il ministero fu costretto a mobilitare i reparti speciali, usati in genere solo per sedare le rivolte nelle carceri.

Nel 2013 la corte d’assise commina 42 condanne per complessivi trecento anni di carcere, con una sentenza monumentale di 3200 pagine. Impianto sostanzialmente confermato nella sentenza d’appello, pronunciata a fine luglio dell’anno scorso.

A questo punto, non resta che il passaggio in Cassazione, il più celere. Dato che la durata massima della custodia cautelare è di sei anni e i boss furono arrestati nel giugno 2010, il calcolo è semplice. La corte d’appello avrebbe dovuto depositare le motivazioni entro 90 giorni (quindi entro fine ottobre 2015), poi gli avvocati avrebbero avuto 45 giorni per presentare il ricorso in Cassazione.

Ai supremi giudici sarebbero rimasti sei mesi, fino alla scadenza del termine della carcerazione preventiva, per chiudere il processo con la sentenza definitiva. Un tempo più che sufficiente: in Cassazione è prassi anticipare i processi per i quali sta maturando la prescrizione (fu così per il caso Berlusconi, frode fiscale, nell’agosto 2013) o stanno per scadere i termini di carcerazione degli imputati.

Liberi tutti
Invece in questo caso i termini sono scaduti la scorsa settimana senza che la Cassazione abbia nemmeno ricevuto le carte del processo, ancora ferme nella corte d’assise di Reggio Calabria perché il giudice Stefania Di Rienzo non ha ancora depositato le motivazioni della sentenza. Scaduto il primo termine di 90 giorni, aveva chiesto una proroga: altri tre mesi. Spirati invano. Di mesi ne sono trascorsi undici e delle motivazioni non c’è traccia.

E così tre imputati, a dispetto della doppia condanna per associazione mafiosa, nei giorni scorsi sono usciti dal carcere. Altri dieci erano tornati liberi precedentemente, sempre per scadenza dei termini della custodia cautelare. Il danno processuale è enorme, quello sociale maggiore. Il ritorno alla libertà degli ’ndranghetisti ne rafforza il potere e scoraggia chiunque (sia dentro che fuori dal sodalizio criminale) dalla collaborazione con la giustizia.

Non è un caso isolato. In questi giorni si celebra a Catanzaro l’appello del processo Revenge, con sette imputati di mafia. Peccato che sarebbe dovuto partire nel 2011, ma sono stati necessari cinque anni per formare un collegio di giudici. E sei anni non sono bastati ad arrivare a sentenza nel processo ai caporali di Rosarno.

Il panorama
Fotografie di una resa giudiziaria nella regione con il record di Comuni commissariati per infiltrazioni mafiose e in cui, recita l’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia), la ’ndrangheta opera un «atavico, asfissiante strangolamento del territorio» e rappresenta «un pesante fattore frenante per lo sviluppo economico e sociale» grazie alla capacità di «fare sistema» attraendo «nella propria sfera di influenza soggetti legati al mondo dell’imprenditoria, della politica, dell’economia e delle istituzioni».

Non ce n’è abbastanza perché Csm e commissione antimafia se ne occupino?

(Ha collaborato Gaetano Mazzuca)