lunedì 11 luglio 2016

Kim Dot Com ci prova ancora: Megaupload tornerà nel 2017

La Stampa
marco tonelli

La versione 2.0 del portale attraverso il quale era possibile scaricare e caricare canzoni e film tornerà con 100 GB gratuiti di spazio di archiviazione. Gli utenti del servizio chiuso nel 2012 potranno accedere con gli stessi dati e file salvati nel vecchio portale



Kim Dot Com ci riprova: Megaupload tornerà il 20 gennaio 2017. Il portale attraverso il quale era possibile scaricare e caricare canzoni, film e file di ogni tipo, sarà di nuovo online con «100 GB gratuiti nel cloud, cifratura in tempo reale, sincronizzazione di tutti i tuoi dispositivi e nessun limite di trasferimento dati», ha dichiarato lo stesso Kim Schmitz in un tweet postato ieri, domenica 10 luglio. 

Per i 100 milioni di utenti che erano già registrati nel sito originario (chiuso il 20 gennaio 2012) ci sarà la possibilità di effettuare l’accesso con i vecchi dati e allo stesso tempo di avere accesso agli stessi file condivisi sul portale. La possibilità di accedere sarà comunicata con una mail. Kim dot com ha anche richiamato in servizio tutti i responsabili e i collaboratori di Megaupload: «Nei prossimi mesi ci saranno anche nuovi annunci per tutti i partner che hanno lavorato al progetto», ha scritto in un altro tweet l’imprenditore e programmatore tedesco. Infine, in attesa del ritorno ufficiale, per tutti coloro che twittano con l’hashtag #megaupload, ci sarà la possibilità di provare i servizi offerti prima del lancio ufficiale. 

Insomma, Kim Dot Com non si arrende. Nel 2015, l’imprenditore, che vive in Nuova Zelanda, si era già opposto con un appello all’estradizione negli Stati Uniti per violazione del copyright e riciclaggio proprio per il portale fondato nel 2005. Mentre per quanto riguarda Mega, un altro servizio di immagazzinamento online fondato nel 2013, lo scorso anno l’imprenditore tedesco aveva messo in dubbio la sicurezza dei dati salvati sul portale. I motivi? La scalata societaria dell’investitore cinese Jim Liu e il sequestro da parte delle autorità neozelandesi delle azioni di proprietà dell’ex moglie dello stesso Schmitz. 

Gli antisionisti, i complottisti, i filo-Hamas. Le star della politica mediorientale grillina

La Stampa
jacopo iacoboni

Da Di Stefano a Sibilia, da Bernini a Vignaroli. Partendo dal leader “Dibba”



Nel luglio del 2013, all’epoca della prima visita in Israele di una delegazione M5S, il neoeletto deputato del Movimento Manlio Di Stefano postò su facebook una suggestiva foto e, sotto, il commento: «Buongiorno Palestina». La foto però era Gerusalemme, non Ramallah.

Naturalmente quella missione fu assai diversa da quella di oggi; era una delegazione di neodeputati senza pressioni, quasi increduli di esser lì, anche allora c’era Manlio Di Stefano, e poi Stefano Vignaroli, Paola Carinelli e Maria Edera Spadoni. Quel viaggio segna un punto di partenza di una storia che in questi tre anni ha avuto diversi apici, la storia dei terzomondismi e della geopolitica mediorientale più spensierata che l’Italia recente ricordi.

Nel Movimento cinque stelle, da molto prima dell’ascesa di Luigi Di Maio a candidato premier in pectore - con le conseguenti svolte sull’euro, sull’uso dei soldi, sulla tv, forse sul doppio mandato -, la politica estera è stata da sempre appaltata al gemello-rivale di Di Maio, Alessandro Di Battista, insediato nella commissione eteri, e a una cordata di parlamentari che non si sono fatti mancare ogni genere di spericolatezza verbale delle posizioni. Israele è spesso stato un loro bersaglio, ma si sono udite uscite scivolosissime sull’Isis, virtuosismi linguistici sull’Iraq, frasi non adeguatamente pesate su Hamas. 

Ogni viaggio è stato sempre al limite dell’incidente diplomatico, o ha tessuto relazioni che andranno indagate meglio (come la partecipazione recentissima, sempre di Di Stefano, al congresso di Putin a Mosca). Occasioni esterne, come una visita del Dalai Lama alla Camera, si sono tramutate in spunti teatrali per mostrarsi rivoluzionari: come quando, intrufolatosi con Alessio Villarosa al cospetto del leader tibetano, che smozzicò una frase sulla corruzione in Cina, Di Battista gli fece: «È lo stesso in Italia. Stiamo combattendo la stessa battaglia che fate voi». In favor di telecamera.

Di Battista, che in un ipotetico governo cinque stelle sarà il candidato alla Farnesina, conquistò i riflettori per un ragionamento di questo tenore sull’Isis: «Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana». Il terrorismo, scrisse sul blog di Grillo, resta «la sola arma violenta rimasta a chi si ribella».

Paolo Bernini, deputato noto per le prese di posizione contro le scie chimiche, disse al Corriere: «Io sono antisionista. Per me il sionismo è una piaga». Vignaroli comunicò: «Eccomi a Gerusalemme, città della pace dove l’uomo occupa, separa, violenta». La critica ai governi israeliani è scivolata, insomma, molto spesso in zone sdrucciolevoli. Nel luglio 2014 sempre Di Stefano e Sibilia presentarono un’interrogazione per chiedere l’interruzione delle commesse militari con Israele. Il primo dei due scrisse, sul blog di Grillo, un passaparola che spiega il conflitto israelo-palestinese attribuendolo tout court al sionismo:

«Comprendere a fondo il conflitto israelo-palestinese significa spingersi indietro fino al 1880 circa quando, nell’Europa centrale e orientale, si espandevano le radici del sionismo». E sul sionismo Bernini assurse a vette complottiste: «L’11 settembre? Pianificato dalla Cia americana e dal Mossad aiutati dal mondo sionista», disse alla Camera. A chi di recente gli chiedeva se Hamas per lui è terrorista o no, Di Stefano ha risposto: «È una questione secondaria, in questo contesto. I militanti di Hamas dicono: preferiamo morire lottando che continuare a vivere in una gabbia. Per definirli come terroristi o meno dovremmo vederli in una situazione di libertà. Cosa che in questo momento non hanno».

Già nel 2014 i cinque stelle formularono varie proposte di interruzione dei rapporti commerciali fra Italia e Israele. Ieri si sono limitati a dire che «non facciamo accordi sui prodotti che vengono dalle colonie israeliane dei Territori». Luigi Di Maio pare assai distante da tutto questo, ma allora la visita è stata organizzata un po’ alla svelta, e qualcuno nel Movimento, con quei compagni di viaggio, gli ha teso uno sgambetto, lungo la via dell’accreditamento in Israele.

La proposta dell’Ue: “Diritti e doveri anche per i robot”

La Stampa
dario marchetti

La legge della deputata Mady Delvaux doterebbe gli automi di piena responsabilità in caso di danni a cose e persone. Superando i tre principi fondamentali di Asimov



Dalle leggi di Asimov alla legge di Delvaux: come quella presentata al Parlamento Europeo dall’omonima deputata socialista del Lussemburgo per dotare i robot di una serie di diritti e doveri molto simili a quelli di un essere umano. La proposta punta alla creazione di una carta d’identità elettronica, la nascita di un’agenzia europea che vigili sull’operato delle macchine e una responsabilità legale per i danni a cose e persone che i robot del futuro potrebbero causare.

«Dal Frankenstein di Mary Shelley al mito del Pigmalione, dal Golem di Praga al robot di Karel Capek (che ha coniato per primo la parola robot, ndr), le persone hanno sempre fantasticato sulla possibilità di creare macchine intelligenti e dalle fattezze umane», si legge nell’apertura del documento. E visto che tra il 2010 e il 2014 la vendita di robot è cresciuta mediamente del 17%, guidata soprattutto dal settore automotive, e che «esistono motivi di preoccupazione per la sicurezza delle persone», come dimostrato dal caso delle auto senza pilota, la Delvaux propone di donare agli automi una propria responsabilità: maggiore sarà la capacità di apprendimento del robot, minore sarà il coinvolgimento del proprietario umano, che dovrà comunque assicurarlo come fosse un’automobile.

Oltre alle classiche tre leggi di Asimov sulla robotica, le intelligenze artificiali dovranno anche rispondere a un complesso codice di condotta comunitario, che riguarderebbe anche gli utenti, i legislatori e soprattutto gli sviluppatori di queste nuove macchine. Per non parlare degli effetti che l’impiego massiccio dei robot al posto delle persone avrebbe in futuro sul welfare: la legge Delvaux propone un sistema di registrazione che consenta agli Stati di adeguare la tassazione e i contributi dovuti dalle aziende, aggiungendo che «bisognerebbe prendere seriamente in considerazione la possibilità di istituire un reddito di cittadinanza», per far fronte ai posti di lavoro che andranno persi nei prossimi dieci anni.

Una proposta accolta con non poca ironia in Rete e nel Parlamento, forse perché arrivata troppo in anticipo rispetto a una reale diffusione di automi capaci di apprendere e agire autonomamente. Ma con l’avanzata di auto senza pilota e intelligenze artificiali, l’era dei robot è solamente all’inizio. E la proposta Delvaux non è certo destinata all’oblio.

Bergamo: salta il processo, tutti liberi dopo il tentato furto in casa

Corriere della sera

di Maddalena Berbenni

Segnalazione alla Procura generale nei confronti del giudice che, per problemi di orario, ha lasciato l’aula e rimandato gli atti al sostituto procuratore

Il tribunale di Bergamo

Il giudice fa saltare il processo per problemi di orario, il pm è costretto a liberare i ladri appena arrestati dai carabinieri. È al centro di una segnalazione alla Procura generale l’udienza (mancata) di sabato 9 luglio, in tribunale a Bergamo. Sono le 12.15 quando il giudice Donatella Nava lascia l’aula e rimanda al sostituto procuratore Gianluigi Dettori gli atti relativi a tre arresti per un tentato furto in abitazione, la notte prima a Sovere, un’ora d’auto verso il lago d’Iseo.

In manette sono finiti tre rumeni incensurati: marito, moglie e presunto complice. Lei, che ha 30 anni e fa l’entreneuse in un night della Val Seriana, fa innamorare un operaio 51enne, la vittima, e fa da basista agli altri due per svaligiargli la cassaforte, nascosta nella stanza dei fumetti. Il colpo non riesce perché di mezzo ci si mette un vicino che avvista la coppia di ladri infilarsi nella casa del poveretto e chiama il 112.

Quando arrivano in tribunale alle 12.45, dopo una notte insonne e un’ora d’auto, però, i militari non trovano il giudice. C’è un provvedimento organizzativo sugli orari dei processi, il giudice si rifà a quello (anche se normalmente sarebbe valido solo da lunedì a venerdì). Con di mezzo la domenica, nessuno poteva celebrare il processo e i termini per la custodia cautelare sarebbero scaduti lunedì prima delle 8. Il pm è stato costretto così a liberare tutti con non poco disappunto (uno dei tre arrestati, fra l’altro, non ha fissa dimora in Italia). Tanto che nei confronti del giudice sarebbe già stata scritta e inoltrata la segnalazione.

11 luglio 2016 | 11:41

Cuba-Usa, la disputa sul destino di Guantanamo

repubblica.it
FEDERICO RAMPINI

Tanti i fronti aperti tra i due Paesi dopo 55 anni senza relazioni diplomatiche. Uno è quello della base militare americana sull'isola. E uno stretto collaboratore di Obama riconosce che la richiesta dell'Avana di recuperare l'area "ha fondamento giuridico"

Cuba-Usa, la disputa sul destino di Guantanamo

L'AVANA - "La richiesta cubana di recuperare Guantanamo? Ha fondamento giuridico". Lo ammette uno dei più stretti collaboratori di Barack Obama. Parla off- the- record, affronta il vasto contenzioso che i due governi devono affrontare dopo 55 anni senza relazioni diplomatiche. C'è un cumulo di arretrati da risolvere. Un pezzo di comunità cubano-americana spera di riavere le proprietà espropriate dalla rivoluzione castrista. "Su questo non possiamo niente - spiega - noi rappresentiamo interessi statunitensi, non chi era cittadino cubano all'epoca".

Tra i "legittimi interessi statunitensi" figurano grandi aziende Usa i cui averi furono nazionalizzati. Questo scoglio sarà appianato: "Le imprese Usa - spiega il consigliere di Obama - abbandonano ogni richiesta in cambio di un accesso al nuovo mercato che si apre".  Sul fronte opposto, la maggiore richiesta di Raul Castro riguarda gli indennizzi per i danni dell'embargo. Potenzialmente, decine di miliardi. Gli americani non vogliono cedere: "Il governo cubano parte dall'idea che l'embargo fu illegale, noi siamo convinti che abbia una solida base giuridica".

La sorpresa arriva su un'altra questione esplosiva. "La richiesta di recuperare Guantanamo - ammette l'alto diplomatico - ha una base giuridica". Un'affermazione "pericolosa" per le reazioni che può suscitare. La base militare Usa di Guantanamo è su una punta dell'isola. Ospita il supercarcere che Obama ha promesso di chiudere. Il Congresso repubblicano ha sempre bloccato i suoi piani.
Figurarsi restituirlo ai castristi. Ci sono altre opzioni: un affitto a caro prezzo o la trasformazione in parco naturale affidato a un organismo sovranazionale.

Ucciso 40 anni fa il magistrato Vittorio Occorsio: una vita spezzata, un’indagine interrotta

ilfattoquotidiano
di Mirco Dondi

Ucciso 40 anni fa il magistrato Vittorio Occorsio: una vita spezzata, un’indagine interrotta

Tra le più cruente immagini di agguati terroristici ci sono senz’altro le foto che ritraggono il magistrato Vittorio Occorsio, raggiunto da due raffiche di mitra sparategli dall’ordinovista nero Pier Luigi Concutelli. Il 10 luglio 1976 è un sabato, il magistrato quel giorno è privo di scorta, nonostante sia già stato bersaglio di minacce da parte dell’estremismo nero.

Una prima raffica colpisce la Fiat 125 special, dove viaggia Occorsio, sul parabrezza. Il magistrato è ancora vivo, apre lo sportello cercando di uscire, ma l’attentatore lo raggiunge nuovamente aprendo il fuoco una seconda volta. Quel corpo accartocciato nel tentativo di fuggire resta l’ultimo istante di vita che si è fissato nella memoria delle generazioni coeve.

Chi era Vittorio Occorsio? Era un magistrato romano di 47 anni e, nei processi legati alla strategia della tensione, aveva svolto la funzione di pubblico ministero. Cercava prove e colpevoli con grande onestà intellettuale. Nel 1967 era lui il Pm nel processo contro i giornalisti Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, accusati di avere rivelato le trame del minacciato colpo di Stato del luglio 1964 (piano Sifar). Occorsio, in una celebre requisitoria, chiese l’assoluzione argomentando che i due giornalisti avevano esercitato il loro diritto di cronaca e di critica (per inciso: la corte condannò Scalfari e Jannuzzi a 15 e 14 mesi per diffamazione aggravata).

Occorsio visse il suo momento professionale più delicato quando condusse dalla procura di Roma l’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, eseguita dalla cellula veneta degli estremisti neri di Ordine nuovo. Inizialmente Occorsio parve convinto sulle responsabilità degli anarchici e di Pietro Valpreda. Era una pista obbligata, dalle informazioni che passavano i servizi e dalla volontà politica. Occorsio ebbe però il coraggio di ricredersi e il 2 aprile 1972 in una intervista ad “Alternativa” dichiarò che quell’istruttoria “era tutta sbagliata”.

Cominciavano ad affiorare le tracce sulla pista nera dietro a Piazza Fontana, ma anche Occorsio stava raccogliendo importanti elementi avendo iniziato, nel 1971, un’indagine su Ordine nuovo per ricostituzione del partito fascista, culminata – a marzo di quell’anno – con un mandato di arresto nei confronti di Clemente Graziani, leader del movimento. Da questa inchiesta, Occorsio maturò la convinzione sulla pericolosità e sulla grave minaccia per le istituzioni democratiche che rappresentava Ordine nuovo.

Questa volta il tribunale accoglie le richieste del Pubblico ministero riconoscendo, in Ordine nuovo, il reato di riorganizzazione del disciolto partito fascista. Ne prende atto anche la politica e nonostante la condanna sia soltanto al primo grado, il governo, per volontà del ministro dell’Interno, il democristiano Paolo Emilio Taviani, impone lo scioglimento di Ordine nuovo. E’ per questa ragione, dirà Pier Luigi Concutelli, il killer di Occorsio, che il magistrato è stato ucciso, ma probabilmente questo non è il solo motivo.

Sei mesi dopo un’altra strage nera – quella contro il treno Italicus del 4 agosto 1974 – Occorsio segnala che, ad Arezzo, estremismo eversivo e Movimento sociale si identificano e si confondono. Siamo nella città di Licio Gelli e una traccia dell’attività eversiva della P2 è segnalata nel 1974 attorno agli attentati ai treni.

Nei mesi che hanno preceduto la sua uccisione, Occorsio stava indagando su Ordine nuovo, sui suoi legami con esponenti della massoneria deviata e con la criminalità interna e internazionale. Un riferimento alla loggia P2 – per la precisione loggia 2p – esce nell’aprile del ’76 su “L’Espresso” attorno a notizie ricevute da Occorsio che stava cercando di mappare il movimento massonico in Italia indirizzando precise richieste a tutte le questure.

Va ricordato, che le indagini sulla morte di Vittorio Occorsio furono ostacolate dai servizi segreti del tempo, soprattutto sulle richieste di informazioni legate alla loggia P2. Concutelli è condannato all’ergastolo con sentenza definitiva nel 1980 e nonostante si sia dichiarato esecutore e mandante, i giudici non hanno mai creduto a questo suo più alto ruolo. Per accertare il livello superiore dietro questa esecuzione, si apre un iter particolarmente tortuoso, il processo Occorsio bis, che termina soltanto dopo 14 anni, nel 1990. Dal punto di vista giudiziario però i mandanti non sono stati individuati.

La correttezza dell’indagine di Vittorio Occorsio – attorno ai legami tra malavita e neri – è rivelata dalle circostanze legate all’arresto di Concutelli (13 febbraio 1977). Infatti, nel suo covo, vengono rinvenuti 11 milioni di lire provenienti dal riscatto pagato per liberare Emanuela Trapani, rapita dal boss della mala milanese Renato Vallanzasca. Resta l’impressione che, l’uccisione di Occorsio, abbia posto fine anche alla sua inchiesta.

Adeste Fideles” a luglio nel paese dove Natale arriva d’estate

La Stampa
francesca zani

Nell’Ossola la tradizione risale a inizio ’600


La processione
La statua «dul Bambin» viene accompagna-ta dalle donne con indosso gli scialli ricamati con fiori


Renato Pozzetto lo diceva in uno spot pubblicitario: «Il Natale, quando arriva arriva». A Vagna, frazione collinare di Domodossola, è davvero così. E la tradizione risale a quattro secoli fa, ben prima insomma della tv. Quest’anno Gesù Bambino a Vagna è nato ieri. Ma perché nel 1600 in questo angolo di Ossola si prese a celebrare il Natale a luglio, con i prati in fiore e le temperature tipicamente estive? La risposta è semplice quanto disarmante: non era possibile riunire le famiglie in un altro periodo dell’anno. 

Questo particolare Natale, istituito all’inizio del ’600 dalla Confraternita del Nome di Gesù, ha radici ancora più antiche, legate a una storia di allevatori nomadi e di taglialegna, con migrazioni in giro per l’Europa che solo in estate permettevano di tornare a casa scavalcando le Alpi, operazione impossibile nei mesi invernali. Luglio era dunque l’unico periodo dell’anno in cui i padri ritrovavano le loro famiglie e la comunità si riuniva attorno alla chiesa. 

La «Festa dul Bambin», così viene chiamato il Natale qui a Vagna, inizia il sabato con il concerto di campane e i falò e prosegue la domenica (sempre la seconda di luglio) anche con le note natalizie inserite nella messa del mattino, da Tu scendi dalle stelle ad Adeste Fideles della corale Santa Cecilia.
L’evento negli ultimi anni è cresciuto anche come tradizione folcloristica, fino a raccogliere curiosi e visitatori da varie parti d’Italia, attratti dalla scadenza decisamente fuori stagione. Anche la chiesa di San Brizio (che custodisce una pregiata tela del Tanzio da Varallo) viene allestita con gli addobbi

tipici di fine dicembre: la celebrazione si conclude con i vespri e la processione della statua «dul Bambin», accompagnata dalle donne del gruppo Arsciol (traduzione di «formiche rosse») in fila e con indosso gli scialli ricamati con fiori. Queste donnine escono dalla parrocchiale con le «cavagnette» in testa, alberelli devozionali con monili e fiori presentati al pubblico solo nelle grandi occasioni. Lo spirito di comunità nella frazione è ancora molto forte e i fondi raccolti in questa occasione vengono sempre devoluti alla chiesa. 

«Negli anni, grazie ai soldi ricevuti, abbiamo restaurato le facciate esterne - dice orgoglioso Giacomo Ghivarelli, presidente del comitato organizzatore -. L’evento continua a crescere e tra i nostri obiettivi c’è la trasmissione di questo patrimonio culturale non scritto alle nuove generazioni, speriamo che i giovani portino sempre avanti questo appuntamento che ci rende unici». Unici ma con gusti comuni: ieri, terminate le cerimonie religiose, canti accompagnati dalle fisarmoniche ossolane e poi tutti davanti al maxi schermo allestito in piazza per la finale degli Europei di calcio.

Ecco perché Sophia è napoletana

Il Mattino
di ​Titta Fiore



Da sempre Sophia Loren è napoletana perché a Napoli la riportano i ricordi di un’infanzia struggente che spesso la fanno piangere. Sophia Loren è napoletana perché il suo cinema è partito da qui e qui si è affinato, qui i suoi gesti, il suo sorriso, la sua celebre falcata, sono diventati iconici, simboli di un immaginario collettivo, della cultura di un popolo. Da oggi Sophia Loren, nata per caso a Roma, cresciuta a Pozzuoli, è napoletana anche ufficialmente, cittadina onoraria con tanto di pergamena firmata dal sindaco de Magistris perché rappresenta nel mondo «il corpo, il cuore e la testa di Napoli».

Nel cortile del Maschio Angioino c’è aria di festa popolare, i cinquecento inviti messi a disposizione via web dal Comune sono andati esauriti in pochi minuti. Foto, selfie, bandierine distribuite all’ingresso, una gigantografia con il volto meraviglioso dell’attrice, rose rosse. Nell’aria le note di «Lazzarella», «‘O sole mio», la voce di Sophia che canta «Tu vuo’ fa’ l’americano» con morbida ironia. Affetto. Affetto vero per una diva planetaria che la gente sente vicina. Tutti dalla stessa parte, la Loren e la sua bella famiglia schierata sul palco, Dolce e Gabbana che l’hanno riportata «a casa», le istituzioni, il pubblico che le si assiepava intorno con rispetto.

«Queste giornate dovrebbero durare all’infinito», ha detto donna Sophia commossa. Ecco, l’obiettivo è proprio questo: far durare il più possibile, se non proprio all’infinito, il riverbero positivo di certe iniziative. Il weekend dell’alta moda voluto e organizzato tra i Decumani e il mare di Posillipo da D&G, in tal senso, segna uno spartiacque.