sabato 18 giugno 2016

Perché abbiamo smesso di scaricare le app?

La Stampa
dario marchetti

Negli Usa Facebook, Whatsapp, Instagram e le altre hanno perso il 20% dei download rispetto al 2015. Crescono solo Uber e Snapchat, mentre Google e Apple studiano nuovi modelli di distribuzione



L’epoca d’oro delle app è al capolinea, e per rendersene conto non servono i risultati di qualche ricerca: basta osservare la schermata principale del proprio smartphone. A parte qualche rara eccezione, Facebook e Google occupano quasi tutto lo schermo con le loro applicazioni, lasciando che il resto delle icone rimanga lì a prendere polvere digitale. Dati empirici a parte, però, anche i numeri sostengono la stessa tesi: come riportato da Quartz, infatti, più della metà degli utenti negli Stati Uniti oggi scarica zero app al mese. Una bella battuta d’arresto rispetto ai fasti del 2008, quando l’App Store di Apple diede vita a un fenomeno che, a giugno di quest’anno, ha toccato quota 130 miliardi di download complessivi.

Ma perché non scarichiamo più? La risposta più semplice è anche quella più ovvia, e cioè che grazie a poche app abbiamo già tutto ciò che ci serve in termini di funzionalità e servizi. Motivo per cui anche le regine degli store, come Facebook, Whatsapp, Instagram, YouTube e così via, in un anno hanno perso il 20 per cento dei download, con l’eccezione di Uber e Snapchat, che invece continuano a crescere senza problemi: dal 2015 al 2016, entrambe hanno fatto registrare un tasso di crescita superiore al 100 per cento.

In ogni caso, secondo i dati registrati da SensorTower, l’un per cento degli sviluppatori che pubblicano su App Store rappresentano il 94 per cento dei ricavi della piattaforma. Un dislivello che Apple vuole tentare di colmare con un nuovo modello di distribuzione dei ricavi, basato su un sistema che non prevede più il pagamento una tantum delle app, ma un abbonamento. Un modo come un altro per spingere gli utenti a continuare ad utilizzare il software nel lungo periodo, visto che, secondo Localytics, dopo il primo utilizzo la maggior parte di noi abbandona l’applicazione a se stessa, per poi non aprirla mai più.

E non è un caso che Google, durante l’ultima conferenza per sviluppatori I/O, abbia confermato il suo impegno verso l’approccio delle Instant Apps, cioè applicazioni distribuite in tempo reale attraverso il web, senza più necessità di scaricarle preventivamente ma utilizzabili al volo, ogni volta che se ne ha il bisogno. L’app allora, è proprio il caso di dirlo, è servita: il download è morto, viva il download.

Come sono riuscito a bloccare gli sms pubblicitari degli operatori telefonici"

repubblica.it
di ALESSANDRO LONGO

Una guida per porre fine allo spam. Che sono riuscito a fronteggiare - nel mio caso - mandando una mail a H3G. Ma con gli altri gestori sono utilizzabili altri metodi

ABBIAMO un nuovo operatore telefonico e senza accorgercene sia entrati nel girone della pubblicità non richiesta. Chissà quando e dove abbiamo dato l’autorizzazione a riceverla. Oppure - peggio ancora - abbiamo appena lasciato un gestore, che ora ci tormenta con sms pubblicitari; se possibile, ancora più numerosi rispetto a quando eravamo suo cliente. Quest’ultimo caso è capitato a noi, con l’operatore H3G, così abbiamo trovato un modo efficace per chiedere di non trattare più i nostri dati personali e così bloccare gli sms pubblicitari. Ma anche con gli altri operatori può succedere lo stesso, a quanto risulta dalle storie raccontate sui forum specializzati. E ogni operatore fornisce un modo per liberarsi da questa tortura in forma di sms.

"Come sono riuscito a bloccare gli sms pubblicitari degli operatori telefonici"

Un problema giuridico. Prima di vedere come fare, ricordiamo che la questione affonda le radici in un problema normativo irrisolto. Repubblica l’ha affrontato a lungo: l’attuale disciplina che protegge gli utenti dai contatti pubblicitari non richiesti è fallata, come riconosciuto anche dal Garante Privacy. In sintesi, non c’è in Italia la possibilità di iscriversi a un registro universale per vietare di essere contattati a scopi pubblicitari. Una iscrizione insomma che vieti sempre e comunque le comunicazioni pubblicitarie, anche agli utenti che avessero dato il consenso per riceverlo (consenso che può essere estorto in vari modi o comunque dato per disattenzione).

È proprio questo il problema degli sms pubblicitari che vengono dagli operatori. Ci arrivano perché abbiamo dato il consenso in fase di attivazione della sim. Oppure quando attiviamo il nostro account online, sul sito (o app) dell’operatore per gestire la nostra sim. Il problema è che a volte questo consenso- con alcuni operatori- è obbligatorio per poter attivare il profilo online (dal Garante della Privacy dicono che è probabilmente un illecito, su cui stanno indagando).

Non solo: poiché manca quel registro universale, una volta dato il consenso è molto difficile bloccare l’inondazione pubblicitaria. Bisogna infatti contattare ciascun soggetto a cui abbiamo dato consenso per negarglielo. Ecco, appunto: contattare il disturbatore. Ma come, con quali modalità? Il tutto è ben poco trasparente all’utente (e sarebbe il momento che il Garante Privacy intervenisse per obbligare tutte le aziende a fornire modalità per poter cancellare l'iscrizione).
"Come sono riuscito a bloccare gli sms pubblicitari degli operatori telefonici"


Come fare con gli operatori telefonici. Nel nostro caso, abbiamo usato un metodo radicale: abbiamo trovato sul sito di 3 Italia la mail privacy@h3g.it e mandato una mail di negazione consenso al trattamento dei dati personali (“compresa la ricezione di sms pubblicitari” a quel numero di telefono). Per essere più incisivi, abbiamo messo in copia il Garante Privacy. Non ci siamo qualificati come giornalisti, perché volevamo verificare che il metodo funzionasse davvero. E funziona: dopo due settimane, arriva una mail da H3G,

“La informiamo che abbiamo provveduto a registrare la Sua volontà di revoca del consenso al trattamento dei dati personali per finalità commerciali, evidenziandoLe al riguardo che l'effettività della suddetta operazione potrà essere differita per un breve lasso di tempo”. Bene: ricevevamo quasi un sms pubblicitario da un operatore che avevamo lasciato mesi prima. Alcuni erano generici, mentre altri venivano dai negozi della nostra provincia di residenza.

Con gli altri operatori non è stato possibile trovare una mail analoga. Scavando nei rispettivi siti, nelle pagine dedicate alla privacy, abbiamo trovato indicato però un metodo che vale per tutti, per bloccare gli sms pubblicitari: telefonare al call center e chiedere di farlo. È possibile chiamare il call center anche se non siamo più con quell’operatore (il consiglio però in questo caso è di usare un telefono fisso su rete Tim, per evitare di pagare la telefonata). Il problema è che in questo modo non è possibile tenere traccia della propria comunicazione, né tantomeno coinvolgere il Garante Privacy.

"Come sono riuscito a bloccare gli sms pubblicitari degli operatori telefonici"

Un altro metodo è andare sul proprio profilo online, sul sito dell’operatore, è togliere il consenso, attraverso specifiche opzioni (Tim e Vodafone indicano anche questa modalità, nelle pagine web dedicate alla privacy). Non è possibile però fare così se riceviamo sms da un operatore che abbiamo già abbandonato. Allora, il solo modo per tenere traccia scritta, è mandare una lettera cartacea all’operatore, magari intestata anche al Garante Privacy (che poi informeremo via mail, allegando la lettera cartacea mandata all’operatore).

Ecco gli indirizzi:

  • Vodafone Italia S.p.A. - Casella Postale 190, 10015 - Ivrea (TO).
  • Ufficio Privacy Wind - Via Cesare Giulio Viola, 48 - 00148 Roma.
  • Telecom Italia S.p.A. via Gaetano Negri, 1 – 20123 Milano.
  • 3G S.p.A. - Rif. CC Privacy – Via Alessandro Severo n. 246, 00145 Roma. Oppure, scrivere all’indirizzo privacy@h3g.it.

Un’alternativa per lasciare qualcosa di scritto è usare i canali social degli operatori, ma a differenza delle precedenti non è una modalità indicata ufficialmente per bloccare la pubblicità. In conclusione, sarebbe opportuno che tutti gli operatori attivassero una mail dedicata e la pubblicizzassero con chiarezza sui propri siti.

App antisemita simula la vita degli ebrei ad Auschwitz. ''E' un gioco-parodia'', ma è polemica

repubblica.it
di ALBERTO CUSTODERO

App antisemita simula la vita degli ebrei ad Auschwitz. ''E' un gioco-parodia'', ma è polemica

Indignata la Comunità Ebraica che proprio domenica, giornata dei ballottaggi per le comunali, eleggerà il nuovo Consiglio dell'Ucei

UNA APP ANTISEMITA suscita l'indignazione del web, della politica e della comunità ebraica. Si chiama "Campo di Auschwitz Online". L'applicazione - per il sistema Android - è stata creata dalla Trinit.es, scuola professionale spagnola con sede a Saragozza, capoluogo della regione Aragona. Sulla home compare una grafica sinistra con la stella di Davide, la rotaia ferroviaria che si ferma davanti al lager sul quale campeggia la scritta Auschwitz concentration camp. Come sentinelle, ai lati della porta principale, compaiono due soldati in divisa Wehrmacht. Quindi, l'inquietante messaggio dal significato inequivocabilmente antisemita: "Vivere come un vero ebreo nel campo di concentramento Auscwhitz".

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L'app ha migliaia di download, e si definisce un gioco di ruolo, anche se non è specificato quale ruolo vien proposto al giocatore virtuale. L'applicazione è scaricabile, si accede fino a un certo punto, accompagnati da una colonna sonora ad hoc. Poi, ad un certo punto, si interrompe e in tanti, tra i commenti, lamentano la mancanza di connessione al server. Forse è persino intasata dai troppi accessi, visto il rimbalzo che l'app ha avuto su tutti i social, compreso Facebook.

La Comunità Ebraica - che proprio domenica, giornata dei ballottaggi per le comunali, eleggerà il nuovo Consiglio dell'Ucei di cui è presidente da 10 anni Renzo Gattegna - è indignata, a pochi giorni dalle polemiche suscitate dalla pubblicazione, da parte de Il Giornale, del Mein Kampf.

Proteste anche dalla politica: Fiano (Pd): "Mi fa orrore". Il deputato dem Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza Pd, è "rimasto senza parole - ha commentato - a pensare che qualcuno possa inventare, poi scrivere e disegnare e poi vendere, una app ambientata dentro il più grande cimitero della storia del popolo ebraico". "Il lager di Auschwitz - ha aggiunto Fiano -  è stato il più grande cimitero della storia del popolo ebraico, oltre che di gay, Rom, disabili, testimoni di Geova e oppositori vari".

"Tutto ciò mi fa orrore - ha concluso il parlamentare dem - non smetterò mai di battermi, perché la banalizzazione della storia, che sia mossa da un disegno politico o da ignoranza, venga battuta con ogni mezzo lecito, magari per esempio vietando in Italia questa app". A stigmatizzare l'aberrante proposta di gioco ispirato all'Olocausto è anche il ''portale dell'ebraismo'', Moked, che suggerisce: ''Per capire la pericolosità di questa operazione basta leggere i feedback di alcuni utenti''.

I commenti antisemiti. In effetti su Googe Play, criticato per non avere un filtro attivo contro app ritenute offensive, sono rintracciabili commenti antisemiti feroci firmati con nickname da alcuni utenti che dicono di avere provato e persino apprezzato l'app. Messaggi agghiaccianti, come questo: "Le 5 stelle ve le dò quando lo fate funzionare, ero più emozionato di Adolf all'inaugurazione dei campi e invece (bestemmia, ndr), non parte".

E, ancora: "Gioco che quando inizi non finisci più, una droga. Il problema é che ogni 20 minuti trovo il forno pieno e devo entrare a togliere la cenere. Invece il personaggio di Hitler é molto realistico.''. E c'è chi dell'ironia si fa scudo per fare passare messaggi inequivocabili: ''Esperienza davvero realistica, da provare sulla propria pelle. Ottima la parte in cui accendi i forni e parte "A ella le gusta la gasolina", chiaro riferimento ad Anna Frank. 5 stelle se è Sammontana".

"Dico questo perché non abbiamo a che fare con un pay-to-win capitalista, ma di un vero e proprio fiore all'occhiello del panorama videoludico odierno. Il comparto tecnico è semplicemente sublime, forte di un utilizzo impeccabile della Unreal Engine 4 Mobile e di un team di sviluppo rinomato a livello mondiale. La lore è molto ben curata, caratterizzata da una sofisticata ironia presente per tutta la durata del titolo (quando Anna Frank ha iniziato a scalciare ho tipo sputato un polmone dal ridere!). SS/10", si legge infine per mano di un giocatore (e sviluppatore?) più esperto.

Si possono leggere persino consigli per implementare l'app, come questo: "Si dovrebbe cambiare la stella con una svastica... poi la grafica non è delle migliori e spesso va in crash, la durata del gioco è complessivamente un po' corta ed amplierei un po' le camere a gas e si dovrebbe aggiungere un Mussolini al posto della guardia con cui chiacchiera Hitler ma per il resto è un gioco fantastico".

Cdec: "In crescita antisemitismo online". Per il Centro di documentazione ebraica contemporanea (con sede a Milano), preoccupa l'antisemitismo in rete, "dove è più facile origliare quel che si muove nella pancia del Paese, dove sempre più evidenti sono i rigurgiti antisemiti e antisionisti, con il ritorno di pregiudizi e stereotipi pesanti, caricature di profili ebraici simili a quelli che circolavano nella Germania nazista. E anche quando si denunciano i contenuti pericolosi ai gestori dei social network o dei siti Internet solo nel 20 per cento dei casi si riesce ad ottenerne l'oscuramento o la rimozione".

Partigiano trucidò 54 innocenti e il governo gli dà una medaglia

Giuseppe De Lorenzo - Ven, 17/06/2016 - 19:10

La Difesa ha decretato "eroe" della Resistenza Valentino Bortoloso, che partecipò all'eccidio partigiano di Schio



Se da partigiano hai ucciso 54 persone, se sei entrato nelle carceri e hai scaricato l'intero caricatore di mitra su quelle persone inermi, lo Stato italiano ti premia. Ti dà una medaglia. Ti inserisce nel novero degli eroi. Anche se alle spalle hai una condanna a morte a certificare che quella azione "eroica" fu in realtà un eccidio.

L'eccidio del partigiano

Non è uno scherzo. Uno dei protagonisti dell'eccidio di Schio del 6-7 luglio del 1945 (la guerra era già finita) è stato inisgnito della lodevole "medaglia della Liberazione". Il ministero della Difesa, infatti, in onore dei 70 anni della Repubblica italiana ha pensato fosse necessario istituire una nuova onoreficienza per chi prese parte alla Resistenza partigiana. E così nel vicentino, il prefetto Eugenio Soldà non ha potuto che eseguire gli ordini ricevuti dal ministro Pinotti e consegnare la medaglia a 84 partigiani vicentini.

Peccato che, non si sa se per errore oppure per dolo, tra i premiati ci sia finito anche Valentino Bortoloso. Teppa, questo il suo nome di battaglia, nel curriculum vanta la partecipazione all'eccidio di Schio. Era uno dei componenti del commando della brigata garibaldina "Martiri Valleogra" che penetrò nelle carceri della guerra civile e colpì a suon di mitra 54 persone. Delle quali, ricorda il Gazzettino, 15 erano donne e 7 dei bambini.

Bortoloso venne riconosciuto responsabile e condannato a morte dagli alleati. Anche se poi la pena decadde successivamente in altri processi.

Le reazioni sdegnate

La consegna della medaglia ha scatenato una nuvola di proteste a Schio, e anche il sindaco della città ha cercato di prendere le distanze da quanto deciso dalla Difesa. "Se l'ex partigiano fosse realmente pentito per quanto fatto nel luglio del '45, avrebbe dovuto, quanto meno, rifiutare il riconoscimento come vero e concreto gesto di rappacificazion - dice Alex Cioni, responsabile del comitato Prima Noi - Invece, accogliendo questa onorificenza, il partigiano Teppa ha premuto nuovamente il grilletto scaricando idealmente una nuova mitragliata di pallottole su uomini e donne inermi".

I call-center rumeni e i fanatici del liberismo.

Luigi Iannone



Mi perdonerà il lettore se porto a mo’ di esempio una vicenda personale ma vista la frequenza con cui ne parlano vari organi di informazione pare sia una situazione consolidata. Da più di un mese cerco di fare delle banali operazioni nel sito della Tim ma mi vengono segnalati problemi che impediscono di proseguire.

Le addette del call center da me contattate, peraltro gentili e preparate, mi hanno fornito tutte le informazioni possibili, invitandomi però ad attendere la chiamata di un ‘tecnico’, unico operatore in grado di risolvere la faccenda nel giro di 24ore.Ma i dipendenti costano e perciò ho avuto l’amara sorpresa di essere contattato da ‘tecnici’ rumeni che biascicano un italiano peggiore di quello di Antonio Cassano quando è ubriaco e cerca di parlare thailandese.

La vicenda si è ripetuta varie volte, ovviamente con diversi rumeni (evidentemente con uffici di call-center in loco) che recitano una nenia straziante e mai avendo la cortesia di ascoltare le ragioni dell’interlocutore. Per galanteria, visto che l’ultima era donna, l’ho mandata ‘a quel paese’ in dialetto napoletano. Credo non abbia capito e non si sia offesa. Il prossimo giro tenterò una strada meno selvaggia e la manderò ‘a quel paese’ in italiano. Poi tenterò, servendomi di Google-translate, anche con la loro lingua.

Qual è la morale? Forse nessuna, visto che il mondo è oramai sottoposto alle logiche perverse del liberismo economico. Però, posso sprecare un pensierino per voi, cari manager di note multinazionali. Avete messo in competizione operatori italiani di call center, magari padri e madri di famiglie che tentano di sbarcare il lunario, con quelli rumeni, impreparati e poco cortesi, e che cercano pure loro di sbarcare il lunario.

Non sono così stolto da chiedervi di mutare atteggiamento. So che per voi conta la religione del profitto e perciò non vi obbligo a cambiare Dio. Tuttavia evitate di tirarla per le lunghe con complesse analisi finanziarie, elaborate strategie economiche, indecifrabili andamenti delle Borse e linguaggi astrusi perché fare i manager delle multinazionali è il lavoro più stupido del mondo.
Basta delocalizzare, abbattere in qualunque modo i costi e, quando possibile, offrire dei servizi pessimi. Niente di più, niente di meno!

PS: Accetto querele dalla Tim ma solo se scritte in rumeno.

Dopo 53 anni Vigevano fa pace con il suo maestro

La Stampa
simona marchetti

Ritratti dell’avidità del boom Anni 60. La città aveva ripudiato libro e film


Alberto Sordi è Antonio Mombelli nel film di Elio Petri del 1963

Stasera Vigevano farà i conti con la sua storia recente. Il film «Il maestro di Vigevano», girato nel 1963, aprirà la rassegna «Cinema in castello», nel cortile del maniero sforzesco. La città 53 anni fa aveva preso le distanze dal libro e dal film, che l’aveva fatta conoscere in tutta Italia come esempio dei problemi legati al boom economico. La «prima» fu un disastro, Mastronardi fu isolato. L’anno prima il libro era stato un enorme successo, un caso letterario. Raccontava del piccolo borghese, il maestro elementare Antonio Mombelli che lascia il posto fisso per buttarsi a «fare le scarpe» su stimolo della moglie ambiziosa. La strada per fare i soldi facili è però lastricata di dolore e delusioni. Un ritratto vivace, amaro, nichilista della provincia del boom.

Allora Vigevano era la capitale della scarpa. Si decise di farne un film, con Alberto Sordi, che interpretò uno dei tanti volti della sua personale storia dell’«Italiano». Di quel clima aveva scritto anche Giorgio Bocca su «Il Giorno»: «Mille fabbriche, nessuna libreria». Oggi di quel percorso industriale restano le vestigia: gli stabilimenti, un museo, l’orgoglio di aver inventato il tacco a spillo. La prosa ruvida del «Maestro» metteva in luce i limiti di uno sviluppo che guardava al soldo dimenticando il resto. Italo Calvino, in una lettera a Elio Vittorini, ne disse:

«È di un’oscenità, uno schifo dell’umanità che fanno restare senza fiato, ed è pieno di motivi assolutamente paranoici, ma tutto insieme è una cupa opera di poesia». Il regista Elio Petri ammorbidì la mano, ma non cambiò la sostanza. Vigevano non gradì. Il ritratto era troppo crudo, alla Francis Bacon: invece di Innocenzo X, sul trono siedono la piazza Ducale e i suoi industrialotti, il volto stravolto dall’avidità e dall’egoismo. Il sito www.luciomastronardi.it lo racconta: «Mastronardi, in seguito alla pubblicazione di alcuni polemici racconti di cronaca su “L’Unità”, dedicati alla vita operaia e industriale di Vigevano, subì attacchi da parte della stampa e delle maestranze locali».

Il 23 dicembre 1963 a Vigevano ci fu la prima del film, ma in un clima teso, senza gala e senza alcuna cerimonia ufficiale. Ci vollero anni prima di riuscire a digerire la grandezza dello scrittore, che nel 1979 morì suicida. «Da anni il film non veniva proiettato - spiega Cristina Francese, organizzatrice della rassegna -. Ci è sembrato giusto partire da qui». A Vigevano gli è intitolata la biblioteca, un premio e un percorso letterario. «Mastronardi - conferma la scrittrice vigevanese Bianca Garavelli - aveva avuto intuizioni come Elio Vittorini: la letteratura deve stare dentro la realtà.

Allora fece da specchio alla città, non fu perdonato». Il sindaco Andrea Sala: «La città ha fatto pace con il suo scrittore. Mezzo secolo dopo Mastronardi mostra la sua autorevolezza, come un vino che invecchia bene». Valeria Francese, che si occupa di valorizzazione del territorio, aggiunge: «Per Vigevano Lucio Mastronardi è una risorsa. Per me, che amo la mia città, è sempre stato difficile leggerlo. Sottolinea aspetti anche negativi del nostro modo di essere: ma solo comprendendolo possiamo progredire».

Oggi cosa resta? «La voglia di fare gli imprenditori - conclude il sindaco - che è nel nostro Dna. Prima le fabbriche di scarpe, poi quelle di macchine per calzature, una decina di anni fa l’edilizia. A volte con gli stessi tratti di quel libro».

Così “l’archeologo delle auto” fa correre Steve McQueen

La Stampa
marco piatti

Nell’officina di Giorgio Fiorenza dove rinascono i gioielli d’epoca



Prima di girare la chiave di un’auto che ha restaurato ha un rito: si isola in un angolo dell’autofficina e fuma una sigaretta. «Mi sento come un padre in sala parto», sorride Giorgio Fiorenza, 58 anni. Lui, meccanico con 45 anni di mestiere alle spalle, di «figli» ne ha fatti nascere tanti. A lui si rivolgono i cultori dei gioielli d’epoca, i veri appassionati delle quattroruote d’antan, che si ritrovano ai raduni in centinaia, come a Cherasco nel Cuneese pochi giorni fa, o a Novara lo scorso mese con la giornata dedicata alle «Panhard». 

Le mitiche Triumph appartenute a Steve McQueen e Paul Newman, una Cabrio del ’71 di una contessa scozzese, una Rolls utilizzata dalla famiglia reale inglese, e sulla quale, pare, si fosse seduta anche la regina Elisabetta per raggiungere il castello di Balmoral. Una Jaguar Mk2 amatissima da Mick Jagger.  Vetture rese celebri anche dal cinema, come la Tr3 nera che compare nel film di Fellini «La dolce vita» (1960) guidata da Marcello Mastroianni. 

La settimana scorsa nell’officina novarese è stato presentato il restauro della Tr6 del 1969. L’auto è una delle prime uscite dalla fabbrica di Coventry e tra le primissime immatricolate in Italia. «Erano tutte ridotte a scheletri come questa - spiega Fiorenza indicando una Tr4 in un angolo dell’officina di viale Volta -, ma con pazienza siamo riusciti a recuperarle. Per me niente è impossibile, non mi sono mai arreso neppure davanti ad auto che chiunque avrebbe rottamato. Ci vuole passione in questo mestiere». Una passione nata nell’estate del 1971, a bordo di una Fiat 850, con papà, sulle colline dell’Aspromonte: «L’auto aveva qualche problema, così ci recammo a Siderno in un’autofficina.

Vidi un giovane che aprì il cofano e in pochissimo tempo smontò il carburatore. Rimasi a bocca aperta. Quando uscimmo, dissi a mio padre: “Voglio fare il meccanico”. Concluse le scuole medie, lasciai gli studi. Mio padre mi accompagnò in un’officina dove aggiustavano i motori dei camion. Ma a me interessavano le auto. Così inforcai la mia bici e passai la giornata a girare per autofficine finché ne trovai una, in via Micca. Subito assunto, ero una spugna: appresi dal titolare tutti i segreti del mestiere.

Finché un bel giorno mi diede da rimontare la testata su una Fiat 850, come quella da dove iniziò il mio viaggio. Un segno del destino? Forse». Fiorenza accarezza la «carcassa» di una Tr4 blu notte e sussurra: «Questa la faremo rivivere entro domani. L’abbiamo recuperata a Imperia da un medico. Sa quanta strada ha fatto? Centocinquanta metri. L’aveva comprata vent’anni fa e si era subito fermata. Poi era finita nel dimenticatoio... Un’altra l’abbiamo recuperata in una stalla nelle campagne torinesi».

Autentici cacciatori di cimeli. «Bisogna avere le giuste conoscenze. Più che gli annunci sul giornale, serve il passaparola. Con il mio socio, il giornalista Marco Graziano, abbiamo scovato tante macchine che sembravano irrecuperabili. Mi chiama Giorgetti Pignoletti perché lascio niente al caso. Ora siamo sulle tracce di un “Osso di seppia”». Prego? «Sì, è il nomignolo del Duetto, quello usato da Dustin Hoffman nel film “Il laureato”. I prezzi? «Le compriamo a qualche migliaio di euro ma in genere non le rivendiamo». L’autofficina di Giorgio Fiorenza, inaugurata 23 anni fa, l’anno scorso è diventata «Officina delle idee», un luogo magico dove si raccontano storie di auto e motori.

«Siamo un’azienda artigianale, qui lavora mio fratello Giampiero, e i miei due nipoti Enrico Manera e Andrea Fiorenza. Lui, sì, credo sarà il mio erede».

Gli alieni esistono? Forse, ma nel passato

La Stampa
dario marchetti

Due astronomi statunitensi rovesciano le teorie del passato: il vero problema è capire se qualche civiltà extraterrestre sia fiorita prima di quella umana



Gli alieni esistono? La risposta a questa domanda ci tormenta da almeno mezzo secolo, con film, libri e serie tv come X-Files, che sui dischi volanti, gli “omini verdi”, l’incidente di Roswell e le tecnologie conservate nell’Area 51 ci hanno costruito un impero, anche economico. Ma se la risposta tarda ad arrivare, forse è la domanda a essere sbagliata. Soprattutto se a dirlo non è un gruppo di appassionati di ufologia, ma i due astronomi statunitensi Adam Frank e Woodruff Sullivan, che in un intervento sul New York Times hanno spiegato come il vero problema sia capire se esistono tracce di civilità aliene esistite in passato, migliaia e migliaia di anni prima della vita umana sulla Terra.

In una ricerca appena pubblicata, i due scienziati spiegano come saremmo finalmente arrivati ad avere abbastanza informazioni da determinare se, in qualche punto della storia del cosmo, sia effettivamente nata una civiltà avanzata almeno quanto la nostra. «Tra scienziati, la probabilità dell’esistenza degli alieni viene determinata alla cosiddetta “equazione Drake”, elaborata dall’omonimo astronomo nel 1961», spiega Frank. La teoria tiene conto di sette fattori, tra cui il numero di stelle nate ogni anno e il numero di pianeti che si trovavano nelle condizioni adatte alla formazione della vita. Molti di questi fattori però non sono stati verificabili fino a poco fa, sia per motivi scientifici che tecnologici.

Ma grazie alle recenti scoperte fatte dal team dell’osservatorio spaziale Kepler, che ha scovato 1284 nuovi pianeti orbitanti fuori dal Sistema Solare, portando il numero totale degli esopianeti a quota 3000, le cose sono cambiate. «Ora abbiamo i mezzi per verificare almeno tre fattori dell’equazione Drake - racconta ancora Frank -. Per la prima volta abbiamo la possibilità di dare risposte concrete sulle civiltà extraterrestri, ma solo se ci facciamo la giusta domanda».

La ricerca di Frank e Woodruff si basa infatti proprio sul ribaltamento della teoria di Drake: invece di chiedersi quante civiltà aliene esistono qui e ora, i due astronomi si sono domandati quante probabilità ci siano che la nostra sia l’unica civilità tecnologicamente avanzata mai esistita. Alla fine dei calcoli, la risposta è stata piuttosto sorprendente: «A meno che le probabilità di nascita di nuova vita in un pianeta ospitale siano inferiori a uno su 10 miliardi di bilioni», non siamo soli. Anzi, non lo siamo stati. E probabilmente non lo saremo.

Led Zeppelin, continua il processo per plagio. Page: "'Stairway to Heaven' non è copiata"

repubblica.it

Led Zeppelin, continua il processo per plagio. Page: "'Stairway to Heaven' non è copiata"
Gli sketch durante il processo: Jimmy Page (in primo piano) e Robert Plant sullo sfondo. (reuters)

"Una cosa del genere mi sarebbe rimasta impressa nella mente. Quella canzone mi suona totalmente aliena": Jimmy Page rispedisce al mittente le accuse di plagio mentre è alla sbarra dei testimoni nel processo che vede i Led Zeppelin accusati di aver copiato la loro 'Starway to Heaven', ispirandosi a una canzone degli Spirit. Il chitarrista 72enne ha spiegato di avere in casa l'album degli Spirit del 1968 che include il brano incriminato, 'Taurus', ma ha aggiunto che è soltanto uno degli oltre 9.000 album in vinile e cd che compongono la sua collezione personale di musica e che non ricorda nemmeno come sia finito tra gli scaffali di casa sua.

Page ha spiegato ai giudici di aver suonato spesso un riff tratto proprio da una canzone degli Spirit, di cui aveva sentito alcuni brani alla radio. Ma, ha assicurato, non ricordava di averli mai sentiti suonare dal vivo e nemmeno quando hanno suonato 'Taurus' nel 1968, in un concerto a Denver per il quale i Led Zeppelin erano stati il gruppo di apertura. Il chitarrista ha anche aggiunto di aver sentito la canzone solo dopo che su internet hanno iniziato a circolare i paragoni tra 'Taurus' e 'Starway to Heaven'.

Smartphone al volante, anche il vivavoce è a rischio incidente

La Stampa
carlo lavalle

Fare una telefonata mentre si guida è rischioso. Ma secondo uno studio anche coi sistemi wireless e bluetooth si incorre negli stessi pericoli



Lo smartphone al volante è sempre un fattore di rischio, anche se utilizzato con viva voce e sistemi audio bluetooth. A dirlo è uno studio congiunto di ricercatori della University of Sussex e della Open University.

Secondo Gemma Briggs, Graham Hole e Michael Land, autori di «Imagery-inducing distraction leads to cognitive tunnelling and deteriorated driving performance», pubblicato sulla rivista Transportation Research, l’utilizzo del telefonino in automobile è sempre pericoloso in quanto la conversazione stimola l’immaginazione visiva dei conducenti, che sono quindi indotti a una minore percezione dei rischi da fronteggiare mentre la vettura è in transito.

La ricerca ha coinvolto 20 uomini e 40 donne che sono stati sottoposti a test di guida, ripresi da videocamere. Dai filmati è risultato che i guidatori non soggetti a distrazione da telefonino sono in grado di reagire più prontamente a eventi come l’attraversamento di un pedone, l’invasione della corsia da parte di un veicolo in contromano, o l’ostacolo costituito da un’automobile parcheggiata male.

D’altro canto, i conducenti distratti dal cellulare tendono a restringere il campo visivo concentrando gli occhi sulla zona centrale che taglia fuori dalla vista gli eventuali pericoli più periferici. «La conversazione telefonica – spiega Graham Hole – ha un impatto sulla visione del guidatore maggiore di quanto si pensi portandolo a escludere parte del mondo esterno a vantaggio del proprio interiore universo visivo. Con importanti conseguenze in termini di sicurezza stradale».

Dopo 28 anni vogliono mandarmi via da Budelli. Ma io non mi muovo”

La Stampa
nicola pinna

Il custode Mauro Morandi, ex insegnante modenese di educazione fisica, ha fatto di questa spiaggia da sogno la sua casa e il suo posto di lavoro. Il Parco nazionale vuole che se ne vada



Mezzanotte: non c’è vento e stranamente neppure zanzare. Anche il mare, chissà perché, si è fermato all’improvviso. L’unico movimento, nell’incantesimo di Budelli, è il salto di un rospo che qui non diventerà mai principe. Un re su quest’isola già c’è e non ha alcuna intenzione di abdicare: «Vivo qui da 28 anni e ora vogliono mandarmi via, ma non riusciranno a spodestarmi. Io sono pronto a combattere, sostenuto da un esercito composto da soldati di tante nazioni. La nostra unica arma è una petizione che raccoglie consensi in tutto il mondo. Dal Canada all’Argentina, dalla Germania alla Nuova Zelanda». 

“ANDRO’ VIA SOLO DA MORTO”
Oggi sull’isola si va a letto più tardi del solito: è quasi l’una del mattino, la spiaggia rosa luccica ancora, e sul barbecue restano pochi carboni ardenti. Mauro Morandi saluta il mare, sceglie il libro del giorno e si ritira nella sua camera disordinata. «Durante la seconda guerra mondiale questa era una vedetta, una specie di fortificazione. I militari l’avevano costruita per tenere d’occhio il mare intorno all’Arcipelago di La Maddalena. Questa è la mia casa, la mia vita: il mio passato è concentrato in questi pochi metri quadri.

Andrò via solo da morto e con l’anima rimarrò per sempre qui, perché le mie ceneri dovranno essere sparse in questo mare. Rassegnatevi, passerà ancora molto tempo: d’altronde ho a malapena 77 anni». Nel silenzio assoluto dell’isola, l’ultima risata della giornata sembra il ruggito di un leone. «Io, in effetti, mi considero un po’ animale. Siamo rimasti in otto tra i cespugli: io, cinque gatte e due galline». Più qualche pipistrello e moltissimi topi. E i gabbiani, che dall’alba al tramonto sorvegliano continuamente la spiaggia rosa, il tabernacolo prezioso di questo santuario della natura. 

Mauro Morandi ci è arrivato nel 1989: faceva l’insegnante di educazione fisica nella sua Modena ma inseguiva una vita lontano dalle città. Sognava la Polinesia e aveva già comprato un catamarano per arrivarci. «Invece mi sono fermato qui, due giorni prima che il vecchio custode andasse in pensione. Un caso, anzi una fortuna. Da quel giorno di luglio non mi sono più mosso».

Da allora a qualche settimana fa Budelli era bene privato, proprietà di una società immobiliare affogata nei debiti: lui non prendeva lo stipendio da oltre 20 anni e ora che l’isola l’ha acquistata il Parco nazionale (dopo la rinuncia di un magnate neozelandese che aveva già ideato un discusso master plan) potrà finalmente riscuotere i crediti.

«Ma qui sorge il problema: il Parco dice che non posso più restare perché non ci sono le condizioni di sicurezza e perché loro ovviamente non possono assumermi come custode. È questo il premio per il mio impegno a difendere la spiaggia? Fino a oggi chi si è preoccupato della mia incolumità? Non mi facciano morire in anticipo, mi lascino in pace. Da solo, tanto non chiedo niente a nessuno».

EREMITA SI’, MA FINO A UN CERTO PUNTO
Isolato e innamorato. Da qui, l’ultimo eremita d’Italia (unico uomo non palestrato che ha conquistato quattro pagine su Playboy) tiene viva anche la fiammella della passione: Caterina, un’insegnante di disegno napoletana, l’ha conosciuta su Facebook e da qualche mese condivide con lei ogni momento di una giornata che in mezzo al mare sembra davvero interminabile. Tenere il conto delle ore qui è troppo difficile: «Mi aiuta soltanto il sole, in cucina ho un orologio e non lo guardo mai.

A cosa mi servirebbe? Vado a letto quando sono stanco e mi alzo appena arriva la luce. D’altronde non ho grossi impegni, se non quello di completare le mie sculture in ginepro: le vendo per aiutare un’associazione benefica che devolve i fondi ai bambini e alle donne africane». A Budelli le pochissime lampadine si alimentano di energia solare e da qualche mese c’è persino il wi-fi: «Non è un tradimento alla tanto sognata solitudine, mi serve per inseguire l’amore lontano e per far conoscere questo tesoro in tutto il mondo».

Il sole in questi giorni sorge poco prima delle sei. Spunta dalle rocce, dietro gli isolotti Barettini: a destra, osservando la Sardegna dalla spiaggia rosa. Mauro si lava la faccia in mare e riserva i primi cinque minuti della giornata ai quotidiani esercizi di Thai Ci tra i cespugli. Sulla riva, ovviamente, non ci si può avvicinare perché qui dal 1999 è vietato anche fare il bagno. «C’era un assalto continuo, il tesoro era davvero a rischio. Ogni tanto qualcuno ci tenta ancora, ma chi si azzarda deve fare i conti con me. Qualcuno, in passato, mi ha anche messo le mani addosso». 

“FARE IL CUSTODE QUI È IL LAVORO PIU’ BELLO DEL MONDO”
La stagione turistica non è ancora iniziata, ma a Budelli c’è già un viavai quotidiano di esploratori. Oggi quattro ragazze sono arrivate da Tahiti: «Fare il custode di questo posto - dicono timidamente - è il lavoro più bello del mondo». Mauro offre a tutti un po’ di mirto e racconta i segreti della sua vita senza angosce. «Mi curo con questa pianta di aloe: la mangio e mi allunga la vita. I minestroni di ortiche, di asparagi e cicoria sono il mio piatto preferito. D’inverno ho anche i funghi, ma se non piove me li posso scordare. In primavera preparo anche le frittate con le uova di gabbiano.

Fino a qualche anno fa potevo andare a pescare, ma ora non ho più il gommone e le spigole sono diventate un privilegio raro. Mangio pochissima carne». Solo per gli ospiti, oggi a cena, si fa uno strappo alla regola: salsiccia alla brace, pecorino e cannonau. 

Cosa manca per dare Internet a tutti

La Stampa
linda laura sabbadini

L’uso delle nuove tecnologie dominerà sempre più la vita quotidiana delle persone.
E chi non le saprà usare sarà a rischio di esclusione sociale. E’ una sfida che il nostro Paese deve saper cogliere in fretta quella di connettere tutti alla Rete, siamo in ritardo rispetto al resto d’Europa. E’ una sfida che si vince sul piano infrastrutturale sì, ma anche sul terreno culturale e sociale.

Dobbiamo annullare il «digital divide» nell’utilizzo di Internet, come l’abbiamo quasi azzerato nell’uso del cellulare. Il governo ha capito la centralità di questo aspetto e sta puntando sullo sviluppo della banda larga, e sulla formazione nelle scuole per creare i presupposti di un balzo in avanti in tempi serrati. Abbiamo bisogno di recuperare il tempo perduto. Ma per farlo, dobbiamo identificare adeguatamente gli ostacoli che abbiamo davanti.

Non esiste solo un problema di basso accesso ed utilizzo di Internet, ma anche di scarse competenze di chi utilizza le nuove tecnologie, emergono differenze generazionali e sociali. Le famiglie di soli anziani che hanno accesso a Internet sono meno del 20% , quelle con almeno un minore il 90%. Gli operai che usano Internet sono solo il 69,4%, mentre i dirigenti, imprenditori e liberi professionisti il 91%. Le distanze tra i figli dei primi e dei secondi sono molto più basse.

La scarsa competenza è un problema generale e neanche i laureati ne sono esenti. Non possiamo meravigliarci di ciò: l’alfabetizzazione all’uso di Internet è avvenuta da autodidatti e per questo è stata inevitabilmente squilibrata. Il divario di genere è assente tra le giovani, cresce con l’età, ed è massimo proprio tra gli anziani, perché, fra loro, le donne presentano un titolo di studio più basso degli uomini. Le nuove tecnologie aiutano ad essere più resilienti, cioè più capaci di reagire alle maggiori criticità e di sfruttare nuove opportunità per una vita migliore.

Ma ciò deve essere compreso da chi ne è attualmente escluso. Va sfatato il mito della difficoltà di utilizzo di Internet, va abbattuto il muro del blocco psicologico nei confronti del pc, particolarmente evidente tra gli anziani, evidenziando la semplicità dell’ uso di Internet tramite cellulare o tv. D’altronde le differenze sociali sono diminuite proprio grazie alla maggiore crescita dell’uso di Internet da parte degli operai tramite il cellulare.

C’è bisogno di una estesa campagna di comunicazione sulle grandi opportunità che offre Internet per tutti e su quanto sia facile utilizzarlo. C’è bisogno di una forte offensiva formativa di alfabetizzazione ed elevamento delle competenze dei diversi segmenti di popolazione. Ricordate la trasmissione tv degli Anni 60 «Non è mai troppo tardi» del mitico maestro Alberto Manzi, quanto fu efficace per la lotta contro l’analfabetismo? Ebbene, abbiamo bisogno di un «Non è mai troppo tardi 2.0» sui nostri canali Rai.

La Rai sta elaborando una strategia per ridurre il «digital divide». Rendere semplice ciò che appare difficile avvicinerà giovani e anziani, ricchi e poveri, istruiti e meno istruiti. Internet consente a tutti di conoscere e di ottenere informazioni, in tempi rapidi, è un antidoto formidabile all’ignoranza, un veicolo di acculturamento, che può restringere quel gap prima incolmabile. Riccardo Luna, presentando il suo bel documentario «Log in», ha detto: «30 anni fa eravamo quarti per connessioni ad Internet ed ora quart’ultimi. Possiamo ribaltare la situazione». Facciamo presto! E’ la sfida democratica del nuovo secolo, il modo per far sì che nessuno resti indietro, e che nessuno si senta escluso.