lunedì 4 luglio 2016

Taci, adesso il capo ti ascolta. Sorvegliati speciali in ufficio

Matteo Basile - Lun, 04/07/2016 - 08:22

Orologi intelligenti che analizzano movimenti e impegno degli impiegati e sensori che si accorgono se alla scrivania non c'è nessuno



Taci, il capo ti ascolta. O almeno potrebbe. E potrebbe fare pure di peggio. Spiare, controllare, intromettersi. Tenerti sotto controllo. Avere un accesso diretto alla tua casella di posta elettronica, al tuo smartphone ma anche monitorare la tua produttività e addirittura avere un quadro preciso del tuo stile di vita e delle tue abitudini. Potrebbe, almeno in teoria e, chissà, forse in un futuro prossimo potrà farlo davvero. Perché la tecnologia unita alla volontà delle aziende di aumentare la produttività in periodo di crisi economica potrebbe portare a questo e altro.

Negli ultimi anni in tema di spioni aziendali è successo un po' di tutto, per nostra fortuna soprattutto all'estero. Emblematico il caso di una segretaria negli Stati Uniti, licenziata perché in una mail indirizzata ad un'amica aveva scritto «Il mio capo è un idiota». E lui, il capo, che controllava la corrispondenza, non l'ha presa bene. Ma se in America le leggi possono consentire episodi di questo tipo, anche in Europa, dove la legislazione è più stringente in tema di spionaggio aziendale, episodi analoghi non sono del tutto assenti. A Londra, pochi mesi fa, i giornalisti del Daily Telegraph hanno trovato sotto le loro scrivanie una scatoletta con scritto «OccupEye».

È bastata una ricerca sul web per scoprire che quelle scatolette misteriose contenevano sensori di movimento e temperatura capaci di rivelare ai datori di lavoro se una scrivania era occupata o meno. Niente altro che una spia in grado di monitorare quanto e come i dipendenti stavano alla loro postazione. Sollevazione generale inevitabile, proteste durissime, scuse dell'azienda e provvedimento ritirato. Ma la convinzione che sì, un giorno, l'eccezione potrebbe anche diventare norma. E potrebbe pure essere peggiore. Succede già oggi infatti che molti minatori e camionisti australiani indossino il cappellino «SmartCap» che, attraverso sensori simili a quelli necessari per effettuare un elettroencefalogramma, verifica che i lavoratori siano svegli e reattivi.

Tornando al Regno Unito, i magazzinieri dei supermercati della catena «Tesco» indossano un braccialetto che traccia i loro spostamenti e la percentuale di lavoro svolto: benefit se si finisce in anticipo il proprio compito, penalità se si va in pausa senza preavviso. Ma il top si è raggiunto in Messico dove la «InterMex» ha obbligato i dipendenti a scaricare un'applicazione che tramite gps comunica in tempo reale ai vertici dell'azienda tutti gli spostamenti e i movimenti dei dipendenti. Una sorta di braccialetto elettronico come quelli installati ai carcerati in regime di semilibertà, tanto che un'impiegata ha denunciato l'azienda. E ha pure vinto. Troppo, senz'altro. Ma sarà questo il futuro che ci aspetta sul posto di lavoro?

Forse, ma non ora. Perché in Italia la legislazione parla chiaro e non consente nulla di simile. Anche se il Jobs Act ha leggermente allargato le maglie dei controlli sui lavoratori da parte dei propri capi. «Si è modificata le norma del 1970, quando esistevano solo telecamere e registratori ma non c'erano computer, posta elettronica e smartphone», spiega l'avvocato Aldo Bottini, presidente dell'Associazione nazionale avvocati giuslavoristi e tra i massimi esperti del settore. Alcune cose si possono fare ma con limiti e confini ben precisi. «Con le nuove norme si mantiene il principio per cui non si possono installare strumenti tecnologici di monitoraggio con l'unica finalità del controllo dell'attività lavorativa - spiega il legale –.

Per installare strumenti tipo telecamere serve ancora un accordo sindacale o l'autorizzazione amministrativa. La novità è che il principio non si applica agli strumenti di lavoro come pc e smartphone che non sono assoggettati all'autorizzazione. Di fatto attraverso questi strumenti si può legittimamente controllare l'attività del lavoratore a patto che lo stesso venga informato della possibilità in maniera chiara e completa. È lo stesso principio che vige in tutta Europa. L'unica novità è che le aziende dovranno dotarsi di un'adeguata policy per l'utilizzo il controllo, il funzionamento e le eventuali conseguenze nell'abuso di tutti questi strumenti».

Il problema dunque, alla fine rischia di ricadere sulle aziende, costrette a districarsi tra norme e cavilli burocratici che complicano non poco la vita. «La legislazione italiana è un incubo, il numero di norme è elevatissimo e spesso in aperta contraddizione», attacca Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del centro studi «ImpresaLavoro». «Accanto alle sacrosante norme per la tutela della privacy ne servirebbero anche altre a tutela della produttività e di chi fa impresa». Un altro problema per le aziende sono i furbetti del certificato medico, quelli che cioè tendono a darsi malati con eccessiva leggerezza se non con cadenza regolare.

«Ci sono pessime abitudine da parte di alcuni medici un po' troppo benevoli nel fornire certificati - spiega Blasoni -. Le verifiche sono assolutamente labili e chiedere un intervento è pressoché inutile. Questo finisce per essere un ulteriore gravame per chi deve districarsi quotidianamente tra tasse, cavilli e burocrazia. Spesso si è arrivati a contese con dipendenti indifendibili che grazie all'intervento dei sindacati e a sentenze sconcertanti sono riusciti ad essere reintegrati».

Già, i sindacati. Organo a tutela del lavoratore sfruttato o maltrattato oppure ultima spiaggia per chi fa il furbo ma sa che in un modo o nell'altro, alla fine, avrà le spalle coperte? «Non scherziamo, chi commette una truffa non solo è indifendibile ma da attaccare - racconta Guglielmo Loi, della segreteria nazionale della Uil -. L'importante è agire sempre nell'ambito delle regole, dall'ultimo impiegato fino al massimo dirigente.

Deve essere chiaro quali sono i limiti e quali i doveri. Un lavoratore deve essere informato con precisione quando entra in possesso di un'apparecchiatura aziendale». Anche perché il controllo sul dipendente, alla fine, può rivelarsi un'arma a doppio taglio. «Capita spesso che il telefono aziendale resti acceso ed operativo per motivi di servizio ben oltre l'orario di lavoro. In caso di controllo eccessivo un dipendente potrebbe decidere di rendersi irreperibile finito il suo orario e, a quel punto, nessuno potrebbe lamentarsi».

Alla fine, come spesso accade, a far la differenza è il buonsenso. Ma nel dubbio è sempre meglio comportarsi secondo le regole. Perché il Grande Fratello è tra noi e, forse, guarda proprio noi. Anche sul posto di lavoro.

Contro lo Stato vigliacco, ci vuole il cuore del popolo italiano

Andrea Pasini



Italiani, ascoltatemi, avete visto come si è ridotto il nostro amato paese? Che Stato è quello capace di vessare, ogni giorno mandato in terra da Dio, i propri figli con tasse in stile strozzinaggio? La burocrazia è un pachiderma partorita da decenni di classe politica addormentata e al soldo dell’UE.

Inenarrabile il tempo perso, la salute sprecata dagli imprenditori e dai lavoratori che bruciano le proprie esistenze attendendo quello che gli spetta, senza scorciatoie, senza mezzucci illeciti solo con il sudore della propria fronte. Perché se dobbiamo sottostare a doveri i nostri diritti non deve azzardarsi nessuno a toccarli. E purtroppo così non è. I potenti di Roma chiedono sacrifici continui, sangue e vita, per lasciare gli italiani con un pugno di mosche tra le mani.

Guardate come le famiglie nate e cresciute su questo suolo vengono lasciate marcire nella povertà più assoluta, gli viene chiesto di piegarsi alle dinamiche di mercato, imponendogli di prostituirsi per pagare imposte con cifre folli. Oppure gli individui abbandonati in container a distanza di 35 anni dal terremoto dell’Irpinia, una vergogna tutta italiana, con una vita normale e dignitosa che diventa un miraggio.

Solo promesse per la povera gente, solo chiacchiere da campagna elettorale condite dal nulla. Per non parlare degli impresari in crisi, uomini e donne che si sobbarcano sulle spalle anni ed anni di sacrifici e rinunce pur di salvare le loro aziende, dando lavoro e decoro ai propri dipendenti. Ma il governo cosa fa? Al posto di agevolarli cercando di salvare le loro fabbriche, li affossa assieme ai salariati. Si impunta, ci mette tutto l’impegno che può per farli chiudere e ciliegina sulla torta, per guadagnarci fino alla fine  gli pignora  le fabbriche tramite il Mostro di equitalia e vende all’asta oltre che le aziende per guadagnare gli ultimi sporchi quattrini anche il futuro di migliaia di nuclei familiari. La rappresentazione di uno Stato gestito da politicanti inetti per cui l’Italia e gli italiani sono solo oggetti, mera merce di scambio da usare in logiche di affari ed interessi personali.

Sì, perché il governo, lo stato sono di fatto il socio di maggioranza di tutte le imprese, degli imprenditori, dei commercianti e delle partite IVA, arriva a chiedere tributi che toccano quasi il 60% degli introiti totali delle aziende, un vero e proprio parassita, tutto questo quando le cose vanno bene. Quando le cose vanno male invece  egli non rischia niente, anzi se ne lava le mani dandoci il colpo di grazia. Un vero e proprio disonore.

L’altra faccia della medaglia vede le amministrazioni, da quelle locali a quelle nazionali, sostenere ed aiutare i rom, immigrati e i furbetti del quartierino. Persone capaci solo di condurre un’esistenza fatta d’espedienti ed illegalità con i tappeti rossi stesi a terra per loro. Per questa gente solo diritti, nessuna rinuncia, nessun pentimento, ma carezze e balocchi intano paga Pantalone (noi!). Siamo invasi, ad ogni angolo della strada, di clandestini sbarcati a Lampedusa e gettati come gli zombie di Romero tra le vie delle città. Sono uomini ombra in migliaia a spasso per il nostro paese, non vengono nemmeno identificati con foto segnaletiche ed impronte digitali.

Occupano hotel a 4 stelle, residence, abitazioni sfitte il tutto con la lauta ricompensa di 35€ giornalieri. Del resto come dice Matteo Renzi, ennesimo Premier senza la legittimazione popolare dopo Monti e Letta, “ce lo chiede l’Europa” di affossare e sputare in viso agli italiani aggiungo io. Ci siamo sottomessi alle invasioni di africani, come ci ricorda nella sua ultima fatica lo scrittore francese Michel Houellebecq, inginocchiandoci ad ogni richiesta, siamo diventati odalische di corte, vergini dell’Harem per colpa di politicanti da strapazzo che non hanno le palle di imporre una storia, la nostra, millenaria. Mussulmani che diventano un pericolo anche per la fede cristiana e per quella degli ebrei.

Per non parlare di come vengono trattati i fedeli servitori di questo Stato, le forze dell’ordine. Persone che con onestà e spirito d’abnegazione difendono la reputazione di questa nazione e ci salvaguardano da una società sempre più violenta. In cambio, per il loro servizio, cosa ricevono? Nulla, anzi vengono delegittimati e puniti, quando sbagliano, ben più severamente dei delinquenti che assicurano alla giustizia giornalmente. In poche parole come si può ancora credere in questa Italia fattasi mostro? Come si può tollerare di leggere sui giornali di direttori d’azienda, di piccole e medie dimensioni, che si suicidano perché strangolati dal cappio delle banche e dalle tasse massacranti che devono pagare.

Uno dei tanti è stato l’imprenditore padovano, Giampietro Franco, datosi la morte all’interno del suo negozio lo scorso gennaio. Io non voglio più vivere schiavo di queste ingiustizie, questo Stato non merita rispetto. Ora noi dobbiamo trovare la forza di lottare, di gettare il cuore oltre l’ostacolo, di riconquistare con rabbia e con amore la dignità e la sovranità secolare che spetta a noi in quanto popolo italiano. Tutto questo non vuole dire essere fascisti o populisti, tutto questo vuole dire salvaguardare e ricordare chi siamo, da dove veniamo, quali sono le nostre radici e portare nel cuore chi ha donato la vita perché credeva nell’Italia. E adesso chiamatemi pure razzista, sarà il mio vanto.

Un domani quando sarete obbligati a vivere da servi o da schiavi a casa vostra non lamentatevi, perché l’unico colpevole sarà quello riflesso nello specchio davanti a voi. Da oggi maniche rimboccate e pronti a riprenderci quello che ci spetta. Riprendiamoci con forza la  dignità e la sovranità che spetta al popolo italiano e non a questa massa di politicanti da strapazzo che non meritano di rappresentare un popolo meraviglioso come il nostro.

Cristo, perdonami perché odio!

Nino Spirlì

(i terroristi islamici di Dacca: ne manca qualcuno, ma ride anche lui)

combo terroristi - rettifica

Signore, perdonami perché odio. Perché non so perdonare. Perché non me ne frega nulla di farlo. Perché non riesco a trovarTi negli occhi di nessuno di coloro che sbarcano sulle nostre rive. Perché non mi inteneriscono più né le loro donne, né i bambini, né i vecchi. Né le loro lacrime, né i loro lamenti. Non credo a una sola parola di ciò che dichiarano. Non sono pronto a dividere con nessuno di loro neanche una briciola del poco che ho. Non li ospiterò in casa mia, né andrò a lavare le loro piaghe. Semplicemente, credo che se ne debbano tornare nei loro deserti. Più dell’anima che dei luoghi.

No, non perdono: non so farlo. Non voglio farlo. Sono troppo sporco del sangue dei miei fratelli sgozzati dall’odio islamico. Sono lacerato  delle urla di terrore dei miei fratelli, che credevano che possa esistere un islam moderato con cui confrontarsi e colloquiare. Magari, integrarsi. Forse a vicenda. Invece, no. Quella favoletta che cercano di raccontarci associazioni sporche come mucchi di letame e politici falsi come quel  giuda iscariota che Ti tradì è quello che è: una favoletta, appunto.

Pessima, falsa, mortale. L’islam non conosce moderazione: ce l’ha scritto pagina dopo pagina che il buon islamico deve ammazzare chi non lo è. Nei confronti dei Cristiani, poi, è doppiamente necessario. Perché Tu, Cristo, al contrario del loro dio, rappresenti l’Amore a cui noi uomini cerchiamo di arrivare attraverso Te. La nostra Fede è un sentiero verso la Luce della Liberazione dalle orride ombre umane. La nostra Fede è tutta racchiusa in quel Comandamento che ci hai lasciato: Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi.

Ecco. Scusami, ma io, per ora,  non ce la faccio. E, per questo, Ti chiedo perdono. Quel perdono che io non so concedere. Perché non posso accettare che questa gente che abbiamo accolto, sfamato, curato, affiancato, questa gente a cui abbiamo garantito lo studio, il lavoro, la libertà, l’uguaglianza, questa gente ci odi. Questa gente, che alcuni vorrebbero farci credere essere “moderata”, NON DICE MEZZA PAROLA QUANDO I SUOI BOIA CI SGOZZANO!!! Tace, complice e sorniona. E gode, magari. Sì, temo proprio che gioisca!

No! Non so perdonare. Non voglio perdonare! Odio anche quel sentimento che cerchi di farmi partire dal cuore e che mi dovrebbe spingere verso la compassione, la comprensione, la pietas. Lo spingo nelle viscere, Gesù, e ci metto sopra un masso gigantesco, perché non ne senta neanche la voce che Tu gli dai per convincermi a non essere come loro.

Non Ti ascolto, Gesù. Non ora! Questo è il tempo della sordità del combattente. La nostra quanto la loro.

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Nel silenzio del dopo so che Ti ritroverò. Sì, dopo la battaglia, spero di ritrovarTi. Perché quest’odio dentro di me non lo abbiamo seminato né io, né Tu. Ma Tu ed io lo sappiamo bene che la mala erba va estirpata senza pietà. No, non uccideremo, noi. Noi non sappiamo sgozzare. Ma dobbiamo allontanarli. Scacciarli dalle nostre vite. Devono capirlo che, ormai, qui, non sono graditi. Non sono fratelli. Sono quello che vogliono essere: NEMICI.

E, dunque, basta venditori pakistani e bengalesi di collanine e sottane sulle spiagge, di fruttivendoli turchi e indiani islamici nei nostri quartieri, di pizzaioli islamici nei nostri ristoranti, di collaboratori famigliari, di autisti, di massaggiatori, di manovali, braccianti, operai, tutti appartenenti a quella cultura sanguinaria. Cellule dormienti di questo odio feroce, che, prima o poi, li spinge ad agire. Contro di noi, eredi fessi di nobilissimi Crociati!

Basta! Questo Sangue Cristiano non è acqua. E, se lo fosse, sarebbe Santo come l’acqua nel deserto!

Fra me e me.

Italia, la grande amarezza nel momento più tragico

Giuseppe De Bellis - Dom, 03/07/2016 - 09:00

La strage di Dacca fa da sfondo a una giornata vissuta tra la morte e chi cerca di dimenticare



Fa male. Una, due volte. Fa male perché non è vero che perdere ai rigori, all'ottavo rigore per giunta, è meno dura.

È l'amarezza nel giorno del dolore. Due mondi che non c'entrano e che si toccano: il lutto al braccio degli azzurri al centro del campo di Bordeaux è il segno di quel dolore. Siamo abituati a vedere quella fascia nera per ricordare qualche grande dello sport morto dopo una vita meravigliosa. È quasi l'emblema di una morte felice. Quella di ieri no. Ricorda nove persone massacrate dalla violenza dei terroristi.

È la Nassyria civile capitata alla vigilia di una giornata che per l'Italia non è mai normale. La sfida con la Germania all'Europeo, cioè la partita infinita, seguito del seguito del seguito di tante altre. Cominciare il giorno di una partita così con le immagini che arrivano da Dacca trasforma tutto, inverte l'ordine dei sentimenti: l'attesa di un giorno felice, nella consapevolezza di un giorno triste, l'emozione per la partita nella mestizia della contabilità delle vittime, la voglia di guardarsi la formazione dell'Italia con chi gioca e chi non gioca, nel dovere di leggere e capire le storie delle vittime della furia dell'Islam fondamentalista.

Bordeaux non è l'Italia: ci sono frammenti di un Paese che in questa città cerca di continuare qualcosa che all'inizio di questo Europeo non era neanche immaginabile. Gruppi di tifosi che non possono o non vogliono essere consapevoli di quello che è successo dall'altra parte del mondo. O forse è semplicemente giusto che non siano consapevoli. Il calcio non s'è fermato l'11 settembre 2001 e non si dovrebbe fermare mai. A Bordeaux si gioca a pallone e non c'entra la retorica del «non dobbiamo darla vinta al terrore».

C'entra solo che questo torneo è nato con l'idea che sarebbe stato sconvolto da qualche attentato terroristico. Eravamo tutti pronti. Pronti a raccontare gli stadi presi come simboli della serenità da violare. Pronti a vivere un altro 13 novembre 2015. Pronti a concedere al meraviglioso spettacolo dello sport anche la contabilità di vittime e feriti. Ma non avevamo calcolato che la minaccia non era soltanto lì in Francia, o in Belgio.

Abbiamo acceso il televisore venerdì per renderci conto semplicemente che non esiste un solo buco del mondo in cui non si sia in pericolo. Sembra scontato eppure gli italiani che erano andati a Dacca per lavoro, per vivere e far vivere le loro aziende non potevano pensarci. Non volevano pensarci. Come quelli entrati nello stadio di Bordeaux, anche loro incolpevoli e però potenziali vittime di un pazzo o tanti pazzi terroristi. Ma nessuno che si sia tirato indietro, nessuno che abbia pensato: «Io qui non entro, oggi». È l'altra dicotomia paradossale di un giorno così: pensare a quello che è successo e al tempo stesso non pensarci.

E appunto non ci pensa nessuno neanche nei 90 minuti di Germania-Italia, proprio perché questa è Italia-Germania. Una partita che probabilmente non è stata la solita Italia-Germania, per Dacca e anche per altre cose. Perdere o vincere fa moltissima differenza, sempre. E soprattutto in una partita che per l'Italia e per la Germania rappresenta qualcosa di unico ogni volta che queste due Nazionali si incrociano. In una giornata così, non cambia.

Nel calcio e davanti alla tv per milioni di italiani conta il risultato. Perdere è la fine di un percorso che non avrebbe dovuto neanche arrivare fino a Bordeaux. Il 2 luglio finisce nel momento in cui la palla calciata da Hector entra sotto la pancia di Buffon. È un giorno triste, per il calcio e per molto di più.

Bestie Islamiche

Alessandro Sallusti - Dom, 03/07/2016 - 18:17

Il massacro in Bangladesh: nel ristorante di Dacca nove italiani sono stati sgozzati perché non sapevano il Corano



Sgozzati perché non sapevano recitare i versetti del Corano, sgozzati perché erano cristiani, sgozzati perché italiani.

Le bestie islamiche continuano nella loro opera di macelleria. Questa volta a Dacca, capitale del Bangladesh, una terra che sembra lontana ma che nel mondo globalizzato è dietro l'angolo, soprattutto per i nostri imprenditori impegnati in giro per il mondo a vendere l'italianità e a tenere in piedi aziende e Paese.

Hanno massacrato nove nostre eccellenze, colpendole una ad una dentro un ristorante preso d'assalto e conquistato con una facilità sconcertante da un commando dell'Isis. La metà erano donne, nostre donne: Adele, 50 anni; Claudia Maria, 56; Nadia, 50; Maria, 33; Simona, 33 incinta del primo figlio. Non so voi, io sono della vecchia scuola, quella per cui uomini e donne non sono uguali, neppure nella morte. Guai a quegli uomini che permettono il martirio delle proprie madri, mogli, figlie come se fosse solo conseguenza del caso.

Se rinunciamo a questa superiorità culturale, se non reagiamo con la rabbia e la fermezza necessarie, vuole dire che siamo già morti anche noi. Dobbiamo urlare forte e chiaro che noi uomini occidentali non sappiamo il Corano e non abbiamo nessuna intenzione di imparare quei versetti di odio e di morte frutto di una mente malata. Che vengano a prendere noi. Non abbiamo paura.

Oggi non può essere solo un giorno di dolore e lutto. Oggi dobbiamo essere offesi nel profondo dell'animo, oggi dobbiamo chiedere agli islamici che abbiamo accolto e ospitato di dire con chiarezza e con i fatti da che parte stanno, dobbiamo pretendere che scendano in guerra loro contro gli assassini che loro stessi hanno generato, allevato e spesso protetto fosse solo con l'omertà. E se così non fosse che tornino a casa loro, subito. Perché non possiamo più convivere con nessuno che abbia a che fare anche solo lontanamente con gente che sgozza le nostre donne.

Oggi devono tacere quelle voci dissennate che hanno teorizzato una eguaglianza che non esiste, un solidarismo senza contropartita, una accoglienza senza regole. Oggi si devono interrogare, e fare pubblica autocritica, gli intellettuali e i politici stupiti da Brexit, cioè da un popolo che non si sente più rappresentato e protetto da questa Europa che, come se non bastasse, punisce la Russia di Putin e continua a fare affari con Paesi che finanziano il terrorismo islamico. Oggi è il giorno di impegnarsi a vendicare, con gli strumenti di cui è capace la nostra superiore civiltà, le cinque donne di Dacca e i loro sfortunati compagni.

Ecco il super-vino per il vescovo”. Torna la decima

La Stampa
marcello giordani

Il Comune novarese di Sizzano reintroduce la tassa medievale



Il Comune di Sizzano rispolvera la decima medioevale: ogni anno donerà al vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, una magnum di Sizzano realizzata da un artista e una brenta (50 litri) di vino doc. Alla delibera di giunta è seguita la realizzazione della maxi-bottiglia e la sua presentazione alla mostra del vino di Sizzano, che si è conclusa proprio ieri. 

Il pagamento del vino alla mensa vescovile di Novara si perde nell’Alto Medioevo ed è proseguito fino al 7 ottobre 1974, quando con un decreto del sindaco del tempo e del vescovo la decima era stata abolita. L’omaggio del doc è tornato d’attualità con la riscoperta da parte del Comune delle tradizioni culturali del paese. «Insieme alla Pro Loco - dice il sindaco, Celsino Ponti - abbiamo pensato di riproporre questa tradizione. Quella che un tempo era una tassa ora è un omaggio, un’offerta annua simbolica che vuole anche essere un segno di riscoperta culturale».

Nessuna nostalgia, quindi, per la tassa sui prodotti della terra, che a Sizzano, vista la qualità del vino, si pagava in brente. E che l’autorità episcopale gradisse lo confermano le testimonianze storiche. Il vescovo Marc’Aurelio Balbis Bertone, nel 1763, nel corso della visita pastorale alla diocesi, si era fermato a Sizzano e sul suo diario aveva annotato le impressioni di viaggio: era rimasto colpito dalle viti e aveva aggiunto che da quelle viti «optima vina Sitiani dicta fiunt», che, tradotto nelle guide di oggi, significa vale una sosta con degustazione di un calice.

Un secolo più tardi è il conte di Cavour a sbilanciarsi in grandi elogi sul vino di Sizzano. Nel 1845 Giacomo Giovanetti, avvocato di Novara, doveva occuparsi di export: il territorio novarese produceva un vino straordinario, ma come farlo conoscere al di là dell’Agogna e del Sesia? Giovanetti, amico di Cavour, gli mandò qualche bottiglia di Sizzano. Il conte, che all’epoca era a capo della polizia di Torino, apprezzò, e scrisse a Giovanetti: «L’ottimo vostro vino di Sizzano mi ha quasi convinto della possibilità di fabbricare in Piemonte vini di lusso.

Cotesto vino possiede in alto grado ciò che fa il pregio dei vini di Francia e manca generalmente ai nostrani, il bouquet». E il conte paragonava il Sizzano ai vini a tre stelle della Borgogna, il Clos-Vougeot e il Romanet. Con un pedigree del genere l’amministrazione comunale ha capito che il Sizzano doc può essere il miglior biglietto da visita per il paese e un’ottima carta da giocare in chiave turistica: c’è da scommettere che tra qualche anno il «magnum del vescovo» finirà in qualche asta, conteso dai collezionisti.