giovedì 14 luglio 2016

Non ne potete più di Pokémon Go? Arriva il filtro di Chrome per bloccare tutti i post e i contenuti

La Stampa
marco tonelli

L’estensione è disponibile nel webstore del browser: promette di censurare tutto quello he riguarda i diabolici mostriciattoli di Nintendo



Pokémon Go è la nuova ossessione di milioni di giocatori in tutto il mondo. Di conseguenza le bacheche dei social network sono invase di contenuti e post che parlano dell’ormai celeberrimo videogames per smartphone. Insomma, se siete tra quelli che non ne potete più dell’applicazione che utilizza la realtà aumentata, potete scaricare il filtro per Google Chrome che permette di non visualizzare più i contenuti che parlano delle creature partorite dalla mente dello sviluppatore satoshi najiri nel lontano 1996. Pokegone è un’estensione per il motore di ricerca che una volta installata elimina tutti i contenuti che utilizzano la parola chiave Pokémon. Realizzata dallo sviluppatore Jamie Farrelly, permette di ”non farti più vedere tutti quegli adulti in delirio per i Pokémon”.

Ma come funziona? basta andare sul Chrome webstore, cercare l’applicazione sul motore di ricerca e una volta trovata, cliccare sul bottoncino “aggiungi”, e l’estensione sarà disponibile nella barretta di controllo di Google Chrome sotto la voce “Altri strumenti”. Se poi si è presi dalla curiosità per il mondo dei Pokémon: basta cliccare sulla spunta “abilita”, e se la si vuole rimuovere, è necessario premere sull’icona del cestino, lì accanto. 



Per chi invece, aspetta con ansia l’arrivo in Italia dell’applicazione (previsto nel giro di pochi giorni), è bene essere consapevoli che l’applicazione, almeno secondo gli esperti, ha libero accesso al vostro account Google. Il tutto senza informare l’utente. Per evitare questo inconveniente basta andare sulle opzioni di sicurezza di Chrome e rimuovere l’accesso. 

Bush dance

La Stampa
massimo gramellini



A memoria d’uomo moderatamente alcolico non si era mai visto un ex Presidente degli Stati Uniti caracollare da una gamba all’altra durante una cerimonia solenne, cantando a squarciagola il popolare refrain «Glory Glory Alleluja» e inanellando una serie di smorfie degne del miglior Jerry Lewis, mentre sua moglie e quella del Presidente in carica lo tenevano per mano con l’evidente preoccupazione che stesse per precipitare al suolo. Ignoriamo quali sostanze contenesse il corpo di George W.

Bush al momento della prestazione: poiché sembra escluso che intendesse partecipare alle Olimpiadi, l’antidoping non aveva previsto per lui dei controlli a sorpresa. Neppure nei giorni più torridi della sua presidenza qualcuno ha mai pensato seriamente che contasse qualcosa. Quando il suo vice Dick Cheney rimase coinvolto in un incidente che lo costrinse a dodici ore di camera operatoria, David Letterman commentò in televisione: «Incredibile, per 12 ore siano stati realmente governati da George Bush». Ma è questa la vera forza della democrazia: un sistema capace di eleggere per due volte (la prima con qualche aiutino) un tipo simile e persino di sopravvivergli.

Sapete perché esiste la Kyenge? La spietata verità sull'ex ministro

libero

Cécile Kyenge

Tra gli effetti collaterali meno gradevoli della - già brutta di per sé - storia dell’immigrato ucciso a Fermo va annoverato il ritorno in grande stile dell’ex ministro Cécile Kyenge.

La quale Kyenge da qualche giorno si è ripresa il proscenio politico come nemmeno ai tempi del governo. Dichiarazioni appariscenti («Emanuel è morto per l’odio alimentato da politici»), polemiche coi media (per l’esattezza contro questo giornale, reo di avere messo in dubbio la vulgata dell’Italia patria del razzismo), passerelle in favore di telecamera (in prima fila al funerale della vittima con tanto di lettera per la vedova consegnata prima alle agenzie che alla destinataria), iniziative ad effetto («Mi costituirò parte civile nel processo perché è una questione di dignità della persona»). Un fuoco di fila impressionante. Perfettamente prevedibile e perfettamente in linea col personaggio. Che è venuto ad esistenza in quanto incarnazione dell’idea stessa di antirazzismo militante e che continua a tenere ammirevole fede alla propria ragione sociale.

A FIGURINA INTERA
Perché se alla vicenda politica della Kyenge va trovato un filo conduttore, ebbene non è possibile non trovarlo nel suo essere quanto di più vicino si possa trovare quaggiù alla figura che gli anglosassoni indicano col termine token black. Di difficile traduzione letterale (si potrebbe azzardare una cosa del tipo “nero simbolico”), l’espressione sta ad indicare quel personaggio di colore (o appartenente ad altra minoranza) che viene incluso in qualcosa - che sia il cast di un telefilm o un governo cambia poco - unicamente in nome del proprio essere minoranza. Il tutto, si capisce, a maggior gloria dell’inclusione e soprattutto dell’allontamento da sé di ogni possibile accusa di discriminazione e di razzismo.

E la carriera della Kyenge è un vero e proprio inno al tokenism. Nata in Congo, arriva in Italia con un visto da studente e qui si laurea in Medicina. Parallelamente agli studi, intraprende la via della militanza politica attivandosi nel campo immigrazione e problemi connessi (e dove sennò). La scalata della dottoressa Kyenge inizia a metà anni Zero: eletta in circoscrizione a Modena coi Ds, eletta in consiglio provinciale col Pd, cooptata dal partito onde diventare responsabile regionale delle politiche dell’immigrazione (e di cosa sennò).

Con le Politiche del 2013 arriva il grande salto: eletta alla Camera. Nemmeno il tempo di insediarsi e già produce la prima proposta di legge per introdurre nel nostro ordinamento la concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati (e a chi sennò). Naufragato Bersani, a formare il governo deve pensarci Enrico Letta. Il quale, vistosi scoperto alla voce rinnovamento e società civile, decide di cooptarla nell’esecutivo, affidandole la delega all’Integrazione (e a cosa sennò) e consentendole di infrangere il tabù del primo ministro nero nella storia repubblicana (e quale sennò).

Complici la effimera durata del governo Letta e la natura non esattamente incisiva del dicastero affidatole, quanto a politica spicciola della signora non restano grandi tracce. Poco male, però. Quello che è deficitario in termini amministrativi, però, viene ompensato da quello che eccede sul piano mediatico. Dove la nostra è naturalmente diventata figura di primissimo piano e dove si consuma il meglio della sua parabola pubblica. Merito suo, certamente, ma anche dell’entusiastico contributo che arriva dall’opposizione. Segnatamente, dalla Lega Nord. Agli occhi del cui personale la Kyenge rappresenta l’Arcinemico e come tale viene affrontata. Testa d’ariete dell’offensiva padana risulta ill vulcanico senatore Roberto Calderoli, che con la signora ingaggia un duello destinato ad entrare nella leggenda.

Comincia in tono minore: qualche insulto (memorabile l’«orango» che lui ad un certo punto le scaglierà contro), qualche baruffa, qualche minaccia di carte bollate. Poi, all’improvviso, irrompe il soprannaturale: «Il padre della Kyenge mi ha fatto una macumba», comunica un giorno Calderoli. Il pubblico viene così a conoscenza di Kyenge senior, che di nome fa Clement Kikoko, ha quattro mogli e trentotto figli e - soprattutto - vanta rapporti privilegiati con gli spiriti degli avi incaricati di rendere giustizia alla figlia vilipesa dall’incauto collega.

E che efficacia: «Sei volte in sala operatoria, due rianimazione, una in terapia intensiva, è morta mia mamma e nell’ultimo incidente mi sono rotto due vertebre e due dita. E adesso un serpente di due metri in cucina», elenca minuziosamente il senatore. Da cui il «messaggio distensivo» inviato a Kyenge senior unitamente alla richiesta di «revoca del rituale». Il lieto fine è fortunatamente dietro l’angolo: poco tempo dopo, sarà lo stesso Clement Kikoko a dare notizia della avvenuta contromacumba. Che placa sì gli spiriti ma presenta un inatteso effetto collaterale: in forza del nuovo rituale, fanno sapere infatti dal Congo, Calderoli e la Kyenge sono diventati ufficialmente fratelli.

TRA MOGLIE E MARITO
Nel frattempo, però, intorno alla signora si è aperto un altro caso: quello del marito Domenico Grispino. Costui - placido ingegnere sessantenne modenese - ha la ventura di concedere un’intervista a Libero nella quale rivela che il Pd ha fatto firmare alla moglie (e si suppone al resto dei candidati) un impegno a versare al partito 34mila euro in caso di elezione a titolo di rimborso elettorale. «Ma la campagna l’avevo pagata tutta io». Il problema è che il Grispino di lavoro fa il direttore del Consorzio attività produttive, aree e servizi della Provincia di Modena. Consorzio il cui presidente è l’assessore comunale competente (casualmente del Pd) e consorzio dal quale il marito del ministro viene fatto fuori senza troppe cerimonie (e nonostante gli ottimi risultati conseguiti) poco dopo l’uscita dell’intervista di cui sopra.

Ma sono gli ultimi fuochi. Il ciclone renziano è già arrivato e Letta ha già iniziato a stare sereno. A defenestrazione avvenuta, Renzi non conferma la Kyenge al governo e la dirotta al Parlamento europeo. Trionfalmente eletta, la ormai ex ministra si trasferisce dunque a Strasburgo dove diventa, tra le altre cose, relatrice del rapporto di iniziativa sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio olistico al fenomeno migratorio (e su cosa, sennò) e co-presidente dell’Intergruppo “Anti-Racism and Diversity” (e di cosa, sennò).

Il resto è storia dei giorni nostri. Un comunicato sulle elezioni in Burkina Faso, una dichiarazione in occasione di qualche tragedia dell’immigrazione, una visita istituzionale da qualche parte in Africa, un tour de force in Italia perché è stato ucciso un immigrato e c’è da lanciare alto e forte l’allarme contro il ritorno del razzismo E contro che cosa, sennò.

di Marco Gorra

Allora se tolleriamo anche lei...". Vittorio Feltri, il colpo di grazia alla Kyenge

Libero

Cécile Kyenge e Vittorio Feltri

L’ex ministra Cécile Kyenge ce l’ha con Libero per motivi incomprensibili. Dopo aver annunciato di volersi costituire parte civile contro l’ultrà che con un pugno ha ucciso un africano, fattaccio di cui abbiamo ampiamente riferito, si è scagliata contro il nostro giornale, accusandolo di fomentare il razzismo. Motivo? In un titolo abbiamo scritto che se l’“Italia è razzista, la Kyenge è cinese”. La quale evidentemente non ha capito nulla delle nostre parole, che invece avevano un significato niente affatto offensivo nei suoi confronti.

Il nostro vituperato Paese avendo cooptato una nera nel governo, cioè lei, ha dimostrato di non avere pregiudizi basati sul colore della pelle. Ma la signora non ha valutato il particolare illuminante e ci ha accusati di xenofobia con argomenti confusi in cui neanche lei è riuscita a districarsi. Non importa. Ciò che conta è che ora ella comprenda di aver preso un granchio e si rassegni a tacere, anche in considerazione della circostanza che l’esecutivo di Renzi è in procinto di richiamarla in Consiglio dei ministri, una ulteriore prova che l’Italia è tollerante con tutti, perfino con lei che non lo meriterebbe dato che straparla di razzismo senza cognizione di causa.

Di già che siamo in vena di replicare a chi ci critica a capocchia, desideriamo rispondere anche a Roberta Bruzzone, criminologa avvenente ma priva di freni, che ieri durante il programma domenicale (su Rai1), condotto dall’ottimo Massimo Giletti, si è lasciata andare a una sgradevole osservazione sulla mia trascurabile persona a proposito del giallo Bossetti-Yara, conclusosi con la condanna all’ergastolo del muratore.

Giletti aveva riproposto un mio intervento a Porta a Porta (Vespa) in cui sostenevo la mancanza di prove contro l’imputato, eccetto il DNA che però non è un dogma bensì un esame scientifico eseguito da umani, per definizione non infallibili. Poichè viceversa la signora si ritiene infallibile, come Dio (ammesso che Dio ci sia), ha affermato con sicumera che, avendo studiato (naturalmente da Dio) le carte processuali, lei non fornisce una opinione sul delitto, ma rivela la verità. È una ragazza modesta, come si evince dalle sue dichiarazioni.

E allora, modestia per modestia, le dico che io me ne guardo dall’esaminare le carte quasi che fossero la Bibbia, ma mi attengo ai fatti. E i fatti sono quelli che racconto io, non quelli che lei ripete a pappagallo, essendo stata sedotta e abbacinata dalle scartoffie delle toghe su cui spesso si basano clamorosi errori giudiziari. Dei quali spero che Bruzzone abbia avuto talvolta notizia.

di Vittorio Feltri

Clandestini e islam, la Rai diventa Teleboldrini: paghi per vedere queste robe

Libero
 
Laura Boldrini

Paolo Messa, consigliere di amministrazione della Rai, in una recente intervista a Libero chiedeva esplicitamente alla tv pubblica di aprirsi al mondo dedicando a turisti e residenti stranieri almeno un notiziario, se non addirittura un programma, in lingua inglese. Dalle buone intenzioni ai fatti c’è stato il solito silenzio. In tutte le lingue del mondo.

Ma se la sollecitazione arriva dalla presidente della Camera, Laura Boldrini, cambia tutto. Soprattutto se il tema sono l’integrazione e l’Islam. Con una solerzia quanto meno sospetta l’amministratore delegato, Antonio Campo Dall’Orto, accompagnato dalla presidente del consiglio di amministrazione del board di viale Mazzini, Monica Maggioni, ha squadernato una serie di appuntamenti da far invidia alle migliori tv arabe. Le quali, per contrasto, ironizzano su ciò che noi prendiamo maledettamente sul serio. Sul canale Saudita Mbc, per esempio, va in onda una serie tv di humour nero: si intitola «Selfie» e gioca a ironizzare sulle abitudini religiose dei Sauditi.

Imam e sapientoni religiosi vengono presi in giro senza difficoltà. Così, tanto per scherzare. Noi, invece, facciamo i seriosi. Citando Pasolini e Calvino il dg Campo Dall’Orto, intervenendo in commissione Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio istituita dalla Camera con il compito di condurre attività di studio e ricerca su tali temi, ha sottolineato la necessità di sconfiggere l’ignoranza. Nel documento che il numero uno di viale Mazzini ha consegnato alla commissione presieduta dalla Boldrini è tracciato il primo percorso della programmazione Rai su questi temi.

Rai Uno si concentrerà sul contrasto delle intolleranze, da quella razziale a quella religiosa e sessuale, con finestre nei programmi più importanti. La fiction, però, sarà il punto di forza. A settembre va in onda «Lampedusa», miniserie che racconta la quotidianità degli uomini e delle donne che operano in prima linea, laddove i volontari prestano i primi soccorsi ai clandestini sbarcati dai gommoni degli scafisti. Poi «Chiedilo al mare», miniserie interpretata da Giuseppe Fiorello che affronta il contrastato tema degli sbarchi illegali attraverso la drammatizzazione di un evento che può essere considerato la più grave sciagura navale del Mediterraneo dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Su Rai3 c’è «Radici« che racconterà l’altra faccia dell’immigrazione, quella degli immigrati regolari. Da segnalare «Fuocoammare» che andrà in onda in prima serata il 3 ottobre (anniversario dell’affondamento al largo di Lampedusa di un barcone con a bordo centinaia di migranti). A seguire la serie «Islam», in onda dal 13 novembre, dedicata al mondo islamico e dove attraverso la chiave narrativa del reportage sul campo si racconterà la vita di donne e uomini musulmani, imam, madri di jihadisti, portavoci delle comunità immigrate e volontari dell’accoglienza. Il punto di forza sarà il nuovo programma di Gad Lerner Islam-Italia.

E ancora «Io ci sono», in onda per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne a novembre e tratto dal libro autobiografico di Lucia Annibali. Dalla violenza sulle donne all’affido famigliare, dalla donazione degli organi all’emergenza lavoro e all’omofobia. Un bouquet di 16 programmi in cui nessuna declinazione del politicamente corretto non troverà spazio. Buona visione.

di Enrico Paoli

Zerostudio's, parla Michele Santoro: "Tutta la verità sul nostro bilancio"

Libero
Michele Santoro

Riceviamo e pubblichiamo.

Richiesta di replica e rettifica, ex art. 8 della Legge n. 47\1948, in relazione all’articolo pubblicato in data 11.07.2016 a pag. 8 dell’edizione cartacea del quotidiano “Libero” , dal titolo “Santanchè fa il filo al M5S per rifilare una sòla a Fi”, a firma Franco Bechis.

Vi scrivo in nome e per conto di Michele Santoro, di Cinzia Monteverdi e della Zerostudio’s srl per richiederLe in riferimento all’articolo in oggetto, con specifico riferimento al testo introdotto dal titoletto “Santoro manager della sua società finita in rosso” la pubblicazione, ex art.8 Legge n.47\48, del seguente testo di replica/ rettifica : “Come dovreste ben sapere, i bilanci e le scelte aziendali de Il fatto e di Zerostudio’s sono orientati alla più completa trasparenza. Di conseguenza non consentono letture deformanti che prefigurano il sospetto di concorrenza sleale e turbativa di mercato.

Il rosso di Zerostudio’s relativo all’anno 2015 è dovuto esclusivamente alla scelta di Michele Santoro di sospendere la trasmissione Servizio Pubblico per dedicarsi alla ricerca di nuovi formati. Siccome ciò è avvenuto senza commesse da parte di terzi e investendo fondi propri non si comprende come possa essere commentato negativamente. Invece il riassetto delle cariche e la ripartizione dei ruoli sono stati ideati e realizzati da Cinzia Monteverdi per sviluppare in senso multimediale le attività de il Fatto consolidando la collaborazione di Zerostudio’s. Per ultimo segnaliamo che è in corso un accordo tra la Rai e Zerostudio’s che affida a Santoro l’ideazione e la conduzione di nuovi programmi. Per essere più chiari in questi accordi non rientra il film sui baby-boss napoletani diversamente da quanto da voi falsamente affermato.

Restiamo a vostra disposizione per fornire ogni informazione necessaria ad evitare ulteriori deformazioni delle attività produttive delle nostre società”.

L’arma di Google contro la pirateria è un algoritmo

La Stampa
bruno ruffilli

Con Content ID e altre strategie, l’azienda di Mountain View lotta contro l’uso non autorizzato di contenuti protetti da copyright su YouTube e sul web. Ma la Federazione Industria Musicale Italiana è critica: «Hanno la capacità e le risorse per fare molto di più»



Monetizzare invece di cancellare: questa è l’alternativa che offre YouTube alla pirateria. Si chiama Content ID, esiste già da qualche anno e permette di riconoscere canzoni, film, testi protetti da copyright, segnalando al legittimo titolare dei diritti che qualcuno sta usando il suo contenuto senza permesso. A questo punto, due sono le strade possibili: o rimuovere il contenuto (che può essere ad esempio uno spot con una musica non concessa legalmente, una cover di un brano famoso, ma anche un vecchio film recuperato da una cassetta Vhs), oppure inserire una pubblicità prima del video e compensare i titolari dei diritti con i proventi dello spot.

Oggi Google ha presentato un aggiornamento dell’annuale rapporto How Google Fights Piracy, che illustra programmi, policy e tecnologie usate per combattere la pirateria online. «Dal lancio di Content ID - si legge - YouTube ha pagato oltre due miliardi di dollari ai detentori di diritti d’autore che hanno scelto di monetizzare i propri contenuti grazie a questo sistema. Ed è un dato di fatto che oggi oltre il 90 per cento di tutte le rivendicazioni effettuate tramite Content ID genera monetizzazione.

L’industria musicale sceglie di monetizzare oltre il 95 per cento delle rivendicazioni, decidendo così di lasciare sulla piattaforma il contenuto caricato dagli utenti: la metà degli introiti dell’industria musicale su YouTube proviene dai contenuti dei fan rivendicati attraverso Content ID». Così YouTube ha generato fino a oggi oltre due miliardi di dollari per le etichette, e oltre il 98 per cento della gestione del copyright sulla piattaforma di video online di Google avviene attraverso questo strumento, mentre solo il 2 per cento viene gestito con richieste di rimozione per violazione del diritto d’autore.

GOOGLE PLAY STORE
L’acquisto di contenuti legali a un prezzo equo è una valida alternativa alla pirateria? Google ci crede, e grazie a YouTube e a Google Play, aiuta gli utenti a scoprire, acquistare e divertirsi legittimamente con musica, film, libri, riviste e app. Attraverso queste piattaforme, Google Play ha pagato più di 7 miliardi di dollari agli sviluppatori e YouTube oltre 2 miliardi di dollari all’industria musicale. Oggi Google Play rende disponibili musica in oltre 62 paesi, film in 105 paesi e libri in 75.

I LINK
Secondo Google, la stragrande maggioranza delle domande che ogni giorno gli utenti fanno al motore di ricerca offrono risultati che includono solo link a siti legali. «Anche se può capitare che dei link problematici compaiano nei risultati in rari casi di domande “long-tail”, - spiega l’azienda di Mountain View - i nostri sistemi di elaborazione delle notifiche di rimozione per violazione del copyright gestiscono milioni di URL ogni giorno, in media in meno di 6 ore». In più, quando arriva un numero consistente di notifiche valide per lo stesso sito, gli algoritmi per il posizionamento nella ricerca lo fanno retrocedere nei risultati delle ricerche successive.

LA PUBBLICITÀ
Un’altra arma nelle mani di Google è la pubblicità. Nessuno mette online siti dove scaricare film e musica illegalmente senza trarne un beneficio, e di solito questo beneficio consiste in introiti che derivano dalla pubblicità. Introiti che passano per la maggior parte da AdSense, piattaforma di proprietà di Google, appunto. Così dal 2012 l’azienda ha bloccato più di 91.000 siti per violazione delle norme sul copyright e la maggior parte di quei siti è stata individuata dai filtri di AdSense.

LA CRITICA DI FIMI
Eppure, secondo la Federazione Industria Musicale Italiana, «Google ha la capacità e le risorse per fare molto di più per contrastare l’incredibile quantità di musica non autorizzata che è stata caricata ed è disponibile su YouTube».Per la Fimi, «l’esperienza delle case ed etichette discografiche dimostra che il Content ID creato da Google si è dimostrato inefficiente al fine di prevenire la diffusione su YouTube di contenuti in violazione dei diritti. Editori e discografici stimano che il Content ID fallisce nell’identificazione delle registrazioni tra il 20 e il 40 per cento delle volte.

Il motore di ricerca di Google continua ad indirizzare utenti online verso contenuti musicali senza licenza su ampia scala. Ben oltre 300 milioni di notifiche di `delisting´ sono state mandate dai gruppi nazionali antipirateria nel mondo di Ifpi a Google. Nonostante ciò, la quota di traffico verso siti in violazione da Google attualmente è più alta rispetto a prima che fosse modificato l’algoritmo di ricerca con l’apparente obiettivo di contrastare la pirateria».

Van Gogh, risolto il giallo dell’orecchio

La Stampa
francesco rigatelli



Alla Somerset house di Londra, nella Courtauld gallery, si trova l’«Autoritratto con l’orecchio bendato» di Vincent Van Gogh. Opera la cui genesi suscita ancora la curiosità degli studiosi. Si sa che alla fine del 1888 la convivenza di Van Gogh con Gauguin finì in tragedia. Il 23 dicembre, infatti, il primo si tagliò l’orecchio sinistro con un rasoio e lo portò a una prostituta che frequentava. Rimessosi, dopo due settimane in ospedale, si ritrasse più volte con la benda.


Ora la studiosa Bernadette Murphy, mentre cercava documenti per un suo libro, si è imbattuta in un appunto di Felix Rey, il medico che curò Van Gogh a Arles. Secondo la ricostruzione di quest’ultimo, corredata da un disegno, il pittore si sarebbe asportato tutto l’orecchio e non solo una parte come fin ora sospettato. Questa scoperta fa parte della mostra «Sull’orlo della follia», che apre venerdì e dura fino al 25 settembre al Museo Van Gogh di Amsterdam. L’attenzione viene posta in particolare sugli ultimi anni dell’artista, in cui i disturbi mentali peggiorarono fino al suicidio del 1890 a Auvers-sur-Oise. Al museo è esposta anche la pistola che usò per uccidersi. 

Morte a Sant’Anna di Stazzema, la strage indicibile del 1944

Corriere della sera

di IACOPO GORI

Il piccolo Alberto sfuggi alle SS, ma perse la madre. Suo figlio, Lorenzo Guadagnucci, rievoca uno dei crimini nazisti più atroci in «Era un giorno qualsiasi» (Terre di Mezzo)



I bambini giocavano in piazza a Sant’Anna di Stazzema, sulle montagne dell’Alta Versilia in Toscana, nell’estate del 1944. Ignari che la mattina del 12 agosto sarebbero stati quasi tutti uccisi, insieme alle loro mamme e ai loro nonni, in una delle peggiori stragi nazifasciste della storia italiana. Tra di loro c’era anche Alberto, «il rossino, figliolo dell’Elena». Aveva dieci anni. Era salito in montagna con la madre da Tonfano, Marina di Pietrasanta, perché i tedeschi avevano ordinato l’evacuazione di tutto il litorale.

Quella mattina di un giorno qualsiasi che gli avrebbe per sempre cambiato la vita, quando si udirono i primi colpi di fucile in fondo alla valle, non ascoltò Elena che gli diceva di restare con lei: disubbidì a sua madre. Seguì il suo amico Arnaldo: «Alberto, vieni con me nel bosco». Fu quella la sua salvezza.

Nascosto tra gli alberi, vide arrivare i soldati tedeschi delle SS che misero in colonna gli abitanti delle prime case. Sua madre era con loro. L’avrebbero uccisa insieme ad altre 400 persone usando bombe, mitragliatrici e dando fuoco ai corpi. Alberto e Arnaldo sentirono per ore le raffiche di mitra e le esplosioni; impauriti e tremanti dentro una grotta videro il fumo che saliva oltre i castagni. Quando tornò il silenzio, Alberto corse nella casa vuota, prese una coppia di pane da una madia e scappò col cuore in gola fino al paese di Valdicastello, in cerca di conoscenti. La sera stessa già si sapeva dell’eccidio.

Alberto tornò il giorno dopo a Sant’Anna insieme a un’amica della mamma, l’Angiò e incontrò il suo amico Arnaldo che vagava sconvolto: «La tua mamma è ancora viva, è ferita, è alla Vaccareccia». Lungo il sentiero per raggiungere quel luogo in pochi minuti, animali fucilati, stalle crollate, cadaveri umani ancora fumanti e «un insopportabile odore di carne bruciata». Il bambino trovò la madre distesa vicino alla fontana, perfettamente cosciente, ferita alla coscia e sotto un riparo costruito alla meglio con dei rami di castagno:

«I suoi capelli erano diventati tutti bianchi». «Elena — le disse l’Angiò — stai tranquilla, torniamo presto: andiamo a cercare qualcuno che ci aiuti a portarti giù. Ci vuole una barella». Passò almeno un giorno prima che Alberto e l’Angiò riuscissero a trovare un aiuto: ritornarono alla Vaccareccia con alcuni uomini. «La mamma era ancora lì, sotto il riparo dei castagni, ma non respirava più. L’Angiò mi prese mentre urlavo come un disperato e non so se gli uomini che erano con noi la seppellirono o la lasciarono così. La mamma è il fantasma che ha attraversato la mia vita».

Settant’anni dopo, Alberto di sua madre conserva pochi ricordi: non gli è rimasto niente, solo una fotografia, «l’unica cosa che le sia sopravvissuta». Oggi, a 82 anni, Alberto Pancioli Guadagnucci (Pancioli è il cognome dell’uomo che l’ha adottato, un ex fascista per un altro giro della sorte, mentre Guadagnucci è il cognome della madre Elena, che aveva avuto l’unico figlio da un uomo già sposato, da cui Alberto non è mai stato riconosciuto legalmente), orfano a dieci anni, ha trovato nel figlio Lorenzo l’unica persona che potesse aiutarlo a dare forma e parole a questa profonda vicenda familiare.

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e scrittore, è l’ultimo protagonista di una storia lunga tre generazioni. Anche la sua vicenda personale si intreccia — seppure in modo molto diverso — con la storia del Paese: Lorenzo, anni più tardi, ha subito una violenza cieca durante il G8 di Genova del 2001. Era l’unico giornalista all’interno della scuola Diaz la notte della «macelleria messicana»: picchiato e arrestato senza motivazione.

Di quella esperienza ha raccontato nel libro Noi della Diaz. Lorenzo Guadagnucci ora firma un libro che racconta in prima persona la storia del padre Alberto (Era un giorno qualsiasi, Terre di Mezzo editore) con un’avvertenza in prima pagina: «L’io narrante del libro è Alberto, il padre dell’autore, il quale si è immedesimato nel genitore. Il testo è da attribuire per intero all’autore che ha utilizzato alcuni testi autobiografici scritti da Alberto sulla propria infanzia e giovinezza e sui giorni della strage».

Questo sdoppiamento dell’autore nel padre-io narrante fa sì che questo libro inizi con una testimonianza inedita di un crimine che in Italia è stato quasi dimenticato fino al processo clamoroso del 2004 che l’ha tolto all’oblio (responsabili nazisti individuati e condannati all’ergastolo grazie alla tenacia del magistrato Marco De Paolis).

Poi si trasforma in una ricostruzione storica dei fatti, attraverso la voce e le vicende dei protagonisti che spiegano perché «la strage per tutti noi sopravvissuti sia stata un fatto pressoché indicibile». Fino a chiudersi in un dialogo laico tra un padre e un figlio (Alberto e Lorenzo) che davanti all’unica foto di Elena (madre e nonna), riflettono — con posizioni lontane ma mai incoerenti — sul senso del ricordo e sul rischio della commemorazione, su cosa significhi non violenza, sul bisogno di trovare un punto di partenza per un «pensiero nuovo, per una cultura diversa di pace».

Perché i massacri che sono seguiti a Sant’Anna di Stazzema (uno per tutti, Srebrenica, 21 anni fa) mostrino che il cammino per la pace è un’utopia da perseguire con fatica ogni giorno.

Dall’archivio del «Corriere della Sera»:
- La sentenza: dieci ergastoli agli ex nazisti di Marco Gasperetti (23 giugno 2005)
- Gli ordini erano chiari: colpire e uccidere i civili di Frediano Sessi (6 novembre 2007)

13 luglio 2016 (modifica il 13 luglio 2016 | 23:16)

Il Senato nel 2016 costerà mezzo miliardo. Solo per i vitalizi se ne andranno 82 milioni

La Stampa
antonio pitoni

Ma dal 2013 ad oggi ammontano a 152 milioni i risparmi complessivi tra risorse restituite e minore dotazione dallo Stato (86,4 milioni)



Se nel 2016 la Camera spenderà poco meno di un miliardo di euro – 977,5 milioni secondo la prima stesura del bilancio di previsione di Montecitorio – quanto costerà quest’anno il Senato? Stando all’ipotesi di bilancio di previsione (ancora provvisorio) che deve essere discusso e approvato dal collegio dei Questori, si prevedono per l’anno in corso spese per 540 milioni.

Una cifra, va precisato, suscettibile di possibili variazioni anche significative come dimostrano gli ultimi dati disponibili. Nel 2015, a fronte di previsioni di spesa per 540,5 milioni, le uscite effettive a consuntivo si sono fermate a 495 milioni, per la prima volta negli ultimi esercizi sotto il mezzo miliardo. In sostanza, 45,5 milioni in meno rispetto alle previsioni stimate all’inizio dell’anno scorso e 5,8 rispetto al rendiconto 2014. Anche nel più piccolo dei due rami del Parlamento, insomma, la tendenza degli ultimi esercizi è quella ad un progressivo contenimento dei costi. Fonti vicine al Consiglio di presidenza del Senato precisano che dal 2013 al 2016 i risparmi complessivi ammontano a 152 milioni, tra minore dotazione dallo Stato (86,4 milioni) e risorse restituite (altri 65,5).

Tornando alle previsioni per il 2016, il grosso della spesa di Palazzo Madama sarà assorbito dal personale eletto (senatori ed ex) e non eletto (dipendenti, di ruolo e non, e pensionati). In tutto 436,4 milioni, oltre l’80% delle uscite totali. Un’incidenza praticamente identica a quella della Camera. Nel dettaglio, stando ai numeri dell’ipotesi di bilancio di previsione, per le spettanze dei senatori in carica se ne andranno 79,4 milioni: 42,1 per le indennità previste dal regolamento e altri 37,2 per rimborsi vari. Come la diaria (13,6 milioni) e le spese per l’esercizio del mandato (16,1 milioni).

Poi ci sono i costi per il personale di ruolo: altri 98,8 milioni. E per quello non di ruolo: 21,4 milioni. Senza contare la spesa previdenziale che inciderà sui costi del Senato per 235,7 milioni (il 43,6% delle uscite complessive). Una voce che comprende vitalizi e pensioni, diretti e di reversibilità, corrisposti agli ex senatori o ai familiari superstiti (82,8 milioni) e le pensioni dirette e di reversibilità degli ex dipendenti (145 milioni). Nel restante 20% delle uscite ci sono 8,9 milioni per i servizi informatici; 4,6 per locazione e utenze; 6,2 per la manutenzione ordinaria; 1,4 per beni di consumo, compresi carta e cancelleria; 3,6 per le assicurazioni e 1,7 per la ristorazione.

Costi che, sommati a quelli della Camera, danno un totale di circa 1,5 miliardi di euro. Una cifra che, secondo il premier Matteo Renzi, farebbe di quello italiano «il Parlamento più costoso tra i Paesi della Nato». Ma è davvero così? «Forse lui ha dei dati che noi al Senato non abbiamo, di certo siamo il Parlamento più trasparente della Nato visto che mettiamo online tutti i nostri conti - ironizza il questore Lucio Malan di FI -. Ho provato a fare una ricerca in rete dei bilanci di altri parlamenti europei e, a parte una voce nel bilancio dello Stato relativa a quello belga, non ho trovato nulla».

Il senatore azzurro fa anche degli esempi: «Negli Usa, dove il Senato conta solo 100 eletti, la dotazione mensile dei singoli senatori per l’esercizio del mandato è parametrata alla dimensione dello Stato di provenienza e varia da 70 mila a 280 mila euro, in media la dotazione di 50 senatori italiani messi insieme. In Germania hanno a disposizione 19 mila euro al mese per il personale, in Francia 9 mila alla Camera e 7.500 al Senato al netto dei contributi: noi a Palazzo Madama 4.180 euro». Poi c’è il nodo dei risparmi che si produrrebbero se vincesse il Sì al referendum sulla riforma. «Non serviva riscrivere la Costituzione, bastava una delibera del Consiglio di presidenza - taglia corto Laura Bottici del M5S -.

Lasciando e abbassando la sola indennità parlamentare dei senatori a 6 mila euro lordi al mese, eliminando l’assistenza sanitaria integrativa e tutti i rimborsi forfetari (se non li spendi li restituisci) si potrebbe risparmiare circa il 40% sulle competenze dei senatori, passando da 80 a 48 milioni. E, dimezzando il numero dei senatori, scendere addirittura intorno ai 24». Secondo la ministra Boschi, la riforma del Senato permetterebbe di risparmiare, innanzitutto, 70 milioni sulle voci relative al contributo ai gruppi parlamentari e delle commissioni d’inchiesta. «Una balla - taglia corto Malan –.

Queste due voci valgono in tutto meno di 23 milioni: come fa la Boschi ad arrivare a 70?». La ministra ipotizza inoltre un risparmio di 80 milioni sulle indennità parlamentari per effetto della riduzione a 100 del numero dei senatori. «Altra balla - conclude Malan -. Le indennità pesano sul bilancio per 42,1 milioni per 321 senatori, eliminando i 315 elettivi il risparmio lordo sarebbe di 41,3 milioni, pari a 25,7 netti».

Diritti d’autore, l’appello dei mille: «La Siae è nostra, no agli stranieri»

Corriere della sera

di Andrea Laffranchi

Da Elisa a Morricone, passando per Benigni e Verdone. Mille artisti firmano la lettera a difesa del diritto d’autore. Il presidente Sugar: uniti nella trasparenza

La lettera dei mille. Per la precisione i firmatari sarebbero 925, ma le adesioni arrivano alla spicciolata. Il mondo dello spettacolo e della cultura si mobilita a difesa del diritto d’autore e della Siae. In una lettera aperta, i «mille» si definiscono «un presidio per la nostra identità culturale nel mondo digitale e globale» e rivendicano il ruolo della Siae a fronte di operatori come l’inglese SoundReef che vorrebbe entrare nel mercato italiano (e ha stretto accordi con Fedez e Gigi D’Alessio) perché «non si può svendere la creatività in nome di una liberalizzazione selvaggia o affidandola ad investitori che puntano a fare profitti sulla intermediazione del nostro lavoro».

Musica in prima linea, è il comparto più forte, con firme che scavalcano le generazioni e i generi: Celentano e Tiziano Ferro, Emis Killa e Ligabue, Jovanotti e Morricone, Ramazzotti e Bocelli, Elisa e De Gregori e tanti altri. Dal mondo del cinema si schierano Benigni, Verdone, Virzì, Cristina Comencini... Andrea Camilleri e Niccolò Ammaniti rappresentano gli scrittori. «La Siae è la casa comune di tutti gli autori e gli editori», commenta il presidente Filippo Sugar. «Il diritto d’autore è uno strumento di sviluppo, innovazione e libertà. E anche ricchezza. E questo aiuta a mantenere l’identità culturale dell’Italia in un mondo sempre più globale».

Siae ha un’esclusiva ad operare in Italia garantita per legge, ma ci sono società straniere che sulla base di un’interpretazione di una normativa europea, la direttiva Barnier del 2014, chiedono una liberalizzazione del mercato. E qualcuno, Fedez e D’Alessio ad esempio, si è affidato a loro. «Siae rispetta già da qualche anno tutto quanto richiesto dalla Barnier sia in termini di gestione che di trasparenza», dice Sugar. E l’esclusiva ad operare in Italia, che il Governo non sembra intenzionato a mettere in discussione, è prevista dalla stessa norma. «Chi parla di liberalizzazione confonde la verità. Noi non siamo una società con scopo di lucro, siamo controllati dagli autori e quindi operiamo nel loro interesse esclusivo non come imprenditori terzi che dalla raccolta dei diritti devono ricavare il loro profitto».

Siae non va alla guerra. «Non siamo preoccupati né angosciati. Gli autori possono scegliere dove iscriversi, anche noi abbiamo un migliaio di stranieri associati, ma credo che rivedremo presto chi se ne è andato», spiega. A prescindere della legge, che al momento non consentirebbe a SoundReef o altri di operare in Italia (e quindi la campagna acquisti sarebbe una sorta di compenso a fronte dei diritti persi perché nessuno ti rappresenta), Sugar punta sull’offerta Siae:

«Alla fine conta la capacità di fare il proprio lavoro. Un nuovo operatore avrebbe davanti a sé due strade: firmare un accordo con noi e riconoscerci delle commissioni per i nostri rilevamenti, ma quindi un autore pagherebbe due volte le commissioni, oppure avere una struttura come la nostra in grado di monitorare 30mila eventi live l’anno e in grado di negoziare contratti con i grandi broadcaster come Mediaset, Sky e Rai e con i singoli bar e locali di provincia. In un mondo che deve affrontare player digitali che agiscono globalmente come Google o Spotify, piuttosto che parcellizzarsi è meglio stare uniti e al limite consorziarsi con altri Paesi, come stiamo facendo coi colleghi francesi e spagnoli».

Chi se è andato ha parlato di inefficienza e poca trasparenza della Siae. «Fino a qualche anno fa la presenza di membri di nomina politica negli organi di gestione rendeva la società ingovernabile. Dal 2013, dopo il commissariamento, siamo arrivati all’autogoverno». Il rinnovamento dell’azienda, secondo il presidente, è anche nei numeri: «L’anno scorso i nostri incassi sono cresciuti del 16 per cento, grazie ad esempio alla rinegoziazione dei contratti con Sky e Mediaset e alla semplificazione delle tariffe che rende più semplice ai partner pagare. Sono cresciuti anche controlli e sanzioni.
Per la prima volta un socio è stato radiato perché dichiarava il falso: diceva di eseguire musiche sue, invece ne faceva altre. In parallelo sono scesi i costi per gli associati. Il processo di digitalizzazione e l’ingresso di giovani dirigenti che arrivano dal privato ci ha reso più efficienti».

13 luglio 2016 (modifica il 13 luglio 2016 | 22:16)

Equitalia, cos’è e come funziona la società che Matteo Renzi vuole chiudere

Corriere della sera

di Gabriele Principato
Equitalia, la società per azioni italiana responsabile della riscossione delle imposte sul territorio nazionale, ha circa 7.950 dipendenti e riscuote ogni anno oltre 7 miliardi di euro

Cos’è Equitalia?

«Entro l’anno bye bye Equitalia». Lo ha detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi ai microfoni di Rtl 102.5. Il premier ha confermato la sua volontà di chiudere la società per azioni italiana responsabile della riscossione delle imposte su tutto il territorio nazionale, a parte la Sicilia (dove il servizio viene effettuato da Riscossioni Sicilia Spa, la cui maggioranza è di proprietà della Regione). Equitalia, attiva dal 2006, è partecipata al 51% dall’Agenzia delle Entrate e al 49% dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS). Ha sede a Roma ed è presieduta dal 2015 da Vincenzo Busa, mentre l’amministratore delegato è Ernesto Maria Ruffini. La società nel 2014 ha avuto un fatturato di 960 milioni di euro. Al 31 dicembre 2015 aveva in organico circa 7.950 dipendenti, per un costo totale di quasi 494 milioni di euro.

La sua storia

Lo Stato effettua la riscossione delle imposte solo da pochi anni, e precisamente dall’ottobre del 2006, quando è entrata in funzione la società pubblica che ha preceduto Equitalia: Riscossione Spa. Il nome è stato modificato a partire da marzo 2007. In precedenza la riscossione dei tributi era affidata a una quarantina di privati, per lo più società di recupero crediti e istituti bancari. Dal primo luglio 2016 la società svolge il suo ruolo istituzionale attraverso Equitalia servizi di riscossione, in cui sono state fuse per incorporazione Equitalia Nord, Equitalia Centro e Equitalia Sud.

Cosa fa Equitalia?

La società non fa direttamente controlli o accertamenti contro l’evasione, effettuati invece dall’Agenzia delle Entrate (con il supporto della Guardia di Finanza), a cui spetta anche di risolvere i contenziosi legali sul pagamento delle imposte. L’azione di Equitalia consiste nell’invio di cartelle di pagamento ai contribuenti che non hanno versato gli importi dovuti nei modi e nei tempi stabiliti. Alle cifre vengono aggiunti eventuali interessi e sanzioni. In media Equitalia riscuote ogni anno oltre 7 miliardi di euro per conto dello Stato, dell’Inps, dell’Inail e di Regioni, Province, Comuni e altri enti.

Andando a semplificare una procedura estremamente complessa e con diverse possibilità di ricorsi e sospensioni, la tempistica delle cartelle di Equitalia solitamente è la seguente: al ricevimento il contribuente ha 60 giorni di tempo per presentare ricorso.

In caso di pagamento entro il periodo, gli oneri sono pari al 3% delle somme dovute. Dopo due mesi dalla data di notifica, gli «oneri di riscossione» a carico del debitore salgono al 6% dell’importo dovuto. L’interessato viene avvistato via raccomandata. Gli strumenti che ha a disposizione Equitalia sono ipotecare i beni immobili del debitore, bloccare le sue vetture tramite fermo amministrativo e in alcuni casi pignorare beni immobili, conti correnti e stipendi. La maggior parte dei pagamenti avviene attraverso la rateizzazione. Nel corso del 2015 sono state presentate complessivamente 1.216.784 istanze di dilazione, per un totale di 22,7 miliardi di euro.

Cosa guadagna Equitalia

Equitalia trattiene circa il 6 percento del totale delle somme incassate per sostenere i suoi costi di gestione. Il resto della somma va alle amministrazioni statali a cui è dovuta l’imposta.

Caso Moro, Fioroni: "In via Fani anche il boss della 'ndrangheta Nirta"

repubblica.it

La rivelazione del presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta si basa sull'esito degli accertamenti su una foto del giorno del sequestro, ritrovata nell'archivio del quotidiano romano il Messaggero

Caso Moro, Fioroni: "In via Fani anche il boss della 'ndrangheta Nirta"

ROMA - "Grazie alla collaborazione del Ris, possiamo affermare con ragionevole certezza che il 16 marzo del 1978 in via Fani c'era anche l'esponente della 'ndrangheta Antonio Nirta, nato a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, l'8 luglio del '46". E' quanto rende noto il presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro, Giuseppe Fioroni.

Nipote del capo clan suo omonimo, morto a 96 anni nel 2015, di Antonio Nirta - che nel 1978 aveva 32 anni - parlò per la prima volta il pentito della 'ndrangheta Saverio Morabito, collaboratopre altamente attendibile e secondo il quale Nirta, detto 'l'esaurito' o 'due nasi' per la sua confidenza con la doppietta, sarebbe stato confidente del generale dei carabinieri Francesco Delfino e uno degli esecutori materiali del sequestro di Aldo Moro. Le prime dichiarazioni del Morabito sono datate 1992 e la procura di Roma non le riceve che dopo un anno.

Fioroni aggiunge che "il comandante Luigi Ripani, che ringrazio per la collaborazione, ha inviato in questi giorni l'esito degli accertamenti svolti su una foto di quel giorno, ritrovata nell'archivio del quotidiano romano il Messaggero lo scorso gennaio - spuntata da un altro procedimento penale: quello sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli avvenuto il 20 marzo 1979 -, nella quale compariva, sul muretto di via Fani, una persona molto somigliante al boss Nirta. Comparando quella foto con una del boss - aggiunge - gli esperti sostengono che la statura, la comparazione dei piani dei volti e le caratteristiche singole del volto mostrano una analogia sufficiente per far dire, in termini tecnici, che c'è 'assenza di elementi di netta dissomiglianza'".

Fioroni afferma che "è in corso una analoga perizia sul volto di un altro personaggio legato alla malavita e che comparve tra le foto segnaletiche dei possibili terroristi il giorno dopo il 16 marzo: si tratta di Antonio De Vuono, killer spietato, morto nel 1993 in un carcere italiano".
"Le informazioni che abbiamo fin qui acquisito - conclude - ci consentono di dire che la relazione di fine anno sulla nostra attività sarà di grande interesse per tutti coloro che chiedono di conoscere la verità sul delitto di via Fani".


Caso Moro, i palestinesi avvertirono l'Italia. E il bar di via Fani aggiunge un mistero

repubblica.it
di ALBERTO CUSTODERO

Caso Moro, i palestinesi avvertirono l'Italia. E il bar di via Fani aggiunge un mistero

Olp, Raf tedesca, servizi segreti, informatori, infiltrati, traffico d'armi, banda della Magliana, killer sconosciuti, armi sparite, fiancheggiatori mai identificati. E poi verità monche, memoriali smentiti, inchieste incompiute, testimoni inattendibili. A trentasette anni dal sequestro di Aldo Moro e dal massacro della sua scorta, intrighi e misteri come un muro di nebbia nascondono ancora parte della verità sulla morte dello statista democristiano. Hanno fatto tutto da sole le Brigate Rosse, o c'è stato lo zampino di qualche intelligence (non necessariamente italiana) dietro il rapimento del presidente Dc che, proprio il 16 marzo del 1978, giorno della strage di via Fani, stava per dare vita al primo compromesso storico (un governo che nascesse con l'appoggio del Pci) della storia della Repubblica?

Per tentare di squarciare il velo di omertà sul rapimento Moro, un anno fa è stata istituita una Commissione bicamerale d'inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni (Pd). In passato ce n'è stata un'altra dedicata al sequestro e alla morte del politico scudocrociato, ma il caso Moro è stato indagato a fondo anche dalla Commissione Stragi e da quella sulla P2. Oggi, a un anno dalla sua istituzione, è stato presentato un primo, provvisorio bilancio dell'indagine parlamentare. La relazione è stata approvata all'unanimità. "Il Paese e la memoria di Aldo Moro - ha dichiarato Fioroni - meritano verità. Ma fino ad ora, e con un solo anno di lavoro, abbiamo trovato tante bugie e omissioni. Molte le novità, riscriveremo in parte i 55 giorni". Ecco in sintesi le novità più rilevanti.

Gli argomenti oggetto di indagine. La Commissione ha affidato perizie sulle armi, sui bossoli e sulle auto. In parte sono tutt’ora in corso esami del contenuto di audiocassette a suo tempo sequestrate in alcuni covi delle Brigate Rosse, l’identificazione di persone che compaiono ritratte in fotografie scattate in via Fani e nelle aree adiacenti il 16 marzo 1978, la comparazione di alcuni profili vocali, lo svolgimento di esami grafologici, nonché l’estrazione di profili genetici (dna) da reperti rinvenuti nel covo di via Gradoli, nella Fiat 128 con targa diplomatica usata per l’agguato in via Fani (dentro c'erano anche 39 mozziconi di sigaretta,

ndr) e nella Renault 4 nella quale venne ritrovato il corpo di Aldo Moro, come pure dagli abiti da lui indossati. Sono state ascoltate 50 persone informate su diverse circostanze di interesse: alcune di loro – pur avendo rilasciato all’epoca dei fatti dichiarazioni a organi di informazione – non erano mai state sentite finora dall’autorità giudiziaria o in sede parlamentare. Sono stati, infine, affidati allo Scico della Guardia di finanza alcuni accertamenti relativi a società immobiliari, finanziarie e commerciali che, a vario titolo, sono state oggetto di attenzione nel corso delle indagini sulla strage di via Fani e sul covo di via Gradoli.

I palestinesi avvertirono, eccezionale documento. La Commissione ha acquisito un documento definito "di notevole interesse", datato 18 febbraio 1978 e proveniente da Beirut. E' un 'dispaccio' della 'Fonte 2000': "Vicedirettore informato ALT. Mio abituale interlocutore rappresentante 'FPLP' Habbash incontrato stamattina habet vivamente consigliatomi non allontanarmi Beirut, in considerazione eventualità dovermi urgentemente contattare per informazioni riguardanti operazione terroristica di notevole portata programmata asseritamente da terroristi europei che potrebbe coinvolgere nostro Paese se dovesse essere definito progetto congiunto discusso giorni scorsi in Europa da rappresentanti organizzazioni estremiste ALT.

At mie reiterate insistenze per avere maggiori dettagli interlocutore habet assicuratomi che 'FPLP' opererà in attuazione confermati impegni miranti escludere nostro Paese da piani terroristici genere, soggiungendo che mi fornirà soltanto se necessario elementi per eventuale adozione adeguate misure da parte nostra autorità. ALT. Fine. Da non diramare ai servizi collegati OLP Roma". È evidente che, se fosse effettivamente dimostrata una relazione con il sequestro di Aldo Moro, il documento in questione aprirebbe prospettive di interpretazione del tutto nuove e, allo stato, imprevedibili".

Venti bierre in via Fani, non dodici. "La ricostruzione dei fatti di via Fani è diversa, anche nei numeri, da quella che ci è stata sempre raccontata: almeno 20 persone, con ruoli attivi e omissivi, hanno agito quel 16 marzo del 1978 e non tutte erano delle Br". E non dodici, come finora accertato dall'autorità giudiziaria". Lo ha detto Gero Grassi, deputato Pd ed esponente della Commissione.

Bossoli, smentito appunto Questura. "È certo che nessuno dei bossoli rinvenuti in via Fani provenisse da un deposito dell’Italia settentrionale le cui chiavi sono in possesso di sole sei persone", come al contrario si affermava nell’appunto 'segretissimo' della Questura di Roma del 27 settembre 1978.

Contatti Br-famiglia Moro. Fioroni: "Voglio ricordare l’importanza, forse sottovalutata, di monsignor Antonio Mennini che aveva un rapporto di conoscenza con Moro, pur non essendo il suo confessore, contrariamente a quanto è stato sempre divulgato, e che in tre occasioni fu incaricato dalle Brigate Rosse di recarsi a prendere, in diversi punti della città, lettere di Aldo Moro e di recapitarle alla signora Eleonora Moro. Nella prima occasione (20 aprile), tra le persone presenti nella piazza dove si era recato c'era anche Valerio Morucci. Da alcune parole di Mennini si può argomentare con fondata certezza l’esistenza di un 'canale di ritorno' nelle comunicazioni tra i brigatisti e l’esterno, sicuramente con la signora Eleonora Moro, mai ammessa dagli stessi protagonisti".

Radio città futura, "ascolto riservato in Questura". "In merito poi alla nota vicenda dell’annuncio – sia pure in forma dubitativa (“forse rapiscono Moro”) – che l'emittente radiofonica Radio Città Futura e il suo direttore Renzo Rossellini avrebbero dato il 16 marzo 1978 dell’imminente sequestro di Aldo Moro, con circa tre quarti d’ora di anticipo rispetto al verificarsi dell’evento (notizia che la magistratura apprese solo il 27 settembre 1978, quando essa divenne di dominio pubblico, visto che la Polizia mantenne un prolungato silenzio) la Commissione ha ricercato elementi che potessero confermare l’effettivo annuncio del rapimento da parte di Radio Città Futura, tenendo conto di quanto già emerso nel corso degli

accurati approfondimenti condotti dalla Commissione parlamentare di inchiesta istituita nella VIII legislatura. Tra gli elementi di novità acquisiti agli atti della Commissione, grazie alle complesse verifiche delegate agli Uffici della Direzione centrale della polizia di prevenzione e tuttora oggetto di ulteriori approfondimenti e riscontri, va annoverata l’esistenza di un’ulteriore struttura informale di ascolto delle trasmissioni di Radio Città Futura e Radio Onda Rossa: anche presso gli uffici della DIGOS romana, in attuazione di un indirizzo operativo voluto dallo stesso questore De Francesco, all’epoca dei fatti veniva espletato un servizio dedicato all’ascolto delle suindicate emittenti.

Un tedesco e una donna sulla moto in via Fani. "Sono state raccolte testimonianze in base alle quali si può supporre la presenza in via Fani di due motociclette: occorre indagare in merito alla questione aperta e cruciale relativa al ruolo svolto dai loro passeggeri, in tutto quattro. Una sentenza definitiva ha assunto che gli ignoti a bordo della moto Honda di cui parlò subito l'ingegner Alessandro Marini si siano resi responsabili di tentato omicidio ai suoi danni. Si può supporre, sulla base agli elementi raccolti fino ad ora, che una moto era presente nella parte superiore di via Fani, prendendo la fuga verso via Stresa, ed un’altra indugiò sul luogo dell’agguato.

La Commissione ha ascoltato due testimoni oculari, da quanto risulta mai ascoltati in precedenza. Si tratta di Giovanni De Chiara, che abitava in via Fani 106 e che vede allontanarsi a sinistra, su via Stresa, una motocicletta con a bordo due persone, delle quali una aveva sparato verso qualcuno, e di Eleonora Guglielmo, allora 'ragazza alla pari' presso l’abitazione di De Chiara, la quale riferisce di voci che dicevano 'achtung, achtung', e di una motocicletta di grossa cilindrata che partì, seguendo un’auto sulla quale era stato spinto un uomo all’interno, dirigendosi da via Fani in direzione opposta verso via Stresa. La motocicletta aveva a bordo due persone; il passeggero aveva capelli di colore scuro, con una pettinatura a chignon e un boccolo che scendeva e pertanto la signora Guglielmo ritiene che fosse una donna".

Cutolo e 'ndrangheta.
"Cutolo – ascoltato in carcere da alcuni collaboratori della Commissione – ha riferito di aver appreso durante la sua detenzione da un boss della ‘ndrangheta di contatti intercorsi, con riferimento al sequestro Moro, tra le Brigate Rosse e ambienti ‘ndranghetisti in relazione al reperimento di armi. La Commissione ha accertato che nel carcere in cui all’epoca si trovava Cutolo vi era un solo detenuto appartenente alla malavita organizzata calabrese, il cui nome era compatibile con quello riferito dalla stesso Cutolo". Non è certo una novità il dibattito su presunti rapporti tra 'ndrangheta e bierre: nel 1993 si è svolto il processo Moro quater che ha avuto come oggetto proprio la presenza o meno del 'ndranghetista Antonio Nirta tra  rapitori di Moro. Il suo nome fu fatto dal pentito Saverio Morabito al pm Alberto Nobili.

Bar Olivetti e Banda della Magliana. "Si tratta di un filone di indagine dal quale ci aspettiamo proficui sviluppi, mentre  di notevole interesse sono le novità relative al bar Olivetti, situato in prossimità del luogo dell’agguato. Infatti, alcuni testimoni hanno riferito che il bar non era affatto chiuso in quelle settimane, come invece hanno riferito tutte le indagini nel corso di questi 37 anni e di conseguenza la sterminata pubblicistica esistente. Alcuni testi dichiarano di aver preso il caffè o di aver usato il telefono proprio nella mattina del 16 o di essere clienti abituali.

La possibilità che il bar fosse aperto al pubblico dopo la strage, nonostante la situazione giuridica formale fosse di attività in liquidazione, pone seri interrogativi sulla dinamica dell'agguato, per come è stata sempre ricostruita sulla scorta delle dichiarazioni degli stessi brigatisti, i quali hanno asserito di aver atteso l'arrivo delle auto al servizio di Aldo Moro nascosti dietro le fioriere prospicienti il bar. Questa ricostruzione – non del tutto convincente, tenuto conto che le fioriere potevano offrire un riparo poco efficace a più persone destinate a stazionare in attesa per un lasso di tempo non trascurabile – deve essere quanto meno riconsiderata alla luce dei nuovi elementi acquisiti dalla Commissione.

Il mistero del bar e di Tullio Olivetti. Il titolare del bar, Tullio Olivetti, era un personaggio molto noto agli ambienti investigativi per essere stato coinvolto in una complessa vicenda relativa a un traffico internazionale di armi, ma sempre uscito 'pulito' da tutte le indagini, contrariamente ai suoi presunti complici, tanto da far ipotizzare, scrivono i commissari, "che la sua posizione sembrerebbe essere stata 'preservata' dagli inquirenti e che egli possa avere agito per conto di apparati istituzionali ovvero avere prestato collaborazione". Il nome di Olivetti, tra l'altro, figura negli elenchi predisposti dalla Questura di Bologna delle persone presenti in città nei giorni antecedenti la strage alla stazione del 2 agosto 1980. L'indagine che riguardava Olivetti iniziò formalmente il 29 gennaio 1977, con un rapporto a firma del tenente colonnello Antonio Cornacchia, ed aveva al centro le attività di un certo Luigi Guardigli, amministratore della società RA.CO.

IN che si occupava, tra l’altro, di compravendita di armi per Paesi stranieri. "Tullio Olivetti - si legge nella relazione della nuova commissione - venne subito indicato da Guardigli come trafficante d’armi e di valuta falsa (aveva riciclato 8 milioni di marchi tedeschi, provento di un sequestro avvenuto in Germania) che vantava alte aderenze politiche, era in contatto con ambienti della criminalità organizzata; in una circostanza, nella villa di una persona presentatagli proprio da Tullio Olivetti, Guardigli aveva trovato ad attenderlo il mafioso Frank Coppola (indicato come persona che intervenne per dissuadere alcuni elementi della criminalità organizzata - in precedenza sollecitati da uomini politici ad attivarsi – dal fornire notizie utili a localizzare il luogo dove era tenuto prigioniero Aldo Moro) che gli aveva chiesto di dare seguito ad una richiesta di armi fattagli da tale Vinicio Avegnano, in stretti rapporti con ambienti neofascisti e con quelli, non meglio precisati, dei Servizi, anch’egli indicato come amico di Olivetti".

Ma le indagini su Olivetti non vanno avanti perché la credibilità del suo accusatore viene distrutta da una perizia psichiatrica eseguita dal professor Aldo Semerari. Nella sua consulenza, infatti, Semerari definì Guardigli "una personalità mitomane, con una condizione psicopatica di vecchia data, e, allo stato, permanente. I suoi atti e le sue dichiarazioni sono espressioni sintomatologiche di tale anomalia". "Il complesso di queste circostanze - scrivono i commissari - , anche in considerazione dei rapporti tra Olivetti e Avegnano, impone ulteriori accertamenti sull’ipotesi che il primo fosse un appartenente o un collaboratore di ancora non meglio definiti ambienti istituzionali; sarebbe, infatti, circostanza di assoluto rilievo

verificare un’eventuale relazione tra i Servizi di sicurezza o forze dell’ordine e Tullio Olivetti, titolare del bar di via Fani, 109. Il criminologo Aldo Semerari – figura al centro di quella definitiva più volte Agenzia del crimine, cioè un crocevia di ambienti della banda della Magliana, della destra eversiva, della P2 e di organismi di intelligence – venne assassinato nel 1982 e  il suo cadavere decapitato fu ritrovato il 1° aprile dello stesso anno a Ottaviano, in un’auto parcheggiata nei pressi dell’abitazione del camorrista Vincenzo Casillo, braccio destro di Raffaele Cutolo".

Nel bar la figlia di Gronchi. Tra le altre cose, Olivetti aveva amministrato il bar dapprima in proprio, come impresa individuale, poi insieme ad altre persone, come Olivetti s.p.a., con un consiglio di amministrazione composto da Gianni Cigna (in qualità di presidente), dallo stesso Tullio Olivetti (in qualità di consigliere) e da Maria Cecilia Gronchi (in qualità di consigliere), moglie di Cigna e figlia dell’ex presidente della Repubblica.

Un'altra area di indagine: informatori e infiltrati. Nel corso di numerose audizioni, la Commissione ha infatti avuto modo di constatare che le Brigate Rosse sono state oggetto di un attento e prolungato monitoraggio da parte degli apparati di sicurezza. Lo confermano la lettera scritta da Duccio Berio nel 1972 al suocero Alberto Malagugini, nella quale si riferiscono i contatti intercorsi con un sedicente appartenente al SID che gli propose di infiltrarsi nelle BR; la vicenda di frate Girotto e l’arresto di Curcio e Franceschini; le circostanze riferite in

audizione dall’ex giudice Pietro Calogero, che dimostrano che almeno fino al 1974 i servizi di intelligence dell’epoca potevano contare su “resoconti periodici di informatori infiltrati” nelle Brigate Rosse e in altre formazioni dell’estremismo di sinistra. Pur se è ragionevole ritenere che, dopo la cattura dei vertici delle BR grazie a Silvano Girotto nel 1974, i brigatisti abbiano rafforzato le cautele per evitare ulteriori infiltrazioni, non può non sorprendere che il flusso informativo sopra menzionato si sia inaridito proprio nella fase antecedente al del sequestro di Aldo Moro.

Datazione dell’ingresso nelle Br di Giovanni Senzani. La Commissione continua a svolgere accertamenti su numerose circostanze di rilievo. Da verificare il ruolo di Senzani, estraneo alle sentenze giudiziarie del caso Moro e a detta dall’allora Procuratore di Firenze Tindari Baglione, oggi deceduto, sicuramente consulente del Ministero e delle bierre, e il ruolo da lui ricoperto durante il periodo del sequestro.


Il superclan e l'istituto Hyperion
. Da verificare l’esatta ricostruzione delle complesse vicende connesse alla fuoriuscita degli appartenenti al cosiddetto Superclan e all’attività dell’istituto Hypérion di Parigi sul quale la Commissione ha cominciato a lavorare grazie alle sollecitazioni dei componenti del Movimento 5 Stelle.


La pista tedesca. Da verificare il coinvolgimento della Raf nel caso Moro, oggetto d’accertamento fin dalle prime indagini e sulla quale la Commissione insisterà perché appare rilevante la circostanza che nel covo di via Gradoli siano state trovati due moduli di carte d'identità appartenenti al medesimo stock, rubato del 1972, del modulo utilizzato per la carta d'identità falsificata che risultò nella disponibilità di Elisabeth von Dyck, appartenente alla Raf e che, inoltre, la targa del pullmino visto a Viterbo il 21 marzo 1978 sia stata rinvenuta in Germania, danneggiata e senza alcun veicolo, pochi giorni dopo l'uccisione di Aldo Moro, e che Ehehalt, cui era intestata la targa, si sia rifiutato di rispondere a domande sulla stessa e sul veicolo.