mercoledì 22 giugno 2016

Il Garante privacy: la storia non si cancella, niente diritto all’oblio per un ex terrorista

La Stampa
marina palumbo

Dichiarato infondato un ricorso in cui si chiedeva a Google la deindicizzazione di articoli, studi e atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca degli anni di piombo

La storia non si cancella. È il principio sancito oggi dal Garante della privacy nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80. 

L’interessato che, tra detenzione e misure alternative ha finito di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google chiedendo la rimozione di alcuni url e dei suggerimenti di ricerca che vengono visualizzati dalla funzione di «completamento automatico» digitando il nominativo nella stringa di ricerca. Di fronte al mancato accoglimento delle sue richieste, ha presentato un ricorso al Garante sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di questi contenuti creava gravi danni dal punto di vista personale e professionale, soprattutto tenendo conto dell’attuale diverso percorso di vita. 

Abbiamo chiesto all’avvocato Guido Scorza, esperto di diritto e politica dell’innovazione , di aiutarci a inquadrare cosa significa e perchè è importante la decisione di oggi di rigettare il ricorso. «Innanzi tutto bisogna parlare del quadro europeo in cui s’inserisce questa decisione. Nel maggio 2014 aveva fatto clamore la sentenza della Corte di Giustizia Europea nella quale si sosteneva che il motore di ricerca dovesse deindicizzare a richiesta di chiunque qualsiasi contenuto riguardante i suoi dati su sua istanza. In pratica la Corte di Giustizia riteneva Google un responsabile del trattamento di dati personali e dunque se qualcuno chiedeva di cessarlo, come ogni altro gestore di dati personali, il motore di ricerca doveva porre fine al trattamento».

Cosa c’è di diverso oggi? «Ne è seguito un lungo dibattito in Europa, nel quale si è detto: d’accordo il principio, ma in un momento storico in cui i motori di ricerca sono diventati la principale porta di accesso del pubblico all’informazione, questo principio va mitigato o almeno controbilanciato dal diritto ad informarsi. E quindi è stato stilato dal Gruppo di Lavoro Articolo 29, che è il gruppo dei Garanti della Privacy europei, un insieme di regole che dovrebbero governare la materia». 
Questo è dunque il quadro europeo nel quale si inserisce questa decisione.

«Si, il Garante italiano, in questo caso ha tenuto conto delle regole stilate a livello europeo per trovare il bilanciamento tra diritto alla privacy e diritto ad informarsi della collettività». Nel dichiarare infondato il ricorso, infatti, l’Autorità ha rilevato che «le informazioni di cui si chiede la deindicizzazione fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull’esercizio del diritto all’oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso». 

Secondo il Garante, poi, «le informazioni hanno ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva. Esse riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista. Inoltre, nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l’attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l’attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url». 

«C’è da dire - ci spiega ancora Guido Scorza - che da maggio del 2014, Google e gli altri motori di ricerca hanno fatto i compiti a casa, cioè hanno effettivamente istituito un sistema molto semplice attraverso il quale si chiede online la deindicizzazione di contenuti con pochi clic. Nel caso di Google sono state richieste qualcosa come 500 mila deindicizzazioni per un milione e trecentomila pagine web in tutta Europa. Quindi diciamo che il sistema dal punto di vista operativo funziona. In questo caso il Garante ha ritenuto che il diritto alla privacy del singolo non possa prevalere sul diritto della collettività all’informazione e alla memoria». 

Come siamo Messi

La Stampa
 massimo gramellini




Metti un gruppo di persone speciali, tipo i calciatori della nazionale più forte del mondo, l’Argentina. Metti che abbiano appena vinto una partita importante e mettili nello spogliatoio seduti fianco a fianco, spalle al muro sulla stessa panca, prova impressionante di cosa significhi essere una squadra. Una grande squadra: Messi, Aguero, Mascherano, Higuain. 

Mettili nelle condizioni di compiere un gesto che esprima la loro appartenenza a un gruppo di amici uniti dal medesimo intento. Un gesto urgente, da fare subito, prima della festa e persino della doccia. Metti che impugnino all’unisono la protesi esistenziale dello smartphone e vi sprofondino la testa per sapere cosa il mondo sta pensando di loro. Metti che nessuno parli, neppure al telefono: ciascuno in fondo perso dentro i fatti suoi, come cantava Vasco, con la differenza che la sua almeno era una vita spericolata.

Metti che questa scena di multiformi solitudini, immortalata dallo smartphone del loro compagno Lavezzi, te ne ricordi una analoga vista al bar, sulla metro o magari allo specchio. E metti che all’improvviso capisci finalmente come siamo Messi.

Maps

La Stampa
jena@lastampa.it

Dopo aver attentamente studiato il percorso su Google maps, il Pd parte alla ricerca delle periferie.