mercoledì 13 luglio 2016

D.B. Cooper, il dirottatore ricercato dall’Fbi da 45 anni. Caso archiviato e nessuna soluzione al mistero

Corriere della sera
di Guido Olimpio

È durata quasi mezzo secolo la caccia all’uomo che nel 1971 dirottò un aereo della Northwest Oriental Airline in viaggio da Portland a Seattle. Sparito nel nulla dopo essersi lanciato con un paracadute. Gli investigatori hanno deciso di archiviare il caso



All’Fbi hanno dei mastini. Agenti che seguono un caso per decenni e se vanno in pensione lo passano ad altri. E’ stato così per il mistero di D.B. Cooper, il misterioso dirottatore ricercato dal 1971. Ma alla fine si sono dovuti arrendere: le piste esplorate non hanno dato risultati ed ora il Bureau ha deciso di chiudere l’indagine su una vicenda che continua ad appassionare l’America. E non solo.
Il dirottamento
E’ il 24 novembre 1971, il 727 della Northwest Oriental Airline decolla da Portland diretto a Seattle, costa ovest degli USA. A bordo una quarantina di persone. Tra loro un uomo vestito di scuro, giacca e cravatta, ha comprato un biglietto usando dei contanti, ha detto di chiamarsi D.B. Cooper. Sembra tranquillo, si beve un bourbon, poi a metà del volo passa alla hostess un biglietto dove dice di avere una bomba e lo mostra l’interno di una valigetta: dentro dei fili elettrici legati a dei candelotti. Il “pirata” chiede che all’atterraggio gli consegnino 200 mila dollari in biglietti di piccolo taglio e 4 paracadute. Le autorità accettano. L’aereo atterra a Seattle, 36 passeggeri vengono rilasciati.
La fuga
Il 727 riparte, Cooper ordina al capitano di tenersi ad una quota più bassa e di puntare verso il Messico. Poi si ritira nella parte posteriore. Ad un certo punto del volo, quando il jet è sul fiume Lewis, zona sud ovest della stato di Washington, il comandante vede che si accende la spia che segnala l’apertura del portellone posteriore. E’ il dirottatore che l’ha attivata e si è lanciato nel buio mentre all’esterno c’erano condizioni meteo proibitive. Da quell’istante il misterioso uomo in nero svanisce. Lo cercheranno gli sceriffi, l’Fbi, avventurieri e appassionati di gialli. Una vicenda sempre aperta che avrà un rilancio nel 1980, quando un bimbo impegnato in un’escursione con la famiglia troverà 5800 dollari lungo la riva del fiume Columbia. I numeri delle banconote confermano che sono parte del riscatto. Un reperto che rafforza l’idea che Cooper possa essere morto.
Le tante piste
L’Fbi ha seguito molte tracce investigative, grazie anche a dozzine di segnalazioni. C’è chi ha sospettato che Cooper fosse un esperto di aviazione, magari un ex parà. In realtà gli inquirenti non ne sono mai stati convinti: il pirata, quando è stato il momento di lanciarsi, ha preso anche un finto paracadute come riserva. Un errore che uno specialista non avrebbe mai fatto. La Scientifica ha esaminato profili su profili, ha verificato il Dna (parziale) recuperato sul fermacravatta dell’intrigante passeggero con quello di persone finite nella rete dell’inchiesta. Tutto vano. Senza contare coloro che hanno indicato un proprio familiare come “il vero D.B.Cooper”. Alcuni presentavano dettagli che potevano avere un fondamento, altri erano solo dei mitomani. Uno studio, dopo aver analizzato il famoso fermacravatta, ha ipotizzato che il criminale avesse lavorato in un industria del metallo o in un’officina. Suggestioni che non hanno portato a nulla, ma certamente hanno tenuto vivo il mistero.

13 luglio 2016 (modifica il 13 luglio 2016 | 13:04)

Scalea, più di metà dei cittadini non paga le tasse

Corriere della sera

di Giulia Cimpanelli

Il nuovo sindaco alla Commissione Antimafia: «Situazione limite: trovato un buco di oltre 15 milioni e non esisteva neanche un censimento degli abitanti»

Gennaro Licursi, neo sindaco di Scalea (Cs)

«A Scalea il 50 per cento dei cittadini non paga le tasse e non sono ancora stati individuati»: a denunciare la situazione davanti alla commissione Antimafia è Gennaro Licursi, nuovo sindaco, con la lista civica Per la tua città, della cittadina calabrese in provincia di Cosenza. Che racconta di aver trovato, dopo il suo insediamento, una situazione al limite: «Ci sono zone che non sono nemmeno censite.

Ci troviamo difronte a un quadro paradossale, senza nemmeno un’anagrafica completa dei cittadini di Scalea». Non a caso il debito pubblico nel 2015, a detta del neo primo cittadino, è di circa 15 milioni di euro. «Erano molto di più, si è arrivati a questa cifra grazie al lavoro della commissione. Su 9 vigili urbani, 6 hanno la 104 per motivi familiari, negli uffici alcuni dirigenti sono stati licenziati o allontanati e usati anche in modo non utile. Gestire il grande afflusso di turisti in estate con poco personale non è facile».
Niente tasse né burocrazia
La triste realtà è confermata dal viceprefetto Salvatore Caccamo, già coordinatore della Commissione straordinaria per la gestione del comune di Scalea alla Commissione Antimafia che prosegue l’attività di approfondimento sulle amministrazioni locali sciolte per mafia e rinnovate alla passata tornata elettorale. «In sostanza la raccolta dei tributi non avveniva. I bilanci di previsione non erano mai stati approvati e il comune soffriva un deficit di 24 milioni che durante la gestione commissariale si è ridotta a 15 milioni». Nel luglio 2013 infatti un’operazione di polizia aveva decapitato le organizzazioni criminali locali e l’amministrazione comunale e lo scorso marzo il Comune era stato commissariato.

«Durante il periodo di commissariamento — continua — sono state prese misure di salvaguardia e di recupero dell’evasione fiscale; è stata creata una task force con le poche risorse umane dell’ufficio di ragioneria del comune di Scalea per affrontare la situazione nebulosa che si riscontrava all’interno dei vari settori. Abbiamo poi ricostruito l’anagrafe tributaria del comune, che era assolutamente inesistente: non esisteva una banca dati dei contribuenti». Dopo il «riordino», l’evidenza: «Mai erano state versate imposte al comune di Scalea, né tasse sui rifiuti, né le imposte sulla pubblicità né sull’acqua; la situazione era assolutamente caotica e nessuno dirigenti aveva mai sottoposto la questione agli organi competenti».

13 luglio 2016 (modifica il 13 luglio 2016 | 17:20)

Europa, cresce l’ostilità verso i migranti musulmani: gli italiani tra i più diffidenti

Corriere della sera

di Giuseppe Guastella

Una ricerca del Pew Center su dieci Paesi: il 60% degli italiani pensa che più rifugiati possano voler dire più terrorismo

Il salvataggio di un gruppo di migranti al largo della Libia (Reuters)

Un’Europa sempre più diffidente verso i rifugiati di religione musulmana e che, specie nei Paesi del Sud (a partire dall’Italia), teme che coloro che fuggono dalle guerre possano sottrarre lavoro ai residenti, non riescano o non vogliano integrarsi e possano andare ad ingrossare le fila della criminalità, se non addirittura del terrorismo integralista: è la fotografia scattata da una ricerca del Pew Center, l’organizzazione indipendente americana che tra il 4 aprile e il 12 maggio ha intervistato 11.494 persone in dieci Paesi, che complessivamente rappresentano l’80% della popolazione e l’82% del Pil dell’Ue.
Ungheria e Italia al top per «diffidenza»
Nonostante sia stata da sempre una delle destinazioni preferite dai migranti di tutto il mondo, l’Europa non sembra aver retto psicologicamente alle ultime ondate che l’hanno investita in modo drammatico negli ultimi anni principalmente a causa dei conflitti nel Medio Oriente. Seppure siano state nazioni tradizionalmente meno abituate all’immigrazione e più in difficoltà sul piano economico, come l’Italia, a subire l’impatto più forte con l’arrivo di migranti economici e rifugiati, l’atteggiamento negativo nei confronti dei musulmani è in crescita generalizzata.

E’ l’Ungheria il Paese in cui si registra il massimo indice di diffidenza (72%) per questa appartenenza religiosa seguita da Italia (69%), Polonia (66%), Grecia (65%) e Spagna (50%), ma negli altri Paesi coinvolti nella ricerca (Olanda, Svezia, Francia, Germania e Gran Bretagna) la percentuale resta sempre tra il 28 e il 35%. Forte anche la convinzione che i musulmani abbiano una scarsa propensione all’integrazione. In Germania ed in Italia, ad esempio, la pensano così il 61% degli intervistati, il top è raggiunto dalla Grecia (78%) e la media europa si attesta al 58%.
La paura per gli attentati
Gli europei temono che le ondate di rifugiati possano portare più attentati e ridurre il lavoro a disposizione. Gli attentati di Parigi e Bruxelles, la campagna dei partiti di estrema destra contro l’ingresso degli stranieri, spesso senza fare distinzione tra migranti economici e rifugiati, secondo il Pew Centre hanno consolidato questa convinzione. I I dati dicono che il 60% degli italiani pensa che più rifugiati possano voler dire più terrorismo attestandosi a metà classifica tra ungheresi (76%) e spagnoli (40%). Possono sottrarre lavoro? Sì per l’82% degli ungheresi, il 75% dei polacchi e il 65% degli italiani. In Germania, dove se la passano meglio di noi, lo crede appena il 31%.

12 luglio 2016 (modifica il 12 luglio 2016 | 00:14)

Colonia, violenze di Capodanno Metà aggressori arrivati nel 2015

Corriere della sera

di Elena Tebano

Conclusa l’inchiesta della polizia federale. Sono state 1200 in tutta la Germania le donne vittime di molestie sessuali durante i festeggiamenti per il nuovo anno da parte di gruppi di uomini, nel complesso circa duemila e quasi tutti stranieri. Pochissimi saranno puniti



Sono i numeri più di ogni altra cosa a dare la misura di quanto è successo durante il Capodanno tedesco 2016: 1.200 le donne vittime di aggressioni sessuali in strada in una sola notte in tutto il Paese — delle quali 650 a Colonia e 400 ad Amburgo —; 2.000 gli aggressori, che quasi sempre hanno agito in gruppo; 120 gli indagati, in maggioranza provenienti dal Nordafrica e almeno la metà arrivati in Germania nell’anno precedente. Soltanto quattro (sì, quattro) le condanne. È quanto emerge dal rapporto della Polizia federale anticipato ieri dal quotidiano Süddeutsche Zeitung, e dalle emittenti Ndr e Wdr. «Dobbiamo aspettarci che non riusciremo a individuare i responsabili di molti di questi reati» ha dichiarato il presidente della polizia federale Holger Münch.
La commissione d’inchiesta
Da quella notte la Germania non è più la stessa, scosso come mai il tradizionale senso di sicurezza nei luoghi pubblici che è una delle condizioni della libertà delle donne nel Paese. Uno choc che ha costretto la cancelliera Angela Merkel a tirare il freno sulla politica di accoglienza nei confronti dei rifugiati siriani. Intanto ci sono voluti sette mesi perché fossero resi noti i primi dati raccolti dalla commissione d’inchiesta «Silvester» («ultimo dell’anno») su quello che la polizia ha definito «un fenomeno criminale nuovo», gli attacchi di gruppo alle donne durante eventi di massa: a Capodanno sono stati in tutto 642 i reati puramente sessuali, per i quali sono stati indagati 47 sospetti; 239 quelli in cui le molestie sono state accompagnate da furti o borseggi e 73 i relativi indagati. Sono avvenuti, oltre che a Colonia e Amburgo, anche a Stoccarda e Düsseldorf tra le altre città.
«Violenze legate all’ondata migratoria»
Gli aggressori — è il dato che ha sconvolto l’Europa — sono quasi tutti stranieri, perlopiù nordafricani e circa la metà è arrivata in Germania da meno di 12 mesi: «C’è un legame tra l’emergere di questo fenomeno e l’ingente immigrazione del 2015» ha sintetizzato burocraticamente alla commissione d’inchiesta il presidente della polizia federale Münch. Secondo il quale inoltre «non ci sono prove» che le aggressioni siano state pianificate, contrariamente a quanto detto a caldo dal ministro della Giustizia Haiko Mass, che aveva parlato di «criminalità organizzata».

Il rapporto, lungo 50 pagine, deve essere ancora sottoposto ai Land (gli Stati federali) prima di essere pubblicato ufficialmente. Ma alcuni elementi sono già evidenti. Prima di tutto l’impreparazione della polizia: non solo non è riuscita a fermarlo, ma non ha neppure capito ciò che stava succedendo quella notte. E poi la difficoltà di perseguire le molestie di gruppo: Münch la ha attribuita a «ostacoli investigativi», perché non c’erano immagini chiare degli aggressori e le vittime non sono state in grado di riconoscerli o descriverli nel dettaglio.
Le difficoltà nelle indagini
Anche quando c’erano però, non è bastato. Ad Amburgo, dove il numero delle molestie sessuali è stato ancora più alto che a Colonia, un fotografo amatoriale ha scattato inconsapevolmente sei foto dall’alto delle aggressioni nella Große Freiheit (ironicamente «grande libertà»), la strada con più locali della città dove si era ritrovata la folla che festeggiava il nuovo anno. Alcuni dei presunti colpevoli sono stati arrestati. E poi tutti rilasciati anche se erano stati identificati. Il diritto tedesco infatti permetteva di perseguire una violenza sessuale solo se le donne dimostravano di essersi opposte con la forza. E se un determinato reato veniva attribuito nello specifico alla persona che lo aveva commesso. Le mani che a Capodanno hanno molestato le donne tedesche invece sono rimaste anonime.
La nuova legge sulle violenze sessuali
D’ora in poi però non sarà più così: la scorsa settimana è stata approvata la nuova legge sui crimini sessuali battezzata «No significa No» che punisce con pene fino a due anni tutti coloro che fanno parte del gruppo degli aggressori, anche se non hanno esercitato la violenza di persona ma si sono limitati a renderla possibile.Inoltre fa sì che sia più facile espellere gli stranieri che hanno commesso reati: potranno essere respinti anche in Paesi dove potrebbero essere perseguitati. Infine introduce il reato di «molestia sessuale», finora non contemplato esplicitamente dal codice e soprattutto prevede che sia considerato violenza qualsiasi atto imposto contro la «volontà riconoscibile» della vittima.

Erano anni che il movimento delle donne tedesco chiedeva queste modifiche, che alcuni anche tra nell’Unione cristiano democratica della cancelliera consideravano troppo ampie. Lo choc provocato dai fatti di Colonia ha permesso che venisse approvata in pochi mesi.

Quelle due Italie allo specchio

La Stampa
massimo gramellini

Quale sarà la vera Italia? L’Italia che nel secolo dell’alta velocità boccheggia ancora sopra un binario unico, oppure quella che di slancio si mette in coda nelle corsie d’ospedale per donare il proprio sangue ai feriti? Il guaio è che sono vere tutte e due. Lo sono sempre state, in guerra e in pace, tra le scintille della tragedia e nella prosa della quotidianità.

La prima Italia, così ripetitiva e immutabile nei suoi vizi, ogni volta ci sgomenta al punto da farci dimenticare l’esistenza dell’altra, sentimentale o semplicemente viva, che invece sopravvive intatta tra le pieghe del cinismo disseminato a piene mani spesso dai ceti più colti. 

Ieri in Puglia l’egoismo ha conosciuto la sua giornata nera. Subito dopo che l’incidente ferroviario aveva depositato sul terreno uno strascico di dolore, è bastato che i medici lanciassero la richiesta urgente di sangue del gruppo “0” positivo perché una comunità intera interrompesse qualsiasi attività e si mettesse in movimento. Da Andria a Molfetta, da Trani al Policlinico di Bari, non esiste nosocomio della zona che non sia stato letteralmente travolto dagli aspiranti donatori. Una fiumana di operai, professionisti, ma soprattutto studenti.

A Bari i laureandi in medicina sono usciti dall’aula in cui avevano appena sostenuto gli esami per correre in massa al pronto soccorso: erano talmente numerosi che hanno dovuto prendere il numeretto come alle poste. Chi era arrivato a stomaco pieno cedeva il suo e si metteva in fondo alla coda, così da digerire in tempo utile per sottoporsi alla trasfusione. E i «social», che tanto spesso assomigliano a un binario unico che veicola soltanto odio, almeno per un giorno si sono trasformati in un trampolino di appelli e informazioni vitali.

Dai giorni lontani dell’alluvione di Firenze e degli «angeli del fango» che accorsero a metterne in salvo i capolavori, il richiamo emotivo dell’emergenza agisce sui giovani come una molla. E ci ricorda sostanzialmente due cose. Che i ragazzi, in mezzo a mille difetti, hanno riserve pressoché inesauribili di entusiasmo ed energia. E che una società capace soltanto di umiliarli e di deprimerli, affogando i loro sogni esistenziali dentro «stage» infiniti e lavori sottopagati, sta commettendo l’unico delitto che potrebbe distruggerla: quello di lesa speranza. 

Torcetti, la ricetta nascosta più segreta della Coca Cola

La Stampa
alessandro ballesio, alessandro previati

Nel Canavese la capitale dei biscotti


Per produrre ogni singola pasta che pesa dai 15 ai 20 grammi lavorano ore e ore, unendo le due punte di un minuscolo «salamino» che si ottiene dall’impasto, mescolando la farina con lo zucchero. I torcetti, così differenti tra loro, costano dai 16 ai 20 euro al chilo. Ogni giorno ne escono dai forni dai 60 ai 90 chili

Ma qual è l’ingrediente segreto dei torcetti? Il dolce a forma di ferro di cavallo famoso in tutto il Piemonte è nato ad Agliè, il borgo abbracciato dal castello dei Savoia e baciato dal verde delle colline del Canavese. E il gusto dei torcetti di qui è inimitabile, diverso da tutti. Cosa lo differenzia dagli altri? «Si preparano con farina, burro, acqua. Quale segreto?», sorridono maliziosi i mastri pasticcieri. Ma da sempre c’è il sospetto che ci sia un ingrediente nascosto, un po’ come quello blindatissimo della Coca Cola, che dà ai dolci quel gusto unico. 

La leggenda mette le radici già nel 700, quando li chiamavano «torchietti». Un secolo dopo ne parlava Vialardi, il cuoco di casa Savoia. Ma la ricetta arrivata ai giorni nostri è quella di Francesco Pana, il panettiere che alla fine degli Anni 20 mise insieme gli scarti dell’impasto dei grissini e ne fece minuscole forme ovali per la principessa Isabella Bona di Baviera di Savoia Genova, che a quel tempo viveva nel palazzo ducale. «Sua Altezza Reale» (così si legge sull’attestato del 1938) concesse a Pana di riprodurre lo stemma principesco e lo nominò suo fornitore. Ce l’aveva lui il segreto? «Non esiste un brevetto: se c’è un trucco, è l’arte dell’impasto, ma quella è tramandata oralmente», insistono gli storici del «dolce paese che non dico» cantato da Guido Gozzano. 

Tramandata a loro, ai pasticcieri di oggi. Pana l’avrebbe confidata a pochi amici e collaboratori. Scritto, il dosaggio perfetto - come si usa per il profumo - su fogli che nessuno trova più. Persi, forse. Sono quelli che oggi cercano gli appassionati da tutta la Regione, magari per imitarli? «Gente che viene qui e ci fa domande sulla ricetta c’è sempre, ma quella deve restare qui, ad Agliè», raccontano gli anziani che il mattino attendono i biscotti freschi in piazza Castello. 

Loro, i pasticcieri, si comportano da perfetti custodi. Sanno che un segreto c’è, ma spostano l’attenzione sulla loro stessa arte, il talento dei «maestri» che miscelano gli ingredienti: «La differenza la fa la qualità degli ingredienti, non solo chi li impasta. E poi bisogna attenersi alla ricetta originale», dice Susan Bigi, la più giovane con i suoi 36 anni: con il padre Aldo gestisce la panetteria-pasticceria Alfonsi che all’ingresso espone l’antico sigillo con l’attestato sabaudo. «Il nostro lavoro non è mai cambiato: stessi movimenti, stesse persone», sottolinea Mario Bassino, 60 anni, dalla sua bottega sotto ai i portici di via Principe Tommaso.

«Sta tutto qui, nel tocco. Affidare alle macchine anche un solo passaggio? Impossibile», precisa Luciano Bastianello, 50 anni, del Piccolo Forno. Proprio come ai tempi dei Savoia. Che la chiave del segreto sia sepolta con loro?