sabato 9 luglio 2016

Il video che è in noi

La Stampa
massimo gramellini

Impossibile scollarsi dagli occhi quel giovane del Minnesota freddato sulla sua auto da un poliziotto per un fraintendimento banale, e agonizzante in una pozza di sangue mentre dal sedile accanto la fidanzata riprende la scena col telefonino. Ha fatto benissimo, naturalmente, ma è incredibile che lo abbia fatto. E in quel modo. Con una lucidità che lascia ammirati e anche un po’ sgomenti.

Riguardate il filmato che sta incendiando l’America nera. La donna vede il suo compagno riverso sullo schienale e un poliziotto che gli punta ancora addosso la pistola attraverso il finestrino aperto.
Chiunque altro invocherebbe aiuto, abbraccerebbe il moribondo, riempirebbe di insulti il tizio in divisa, se la farebbe sotto. Invece Lavish Reynolds mette il telefono in modalità selfie e documenta l’omicidio in diretta su Facebook, rivolgendosi all’agente con calma apparentemente glaciale e chiamandolo sempre sir, signore. Come se fosse una reporter addestrata a filmare scene di guerra e non una normalissima ragazza a passeggio con il fidanzato. Come se per trasmettere un’emozione agli altri avesse rinunciato a viverla lei. Come se in quel momento fosse più connessa col mondo che con i suoi sentimenti.

Tra qualche tempo ce ne renderemo conto meglio, ma si è trattato di qualcosa di rivoluzionario. Qualcosa di intimamente legato allo stato d’animo dei neri d’America, che ormai escono di casa con lo spirito vigile di chi va in trincea, però anche alla trasformazione avvenuta in noi umani da quando ai quattro arti ereditati dagli avi abbiamo aggiunto la protesi del telefonino.

Poi

La Stampa
jena

Se fossi un poliziotto americano arresterei gli assassini dei miei colleghi e poi mi chiederei perché i neri ci odiano tanto. 

Il disastro di Seveso 40 anni dopo

La Stampa
antonella mariotti

Sabato 10 luglio 1976 lo scoppio del reattore alla Icmesa di Meda, solo dopo una settimana la consapevolezza della nube tossica



Basta un’immagine per fissare un ricordo. Basta il volto di un bimbo devastato da quello che ancora nel luglio del 1976 neanche si sapeva come chiamare. In tutti i giornali e telegiornali di allora i volti dei bambini con la cloracne erano il simbolo del disastro. Il disastro di Seveso, il devastante inquinamento da diossina per lo scoppio di un reattore alla Icmesa di Meda (comune incollato a Seveso) 40 anni fa, è tutto concentrato in quel piccolo volto.



Era sabato mattina anche quarant’anni fa, per la precisione erano le 12,37, e «la fabbrica non doveva essere attiva» ricorda Alberto Colombo, aveva 15 anni, e oggi è un attivista per l’Ambiente. «Io davanti a quella fabbrica ci passavo tutti i fine settimana in bicicletta, andavo da mia nonna che abitava a Meda». Sì perché l’Icmesa in realtà non era a Seveso ma a Meda, a pochi chilometri. Quel sabato un reattore entra in crisi, la temperatura all’interno aumenta, e fa quello che fa un reattore in quei casi: fa saltare un coperchio. Da lì esce una nuvola di gas, che ancora non si sa bene cosa sia.

L’Icmesa produce sostante chimiche che verranno poi usate per produrre altre sostanze chimiche, nono sono prodotti «finiti» ma servono per produrre altre sostanze, spesso pesticidi per l’agricoltura. 
Nessuno avverte la popolazione. Solo il 12 luglio la direzione della fabbrica scrive all’ufficiale sanitario un comunicato dove conferma l’incidente «la fabbrica era ferma e si stavano eseguendo lavori di manutenzione. Le cause dell’incidente sono tutt’ora all’esame e al vaglio».... «Non sappiamo cosa possa essere successo». Il reattore che ha fatto saltare il coperchio ha lasciato nell’aria Tcdd (Tetracloro-dibenzo-diossina), la diossina, che sta intanto contaminando tutto il territorio da Meda, sede della fabbrica, fino a Seveso e nelle campagne. 

Per i primi giorni nessuno avverte disturbi, solo tosse, e bruciore agli occhi solo qualche operaio, lo racconterà dopo nei telegiornali dell’epoca, tornando a casa costringe i familiari a docce forzate e prolungate. Li salverà dalla floracne. È il 15 luglio quando si cominciano a prendere i primi provvedimenti, vengono delimitare le zone contaminate di Seveso e Meda, compaiono i cartelli «Zona contaminata»: perché lì stanno morendo gli animali, cani, gatti, animali da fattoria. Una strage e la paura è che poi tocchi alle persone. La diossina è una delle sostanze più cancerogene al mondo, conosciuta come defoliante usato nella guerra del Vietnam. 

Dal 20 luglio in poi le ammissioni, prosegue la moria di animali e le persone si presentano negli ospedali con i sintomi dell’avvelenamento. I bambini sono i più colpiti. Lunedì 26 la prima evacuazione e nasce la zona A, quella dove adesso c’è Il Bosco delle querce il memorial di quella tragedia, poi la zona B e la zona R, la zona «di rispetto». Nella zona A verranno abbattute le case «avvelenate». Alle persone che abitano in quella zona viene chiesto di abbandonare tutto.

La mappatura della zona inquinata si estende fino ai comuni di Cesano Maderno e Desio, la mappatura definitiva viene elaborata il 10 agosto del 1976. A tutti gli abitanti viene consigliato un costante lavaggio delle mani e docce frequenti: è l’unico modo per eliminare la diossina da contatto. Ma la paura adesso è per le donne che aspettano un bambino: non si sa quali effetti può avere il veleno sul feto. Da alcuni ginecologi viene consigliato a queste donne di abortire ma siamo nel 1976 e in una territorio politicamente «bianco», la maggioranza vota Democrazia cristiana sono ferventi cattolici: il dramma morale per la scelta è lacerante. Alcune partiranno per andare all’estero ad abortire

L’anno successivo nel 1977 nasce l’ufficio speciale per Seveso, si stabiliscono fondi e aiuti per le imprese, si deve bonificare tutta la zona. Nel 1980 le transazioni economiche e l’accordo sul risarcimento della proprietà Icmesa porta a 103 miliardi e 634 milioni di lire per il «disastro di Seveso». Tre anni dopo nasce l’idea de «Il bosco delle querce» che si realizzerà quattro anni dopo, vasche di contenimento del terreno inquinato e sopra un bosco. Qui in questi giorni ci sono le manifestazioni di «Seveso +40»

Il percussionista che crea bacchette per i Berliner

La Stampa
miriam massone

Alessandria, gli inizi da studente, oggi il successo


Alessandro Pellegrino, 34 anni, percussionista di professione, è arrivato a creare un piccolo impero del settore quand’era ancora uno studente al conservatorio di Mantova

«Cucio più io di mia nonna»: Alessandro Pellegrino, 34 anni, passa le ore con ago e filo per foderare la punta delle sue bacchette. È un artigiano dei suoni, un po’ sarto, un po’ falegname e un po’ musicista. Percussionista di professione («insegno al Vivaldi di Alessandria»), è arrivato a creare un piccolo impero del settore quand’era uno specializzando al conservatorio di Mantova. La necessità aguzza l’ingegno: «In classe c’erano alcune vecchie bacchette, consumate, a disposizione di tutti i corsisti, io ho ripensato a quando seguivo le lezioni e non potevo permettermi di spendere 600, 700 euro l’anno per cambiarle spesso, così mi sono offerto di sistemare quelle».

L’IDEA
Giorni e notti a «vivisezionarle», dice proprio così per rendere l’idea. E dall’«autopsia» di una bacchetta gli si accende la lampadina: «E se le costruissi io da zero?». Quindi si documenta, seleziona i materiali migliori e trasforma una parte della sua casa, alla periferia di Alessandria, in laboratorio: tra frese, seghetti, forme per le punte e gomitoli per la fodera, dà forma alla propria idea. Oggi a suonare con le sue bacchette personalizzate (su ognuna è incisa la firma del musicista) ci sono importanti nomi della musica, come il torinese Simone Rubino, tra i più talentuosi percussionisti del momento, che l’anno scorso ha debuttato come solista alla Philharmonie di Berlino con la Deutsche Symphonie-Orchester, o Carmelo Giuliano Gullotto, storico nome dell’Orchestra Nazionale Rai. E poi quell’incontro con l’americano David Friedman, che ancora gli trema la voce nel raccontarlo: «Era in Italia l’anno scorso, dopo l’esibizione ha voluto toccare le bacchette, le guardate e mi ha fatto i complimenti». 

Detto dal più importante vibrafonista vivente è una bella coccarda. Poi l’ingaggio come sponsor ufficiale in due concorsi internazionali, l’international percussion competition-festival di Montebello della Battaglia, e il festival internazionale della percussione di Montesilvano. In catalogo la sua APinstrument adesso ha 80 modelli diversi, tanti come i suoni che le bacchette contribuiscono a creare. «Riesco a costruirne circa 20 al giorno, e ci impiego 1 ora per ciascuna bacchetta». Ci vuole tempo e pazienza: il legno, di provenienza italiana (e 10 esotici per quelle da xilofono), va lavorato, tagliato, carteggiato, misurato, ogni bastone dev’essere identico all’altro, il rattan invece arriva dall’Indonesia già suddiviso in stecche, è molto più elastico, per un’impugnatura diversa. Poi c’è la «testa» in punta e il rivestimento: resina, cotone e lana, i colori servono per l’estetica, i materiali e la lavorazione per l’impatto con lo strumento, soft o più duro. Le bacchette di Alessandro Pellegrino vengono utilizzate per gli strumenti a testiera, lo xilofono e la marimba, il vibrafono e il glockenspiel.

SETTORE FIORENTE
In Piemonte l’artigianato musicale è un settore fiorente con una ricca tradizione: da minuscoli laboratori escono bacchette perfette, e ancora profumate di resina, come quelle prodotte in Toscana utilizzando legni di boschi secolari, o le bacchette che costruiscono a Surbo in bambù. A Seregno le fanno con hickory americano selezionato, poi le trattano dopo la tornitura con una vernice ecologica all’acqua e le vendono di tutti i colori, anche fluorescenti. Fanno parte del «made in Italy» che piace tanto agli stranieri: «Ne ho vendute in Francia, Germania, Slovenia, Austria e anche in Giappone, Cina e America» dice Alessandro, col suo mazzo di bacchette appena preparate.

Quando le Br mi misero al muro Ero morto, colpirono le gambe"

Luca Fazzo - Sab, 09/07/2016 - 09:12

Parla il deputato della Dc De Carolis rapito dai terroristi rossi nel 1975 e il cui tesserino è stato ora ritrovato nel covo al Policlinico



Un'intercapedine che viene rimossa durante i lavori di ristrutturazione del Policlinico. E lì, dov'era nascosto da decenni, salta fuori un gruzzolo di carte che riporta indietro l'orologio della stria di quarant'anni.

Sono documenti - come racconta ieri Repubblica - delle Brigate Rosse, che al Policlinico di Milano avevano una delle loro colonne più agguerrite. E insieme a volantini e documenti, salta fuori un tesserino di Massimo De Carolis, il fondatore della maggioranza silenziosa, vittima il 15 maggio 1975 di uno dei primi attentati delle Br. De Carolis, allora capogruppo della Democrazia cristiana a Palazzo Marino, venne sequestrato all'interno del suo studio legale, interrogato e gambizzato. Per lunghi anni, il tesserino che gli venne sottratto dai brigatisti è rimasto lì, nascosto dietro la parete del padiglione dell'ospedale. Oggi De Carolis ha settantasei anni, e anche per lui la notizia è un tuffo indietro nel passato.

Ha letto?
«Ho letto, ho letto. Il mio tesserino... Non può essere quello da deputato, perché io nel 1975 non ero ancora entrato in Parlamento, dove venni eletto solo l'anno dopo. Non può essere il tesserino da avvocato perché ce l'ho ancora qui con me. Potrebbe essere il tesserino da consigliere comunale, che allora esisteva. Le Br nella loro maniacalità cercavano ogni tipo di documento, mi perquisirono lo studio, portarono via agende, rubriche telefoniche, carteggi. Forse in un cassetto trovarono anche quello e se lo presero».

Adesso risalta fuori. Può aggiungere qualcosa alla ricostruzione dell'attentato contro di lei?
«Chissà. L'inchiesta sul mio ferimento non è mai arrivata a niente, per il semplice motivo che il pm che la conduceva venne ucciso. Era Emilio Alessandrini, un magistrato di grande livello che io conoscevo bene. Prima di venire ucciso, fece in tempo a dirmi che avevano identificato la donna del commando. Vede, all'epoca le Br applicavano rigidamente le norme sulle pari opportunità e nelle loro azioni c'era quasi sempre una donna. Nel mio studio entrarono in quattro e una era effettivamente una donna. Alessandrini mi disse che era Paola Besuschio, una del nucleo originario delle Brigate Rosse che era stata arrestata qualche mese dopo per altri fatti. Ma nel 1979 Alessandrini venne ucciso e l'inchiesta si arenò».

In mezzo a tanti pentimenti, non si è mai saputo chi facesse parte del commando?
«Zero. Io però ho una convinzione precisa ed è che quello che mi interrogava e mi ha sparato non fosse un brigatista, ma un criminale comune. Di politica non capiva quasi niente, ma sparava benissimo. Era un orecchiante, faceva domande una più sbagliata dell'altra».

Che domande le faceva?
«Più che farmi domande in realtà mi lanciava delle accuse. Se doveva essere un processo, era più una requisitoria che un'istruttoria. L'unica cosa giusta che mi contestò era che come capogruppo della Dc a Palazzo Marino mi ero opposto a intitolare una scuola di via Cagliero a Roberto Franceschi, lo studente ucciso dalla polizia davanti alla Bocconi, perché non mi sembrava il caso di dedicare una scuola a uno che lanciava le molotov. A un certo punto mi resi conto che mi confondeva persino con un altro De Carolis, un deputato umbro che di nome faceva Giancarlo. Non poteva essere un brigatista vero, loro questi sbagli non li facevano».

Erano mascherati o a volto scoperto?
«A volto scoperto, tutti. Solo la Besuschio era truccatissima, aveva tutto un cerone addosso e una parrucca bionda. Molti anni dopo la incontrai in consiglio comunale, era molto cambiata, in pelliccia di visone. Io le dissi: signora, lei è molto diversa dall'ultima volta che ci siamo incontrati. E lei: ma no, cosa dice, non ci siamo mai visti prima. Ma non credo proprio che Alessandrini parlasse a vanvera».

E gli altri del commando?
«Mai saputo niente. Quello che mi interrogava e poi mi ha sparato me lo ricordo perfettamente ancora adesso e se lo incontrassi domattina per strada lo riconoscerei senza fatica. Ma può darsi che sia morto, perché era un po' più anziano di me».

Dopo la requisitoria, lessero la sentenza?
«No, si limitarono a lasciare il volantino con la rivendicazione, perché evidentemente la decisione era stata presa già prima di processarmi».

Ebbe paura che la ammazzassero?
«Ne ero assolutamente convinto, perché mi misero in piedi davanti al muro. Quando mi spararono alle gambe fui molto contento».

Il ritrovamento del materiale al Policlinico può fare nuova luce su quegli anni?
«Non c'è niente da capire. Non credo alle dietrologie, ai grandi vecchi, ai servizi segreti. Le Br sono un mistero solo per chi vuole negare la realtà che è quella di una militanza armata dell'ultrasinistra che colpiva i nemici del popolo nella speranza di creare una sollevazione».

Il Vaticano conferma. Ecco il piano di Pio XII per sfuggire a Hitler

Matteo Sacchi - Sab, 09/07/2016 - 09:16

Il pontefice, per evitare il rapimento, avrebbe dovuto nascondersi nella Torre dei Venti



Nell'inverno tra il 1943 e il 1944 Roma era una città aperta ma de facto sotto il controllo della Wehrmacht.

E gli occupanti nazisti si stavano seriamente chiedendo cosa fare del Papa, tanto più che gli alleati si stavano avvicinando rapidamente. Iniziarono a circolare piani per il rapimento del pontefice, la così detta operazione Rabat (nota in tedesco anche come Aktion Papst). I dettagli di questa operazione (ma forse di azione se ne pianificò più d'una) non sono mai stati chiariti del tutto.

Nel corso del tempo, soprattutto grazie alla testimonianza del generale tedesco delle SS Karl Wolff, se ne sono delineate le linee generali. Durante il processo di Norimberga disse che Hitler stava già pensando di rapire il papa nel settembre del '43. Secondo altri storici, l'idea di partenza non fu nemmeno di Hitler, bensì di Léon Degrelle. Capo dei nazisti belgi, aveva fondato il movimento rexista che fondeva l'antisemitismo a un cattolicesimo di facciata.

A inizio '44, Degrelle mise a punto il progetto di rapire Pio XII per deportarlo in Germania e magari costringerlo a firmare un'enciclica filo nazista. Il piano fu presentato a Hitler: agenti delle SS avrebbero dovuto travestirsi da sionisti e partigiani per sequestrare Pacelli. Dopo di che, la Wehrmacht avrebbe compiuto un «salvataggio» per portarlo in Germania.

A una operazione molto simile lavorarono probabilmente Karl Wolff, generale delle SS, e il generale Wilhelm Burgdorf. Pare che le prime esercitazioni dei rapitori fossero in corso nei dintorni del castello di Bracciano quando la loro presenza venne notata e forse il Vaticano, nella persona di monsignor Montini (ovvero il futuro papa Paolo VI), fu informato. Sino a qui quanto si sapeva sino a oggi, una sciarada che per altro alcuni storici, come Owen Chadwick (1916-2015), hanno contestato.

Ora però L'Osservatore Romano ha pubblicato, mercoledì, uno scritto inedito che consente di fare luce sulla vicenda e lascia capire che certamente il Vaticano fosse al corrente del piano. Convinto della sua pericolosità, prese le sue contromisure. Il testo è stato recuperato tra le carte di Antonio Nogara (1918-2014) unico figlio di Bartolomeo, che fu direttore dei Musei vaticani dal 1920 sino alla morte, nel 1954. Nogara racconta che in una fredda notte tra il gennaio e il febbraio del 1944 suo padre ricevette una visita notturna di monsignor Montini.

Subito dopo i due uscirono frettolosamente. Perché? Nogara lo apprese il pomeriggio seguente. «Mio padre ci svelò che l'ambasciatore del Regno Unito Sir Francis d'Arcy Osborne e l'Incaricato d'affari degli Stati Uniti Harold Tittmann avevano congiuntamente avvertito monsignor Montini di aver avuto notizia, da parte dei rispettivi servizi militari d'informazione, di un avanzato piano tedesco per la cattura e la deportazione del Santo Padre con il pretesto di porlo in sicurezza sotto l'alta protezione del Führer». I due diplomatici assicurarono la disponibilità degli alleati a intervenire in soccorso del Pontefice, se necessario anche con un aviolancio di truppe.

Fu così che Montini e Nogara Senior si affrettarono a cercare un luogo adatto per nascondere Sua santità. Dopo affannose ricerche, dalla Galleria lapidaria alla Biblioteca vaticana, localizzarono il luogo adatto: la Torre dei Venti. Le sue molte stanzette erano perfette.

Giorni dopo il pericolo sembrava rientrato. Nogara confidò al figlio che: «Il piano di Hitler era già da tempo noto a conoscenza del Vaticano, che era stato allertato da riservate indiscrezioni tedesche di persone ostili al piano in questione». Erano stati probabilmente gli stessi diplomatici tedeschi a Roma a convincere Hitler a non giocare questa carta. Non ebbe poi la possibilità di ripensarci perché l'avanzata degli alleati, ormai inarrestabile, liberò la città tra il 4 e il 5 giugno del 1944. La lunga testimonianza di prima mano di Nogara, però, conferma in maniera definitiva che il piano tedesco esisteva. Almeno secondo Montini e la Santa sede.

La Wehrmacht segreta in centinaia di foto

Matteo Sacchi - Dom, 10/04/2016 - 06:00



La loro divisa nel classico colore «feldgrau» (grigioverde) è diventata iconica, esattamente come l'elmetto M 35 che ognuno di noi ha imparato a conoscere da decine e decine di film sulla Seconda guerra mondiale.

La loro efficienza in battaglia, nata da un addestramento ferreo e scientifico, è diventata leggendaria. Perché un conto è formare delle forze speciali, un altro è ottenere una fanteria di leva con caratteristiche di altissima efficacia diffuse in quasi tutti i reparti. Tanto più che verso la fine delle ostilità la Germania schierava al fronte quasi 5 milioni e 500mila uomini (nonostante le perdite subite in precedenza). Stiamo ovviamente parlando dei fanti della Wehrmacht, i determinatissimi soldati tedeschi che per tenere fede al loro giuramento di «incondizionata obbedienza al Führer del Reich e del Popolo tedesco» diedero la vita in massa (2 milioni e 960mila morirono in combattimento, 1 milione e 400mila furono dichiarati dispersi).

Le caratteristiche della Wehrmacht sono state molto studiate. Prima dagli strateghi alleati che dopo il conflitto hanno pescato dalle attrezzature e dalle tecniche di addestramento teutoniche, poi dagli storici che si sono molto concentrati sul concetto di blitzkrieg. La vita e l'attrezzatura del singolo soldato è stata però meno studiata, restando relegata in testi per specialisti, dove domina il gusto del cimelio.

Il saggio La fanteria tedesca nella Seconda guerra mondiale di Alfred Buchner ora pubblicato in Italia dall'associazione culturale Italia storica (pagg. 544, euro 54, per acquistarlo contattare ars_italia@hotmail.com o le librerie: Spazio Ritter, Libreria Militare -Milano- o Libreria Europa e Libreria Ares -Roma). Il volume, a cura di Andrea Lombardi, è dotato di un apparato di immagini straordinario e consente di studiare la vita e le attrezzature dei soldati tedeschi in ogni dettaglio.

Tra i documenti eccezionali ci sono gli stralci dei manuali che venivano distribuiti alla truppa. Giusto per fare un esempio, i fanti tedeschi si trovarono ben presto, soprattutto sul fronte orientale, a dover affrontare preponderanti forze corazzate nemiche. Spesso si doveva ricorrere a forme di difesa improvvisate. L'esercito tedesco si dimostrò incredibilmente duttile. Non appena sul fronte vennero modificate le bombe a mano (il tradizionale «schiacciapatate») o si capì il modo più semplice per incendiare i carri russi, la Wehrmacht raccolse queste tecniche spontanee e le trasformò in manualetti per la truppa.

Nel frattempo venivano sviluppate armi semplici da usare ma enormemente innovative come il panzerfaust (il padre di tutti i moderni lanciarazzi). Anche in questo caso le istruzioni necessarie al soldato vennero trasformate in semplici vignette, che per rendere tutto più comprensibile giocavano sulla rima: «Se un carro arrivando rumoreggia/ tu il panzerfaust padroneggia (...) Quando hai colpito la zucca devi ripararti/ se un tocco di carro nelle cervella non vuoi beccarti».

Interessanti anche le fotografie dedicate ai reparti in addestramento che fanno chiaramente capire la meticolosità (mai ottusa) con cui venivano addestrate le unità con un metodo che aveva al centro un semplice motto: «Il vostro sudore di oggi risparmierà il sangue domani». Sono completamente inedite molte delle foto relative ai reparti non di prima linea e all'oggettistica meno eroica che spesso nei film non si vede. Splendide le pagine dedicate al servizio di cucina. L'esercito fu capace di adattarsi a quasi ogni condizione fornendo ai reggimenti se non un buon rancio almeno quanto bastava a continuare a combattere.

Furieri e cuochi fecero miracoli con le cucine da campo e questo in molti casi contò quanto le strategie dei generali. Difficilmente la compagnia panettieri o il plotone macellai si è guadagnato delle medaglie ma ha tenuto in piedi intere divisioni. Lo stesso va detto anche per la compagnia veterinaria di ogni divisione. Accecati dalla fama dei carri armati tedeschi, come il panzer VI Tiger, ci si dimentica che l'esercito tedesco restò sino alla fine della guerra un esercito essenzialmente ippotrainato. Quanto alle attrezzature il lettore attento potrà vedere oggetti stupefacenti come le mine antiuomo in vetro (per non farle scoprire ai metal detector) o le stranissime bombe con alette (panzerwurfmine) che furono un subito abortito progetto di arma anticarro da tirare a mano.

Alla fine del libro, dove le parti più tecniche si possono anche saltare, vi sembrerà di conoscere da vicino quei ragazzi che morirono per un ideale sbagliato. E senza alcun revisionismo potrete condividere una frase del generale inglese Alexander: «I soldati tedeschi combatterono dovunque coraggiosamente e tenacemente. Conservarono fino alla fine i loro elevati standard militari».

Il custode di tutti i conflitti veglia 455 milioni di morti

Stefano Lorenzetto - Dom, 15/02/2015 - 09:25

Un museo unico al mondo: dal pilo del centurione che trafisse il costato a Gesù alla divisa del generale Cadorna. "Cos'è la guerra? Una tentazione continua"



Si può vivere inseguiti da 81 milioni di morti (stima per difetto), tanti ne provocarono i due conflitti mondiali del Novecento? Anzi, da 455 milioni, tanti ne ha conteggiati lo studioso americano Matthew White esaminando le 100 peggiori atrocità della storia? Questo fa ogni giorno Camillo Zadra, provveditore del Museo storico italiano della guerra ospitato nel Castello di Rovereto. «Mi è arrivata oggi da Jeannie Cannistrà Battin, abitante a Franklin, nel Tennessee», apre un plico.

«Sono 14 missive che suo padre, Giuseppe Cannistrà, originario di Lipari, fatto prigioniero dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943, spedì ai familiari: “Non state con pensiero se non ricevete miei notizii...”». Provengono dallo Stammlager 17° A, gemello del 17° B, «l'inferno dei vivi», che ispirò al regista Billy Wilder il film Stalag 17. «Scrive la signora: “È molto difficile separarmi da queste lettere”. La capisco. Ha voluto che fossero custodite qui per sempre».

Il museo, unico al mondo, esiste dal 1921. Avrebbe dovuto occuparsi soltanto della Grande guerra da poco conclusasi. Invece dal 1924, per statuto, ha cominciato a raccogliere tutto ciò che riguarda la più insensata delle attività umane: strumenti contundenti del Neolitico e dell'Età del bronzo; un pilo, la lancia della fanteria romana, datato fra il III secolo a.C. e il I d.C., dunque uguale a quello con cui il centurione Longino trafisse il costato di Gesù crocifisso; un mortaio da 30,5 centimetri, vanto dell'esercito austroungarico, e altri 37 pezzi d'artiglieria; 10.000 fra armi bianche e da fuoco di tutte le epoche, fra cui decine di fucili e mitragliatrici; 160 divise degli eserciti d'ogni nazione, compresa

quella del generale Luigi Cadorna, e una camicia rossa garibaldina che sembra appena uscita dalla sartoria; 12 veicoli militari; due aerei, un Fairchild e un Nieuport 10, con le resistenze elettriche che riscaldavano le orecchie e i piedi del pilota; un carrarmato M43; un'autoblindo canadese; persino un'intera sala di ceramiche che narrano le vicende belliche del Risorgimento, celebrandone i protagonisti (Napoleone III, Francesco Giuseppe I, Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, Mazzini), e un rifugio antiaereo.

E oltre 70.000 immagini catalogate («quella del '15-'18 fu la prima guerra fotografata in ogni suo aspetto»), manifesti di propaganda, avvisi d'ordine (gli odiosi Befehl asburgici e nazisti), giornali, epistolari, oggetti d'uso quotidiano. Un campionario che abbraccia, con le due guerre mondiali, anche le tre guerre d'indipendenza, la guerra italo-turca, le campagne per la conquista della Libia, la guerra d'Etiopia, la guerra civile spagnola, la campagna dell'Africa orientale italiana, arrivando a coprire la crisi di Suez, la guerra di Corea, la guerra del Vietnam, i conflitti nel Corno d'Africa.

«Questo è il luogo dove cittadini e collezionisti sentono di poter depositare le loro memorie private perché diventino parte di una memoria pubblica», dice Zadra, 64 anni, già docente di lettere nella scuola media. «Senza queste testimonianze, che rendono conto di una storia più grande, non potremmo mai capire che cos'è accaduto». Un po' è dispiaciuto, il provveditore del museo, d'aver dovuto abbandonare l'insegnamento. Con spirito da civil servant, l'ha presa come una missione: «I soci sono 300, ognuno paga 40 euro di quota annua, presidente e consiglieri non percepiscono né emolumenti né rimborsi».

Quando nel 1996 il Comune di Rovereto gli consegnò le chiavi del castello, dove lo sguardo spazia dal monte Baldo al gruppo del Bondone, non pensava di arrivare a celebrare il centenario della Grande guerra. «Fra il 1914 e il 1918 si consuma un rivolgimento sociale senza precedenti nella storia dell'umanità. Nelle fabbriche le donne prendono il posto degli uomini mandati al fronte. I giovani adibiti ai lavori militari sono pagati in moneta sonante e per la prima volta non devono più dipendere dai padri. Si spezzano le relazioni familiari. Attecchiscono costumi sessuali impensabili per quell'epoca. Nasce l'inflazione come fenomeno permanente: in Francia, Gran Bretagna e Russia i prezzi raddoppiarono, in Austria, Germania e Ungheria quintuplicarono».

Il ricordo dell'«inutile strage», come ebbe a definirla Benedetto XV nel 1917, è tuttora vivo fra le genti del Trentino, se non altro perché da questo castello per 35 anni, fino al 1960, ogni sera alle 20.30 si sono sparsi per la Vallagarina i 100 rintocchi della Maria Dolens, fusa nel 1924 con il bronzo dei cannoni offerti dalle nazioni coinvolte nel bagno di sangue. Oggi la campana dei caduti fa ancora udire la propria voce dal colle dietro il maniero, vicino all'Ossario di Castel Dante, dove con le spoglie degli irredentisti Fabio Filzi e Damiano Chiesa, fatti impiccare da Cecco Beppe, riposano i resti di 11.500 soldati italiani e di altri 8.500 delle più diverse nazionalità: austriaci, ungheresi, serbi, cechi.

Che cosa guida la gente al Museo storico della guerra?
«Uno sguardo compassionevole, il desiderio di toccare con mano quanto patirono i soldati nelle trincee. Ciò vale soprattutto per quelli caduti dal 1914 al 1918, ben 650.000 di nazionalità italiana, di cui 400.000 in combattimento, 100.000 in prigionia, i rimanenti per malattie e denutrizione. Il visitatore cerca risposta a una domanda: come fu possibile che 10 milioni d'individui si siano massacrati fra di loro?».

Perché fu definita la Grande guerra?
«Per le dimensioni planetarie: 28 nazioni coinvolte e 67 milioni di militari mobilitati. Per l'ampiezza dei fronti di battaglia. Per le sofferenze arrecate alla popolazione civile. Lei pensi che la sola Germania ebbe 600.000 morti per fame».

A Valdobbiadene, nel Trevigiano, una lapide riporta questa contabilità: «Cittadini uccisi dai proiettili n. 51. Cittadini morti per fame n. 484».
«Mia madre, suddita austroungarica, era nata nel 1904, viveva a San Michele all'Adige, e mi raccontava di come persino i contadini, espropriati di tutto dalle truppe in marcia verso il fronte, fossero ridotti all'inedia. Alla fine del conflitto, un soldato austriaco pesava mediamente 10 chili in meno di quello italiano».

L'esercito di Vienna era considerato il più efficiente al mondo. Com'è che perse la guerra?
«Perché fu la prima di tipo industriale. Poteva vincerla solo chi fabbricava più armi e coltivava più frumento. La guerra ha questo di paradossale: immobilizza milioni di uomini, i quali, anziché produrre, dissipano e distruggono, epperò hanno bisogno di mangiare di più e meglio. L'intervento degli Stati Uniti fece la differenza. Il primo anno fu micidiale per gli Imperi centrali isolati dal blocco commerciale, che si trovarono a doversi misurare su tre fronti: russo, serbo e italiano. Solo fra agosto e dicembre del 1914 persero, fra morti, prigionieri e feriti, 1 milione di uomini».

Vi furono lutti nella sua famiglia?
«Non esiste famiglia che non sia stata toccata dalla catastrofe. Un mio zio fu ucciso in Galizia: è sepolto in Polonia. Un altro sul Col di Lana. Vennero arruolati con la divisa austriaca fra i 55.000 e i 60.000 trentini. Il 20 per cento di essi non tornò a casa».

La mitragliatrice fece la differenza.
«L'Italia entrò in guerra nel 1915 con poche centinaia di mitragliatrici Perino, che per funzionare avevano bisogno di tre uomini: uno portava l'arma, uno l'affusto e i nastri con i proiettili, uno il bidone d'acqua per raffreddare la canna. E ne uscì con la pistola mitragliatrice Villar Perosa, arma automatica leggera individuale, raffreddata ad aria. Nella guerra di trincea, la mitragliatrice fu la regina della terra di nessuno. Sparava 400 colpi al minuto contro reparti che andavano all'assalto con la baionetta».

E poi furono impiegati i gas letali.
«Dall'iprite al fosgene».

Sull'Isonzo gli austroungarici usarono le mazze chiodate per finire i soldati italiani tramortiti, sfondandogli il cranio. I nostri ricambiarono nella battaglia della Bainsizza, utilizzando i gas all'alba, per cogliere nel sonno i nemici sprovvisti di maschere.
«Le mazze che ha visto nelle teche del museo erano uno strumento di morte terribile, ma assai poco maneggevole. Avevano più una funzione intimidatoria, venivano fornite alla truppa per rafforzarne lo spirito aggressivo».

Ma esiste un'etica della guerra che metta al bando i gas e le mazze chiodate? O non è piuttosto la guerra una sospensione di qualsiasi etica?
«È una domanda che intimorisce. Quando un soldato piomba nella trincea nemica con un carico di adrenalina spropositato, dopo aver corso fino allo spasimo sotto il tiro delle mitragliatrici, perdendo un litro d'acqua in sudore e stress, gli si può chiedere il controllo dei nervi, il sangue freddo, l'etica? Gli arditi non facevano prigionieri, li addestravano per quello. Davanti al nemico che alzava le mani in segno di resa era più facile che si fermasse un contadino. Fino a che non comparve il lanciafiamme».

Peggio dei gas.
«Lo usarono tutti nelle trincee. Per ripulirle, lo metta fra virgolette. Fu l'arma indiscriminata più detestata dai soldati».

Non vedo differenza dall'individuare i nemici anche di notte con droni telecomandati e raggi infrarossi, per poi annientarli mediante i puntatori laser, manovrati da soldati comodamente seduti davanti a una console distante migliaia di chilometri. Se vuole, le mando un filmato.
«Vivo tutti i giorni dentro una guerra rappresentata, ma non riesco a vedere un'uccisione neppure nelle fiction. Definire guerra un simile genere di attacchi rivela tutta la fragilità della parola. Anche l'artiglieria sparava da 10 chilometri di distanza, colpiva senza vedere. Però quella era ancora una guerra combattuta fra eserciti. Oggi non esistono più le uniformi. Ci sono solo formazioni militari super armate non identificabili. E spesso un civile è anche un combattente».

Europei arruolati nell'Isis, guerriglia negli stadi, accoltellamenti fuori dalle discoteche. La sparo grossa: forse ai giovani manca l'esperienza della guerra che segnò tutte le generazioni precedenti alla loro?
«Chi ha una famiglia, una casa e un lavoro non è affascinato dalla guerra».
S'è mai commosso davanti a queste vetrine? «Ahimè sì. L'ultima volta m'è capitato sfogliando il memoriale che ricorda Ugo Marcangeli, originario di Priverno, provincia di Latina, arruolato a 17 anni e caduto quattro mesi dopo essere arrivato a Col dei Grassi, sul monte Grappa. Il padre, un professionista appassionato di fotografia, incollò tutte le immagini del figlio, dalla culla fino all'uccisione. È un album enorme, alto 20 centimetri, che si chiude con la foto della mamma accasciata sopra la tomba. Straziante».

Che senso ha avuto far scorrere tanto sangue per la difesa di confini che il trattato di Schengen ha abolito?
«Mettiamola al contrario: forse è stata la Grande guerra a farci arrivare agli accordi di Schengen. Esistono ancora confini linguistici, religiosi, persino alimentari. In Trentino lei non vede tutti i crocifissi con i simboli della Passione che trova a ogni crocevia in Alto Adige, eppure la fede cattolica della gente è identica. A Rovereto si fa il pane con la farina di frumento, a Bolzano con la segale. È l'ideologia costruita attorno a questi confini, il nazionalismo, ad aver provocato milioni di morti. Un atteggiamento infantile, la rappresentazione narcisistica di se stessi come superiori a tutti. Invece dovremmo imparare a non sorprenderci che gli altri siano diversi da noi, diventare curiosi del loro modo di vivere. Studiare le guerre serve a questo: a capire ciò che non vogliamo essere».

Perché da 70 anni in Europa non si combatte più una guerra?
«Mi chieda piuttosto: perché dopo la prima ci fu la seconda? È la seconda ad aver replicato all'ennesima potenza gli effetti della prima, 50 milioni di morti, e a far capire, con l'utilizzo della bomba atomica, come sarebbe stata la terza».

Ma lei teme che possa scoppiare la terza?
«Sì. Perché la guerra in Irak e in Siria, o quella fra Russia e Ucraina, non riguardano l'Irak, la Siria, la Russia e l'Ucraina, bensì il mondo».

«La guerra è una follia, il suo piano di sviluppo è la distruzione», ha detto Papa Francesco al sacrario di Redipuglia.
«Le guerre le proclamano i governi, non i soldati. Noi passiamo la vita a controllare i nostri istinti peggiori. Le istituzioni, anche le più imperfette, sono il prodotto di questo massimo sforzo collettivo».

Allora che cos'è la guerra?
«Una tentazione continua».