venerdì 1 luglio 2016

Il mistero del Meccanismo di Anticitera Una guida stellare di 2200 anni fa

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini
Viene definito «l’oggetto più misterioso della storia della tecnologia», perché è un anacronismo Troppo avanzato per essere stato inventato dagli antichi greci 200 anni prima di Cristo

Troppo complesso per essere antico

L’oggetto più misterioso nella storia della tecnologia è una guida filosofica del cielo. Un’opera di microingegneria che, attraverso un complesso sistema a ruote dentate, ha predetto i movimenti dei corpi celesti del Sole, della Luna. E le eclissi. Il Meccanismo di Anticitera risale a circa il 200 avanti Cristo. L’autore è ignoto. Ed è un anacronismo: troppo sofisticato per l’epoca. Le conoscenze teoriche, come il rotismo differenziale, arriveranno molti secoli dopo. E anche la precisione dell’assemblaggio sembra impossibile per la grecia antica (alcune componenti hanno le dimensioni di 7 millimetri). In più si è sempre creduto che la civiltà che lo ha costruito non aveva conoscenze astrali così sofisticate. E, tra i reperti archeologici finora scoperti, non c’è niente che gli somigli.

Una ricostruzione grafica del Meccanismo
Una ricostruzione grafica del Meccanismo

Il Meccanismo era sepolto nel Mediterraneo, vicino all'isola greca di Anticitera, fino agli inizi del Novecento. È rimasto nascosto nel relitto naufragato di una nave romana: un gigante del mare lungo quaranta metri, che trasportava oggetti preziosi. Ma non arrivò mai a destinazione, perché l'imbarcazione si spezzò in due e affondò. E se, duemila anni dopo, non ci fosse stata un'altra tempesta, non sarebbe mai stato scoperto, insieme a tanti altri reperti, come la statua dell'Efebo di Anticitera.

La scoperta, nei fondali del Mediterraneo

Il Meccanismo è stato ritrovato, per caso, da un gruppo di pescatori di spugne che si rifugiarono sull'isola di Cerigotto per mettere al riparo la loro barca. Mentre aspettavano il ritorno delle acque tranquille decisero di occupare il tempo esplorando il fondale: la sorpresa fu incredibile. Da allora le ipotesi su cosa fosse questa strana macchina si sono avvicendate. Completamente ossidata e ridotta in frammenti, di cui solo il 40 per cento è sopravvissuto al tempo, è impossibile da ricostruire.

Il frammento più grande, conservato al Museo Nazionale di Atene
Il frammento più grande, conservato al Museo Nazionale di Atene

La parte più grande di cui disponiamo è ciò che un tempo è stato l’involucro esterno, grande come una scatola da scarpe. Per alcuni è stato il primo computer della storia, per altri un navigatore di bordo, un calcolatore delle rotte di navigazione.

Dodici anni per capire il mistero

Oggi è conservato al Museo Nazionale di Atene e, a maggio, un gruppo di ricercatori è riuscito a spiegare parte del funzionamento e, soprattutto, a cosa serviva. Tutto è stato raccontato in un numero speciale della rivista di storia della scienza Almagest. I lavori di ricerca sono iniziati dodici anni fa, con analisi ai raggi x dei frammenti sopravvissuti. Poi, con il progredire della tecnica, sono stati fatti ulteriori passi in avanti. Grazie alla scansione 3D computerizzata, più di cento anni dopo il ritrovamento, è stato possibile ricostruire le iscrizioni presenti sulla parte esterna del meccanismo. Alcune di queste sono alte solo 1,2 millimetri e, a causa dello stato di conservazione dell’oggetto, erano rimaste illeggibili.

I frammenti del Meccanismo
I frammenti del Meccanismo
Questi testi non sono un manuale d’uso, racconta l’astrofisico Mike Edmunds, parte del gruppo di ricerca, all’Associated Press: «Piuttosto si tratta di didascalie, come quelle troviamo in un museo. Dicono: “Ciò che vedi è questa cosa qui” anziché “Gira questa leva per mostrare qualcosa”».

Le parti ancora disperse

Molti reperti del relitto di Anticitera, sono stati recuperati dal celebre esploratore degli abissi Jacques Cousteau che, nel 1953, usò una specie di setaccio per sollevare quasi 300 oggetti preziosi dal fondale marino. E le fragili parti mancanti del Meccanismo rimaste sepolte, potrebbero essersi distrutte con questa tecnica invasiva. Ma si può continuare a sperare: ci sono almeno altri venti ingranaggi perduti e, forse, è ancora possibile salvare qualcosa.

Ecco una ricostruzione «esplosa»
Ecco una ricostruzione «esplosa»

Errori giudiziari, in 24 anni 24 mila innocenti in cella Costa: «Numeri patologici»

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Docufilm dall’idea di due giornalisti e un avvocato. Cifre sconcertanti: dal 1992 lo Stato ha pagato 630 milioni per ingiusta detenzione. A Napoli record-indennizzi: 144 casi nel 2015. A Torino «solo» 26. Le disavventure di gente famosa e cittadini sconosciuti

Lelio Luttazzi. Errore giudiziario - fu ingiustamente coinvolto in una storia di droga - che infiammò le cronache agli inizi degli anni Settanta
Lelio Luttazzi. Errore giudiziario - fu ingiustamente coinvolto in una storia di droga - che infiammò le cronache agli inizi degli anni Settanta

Nomi e cognomi. Condanne. Poi il dietrofront: ci siamo sbagliati, siete liberi. In Italia è successo 24 mila volte a partire dal 1992, quando venne introdotto l’istituto per la riparazione per ingiusta detenzione. In cella tanti sconosciuti: Fabrizio Bottaro, designer di moda, accusato di rapina, un mese in carcere, 9 ai domiciliari: assolto perché il fatto non sussiste. Daniela Candeloro, commercialista, 4 mesi e mezzo in carcere, 7 e mezzo ai domiciliari per bancarotta fraudolenta: assolta con formula piena dopo un processo di 6 anni.

Lucia Fiumberti, dipendente provinciale, arrestata per falso in atto pubblico, 22 giorni di custodia cautelare: assolta per non aver commesso il fatto. Vittorio Raffaele Gallo, dipendente delle Poste, 5 mesi di carcere, 7 ai domiciliari per rapina: assolto per non aver commesso il fatto dopo 13 anni. Antonio Lattanzi, assessore comunale, arrestato per tentata concussione e abuso d’ufficio 4 volte nel giro di due mesi, 83 giorni di carcere: sempre assolto. Non mancano volti noti, se non celeberrimi: Enzo Tortora, Lelio Luttazzi, le attrici Serena Grandi e Gioia Scola.
Le storie e il film
Bisogna partire da questo sconfinato elenco per inquadrare «Non voltarti indietro», un docufilm presentato ai festival di Pesaro e di Ischia, incentrato sulle storie di 5 vittime di errori giudiziari, scelte fra le centinaia e centinaia di casi che ogni anno si verificano in Italia. «Numeri patologici» li definisce il ministro agli Affari Regionali Enrico Costa che li ha resi noti annualmente, sin da quando era vice ministro alla Giustizia sempre nel governo Renzi. I loro nomi e le accuse compaiono alla fine, prima dei titoli di coda. Perché in fondo la sostanza di quelle accuse è falsa, non esiste. Esiste, invece, il viaggio materiale, psicologico e umano che una persona che sa di essere innocente compie quando è privata della libertà. Un’esperienza che chiede di non voltarsi indietro, appunto, anche se certi segni - l’ansia per gli spazi chiusi, alla vista di un furgone della penitenziaria o del lampeggiante di una sirena - non si possono cancellare.
www.errorigiudiziari.com
Storie che sono tratte dal sito www.errorigiudiziari.com curato da due giornalisti, Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, e un avvocato, Stefano Oliva. Tutte e tre romani. Tutti e tre sulla cinquantina. E tutti liceali negli stessi anni nello stesso classico, il Giulio Cesare di Roma: amici che si appassionarono al caso che vide ingiustamente arrestato per la violenza nei confronti della figlia, una bimbetta di anni, un professore di matematica, Lanfranco Schillaci. Era il 23 aprile 1989. Si scoprì poi che quei lividi sul corpicino della piccola erano dovuti a una patologia tumorale che ne causò la morte tempo dopo. E non ad abusi. Una vicenda di cui si parlò nelle case di tutta Italia. Prima per il delitto commesso dal presunto mostro. Poi per le conseguenze del clamoroso abbaglio giudiziario. Lattanzi e Maimone successivamente raccolsero le storie in un saggio edito da Mursia - «Cento volte ingiustizia» - poi «aggiornato» nel sito, divenuto un imponente e aggiornatissimo database che non ha eguali in Europa.
Riparazione per ingiusta detenzione
Ma prima del film ci sono i numeri. Sconcertanti. Il dato complessivo lascia senza parole. Il risarcimento complessivo versato alle vittime della «mala-giustizia» ammonta a 630 milioni di euro. Indennizzi previsti dall’istituto della riparazione per ingiusta detenzione, introdotto con il codice di procedura penale del 1988, ma i primi pagamenti – spiegano dal Ministero – sono avvenuti solo nel 1991 e contabilizzati l’anno successivo: in 24 anni, dunque, circa 24 mila persone sono state vittima di errore giudiziario o di ingiusta detenzione.
270 euro per ogni giorno ingiustamente trascorso in carcere
L’errore giudiziario vero e proprio è il caso in cui un presunto colpevole, magari condannato in giudicato, viene finalmente scagionato dalle accuse perché viene identificato il vero autore del reato. Situazioni che sono circa il 10 per cento del totale. Il resto è alla voce di chi in carcere non dovrebbe starci: custodie cautelari oltre i termini, per accuse che magari decadono davanti al Gip o al Riesame. In questo caso sono previsti indennizzi, richiesti «automaticamente» - usiamo questo termine perché la prassi è divenuta inevitabile - dagli avvocati che si accorgono dell’ingiusta detenzione.

Il Guardasigilli ha fissato una tabella, per questi risarcimenti: 270 euro per ogni giorno ingiustamente trascorso in gattabuia e 135 ai domiciliari. Indennizzi comunque in calo: se nel 2015 lo Stato ha versato 37 milioni di euro, nel 2011 sono stati 47. Mentre nel 2004 furono 56. Ridimensionamento - in linea con una sorta di «spendig review» - che viene dall’orientamento della Cassazione che applica in maniera restrittiva un codicillo per cui se l’imputato ha in qualche modo concorso all’esito della sentenza a lui sfavorevole - poniamo facendo scena muta all’interrogatorio - non viene rimborsato.
Napoli-record; meno indennizzi al Nord
In termini assoluti e relativi, gli errori giudiziari si concentrano soprattutto a Napoli: 144 casi nel 2015 con 3,7 milioni di euro di indennizzi. A Roma 106 casi (2 milioni). Bari: 105 casi (3,4 milioni). Palermo: 80 casi (2,4 milioni). La situazione pare migliorare al Nord: per Torino e Milano rispettivamente 26 e 52 casi per 500 mila e 995 mila euro di indennizzi.
Il docufilm
Alla detenzione si accompagna il processo, che può durare anni. Quando l’errore subito viene accertato, la vita ormai è cambiata per sempre. C’è chi riesce a rialzarsi, magari realizzando un obiettivo rimasto per tanto tempo inespresso. E chi resta imbrigliato nell’abbandono dei familiari, nella perdita del lavoro, nella necessità di tirare a campare con la pensione. Il docufilm, attraverso le storie dei protagonisti, racconta tutte e due le facce della medaglia. Dove non arrivano le immagini 8girate da Francesco Del Grosso che ha diretto il docufilm) nelle carceri e le interviste, scelte e montate con ritmo narrativo e supportate dalle musiche originali di Emanuele Arnone, sono i disegni di Luca Esposito a ricostruire le vicende di malagiustizia.

alefulloni
30 giugno 2016 (modifica il 30 giugno 2016 | 20:57)

Stop a video e foto ai concerti: Apple vuole bloccare gli iPhone

Corriere della sera

di A. D. G.

L’azienda di Cupertino avrebbe brevettato una tecnologia a infrarossi che inibisce l’uso delle fotocamere degli smartphone in luoghi e situazioni «sensibili»



Adele, all’arena di Verona, ha rimproverato una fan che la filmava: «Sono qui nella vita reale - le ha detto dal palco - si può godere tutto dal vivo piuttosto che attraverso la videocamera». Mentre Prince chiedeva a YouTube la cancellazione dei video dei fan. Anche Gianna Nannini ha provato a dire no ai telefonini ai concerti: alla prima data dell’«History Tour» ha chiesto ai fan di spegnere i cellulari. Non per problemi di diritti d’autore, ma perché chi passa il tempo a fare foto o video col telefonino «non si gode lo show e spesso disturba gli altri». Gli schermi distraggono chi riprende e anche quelli delle file dietro. «Disturbano l’ascolto e la magia della musica», ha detto la Gianna nazionale. Ma presto gli appassionati di selfie sottopalco e di foto ricordo dei loro idoli musicali potrebbero avere una brutta sorpresa: fotocamere dei telefonini che si bloccano automaticamente quando ci si trova in luoghi «sensibili» come cinema o sale da concerto, ma anche stazioni o aeroporti.
Il brevetto
Apple ha infatti ottenuto l’approvazione per un brevetto sottoposto all’attenzione dell’apposita commissione nel 2009: si tratta di una speciale tecnologia applicabile alle fotocamere digitali e basata sui raggi infrarossi, che potrebbe impedire al «melafonino» di scattare foto o effettuare riprese in determinati luoghi, ad esempio nei casi in cui si possa violare il copyright o la privacy delle persone.
Al museo
Il brevetto di Apple è datato 2011 ma è stato pubblicato solo pochi giorni fa. Con la tecnologia descritta nel dettaglio da «Patently Apple» e da «9to5Mac», la fotocamera del dispositivo riuscirebbe a riconoscere e interpretare uno speciale segnale a infrarossi in grado di disabilitarne alcune funzioni - come la fotocamera - in luoghi particolari. La luce a infrarossi potrebbe in realtà anche essere utilizzata per fornire informazioni agli utenti: in un museo, per esempio, potrebbe inviare notifiche sul reperto o sull’opera che il visitatore sta ammirando o sta per fotografare.
In diretta
Apple al momento non ha chiarito se intende dotare i propri device di tale funzione. Ma il vero obiettivo sembra al momento essere quello di frenare il fenomeno dei video musicali messi online praticamente in diretta sui social, grazie allo streaming di Facebook Live e Periscope.

30 giugno 2016 (modifica il 30 giugno 2016 | 18:07)

I pezzi di ricambio degli F 16 accatastati e inutilizzati da 4 anni

Corriere della sera

di Felice Cavallaro

La sorte di ruote, timoni, costosissimi pezzi di motore accatastati nell’aeroporto militare di Trapani: acquistati dagli Usa, mai utilizzati, rimasti dentro le casse. Dovevano essere consegnati all’Egitto a titolo gratuito. Poi il ripensamento dopo il caso Regeni

 

F 16 in forza all’Aeronautica italiana

I pezzi di ricambio degli «F16», al centro di una appendice del «caso Regeni» e della polemica sull’emendamento del Senato che ne blocca la fornitura all’Egitto, sono ammassati a catasta in un hangar dell’aeroporto militare di Trapani. Inutilizzati da 4 anni. Da quando è scaduto il contratto stipulato dal governo italiano nel 2003 con gli americani della Lockheed Martin per il noleggio di 34 caccia F16, 12 dei quali dislocati a Cervia e 22 a Trapani. Nove anni di leasing. Interrotti quando la Difesa italiana ha scelto di dotarsi di aerei più sofisticati, gli Eurofighter.
I ricambi inutilizzabili
Gli accordi di quel leasing prevedevano però che l’Italia acquistasse i pezzi di ricambio. Una montagna di casse in gran parte rimaste imballate così come consegnate nel 2003. Ruote, timoni, costosissimi pezzi di motore accatastati nello scalo di contrada Birgi con la pista che finisce quasi sul mare di fronte alle Egadi. Base dei low cost di Raynair e, soprattutto, roccaforte dei piloti del Trentasettesimo Stormo dell’Aeronautica, adesso attivi su jet molto più potenti, ma rimasti con quei ricambi sul groppone. Anche se ovviamente nulla trapela all’esterno dell’area militare. E nulla si sarebbe saputo se mercoledì il senatore Nicola Latorre, difendendo l’operato del governo dagli attacchi del centrodestra per la sospensione della fornitura all’Egitto, non avesse confidato di essere a conoscenza della presenza di quelle casse «al porto di Taranto». Una svista. Presto corretta con l’indicazione di Trapani-Birgi, fatta dallo stesso parlamentare.
L’alleato anti-Isis
Inutilizzabili per i nuovi intercettori Eurofighter, governo e Aeronautica militare hanno deciso così di mettere sul mercato quei «vecchi»ricambi. Rivolgendosi ai Paesi che frattanto continuano ad utilizzare gli F16. E’ il caso dell’Egitto, il Paese al quale per accordi bilaterali si è deciso di passare il materiale richiesto a titolo gratuito. Anche perché frattanto si è intensificato l’impegno di questo enigmatico alleato contro i terroristi dell’Isis. Uno scenario segnato dagli inquietanti sviluppi sulla morte di Giulio Regeni. E la mancata collaborazione del governo egiziano per fare chiarezza sulle torture subite dal ricercatore italiano ha incrinato i rapporti. Portando alla ripicca italiana dello stop alla fornitura dei ricambi. Pezzi che rischiano di restare in quell’hangar della base dove si ricorda ancora la gran cerimonia del 23 maggio del 2012, quasi una festa per chiudere i nove anni di noleggio senza sapere bene, però, cosa fare delle casse pagate e inutilizzate.

30 giugno 2016 (modifica il 30 giugno 2016 | 21:10)

Entra in vigore la firma digitale, la chiave per il mercato europeo

Corriere della sera

di Alessio Lana

L’autenticazione viene riconosciuta da tutti i Paesi agevolando quindi gli scambi. L'Italia però resta indietro sulla velocità delle connessioni: siamo al 54 posto nel mondo



Fatta l'Europa è il momento di fare il mercato unico digitale europeo. Dal primo luglio entra a pieno regime la firma digitale, un mezzo veloce e facile per permettere l'accelerazione degli scambi online di beni, merci e servizi senza subire gli intoppi tipici della vecchia carta. Nata dal regolamento europeo eIDAS (electronic IDentification and Authentication Services) del 2014, la firma digitale si propone di superare tre ostacoli che ancora gravano sullo sviluppo del mercato dematerializzato continentale, ovvero la sua frammentazione a livello di singole nazioni, la mancanza di interoperabilità tra gli stati e soprattutto la criminalità cibernetica.

La nostra sigla sotto forma di bit permette insomma di avere un mezzo di identificazione e autenticazione elettronica riconosciuto da tutti i Paesi europei agevolando quindi gli scambi. La firma digitale infatti permette non solo di sottoscrivere un documento informatico ma anche di verificare l'identità del firmatario, la provenienza del documento e di garantire che le informazioni contenute al suo interno non sono state alterate. Le imprese possono quindi operare su base transfrontaliera evitando gli ostacoli «cartacei» nell'interazione con la pubblica amministrazione e cautelarsi da eventuali truffe mentre i cittadini possono accedere ai servizi di altri Paesi come l’assistenza sanitaria semplicemente in un clic.
Smart card e chiavette
Al momento la firma digitale può essere richiesta da tutte le persone fisiche (per le persone giuridiche c'è il cosiddetto sigillo digitale), ovvero cittadini, amministratori e dipendenti di società e pubbliche amministrazioni, tramite certificatori accreditati riportati in una tabella pubblicata online dall'Agenzia per l'Italia digitale (AgID). Va detto che più che di firma però si dovrebbe parlare di «firme digitali», visto che al momento ci sono diverse tecnologie che consentono di apporre la propria sigla sui documenti. Tra le più diffuse c'è la smart card, una scheda simile alla carta di credito che consente di firmare tramite un apposito lettore collegato al computer e un software dedicato. La Business Key è una chiavetta Usb che non ha bisogno di software aggiuntivo: basta inserirla e il gioco è fatto.

Da ultimo c'è la firma remota. È basata su un app o su web e può essere utilizzata anche da cellulare. Ogni certificatore poi propone le proprie soluzioni e garantisce la compatibilità con determinati sistemi operativi. Ci sono tecnologie valide solo su Windows o Mac e altre che estendono la loro portata a iOS, Android e Linux. Va da sé che a seconda della tecnologia scelta e della compatibilità il prezzo della sigla digitale varia parecchio ma si va comunque da una ventina di euro fino a un centinaio. Dall'altra parte dello spettro troviamo poi i software per la verifica della firma, che AgID riassume in una pagina del proprio sito.
Sulla connettività ancora stentiamo
Mentre da una parte si va avanti con il digitale dall'altra l'Italia stenta. A rilevarlo è l'ultimo Rapporto sullo stato di Internet pubblicato da Akamai. Il nostro Paese nel 2016 è sceso di tre posizioni nella velocità media di connessione piazzandosi al non certo onorevole 54° posto a livello mondiale e al 28simo in Europa. Nonostante l'aumento del 98 per cento rispetto all'ultimo trimestre del 2015, ad oggi da noi si viaggia in media a 8,2 Mbps contro i 29 del leader mondiale, la Corea del Sud, i 21,3 della Norvegia (21,3 Mbps) e i 20,6 della Svezia (20,6 Mbps). Tra l'altro la perdita di posizioni arriva in un trimestre in cui ben cinque Paesi europei sono entrati nella top ten, vale a dire la Svizzera (18,7 Mbps), la Lettonia (18,3 Mbps), i Paesi Bassi (17,9 Mbps), la Repubblica Ceca (17,8 Mbps) e la Finlandia (17,7 Mbps).

Lieve aumento sul fronte dell'adozione della banda larga, vale a dire le connessioni che superano i 4 Mbps. Il nostro Paese ha registrato un aumento del 5,7% rispetto al trimestre precedente e del 20 per cento anno su anno raggiungendo l’83% del totale. Rispetto al 2015 crescono del 135 per cento le connessioni high broadband, quelle sopra i 10Mbps, mentre solo il 7 per cento sono uguali o superiori ai 15 Mbps, anche se in crescita di 168 punti percentuali rispetto allo scorso anno. Da ultimo ecco i dati mobili: la velocità media in questo caso raggiunge i 10,8 Mbps ma offre picchi medi di 70,5 Mbps. I primi della classe globali in questo caso sono il Regno Unito con la media delle connessioni mobile pari a 27,9 Mbps e il Belgio che si è classificato al secondo posto con 19,4 Mbps.

30 giugno 2016 (modifica il 30 giugno 2016 | 12:52)

Riapre l’albergo dello scandalo Watergate

La Stampa
dario marchetti

Dopo 10 anni di chiusura e un lifting da 125 milioni di dollari, l’hotel di Washington torna in attività. Con tanto di citazioni ironiche ai fatti che portarono alle dimissioni di Nixon



Quello del Watergate è stato uno degli scandali più celebri della storia. Lo stesso che ci ha regalato quel suffisso, “-gate”, che oggi agganciamo praticamente a ogni parola per etichettare nuovi episodi di grave disonestà o corruzione. Ma il nome di quello scandalo era originariamente ispirato al Watergate Hotel, dove nel 1972 cinque uomini vicini al presidente Richard Nixon fecero irruzione per trafugare informazioni dalla sede del comitato nazionale democratico, situato al sesto piano dell’albergo.



Oggi, dopo quasi 10 anni di chiusura e una ristrutturazione da 125 milioni di dollari, il Watergate Hotel di Washington ha finalmente riaperto le sue porte. E pensare che l’edificio ha un’anima tutta italiana: costruito tra il 1960 e il 1965, il progetto originale era stato firmato dall’architetto Luigi Moretti. Ma nel 2005 l’albergo era stato inserito nel registro statunitense dei luoghi storici, bloccando ogni possibilità di modifica esteriore.

«Ho una confessione da fare: il nostro interesse per il progetto è nato proprio dallo scandalo - spiega in un comunicato stampa l’architetto israeliano Ron Arad, responsabile per il “lifting” dell’hotel -. Lavorare su un edificio così radicato nella storia ci ha portato a non poter ignorare il contesto, ma allo stesso tempo non abbiamo voluto rimanere troppo ancorati al passato».



Anche se, come riporta il Washington Post, i proprietari non si sono risparmiati qualche sottile citazione ai fatti del passato: sulle matite presenti nelle stanze è incisa la frase «L’ho rubata dal Watergate hotel», sulle chiavi campeggia la scritta «Non c’è bisogno di scassinare la serratura» e il numero di assistenza al cliente, 1-844-617-1972, è composto dalla data dello scandalo. E non finisce qui: presto nei bagni dell’albergo, al posto della musica, saranno diffusi i discorsi di Richard Nixon. Le microspie invece, almeno si spera, sono state definitivamente rimosse.

Così i siti di petizioni online fanno profitti con le firme degli attivisti

La Stampa
francesco zaffarano

Chi aderisce a una campagna non spende nulla, ma le informazioni che rivela valgono un tesoro per molti siti specializzati: i segreti di un business



Firmare una petizione online non costa nulla ma ogni firma è un’informazione sui nostri interessi, i temi che ci stanno a cuore. Sono dati sensibili con cui si possono fare profitti attraverso la pubblicità. Un po’ come per Facebook e Google, solo che in questo caso nessuno ne parla e nessuno si scandalizza.

Tra i siti di petizioni, il più grande è Change.org, presente in 196 Paesi e con 5,6 milioni di utenti solo in Italia. Negli anni ha promosso campagne importanti, come quelle per il reato di omicidio stradale e la legge sul “dopo di noi” per i genitori con figli disabili. Non tutti sanno, però, che Change.org non è un’organizzazione senza fini di lucro. Quello che vediamo sul sito fa pensare a una non profit ma si tratta di una B-corporation, un tipo di azienda che fa utili pur avendo un fine sociale.

Con un’ambiguità di fondo: oltre all’uso del dominio “.org”, nato per distinguere le organizzazioni senza fini di lucro dalle aziende, Change.org invita gli utenti a fare delle “donazioni”. Queste non servono a sostenere le chi si appoggia alla piattaforma, ma sono pagamenti per un vero e proprio servizio. «Più donerai, più persone vedranno questa campagna», recita l’invito: i soldi servono a promuovere la petizione mostrandola «a potenziali firmatari». Una volta si volantinava, ora si paga da 3 a 50 euro con carta di credito. 

Il modello di business di Change.org è presto detto: «Offriamo un servizio di lead generation» spiega la responsabile italian, Elisa Finocchiaro. «Quando un utente firma una petizione gli mostriamo degli annunci a pagamento in cui si chiede ai firmatari di dare il proprio contatto a un’organizzazione». È l’utente a scegliere: «Noi non vendiamo il dato dell’utente ma lo spazio per l’inserzione». E soprattutto, non c’è nessun fine di tipo commerciale: «Lo scopo deve essere sempre quello del sociale». Almeno in Italia. 

Sul sito della società, nella versione statunitense, vengono raccolti alcuni casi scuola per presentare il servizio di sponsorizzazione delle petizioni. Tra chi ne ha fatto uso non ci sono solo organizzazioni benefiche, ma anche politici e aziende. Tra queste il vettore Virgin America, che ha usato la piattaforma per ottenere due gate nell’aeroporto di Dallas-Love. L’azienda è riuscita a mobilitare 27 mila cittadini col fine dichiarato di evitare che lo scalo fosse controllato da un’unica compagnia aerea. Ma il ritorno economico è evidente.

Scorrendo le petizioni pubblicate in Italia, invece, si incontra qualche caso limite; dalla campagna di AssoBirra per ridurre le accise sugli alcolici, a quella per rimuovere il vincolo d’uso di un solo buono pasto al giorno, lanciata da un dipendente di un’azienda che sviluppa tecnologie per pagamenti elettronici. 

Change.org è solo una delle realtà di questo mondo. Un addetto ai lavori, che chiede di restare anonimo, racconta che in Italia «ci sono altri siti che, senza farsi troppi scrupoli, vendono pacchetti di dati degli utenti per fini commerciali». Per farsi un’idea basta iscriversi e leggere bene i consensi informati al trattamento dei dati personali. 

Tra le piattaforme che abbiamo provato c’è Firmiamo.it, che fa capo a una società londinese con un network di siti in Russia, Regno Unito, Francia, Spagna e Stati Uniti. I gestori invitano gli utenti a sostenere economicamente le attività con una donazione, ma per firmare una petizione si è obbligati ad autorizzare la cessione dei dati a «partner e soggetti terzi operanti nei settori servizi, editoriale, energia, telefonia, turistico, comunicazione, entertainment, finanziario, assicurativo, automobilistico, largo consumo». Tutto lecito, ma il sociale sfuma in lontananza.

È l’altra faccia dello «slacktivism», l’attivismo da tastiera che con un clic ci fa credere di aver fatto la differenza. A volte può essere così, ma quanti firmatari sanno che stanno finanziando un’azienda privata?

Attivismo da tastiera: quando il mondo (non) cambia con un clic
Contro lo sfruttamento dei minori o per ottenere la verità sulla morte di Giulio Regeni si può firmare dal divano di casa e ci vuole così poco tempo che qualcuno dubita che possa essere tanto semplice. Già, che impatto ha una petizione online? Stando a Change.org, sono più di 500 le campagne chiuse con successo. Sul sito è possibile consultare l’elenco completo: ce ne sono 380 ma la società assicura che è un problema di archiviazione di quelle più vecchie. 

Non esiste un numero minimo di firme per vincere: «Le petizioni - spiega lo staff del sito - servono per segnalare al destinatario che c’è una base più o meno ampia di cittadini che hanno a cuore un tema». Abbiamo chiesto a Change.org i dati sul numero di firme raccolte in media dalle petizioni elencate nella sezione “Vittorie”. La risposta della società è che questo tipo di dato non è importante: quello che conta è il risultato. L’informazione, però, si può ottenere spulciando il sito: in media sono 40 mila le firme raccolte da una petizione che va a buon fine.

Ma il numero nudo e crudo va contestualizzato: solo il 20 per cento delle petizioni raggiunge questa quota di firme, mentre il 37,8 non arriva neanche a mille sottoscrizioni. Guardando nello specifico i dati delle singole campagne vincenti, si scopre che ce ne sono alcune in cui i firmatari sono meno di dieci, fino al paradosso della petizione per chiedere la rimozione dei posteggi auto dal Vittoriale. Firme raccolte: quattro. Il record di sottoscrizioni è per la campagna «Giustizia per Cecil, il leone simbolo ucciso da un cacciatore di trofei in Zimbabwe!»: è stata firmata da oltre 1 milione e 300 mila utenti.

Ma anche in questo caso il risultato è dubbio: gli attivisti hanno ottenuto l’inserimento, da parte degli Stati Uniti, di due sottospecie di leone in una lista di animali in via d’estinzione. Decisamente al di sotto delle richieste, anche perché la questione era già oggetto di valutazione da parte dell’agenzia americana che si occupa della tutela degli animali. 

È difficile pensare che quattro firme abbiano avuto impatto, e anche più di un milione non sono una garanzia. Ma la narrazione della vittoria è galvanizzante, alimenta l’impressione che quel clic faccia la differenza. E dichiarare centinaia di successi è un incentivo per chi si appoggia alla piattaforma pagando per promuovere le proprie campagne. 

Passerelle mania: le “Floating Piers”di Christo si potranno visitare anche su Street View

La Stampa

L’iniziativa è promossa da Google in collaborazione con le province di Bergamo e Brescia e del comune di Sulzano



La febbre da passerelle galleggianti non conosce sosta e contagia anche Google. Che, in collaborazione con le province di Bergamo e Brescia e del comune di Sulzano, ha dato il via alle operazioni di mappatura che porteranno online – su Google Street View – The Floating Piers, il progetto realizzato da Christo in Italia.

Partite in mattinata a Sulzano, le operazioni interesseranno l’intera area dell’opera – un percorso pedonale di tre chilometri – e consentiranno di esplorarla attraverso la visione di immagini panoramiche scattate a livello stradale. Così che anche dopo la sua conclusione, prevista per il 3 luglio, gli utenti di tutto il mondo potranno accedere (almeno online) all’esclusivo progetto temporaneo costituito da 70.000 metri quadri di tessuto giallo cangiante, sostenuti da un sistema di pontili galleggianti.

Due li strumenti utilizzati da Google per la mappatura: il Trekker, uno speciale zaino dotato di 15 fotocamere, e il Tripod, un treppiede dotato di fotocamera ad alta risoluzione.

L’iniziativa conferma l’impegno di Google nel valorizzare l’arte attraverso l’innovazione: «Siamo felici di mettere a disposizione la nostra tecnologia per rendere accessibile The Floating Piers anche dopo la conclusione del progetto», ha dichiarato Claudio Monteverde, Corporate Communication and Public Affairs Manager della società. «Crediamo fermamente che Internet sia uno strumento straordinario per democratizzare la cultura e l’arte permettendo ad un numero maggiore di persone di fruirne ovunque nel mondo e anche nel corso tempo».