venerdì 15 luglio 2016

Fermo, nei verbali spunta la telefonata choc: "La coppia ammazza l'ultrà"

Claudio Cartaldo - Ven, 15/07/2016 - 12:31

Dai verbali dei testimoni emerge che ad aggredire sono stati i nigeriani. Una delle donne presenti ha chiamato la polizia allarmata: "Stanno ammazzando Mancini"

I verbali dei testimoni parlano chiaro. Ma soprattutto sono tra loro concordanti, in quasi tutti i particolari della vicenda che hanno portato alla morte di Emmanuel Chidi Nnamdi a Fermo.
Il quotidiano Libero, oggi ha reso pubblici le deposizioni delle 6 persone che hanno assistitito alla rissa. E quello che ne emerge è una accusa che rischia di girare i riflettori dall'ultrà in carcere sulla coppia di nigeriani, ora accusati dai testimoni di aver aggredito Amedeo Mancini tanto da "volerlo ammazzare".

La testimone di Fermo ribalta tutto

Una delle testimoni, P.B. parrucchiera di 54 anni, ha detto di essersi trovata di fronte ad una scena terribile. Non ha visto l'inizio della lite, che però altri testimoni additano a Chiniary (la vedova), offesa per gli epiteti di Mancini. La testimone dice di aver fermato l'auto a fianco al luogo in cui Mancini e Emmanuel stavano litigando. "Io mi sono trovata davanti a questa scena - racconta la donna - un uomo che ho poi saputo dai giornali essere un ragazzo di Fermo che era sulla difensiva perché davanti a lui c'era un ragazzo di colore che, credo con mosse di karate o altro, e comunque alzando una gamba lo colpiva al corpo e al petto. 

Contestualmente, una ragazza anche lei di colore, che si trovava alle spalle di quest'uomo bianco e lo strattonava, lo tratteneva per la maglietta e lo colpiva più volte sulla testa con il tacco di una scarpa. Vorrei sottolineare che, tenuto conto che avevo entrambi i finestrini della vettura abbassati, ho distintamente sentito la donna che profferiva all'indirizzo del ragazzo bianco queste parole in discreto italiano: «chi scimmia? chi scimmia?», l'aggressione da parte dell'uomo di colore e parlo di 

AGGRESSIONE perché ho visto il ragazzo bianco semplicemente proteggersi dai calci che l'altro di colore gli sferrava di continuo, al punto che il ragazzo di carnagione chiara stesso è indietreggiato.
A quel punto, tutti e tre: i due di colore e il bianco si sono protratti verso di me, tanto da giungere in corrispondenza della mia vettura più precisamente sul bordo strada alla mia sinistra: ribadisco che a un certo punto i tre si trovavano a un paio di metri da me e così ho potuto notare l'uomo di colore che tirava calci, mentre la donna continuava a colpire il ragazzo bianco con la scarpa sulla testa e mi sembra di ricordare con un morso sulla spalla".

Anche sull'uso del palo della segnaletica stradale, che Chiniary ha sempre sostenuto fosse stato usato da Mancini (per poi ritrattare), la testimone concorda con la versione dell'ultrà e degli altri presenti. "In quel frangente, mentre la donna colpiva con la scarpa, l'uomo di colore ha preso da lì vicino un paletto della segnaletica: più precisamente quello con la freccia bianca e il fondo blu e con quel segnale l'uomo di colore ha spinto (dapprima con il paletto) l'uomo bianco che indietreggiando ha perso l'equilibrio, e subito ha scagliato contro questo stesso uomo bianco il paletto.  

Quel paletto lanciato, lo ha colpito sul fianco e sulla spalla sinistra tanto da far cadere in terra il ragazzo bianco.Quello di colore e la ragazza, pure lei di colore, nonostante l'altro fosse a terra hanno continuato a picchiarlo. Lui ancora con calci e lei con la scarpa sul corpo. A quel punto io ho chiamato il 112 dicendo quello che stava accadendo. Credo di avere detto: «Correte! Lo ammazzano! Lo ammazzano!», riferendomi al bianco. Dalla memoria del telefono posso dirvi con certezza che erano le 15 e 07 minuti quando ho chiamato i carabinieri, sta di fatto che a quel punto ho notato un secondo ragazzo bianco che nel frattempo era intervenuto con lo scopo di evitare che quello a terra venisse nuovamente colpito dall'uomo di colore e dalla donna di colore".

La morte di Emmanuel

Lo ammazzano. La testimone aveva paura che Mancini potesse farsi del male, tanta era la violenza con cui Emmanuel e la moglie lo colpivano. "Ricordo - continua la donna - che quest'altro bianco aveva detto a voce alta: «Amedeo lascia perdere, è una donna, non reagire!» e sto Amedeo non ha reagito. Sempre il bianco più basso di statura, forse suo amico, ha cercato di aiutare Amedeo che era a terra ad alzarsi, lo ha fatto più volte cercando di aiutarlo a sollevarsi, ma non c'è riuscito perché la donna di colore continuava a colpirlo ripetutamente con la scarpa sulla parte alta del tronco accanendosi sulla testa di quell'uomo bianco più basso".

Il momento della morte è drammatico. Ma anche su questo punto P.B. fornisce una versione diversa da quella della vittima. Non sarebbe stato Mancini, infatti, a raggiungere Emmanuel "che aveva concluso la rissa" (come riportato in un primo momento), ma sempre il nigeriano si sarebbe avvicinato all'ultrà che alla fine, avrebbe reagito con un solo colpo. "Questa era la scena davanti a me: avevo il ragazzo bianco che ho poi saputo trattarsi di Amedeo tifoso della Fermana Calcio che mi volgeva le spalle, alla sua sinistra la donna di colore che continuava a colpirlo con la scarpa a tacco basso, alla sua destra l'altro ragazzo bianco. 

Amedeo si rivolgeva alla ragazza di colore dicendole: «Guarda che mi hai fatto» e le mostrava la maglietta strappata. A quel punto il ragazzo di colore si è avvicinato e Amedeo lo ha colpito non so se con un pugno o con uno schiaffo, ma sicuramente all'altezza del volto. Il ragazzo di colore è caduto in terra all'indietro subito dopo".

Fermo, le bugie di Chiniary: così avrebbe mentito ai magistrati

Claudio Cartaldo - Ven, 15/07/2016 - 10:54

Le testimonianze rese dai presenti alla morte del nigeriano a Fermo avrebbero costretto la vedova a rivedere il suo racconto

Le sei testimonianze che le danno contro la versone di Chiniary Nnamdi, la vedova del nigeriano ucciso a Fermo. La sua prima versione racconta ai pm e ripresa da tutti i quotidiani come verità incondizionata avrebbe molte, troppe "bugie".

O almeno verità non confermate da nessun testimone. Ieri si era diffusa la notizia secondo cui la donna avrebbe fatto marcia indietro, cambiando la sua versione. Oggi la Procura e i legali della vittima hanno smentito la notizia rilanciata ieri da Libero e il Corriere, secondo cui Chiniary avrebbe cambiato il suo racconto: "Chinyere non ha ritrattato, né ha cambiato la sua versione dei fatti - ha detto Letizia Astorri - ha sempre detto la stessa cosa, non ha cambiato nulla". Per il procuratore Domenico Seccia la notizia sarebbe stata "falsa".

Le falle nel racconto di Chiniary

Quello che è certo, però è che le deposizioni della vedova di Emmanuel non coincidono con quelle fornite da almeno 6 testimoni. Tanto che la Procura non la ritiene attendibile, come spiega IlFattoQuotidiano. Ma quali sono le falle nel racconto della vedova di Emmanuel? Eccoli, scritti nero su bianco nei verbali nelle mani degli investigatori e riportati integralmente da Libero: "Nel pomeriggio del 5 luglio 2016 - fa scrivere nel rapporto - io, mio marito e un altro ragazzo nigeriano siamo usciti per andare a comprare creme per il corpo. Arrivati all’altezza di una fermata dell’autobus, abbiamo incrociato due ragazzi bianchi e il più alto mi ha afferrato per la maglietta chiamandomi afrikaans scimmia".

E questo è l'unico punto in cui le versioni di Chiniary e dei 6 testimoni, di fatto, sembrano coincidere. "Questo soggetto - continua la vedova - era abbastanza alto, di stazza robusta, capelli rasati (...). Quando il bianco mi stava afferrando, io gli ho chiesto perché lo stesse facendo. Mio marito si è avvicinato e io sono stata colpita con un calcio alla gamba da quell’uomo bianco che mi aveva afferrato".

Non solo. La vedova afferma più volte che nel luogo della colluttazione non c'erano automobili, fatto raccontato da Amedeo Mancini (l'ultrà arrestato), il quale ha anche sostenuto di aver insultato Chiniary perché "stava armeggiando intorno ad alcune auto". Eppure, i testimoni e anche i vigili giurano di aver visto auto in sosta nella zona. Ma la vedova non demorde: "No, no - si legge nei verbali riportati da Libero - non c’erano automobili parcheggiate sulla via all’altezza della fermata dell’autobus. E dopo avere subito il calcio alla gamba, io sono caduta per poi rialzarmi e mio marito si è avvicinato. A quel punto l’uomo bianco lo ha afferrato al bavero e al contempo l’altro soggetto di carnagione bianca più basso si è avvicinato con l’intento di dare man forte al primo".

Chi ha usato il palo stradale a Fermo?

Ma il particolare a mettere maggiormene in discussione la versione raccontata in un primo momento da Chiniary è il palo della segnaletica stradale. "Emmanuel - fa scrivere la vedova a verbale - ha soltanto cercato di difendersi, ma quando mio marito ha cercato di liberarsi dalla stretta e si è allontanato, l’uomo bianco alto ha afferrato un segnale stradale montato su un palo di ferro con la scritta “Stop” e con tale arnese lo ha colpito all’altezza della testa lato posteriore, al contempo gli ha dato dei calci alle gambe quindi Emmanuel è caduto a terra all’indietro ed è morto. Preciso e ripeto che il segnale stradale è stato sollevato dall’uomo bianco e scaraventato contro mio marito che è caduto a terra esanime".

Ma tutti i testimoni sostengono il contrario.

Fermo, i verbali e 6 testimoni contro la vedova. Ora rischia l'accusa di calunnia

Claudio Cartaldo - Mer, 13/07/2016 - 13:21

I verbali dei testimoni nelle meni della Procura sembrano confermare la versione dei Amedeo Mancini, l'uomo accusato per la morte di Emmanuel Nnamdi a Fermo

I verbali nelle mani della procura ora rischiano di mettere nei guai Chiniary Nnamdi, la moglie di Emmanuel Chidi Nnamdi, il nigeriano morto a Fermo la settimana scorsa dopo una lite con un ultrà locale, Amedeo Mancini Nei documenti, infatti, sono contenute le dichiarazioni rese da tutti i testimoni che hanno visto quanto successo pochi minuti prima della morte di Emmanuel. Si parla di 6 testimoni oculari estranei alla vittima e all'accusato, poi ci sono le versioni date dall'amico di Mancini e quella di Chiniary. Ed è proprio questa la versione che, al momento, non ha trovato nessun riscontro. Nessuno dei sei testimoni, infatti, ha confermato il racconto fornito dalla moglie della vittima.

Le supertestimoni di Fermo

Partiamo dal principio. Ci sono due supertestimoni che hanno visto la scena dall'inizio, o almeno - scrive il Fatto Quotidiano che oggi riporta i verbali - subito dopo che Mancini ha chiamato "scimmia" Chiniary. E questo lo ha confessato lo stesso ultrà, accusato di omicidio preterintenzonale. Le due donne dicono di aver visto Emmanuel afferrare il cartello stradale "con base circolare di ferro e lo scaraventarlo contro Mancini colpendolo e facendolo cadere a terra". Bisogna aggiungere che la procura considera queste testimoni attendibili, perché tra loro non si conoscono eppure i due racconti coincidono.

Non basta. Nei verbali spunta una terza testimone. Si legge: "Mentre l'uomo di carnagione bianca si stava rialzando, l'uomo di colore cercava di colpirlo con i piedi mentre la donna tentava di attingerlo (colpirlo, Ndr) brandendo una scarpa in mano". La dinamica esosta dai testimoni confermerebbe quindi quanto detto da Mancini di fronte ai pm: "Sono stato aggredito".

Andimo avanti. Si legge ancora nel racconto della terza testimone: "È intervenuto un altro ragazzo (l'amico di Mancini, Ndr) che ha cercato di dividerli ma ha ricevuto dalla donna colpi con la scarpa". A quel punto è la stessa testimone a chiamare la polizia: "Ho visto l'uomo di colore che indirizzava all'altro calci e manate in faccia e la donna lo aiutava con la scarpa. Poi ho visto l'uomo dalla carnagione bianca colpire con un pugno l'uomo di colore che cadeva a terra".

Secondo la stessa testimone, i vigili sarebbero arrivati sul luogo della tragedia solo in questo momento. I vigili, riporta sempre il Fatto Quotidiano, dicono che al loro arrivo Emmanuel urlava, la moglie diceva di essere stata chiamata "scimmia" e Mancini accusava i due nigeriani di averlo aggredito.

La vedova rischia l'accusa di calunnia

Il problema è che la sua versione delle vedova è totalmente differente da quanto raccontato dai teste ai pm. "Emmanuel - ha sempre spiegato Chiniary - si liberava dalla stretta, si allontanava e nel frattempo l'uomo bianco afferrava un segnale stradale...e con tale arnese colpiva mio marito all'altezza della testa lato posteriore al contempo gli dava calci alle gambe. Quindi Emmanuel è caduto all'indietro". Come si può notare, quindi, la dinamica dei fatti riportata dalla vedova cozza con quanto spiegato ai pm dai 6 testimoni oculari. Tutti contro uno. Tanto che la procura non ritiene attendibile il racconto di Chiniary. Un fatto che - scrive ancora il Fatto - "rischia di costare a Chiniary l'incriminazione per calunnia".

Fermo, ora la vedova ritratta: "Emmanuel colpì Mancini col palo"

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 14/07/2016 - 10:28

I testimoni la smentiscono, così Chiniery fa marcia indietro sulla morte del marito a Fermo: "Non parlo bene italiano". Rischia incriminazione per calunnia



La notizia di oggi sembra essere questa: la vedova di Emmanuel Chidi Nnamdi, Chiniary, ha fatto marcia indietro. Quello che ha raccontato nei giorni successivi alla morte di suo marito, quindi, sarebbe in qualche modo falso.

O almeno nella questione più importante: chi ha usato il palo della segaletica stradale.
I verbali dei 6 testimoni che confermano la versione di Amedeo Mancini, l'ultrà arrestato per omicidio preterintenzionale, hanno messo all'angolo Chiniary. E così davanti ai magistrati avrebbe dovuto correggere le sue dichiarazioni. I pm, infatti, hanno voluto ascoltarla di nuovo martedì. Il motivo? Le testimonianze a favore di Mancini sono ritenute "attendibili" e concordano nel dire che ad aggredire per primo è stato proprio Emmanuel. La vedova, come riportano Libero e il Corriere, si è quindi giustificata così:

"Ho problemi con la lingua italiana e quando ho dato le due precedenti versioni ero sotto choc. Mio marito prese il paletto dalla strada dopo le offese e colpì Mancini". Bisogna precisare che secondo i legali della donna, citati dal Corriere, la dichiarazione resa ai magistrati non sarebbe una ritrattazione, ma solo un precisazione. Il resto del racconto, quindi, rimarrebbe sostanzialmente immutato. I legali avrebbero poi precisato che non ci sarebbe nessuna "ritrattazione" da parte di Chiniary, che "ha sempre detto la stessa cosa, non ha cambiato nulla". Anche la Procura, secondo il Fatto Quotidiano, avrebbe smentito le ricostruzioni del Corriere secondo cui la vedova avrebbe ammesso di aver sbagliato a raccontare i fatti.

Di certo, il Gip Marcello Caporale non considera attendibile la versione di Chiniary, perché troppo in contrasto con i racconti forniti dai testimoni.

La morte del nigeriano a Fermo: la ricostruzione

Bene. Partiamo da qui per ricostruire tutta la vicenda, giudiziaria e mediatica. I due dati certi sono la morte di Emmanuel e l'offesa che Mancini ha rivolto alla moglie del nigeriano: "Scimmia africana". Nella prima versione la vedova sosteneva che a far scattare la rissa fosse stato lo stesso ultrà, che dopo averla insulta avrebbe attaccato il marito picchiandolo, afferrando lei per il collo e scagliando un cartello stradale contro il marito. "Emmanuel - ha sempre spiegato Chiniary - si liberava dalla stretta, si allontanava e nel frattempo l'uomo bianco afferrava un segnale stradale...e con tale arnese colpiva mio marito all'altezza della testa lato posteriore al contempo gli dava calci alle gambe. Quindi Emmanuel è caduto all'indietro".

I sei testimoni contro la vedova

Ma a contraddirla ci sono ben 6 testimoni, che non si conoscono tra loro, che hanno assistito alla scena e che avvalano la versione di Mancini. Il quale ha sempre sostenuto di essere stato aggredito: "Ho visto gli immigrati armeggiare intorno alla macchina - ha detto l'ultrà - e ho usato quell'espressione offensiva". Due testimoni hanno visto la rissa dall'inizio e hanno messo a verbale che, dopo l'insulto, hanno visto "Emmanuel afferrare il cartello stradale con base circolare di ferro e lo scaraventarlo contro Mancini colpendolo e facendolo cadere a terra". Altre due testimoni, due operatrici umanitarie, hanno fatto sapere che mentre Mancini era a terra "l'uomo di colore cercava di colpirlo con i piedi mentre la donna tentava di attingerlo (colpirlo, Ndr) brandendo una scarpa in mano".

A quel punto, raccontano i teste, l'amico di Mancini ha cercato di riportare tutto alla calma, ma è stato aggredito dalla moglie di Emmanuel con una scarpa. Una delle testimoni chiama la polizia, mentre altri tre immigrati circondano Mancini. "Ho visto l'uomo di colore che indirizzava all'altro calci e manate in faccia e la donna lo aiutava con la scarpa - dicono i testimoni nelle loro deposizioni incrociate - Poi ho visto l'uomo dalla carnagione bianca colpire con un pugno l'uomo di colore che cadeva a terra".

Il nigeriano batte la testa e, come ha attestato l'autopsia, è proprio il colpo sul marciapiede che lo porta alla drammatica morte. All'arrivo dei vigili, però, Emmanuel è ancora in piedi, urla nella sua lingua, mentre Mancini spiega alle forze dell'ordine di essere stato aggredito e Chiniary di essere stata apostrofata come "scimmia".

Gli esami clinici: cartello stradale usato dal nigeriano

Ricapitolando. Sei testimoni più l'amico di Mancini sostengono di aver partecipato alla stessa colluttazone. Chiniary, invece, sostiene una ricostruzione differente. Poi ritratta. Senza contare che l'esame clinico svolto su Mancini in carcere: il medico legale ha evidenziato come sul costato dell'ultrà fosse presente un grave ematoma, probabilmente causato proprio da quel cartello stradale che tutti i presenti confermano essere stato usato da Emmanuel. E che invece la vedova "metteva in mano" a Mancini. Ma ora, ascoltata di nuovo dai pm, avrebbe precisato che "mio marito prese il paletto dalla strada dopo le offese e colpì Mancini ". Una confessione che, secondo il Corriere, potrebbe costargli l'accusa di falsa testimonianza.

Mulino Bianco ritira alcuni prodotti dal mercato: “Possibile presenza di frammenti metallici”

La Stampa
noemi penna

Una scelta precauzionale, dopo la scoperta del sale “contaminato” utilizzato nello stabilimento di Cremona



«Possibile presenza di frammenti metallici in una partita di sale utilizzata per la produzione nel nostro stabilimento di Cremona». È per questo che Mulino Bianco e Pavesi hanno deciso di ritirare dal commercio alcuni lotti di dodici prodotti della loro linea, come il Pan Bauletto e la Torta Limone.
Lo hanno annunciato le aziende in un comunicato: «Pur essendo il rischio di contaminazione del tutto remoto, si è voluta adottare la massima precauzione. Abbiamo provveduto a bloccare la distribuzione e contestualmente abbiamo attivato le procedure di richiamo dei prodotti dal mercato», scrivono, invitando quindi «i consumatori in possesso solo dei prodotti menzionati a non consumarli».

Per ogni informazione, sono attivi il numero verde 800/61.54.77 e l’ indirizzo mail assistenzarichiamoprodotti@consumer-care.it. «Mulino Bianco e Pavesi - prosegue la nota - hanno effettuato questa scelta in coerenza con le scelte qualitative di sempre, pensando alla massima tutela dei propri consumatori. Ci scusiamo per l’inconveniente causato ai nostri Consumatori e Clienti».

L’azienda ha fornito i dati di riconoscimento dei lotti a rischio. Si trovano sul retro delle confezioni, nell’area dedicata alla data di scadenza.

-Gran Bauletto Grano Tenero e Farro: Lotto: 055896 Lettera: D Scadenza: 31/08/2016, Lotto: 055906 Lettera: D Scadenza: 01/09/2016
-Gran Bauletto Rustico: Lotto: 055906 Lettera: D Scadenza: 01/09/2016
-Pagnotta Grano Duro: Lotto: 055876 Lettera: D Scadenza: 04/09/2016
-Pagnotta Integrale: Lotto: 055876 Lettera: D Scadenza: 04/09/2016
-Pagnottelle Classiche: Lotto: 065886 Lettera: D Scadenza: 30/08/2016
-Pagnottelle Hot Dog: Lotto: 065896 Lettera: D Scadenza: 31/08/2016
-Pan Bauletto ai Cereali e Soia: Lotto: 095886 Lettera: D Scadenza: 30/08/2016, Lotto: 095896 Lettera: D Scadenza: 31/08/2016
-Pan Bauletto al Grano Duro: Lotto: 095886 Lettera: D Scadenza: 30/08/2016
-Pan Bauletto Bianco: Lotto: 095866 Lettera: D Scadenza: 28/08/2016, Lotto: 095876 Lettera: D Scadenza: 29/08/2016, Lotto: 095886 Lettera: D Scadenza: 30/08/2016, Lotto: 095896 Lettera: D Scadenza: 31/08/2016, Lotto: 095906 Lettera: D Scadenza: 01/09/2016
-Sfilatini: Lotto: 065896 Lettera: D Scadenza: 31/08/2016
-Torta Cacao: Lotto: 075896 Scadenza: 09/09/2016
-Torta Limone: Lotto: 075886 Scadenza: 20/09/2016, Lotto: 075896 Scadenza: 21/09/2016

Nizza. L’Europa misura le vongole invece di difendersi

Emanuele Ricucci

Fa paura stare in Europa, senza neanche il privilegio di sentirsi europei: ci si sente continuamente un bersaglio, pare di abitare una discarica internazionale.
La grandezza delle vongole, presto!
Le sanzioni alla Russia di Putin che gioca a fare la reginetta del mercato col suo gas, ora, di corsa!

Ce lo stiamo chiedendo tutti dopo gli 84 morti di Nizza: quando è il vertice per ridiscutere le sanzioni alla Russia? Quando si riunisce la Commissione Europea per misurare le vongole? Quando il meeting tecnico per valutare il prezzo dei libri di testo sull’educazione di genere da adottare nelle scuole di primo grado? Quando sarà l’incontro per discutere nei dettagli la cacciata di Dio dalle terre d’Europa? Quello in cui trasformare le chiese in un McDonald’s? E per istituzionalizzare l’usura bancaria – progetto già a buon punto -?

Ma ci torniamo a chiedere anche: quando al post di Je suis sarà Nous sommes, noi siamo? Quando si chiuderà il confine? Quando si spezzeranno i gessetti? Quando si capirà che il multiculturalismo è un fallimento sanguinoso?

Le vongole saranno sempre troppo piccole, proprio come gli attributi miseri di questo continente supermoderno.

Giocano a Risiko, in Europa, e ci perdiamo tutti. Non sappiamo quando, con quale modalità (dalla sparatoria incontrollata, all’uomo bomba fino al nuovo camionbombaammazzafollacaricodiarmi) ma sappiamo che prima o poi toccherà a tutti se questa emorragia di deficienza, integralismo e superficialità non verrà arrestata.

Parigi, Nizza, Bruxelles. Qual è il senso? Dov’è il senso di continuare a celebrare le nostre indipendenze nazionali come nulla fosse – come nulla fosse… -, agganciata al XIX, XX Secolo, alla retorica ragnatelosa della Resistenza, della Rivoluzione nazionale, della guerretta d’indipendenza, dei risorgimenti e intanto, la modernità, con il suo integralismo islamico/commerciale, i mercati, il processo calibrato di disumanizzazione, di annichilimento, di disgregazione delle identità nazionali, porta nuovi demoni. Inascoltati, impensati. Evidentemente è giunto il momento di segnare in rosso nuovi giorni sul calendario, di procreare moderne forme di legame, di reazione e disgusto, di lotta, perché di questo si tratta.

Fa paura stare in Europa, senza neanche il privilegio di sentirsi europei: ci si sente continuamente un bersaglio, pare di abitare una discarica internazionale. Uscire da casa e reagire, andare a riscoprire lo spirito fondante, quello che ispirò i padri e che non è nella ricerca dei Pokemon agli angoli delle strade, nelle Crociate e neanche nei vertici in giacca e cravatta, ma nelle chiese gotiche di Francia, nei capolavori del Rinascimento italiano, nelle vene del Romanticismo tedesco, nel cielo d’Irlanda, nel sangue di Spagna, nella fede portoghese, nelle trincee della Grande Guerra. Tra pallottole e marmo tutto si formò e tutto dovrà tornare, presto.

La pm che lo fece catturare “Dopo l’arresto ci minacciò”

La Stampa
guido ruotolo

Il magistrato Sabella: sono tanti i segreti che non ha svelato



Marzia Sabella, lei è stata uno dei pm della Procura di Palermo - insieme all’allora aggiunto Giuseppe Pignatone e al pm Michele Prestipino - a coordinare le indagini del pool di poliziotti guidati da Renato Cortese, per la cattura di Bernardo Provenzano, ’u tratturi. Chi era Provenzano?
«Come direbbe Wikipedia, “Provenzano era un criminale italiano”. Aggiungo che era un criminale latitante da 43 anni, cioè uno smacco alle leggi dello Stato che ogni giorno ci sforziamo di applicare». 

Quando erano latitanti, i due Corleonesi eccellenti, Totò Riina passava per il macellaio e zu’ Binnu Provenzano per l’intellettuale, il mediatore, l’ambasciatore. I pentiti ma anche le indagini ci hanno consegnato in realtà i ritratti di due veri mafiosi con personalità diverse. Corresponsabili delle carneficine e mattanze.
«Ecco, era una questione di personalità diverse. Ma probabilmente anche una questione strategica: un tempo, per rendere proficui gli interrogatori ci si serviva di due figure, lo “sbirro” buono e quello cattivo. Per il resto, come riferito da tanti collaboratori, “erano la stessa cosa”». 

Ambedue le catture, Provenzano e Riina, sono state accompagnate da un alone di mistero. Addirittura si sono fatti processi con ufficiali dell’Arma dei carabinieri sul banco degli imputati, per la mancata cattura di Provenzano.
«Non abbiamo ancora una ricostruzione giudiziaria definitiva. Aspettiamo di conoscerla. Per le indagini più recenti che hanno portato alla sua cattura invece non vi sono misteri ma fasi investigative tracciabili minuto per minuto. Mi piace sottolinearlo perché ogni tanto ci si diverte a dare letture alternative».

Ha mai avuto sentore che Provenzano avesse avuto contatti, rapporti con pezzi dello Stato?
«La storia di quegli anni va ancora scritta o forse va riscritta. Ma quel “sentore”, che certo ho avuto, per il magistrato è solo uno spunto investigativo. Poi ci vogliono le prove. E chi le prove vuole cercarle e chi le vuole far trovare».

Con la morte di Provenzano si è chiusa una stagione? Insomma cosa è diventata oggi Cosa nostra?
«La stagione di Provenzano non si è chiusa con la sua morte, ma con il suo arresto: la fine della sua latitanza ha azzerato il “vantaggio” rispetto a Totò Riina che era e rimane, almeno formalmente, il capo della commissione. Ma Cosa nostra resta Cosa nostra, con i suoi alti e bassi, con le perdite e i guadagni, con il mutamento di uomini e di strategie, con la sua capacità di adattarsi alle stagioni e soprattutto con il suo talento speculativo d’avanguardia. Bisogna chiedersi piuttosto se negli ultimi anni abbiamo saputo leggere questo cambiamento, peraltro fisiologico, o se abbiamo scambiato l’integrazione sociale della mafia, che è la sua più pericolosa peculiarità, con la sconfitta della mafia».

Nel libro che ha scritto con la giornalista Serena Uccello («Nostro Onore») lei racconta il dietro le quinte del lavoro di pm a Palermo. «Solo dopo averlo visto con i miei occhi - scrive - mi sono convinta che l’avevamo preso veramente (Provenzano, ndr)». Il suo lavoro come quello degli investigatori spesso è anche tanta fatica e sudore. Ne è valsa la pena?
«Mi scordo sempre di fare bilanci tra la fatica personale e il risultato delle indagini. Un lavoro si porta avanti comunque, anche quando il traguardo non è la cattura di un noto latitante che porta il tuo nome sui giornali. Semmai il confronto va fatto tra l’impegno dello Stato, anche in termini di costi, e la cattura. Ed è certo che, in tal caso, ne è valsa la pena nonostante Provenzano, quell’11 aprile, ci avesse detto che non sapevamo quello che stavamo facendo, forse alludendo a conseguenze negative per il Paese dalla prossima riorganizzazione di Cosa nostra».

L’ex procuratore Piero Grasso dice che Provenzano porta con sé tanti misteri. D’accordo? Quali quelli che avrebbe voluto conoscere?
«Certo che sono d’accordo. Sono d’accordo anche con il “tanti” perché, appunto, sono molteplici, ma non sono tutti quelli che ci servirebbero e che oltrepassano la storia di Provenzano. Non saprei scegliere tra i misteri che avrei voluto conoscere. Se ce li avesse elencati uno per uno oggi saremmo a buon punto».

Riapre il sito archeologico del Carcer Tullianum

La Stampa
ariela piattelli

C’è anche un nuovo museo con tanti reperti che raccontano la complessità di Roma sin dall’età del Ferro. Qui, secondo la tradizione, furono reclusi gli apostoli Pietro e Paolo



«Lei sa dove sta camminando? Qui sotto c’è l’entrata di epoca romana del carcere, e qui sopra c’è la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami». L’archeologa Patrizia Fortini cerca di spiegare in parole semplici gli strati di secoli di storia accatastati sul Carcer Tullianum, noto come carcere Mamertino, che fu anche uno dei primi luoghi di segregazione della storia. Il sito archeologico, che guarda da vicino il Foro Romano, e dove si crede sia stato recluso San Pietro, ha riaperto al pubblico, con un museo nuovo di zecca e tanti, tanti reperti, che raccontano la complessità di Roma, sin dall’età del Ferro. Tra le scoperte più importanti tre sepolture il primo limone che testimonia la presenza della pianta anche in Europa.


Foto: Riccardo Auci

Tra storia e fede
«Riapriamo dopo tre campagne archeologiche e un giro di restauri, condotti con la direzione scientifica dell’archeologa Patrizia Fortini. Riapriamo un luogo di storia e di fede, simbolico sin dai tempi antichi – spiega Francesco Prosperetti, Soprintendente per l’area archeologica centrale di Roma-. Le indagini archeologiche degli ultimi anni ci restituiscono non solo un monumento celeberrimo, ma la sua straordinaria vicenda, legata a doppio filo con le origini di Roma e l’intera storia della città. Grazie alla collaborazione con l’Opera Romana Pellegrinaggi, che gestirà il sito, apriamo anche un nuovo museo e un ingresso al Foro Romano di cui il Carcer Tullianum in origine faceva parte». La storia del carcere inizia nel IX secolo a.C.

La presenza di una sorgente, l’acqua Tulliana, che risale ancora oggi, insieme al rinvenimento di un deposito votivo (che contiene resti animali e vegetali risalenti al I secolo d.C.) in una fossa scavata nel pavimento antico, dimostrano la sacralizzazione dell’edificio che le fonti fanno risalire al re Servio Tullio. L’edifico diviene luogo di segregazione nel VII secolo a.C., e li vengono imprigionati i nemici dell’Urbs (tra gli altri anche il capo dei Galli Vercingetorige). Una volta gettati nella botola del Carcer i “nemici” venivano consegnati all’oblio e dimenticati per sempre. Il complesso che comprende il Carcer e il Tullianum viene poi monumentalizzato tra Augusto e Tiberio.

Persa la suo funzione di prigione, nel VII secolo d.C. il Carcer Tullianum diventa luogo di culto cristiano, perché qui, come la tradizione vuole, furono reclusi gli apostoli Pietro e Paolo (la chiesa di San Pietro in Carcere ne è la testimonianza). “Questo luogo–spiega Monsignor Liberio Andreatta, vice presidente dell’Opera Romana Pellegrinaggi – è stato luogo di detenzione di San Pietro, che fece scaturire l’acqua che utilizzò per battezzare i reclusi e i carcerieri”. L’attuale sistemazione dell’edificio prende il via nel 1540, quando viene edificata sopra al Carcer Tullianum la chiesa San Giuseppe dei Falegnami., presente in un affresco datato XIII secolo.



Le scoperte
Tra le scoperte più importanti del Carcer Tullianum c’è un limone, racchiuso nella fossa votiva insieme ai resti di vegetali, di maialini giovani, tutti esposti nelle teche del Museo. Questo è il più antico esemplare della pianta di limone rinvenuta in un contesto archeologico in Europa del frutto originariamente asiatico. Tre sepolture, risalenti all’età del Ferro: un uomo con le mani legate, una donna e una bambina. Infine una delle prime raffigurazioni della Madonna della Misericordia, presente in un affresco datato XIII secolo. «Portata alla luce proprio nell’anno del Giubileo della Misericordia» – nota qualcuno. «Abbiamo lavorato con le università – spiega Fortini-, con i dipartimenti di chimica e fisica. Abbiamo cercato di far comprendere la storia di questo sito, e delle sue stratificazioni, facendo delle ricostruzioni. In questo luogo oggi si entra nel cuore della storia».

La tecnologia al servizio della storia
Il sito raccoglie molti reperti antichi, ma è anche il segno della modernità e della tecnologia, di cui oggi i musei del mondo non possono farne a meno. Giovani Startupper dall’azienda Visivalab e della Start Up Oniride hanno curato il design, il restauro e i servizi multimediali all’avanguardia del Carcer Tullianum. Così è possibile, con un tablet consegnato al visitatore all’entrata, ricostruire l’iconografia del luogo con la realtà aumentata. Tre animazioni, tra cui un vero e proprio cartone, ridanno vita ai reperti e a quelle persone ritrovate sepolte da secoli e secoli. 

Dai siti per incontri ai governi, ecco chi vuole la tua faccia

La Stampa
carola frediani

La richiesta di sorveglianza traina il riconoscimento facciale. Quali attori sono in gioco e come si muove l’Italia



Per alcuni è la frontiera del dating. O dello stalking. Si entra sul sito, si carica la foto di uno sconosciuto, scattata dal telefonino in metropolitana oppure trovata da qualche parte in Rete, e in pochi secondi il sistema tira fuori una serie di profili social che potrebbero corrispondere alla persona ritratta nell’immagine. Dall’anonimato di uno scatto casuale, magari rubato, all’identificazione del suo protagonista, inclusi i suoi dettagli più intimi, e magari l’indirizzo, spiattellati online su un social network. 

A metterlo in pratica è la piattaforma russa FindFace, che usa un avanzato software di riconoscimento facciale per abbinare fotografie di sconosciuti ai profili social degli iscritti a Vkontakte, il Facebook in salsa russa che conta 200 milioni di profili. Il sistema – rilasciato lo scorso febbraio - per ora funziona solo se la persona è su Vkontakte, ma le potenzialità sono ancora tutte da indagare.

Gli sviluppatori sostengono che abbia un tasso di successo del 70 per cento. Di sicuro, finora un ingegnere lo ha usato per individuare due donne cui aveva scattato delle foto anni prima; un artista lo ha testato, con buoni risultati, su un tot di ragazze fotografate per strada; e qualcuno ha già provato ad abusarne. Un gruppo di utenti del sito russo Dvach si è infatti organizzato per deanonimizzare, attraverso l’utilizzo di questo strumento, i volti di attrici o donne protagoniste di video e immagini pornografiche per poi provare a contattare le stesse e i loro famigliari.



L’accelerazione tecnologica
La storia di FindFace riassume bene l’accelerazione che sta avvenendo nel settore del riconoscimento facciale, tecnologia di cui si parla da anni, ma che si scontrava fino a poco fa con alcuni limiti che ne rendevano difficile l’applicazione pratica. Ora questi tappi tecnici stanno saltando e il settore si è improvvisamente fatto effervescente.

Algoritmi affinati attraverso l’intelligenza artificiale, ampi archivi di foto su cui allenare i software, l’interesse da parte di tutta l’industria tech - a partire da colossi come Facebook, Google ed Apple - hanno contribuito ad accrescere accuratezza e velocità di esecuzione di software che, in pochissimo tempo, da un lato devono analizzare una foto, e dall’altro confrontarla con database preesistenti fatti anche di milioni di immagini.

La tecnologia di FindFace è stata sviluppata dalla startup russa N-Tech Lab, che lo scorso dicembre ha sorprendentemente raggiunto il podio in Megaface, una sorta di Gran Premio internazionale del riconoscimento facciale. I software di N-Tech, Google e dell’università di Pechino si sono rivelati tra i più precisi. In particolare, nel caso di ampie basi di dati (1 milione di foto relative a 690mila persone), il tasso di accuratezza di N-Tech ha raggiunto il 73,3 per cento.

Il business della sorveglianza
Le applicazioni di questa tecnologia sono tante e diverse. In ogni caso N-Tech ha già in tasca un progetto pilota con la città di Mosca e la sua rete di videocamere al fine di identificare criminali o sospettati in tempo reale. Non è un caso, ovviamente. Il mercato della sicurezza e della sorveglianza è il principale motore di questa tecnologia, sostengono i report del settore, il quale viene dato in rapida espansione, con un tasso di crescita annuale composto intorno al 18 per cento da qui al 2022, quando il giro d’affari sarà sugli 8,74 miliardi di dollari (dati: Stratistic MRC). 

L’intero mercato della biometria – che include ad esempio tutta la corazzata delle applicazioni di autenticazione via impronte digitali, trascinate dalla diffusione di scanner su telefonini e altri dispositivi – è destinato ad esplodere da qui ai prossimi cinque anni, sostiene anche un report di ABI Research, che ribadisce: tra le ragioni, c’è la richiesta di sorveglianza da parte di aziende e Stati.
Ma quali sono gli attori principali del riconoscimento facciale? I francesi del gruppo Safran, i giapponesi di NEC e Ayonix, i tedeschi di Cognitec, gli olandesi di Gemalto, le statunitensi Animetrics, Aware, 3M Cogent, i britannici di Cybula, e gli italiani di Eurotech sono alcuni dei nomi ricorrenti in questi report. Oltre a ciò, un sottobosco di startup che si stanno specializzando in funzioni o settori specifici.



L’Italia e il taggare i terroristi
Il nome dell’udinese Eurotech era circolato anche quando il presidente del Consiglio Renzi, lo scorso 21 novembre, aveva parlato di riconoscimento facciale in funzione di controterrorismo e di voler “taggare” (presumibilmente: identificare) tutti i sospetti. Principio ribadito anche dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, secondo il quale il governo aveva un piano di potenziamento del sistema di sicurezza del Paese anche attraverso il riconoscimento facciale, che non includeva soltanto gli aeroporti. Come sarebbe avvenuto in pratica, dove, con quali tecnologie e aziende non era però affatto chiaro. «Non mi risulta che siamo stati contattati in relazione a quel progetto», commenta oggi alla Stampa Roberto Siagri, ad di Eurotech. «Non so neanche se tale progetto sia mai partito».

Il bando italiano
È partita però una gara pubblica, indetta proprio il 26 novembre scorso. L’obiettivo è la “fornitura di sistemi di videosorveglianza sia per gli edifici in uso alle pubbliche amministrazioni sia per il territorio”. I sistemi realizzati dovranno poter integrare funzionalità avanzate di analisi video in tempo reale “come il riconoscimento facciale” e dovranno essere uno strumento significativo “per la realizzazione dei progetti del Governo in merito alla sorveglianza e alla sicurezza del territorio”, è scritto nel bando. Valore della fornitura: 56 milioni di euro in tre anni. Il termine per la ricezione delle offerte è stato il primo marzo 2016, ma del suo esito ancora non si sa nulla.

Che sia questa o meno l’incarnazione governativa del “tagghiamoli tutti” (abbiamo chiesto delucidazioni al Ministero dell’Interno e aggiorneremo in caso di risposta), va detto che la pratica del riconoscimento facciale a scopo di sicurezza è cosa ben diversa dalla sua teoria. «Non è banale fare riconoscimenti massivi con questo obiettivo», commenta Siagri. «Oltre a implementare determinati software, si dovrebbero installare molte più telecamere con tante angolazioni, e a risoluzione elevata, posizionandole più vicino ai soggetti da inquadrare di come magari sono oggi». 

In pratica, prosegue Siagri, un conto sono i contesti cooperativi, dove si è inquadrati per qualche secondo dalla telecamera per cui il riconoscimento è più preciso, come può avvenire in aeroporto o nei punti di accesso a un edificio che ha particolari esigenze di sicurezza (ed è proprio questo settore, insieme alla cantieristica, dove Eurotech esporta le sue tecnologie di riconoscimento facciale). Un conto invece contesti non cooperativi, come spazi pubblici, in cui la percentuale di riconoscimento è molto più bassa. «In quel caso probabilmente le forze dell’ordine dovrebbero usare dei filtri a maglie larghe su cui successivamente fare ulteriori screening”, commenta Siagri». Insomma, un lavoraccio.

Accessi, frontiere, aeroporti
Tra le aziende più citate del settore sembra esserci anche la giapponese Ayonix, la cui tecnologia è stata approvata dal governo turco nell’ambito di applicazioni per la sicurezza nazionale. «Sono due i progetti con la Turchia», commenta via mail alla Stampa un portavoce di Ayonix (unica azienda, con Eurotech, che ha risposto alle nostre domande; non hanno risposto, o non in tempo, Safran, Cognitec, Animatrix, Cybula e FindFace. «La polizia sta usando la nostra tecnologia di riconoscimento facciale per individuare sospetti, dopo averli fotografati con lo smartphone e aver fatto una ricerca su un database che archivia noti criminali. E il ministero dell’Istruzione la sta impiegando per controllare la presenza scolastica di studenti con la sindrome di Down».

Le applicazioni di sorveglianza più richieste dalle forze dell’ordine e i governi, aggiunge Ayonix, sono la ricerca su database di criminali fatte via smartphone (come il caso citato prima); ma anche l’analisi di volti in indagini basate su registrazioni fatte da telecamere a circuito chiuso; e infine sorveglianza in tempo reale via videocamera. Invece, i suoi clienti commerciali - prosegue l’azienda giapponese - chiedono soprattutto l’individuazione, a fini di marketing, di certe tipologie di clienti (genere, età, razza ecc) entrati in un negozio; oppure la gestione degli ingressi e delle uscite da parte di hotel, ristoranti, ospedali.

Ma come si costruisce una efficace tecnologia di riconoscimento facciale? Attraverso l’uso di banche dati ampie, e soprattutto varie. «Raccogliamo questi database dai nostri clienti – governi e privati – così come da dataset pubblici», risponde ancora il rappresentante di Ayonix. Secondo il quale esiste ed esisterà sempre di più un mercato di archivi di facce. Per loro, quest’idea – lungi dall’essere inquietante – è auspicabile.

Invece i francesi di Morpho (parte del gruppo Safran) riforniscono la polizia locale e federale tedesca non solo di un sistema di identificazione delle impronte digitali, ma anche di soluzioni biometriche, inclusi software di riconoscimento facciale. E al ministero degli Interni degli Emirati Arabi Uniti, tra le altre cose, offrono un sistema di riconoscimento basato sia sulla cattura dell’iride che della faccia pensato per i controlli alle frontiere.

Far West normativo
Negli ultimi anni si è assistito a uno spostamento di questa tecnologia da teatri militari a utilizzi civili, a partire da varie polizie locali, come quelle di New York e Chicago che l’hanno implementata nelle migliaia di telecamere cittadine. Ora, tra i recenti sviluppi tecnologici e la pressione sui politici a sfornare risposte di qualche tipo al terrorismo, si potrebbe assistere a una accelerazione. Che rischia di prendere alla sprovvista cittadini e legislatori.

Così capita che la polizia inglese abbia caricato 12 milioni di foto di persone che sono state in custodia cautelare, incluso chi alla fine si è rivelato essere innocente, in un database nazionale. Da lì le immagini sono state processate da software di riconoscimento facciale. È un Far West che va regolamentato, ha ammonito il commissario britannico incaricato di vigilare sull’abuso di dati biometrici. Dal suo canto, l’Fbi ha un sistema di riconoscimento facciale basato su un database di 412 milioni di foto. Eppure, dice un rapporto governativo, non è in grado di dire quale siano i margini di errore, e nemmeno se tale strumento aiuti, o peggio ostacoli, le indagini.

Nel mentre però fioriscono sofware e startup di tutti i tipi. L’israeliana Faception sostiene di poter identificare, dalla faccia, anche i dati caratteriali delle persone: estroversi, intelligenti, giocatori d’azzardo e terroristi (quest’ultima affermazione ovviamente ha suscitato molto scetticismo tra gli addetti ai lavori). Oppure c’è Churchix, che produce un software per tracciare e gestire le presenze dei partecipanti ad eventi religiosi.



L’americana FaceFirst commercializza la sua tecnologia alla grande distribuzione e per alcuni mesi Walmart ha testato il suo riconoscimento facciale per scansionare la faccia dei clienti e individuare l’arrivo di presunti taccheggiatori. Anche se l’accuratezza di questo tipo di riconoscimento in ambienti come i negozi è assai dubbia. Ancor più dubbi, chiaramente, i risvolti legali ed etici.
«Sebbene i sistemi di riconoscimento facciale abbiano alcuni benefici come la facilità d’uso, restano problematici anche perché le nostre facce sono uniche, e non possono essere facilmente cambiate o nascoste», commenta alla Stampa Richard Tynan della Ong britannica Privacy International.

«Oggi tecnologie relativamente economiche possono essere usate per catturare e conservare ampie quantità di immagini di persone per poi essere date in pasto a software di riconoscimento facciale. E non è chiaro quale sia il regime legale che sovraintende alla gestione di queste immagini, né se abbiamo il diritto di sapere come sono usate e con chi sono condivise».

Ci guadagna solo chi lucra sull'accoglienza

Salvatore Tramontano - Gio, 14/07/2016 - 16:17

Bruxelles finanzia l'invasione dando soldi a chi accoglie i rifugiati. Ma così si incentiva chi fa affari con l'immigrazione

Le strade dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni. Questo proverbio sempre più spesso vale per l'Europa. Come risolvere il problema profughi? Pagando. Chi? In teoria i governi nazionali che li accolgono. Si parla, ma al momento è solo una proposta, di diecimila euro per ogni richiedente asilo.
L'idea è di razionalizzare, non lasciare soli i singoli Stati nell'emergenza, di fissare dei criteri Ue per definire chi fugge per estrema necessità e per scappare da discriminazioni e violenze politiche e religiose. È un modo, si sostiene, per costruire una politica e una burocrazia europea sui profughi. Il rischio, purtroppo, è che si miri soprattutto ai soldi. Non dobbiamo farci troppe illusioni.

Troppi casi di cronaca giudiziaria, e l'Italia è un esempio illuminante, stanno lì a raccontare che negli anni la solidarietà è diventata un affare. Si lucra sulle disgrazie altrui. Si contano le teste e si pensa a come moltiplicare il «fatturato». Come diceva Buzzi? L'accoglienza è un affare più ricco della droga.
Il rimborso è fissato e se vuoi profitti a nove zeri basta abbassare i costi. E il modo più veloce per farlo è puntare con cinismo al disumano. Questi diecimila euro a cranio rischiano quindi di diventare incentivi a imbarcare profughi senza preoccuparsi di come e in quali condizioni.

Le persone diventano sempre più solo dei numeri, contabilità. Basta fare un giro per le nostre città più o meno grandi, per capire il degrado dell'accoglienza e l'esasperazione dei cittadini, altri soldi che inevitabilmente andranno a incrementare le entrate dei mascalzoni che lucrano sull'accoglienza.

Qualcuno potrebbe consolarsi col fatto che in questo caso i soldi arrivino dall'Europa. Come a dire: almeno non sono le nostre tasse. Sbagliato. Anche questa è un'illusione. I soldi dell'Europa non sono un regalo, un aiuto, ma sono denaro del contribuente italiano. Negli ultimi 14 anni abbiamo versato all'Europa 213 miliardi di euro e ne abbiamo incassati 141, con un disavanzo di 72 miliardi. Ogni anno il divario aumenta, mentre diminuisce il nostro peso politico. Quale Paese alla fine avrà più profughi? Quello più vorace. Quello con una rete di accoglienza che assomiglia di più a una filiera di profitti.

Tanto è vero che gli Stati del Nord Europa pretendono una clausola: se un profugo, per fare un esempio, viene accolto in Italia, poi deve restare lì. Non gli venga neppure in mente di potersi trasferire in Germania, in Olanda o in Svezia. Ognuno è profugo nel posto di prima accoglienza.

E' online il software che guidò l’equipaggio di Apollo 11 sulla Luna

La Stampa
lorenzo longhitano

Il codice sorgente responsabile dell’intera programmazione della navicella è stato caricato in Rete da un ex dipendente NASA a ridosso dell’anniversario della missione



Parte del codice sorgente dell’Apollo Guidance Computer, disponibile online e per il download
Sembra passata un’eternità da quando il modulo lunare della navicella spaziale Apollo 11 toccò il suolo del nostro unico satellite naturale. In questi giorni, a memoria dello storico traguardo di ormai 48 anni fa, è stato pubblicato sulla piattaforma GitHub il software originale utilizzato dalla NASA (ma sviluppato al MIT) a bordo del velivolo: lo stesso che ha aiutato a effettuare tutti i calcoli e gli aggiustamenti di rotta necessari a portarne a compimento il viaggio e che ha quindi reso materialmente possibile a Neil Armstrong e Buzz Aldrin l’arrivo sulla Luna.

L’autore del caricamento è stato Chris Garry, ex dipendente dell’agenzia spaziale statunitense che ha messo a disposizione l’intero codice sorgente presente sui computer di bordo sia di Apollo 11 che delle altre navi del programma. Scritto in linguaggio Assembly, il pacchetto software contiene anche i commenti dei programmatori originali, che descrivono le funzioni dei singoli comandi. Il codice in totale occupa appena 2 megabyte: poco più della capienza di un vecchio dischetto floppy e meno di un decimillesimo rispetto alla quantità di dati che si possono registrare su un attuale Blu-ray.

Non è la prima volta che la programmazione di Apollo 11 finisce in Rete: nel 2009, in occasione del quarantesimo anniversario dello sbarco, era stata Google a mettere a disposizione del mondo la preziosa risorsa; l’apparizione su GitHub però consentirà a una vasta comunità di curiosi e appassionati di sezionare e commentare direttamente online il codice.

Al via l’erogazione della nuova carta d’identità elettronica

La Stampa

199 i Comuni italiani in cui, dal 4 luglio 2016, è possibile richiedere il rilascio della Cie, disposta con la Circolare n. 10/2016 del Viminale. La richiesta è possibile per primo rilascio, deterioramento, furto o smarrimento del proprio documento cartaceo.

Informazioni per i comuni. Nella Circolare vengono dettate le informazioni utili agli uffici anagrafe dei comuni coinvolti – presso le quali verranno installate le postazioni di lavoro e organizzati corsi di formazione del personale -, infatti, i Comuni verranno dotati di un’infrastruttura costituita da postazioni di lavoro informatiche attraverso le quali potranno

acquisire tutti i dati del cittadino e, tramite un canale sicuro, inviarli, per la certificazione, al Centro nazionale dei servizi demografici, che a sua volta li trasmetterà all’IPZS per la produzione, personalizzazione, stampa e consegna del documento elettronico all’indirizzo indicato dal titolare. Nel momento in cui le postazioni di lavoro saranno operative, il singolo Comune rilascerà la nuova carta elettronica e non sarà più possibile procedere all’emissione della carta d’identità in formato cartaceo.

Informazioni per i cittadini. Nella Circolare vengono inoltre precisate le situazioni in cui il cittadino può richiedere la Cie, ossia: primo rilascio, deterioramento, furto o smarrimento del proprio documento cartaceo. È previsto a riguardo un portale istituzionale delle Cie, all’indirizzo internet www.cartaidentita.interno.gov.it, all’interno del quale il cittadino troverà tutte le informazioni utili per la presentazione della domanda di rilascio della carta. Dopo la richiesta, la consegna della carta avverrà entro 6 giorni lavorativi, presso l’indirizzo del cittadino ovvero presso il comune. È prevista anche la facoltà del cittadino maggiorenne di indicare, ai sensi dell’articolo 3 del T.U.L.P.S. il consenso o il diniego alla donazione di organi e/o tessuti in caso di morte così come disciplinato dalle linee guida adottate dallo stesso Ministero.

carta d’identità elettronica

La Stampa
Al via l’erogazione della nuova carta d’identità elettronica
199 i comuni italiani in cui, dal 4 luglio 2016, è possibile richiedere il rilascio della Cie, disposta con circolare del Viminale. La richiesta è possibile per primo rilascio, deterioramento, furto o smarrimento del proprio documento cartaceo.

AMMINISTRATIVO
Con la circolare n. 10/2016 il Viminale dispone la distribuzione in 199 comuni della carta d’identità elettronica (Cie).

Informazioni per i comuni. In tale circolare vengono dettate le informazioni utili agli uffici anagrafe dei comuni coinvolti – presso le quali verranno installate le postazioni di lavoro e organizzati corsi di formazione del personale -, infatti, i comuni verranno dotati di un'infrastruttura costituita da postazioni di lavoro informatiche attraverso le quali potranno acquisire tutti i dati del cittadino e, tramite un canale sicuro, inviarli, per la certificazione, al Centro nazionale dei servizi demografici, che a sua volta li trasmetterà all'IPZS per la produzione, personalizzazione, stampa e consegna del documento elettronico all'indirizzo indicato dal titolare. Nel momento in cui le postazioni di lavoro saranno operative, il singolo comune rilascerà la nuova carta elettronica e non sarà più possibile procedere all'emissione della carta d'identità in formato cartaceo.

Informazioni per i cittadini. Nella circolare vengono inoltre precisate le situazioni in cui il cittadino può richiedere la Cie, ossia: primo rilascio, deterioramento, furto o smarrimento del proprio documento cartaceo. È previsto a riguardo un portale istituzionale delle Cie, all'indirizzo internet www.cartaidentita.interno.gov.it, all'interno del quale il cittadino troverà tutte le informazioni utili per la presentazione della domanda di rilascio della carta. Dopo la richiesta, la consegna della carta avverrà entro 6 giorni lavorativi, presso l’indirizzo del cittadino ovvero presso il comune. E' prevista anche la facoltà del cittadino maggiorenne di indicare, ai sensi dell'articolo 3 del T.U.L.P.S. il consenso o il diniego alla donazione di organi e/o tessuti in caso di morte così come disciplinato dalle linee guida adottate dallo stesso Ministero.

Carta d’identità elettronica: è guerra Comune-governo
La Stampa
stefania zorio

Roma interrompe i rifornimenti: «Siamo pronti a denunciarli»



Piccola, comoda, in tutto simile a un bancomat: è la carta d'identità elettronica, chiamata semplicemente «Cie». Biella era stato uno dei Comuni che nel 2000 aveva partecipato al progetto di sperimentazione della sua emissione. Ma da qualche giorno non è più in grado di rilasciarne. Il motivo? Il mancato invio di supporti «in bianco» da parte del ministero dell'Interno. Nei confronti del quale Palazzo Oropa sta valutando se esistono gli estremi per una azione legale per interruzione di pubblico servizio. Non si può certo dire che la «card» sia economica, dato che il suo costo è di 25,42 euro contro i 5,42 del classico modello cartaceo.

Ma dei 6 mila documenti d'identità che l'ufficio anagrafe di via Battistero rilascia ogni anno, più di 2 mila sono rappresentati dalla «Cie». Nel 2014 il Comune ne ha emesse 2321; nel 2015, fino ad oggi, sono già più di 2 mila. Numeri in forte aumento: tanto che Palazzo Oropa nei mesi scorsi aveva chiesto al Ministero un supplemento di un migliaio di supporti «in bianco». Che però non sono mai arrivati. Come i 3.500 che aveva chiesto in sostituzione di quelli andati a mollo nei sotterranei della Prefettura due anni fa. E che non arriveranno mai.

Valentino e il mendicante

La Stampa
massimo gramellini

Questa è la storia di un bambino che fa l’elemosina, di un mendicante che la restituisce e di una madre che castiga il figlio per eccesso di prodigalità e non se ne pente, tranne dichiararsi orgogliosa di averlo messo al mondo. Valentino ha nove anni e abita a Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Ogni giorno vede Vasile Noia seduto per terra a pochi passi dal negozio dei genitori, intento a chiedere la carità. Così accumula le monete della paghetta settimanale e appena può le tramuta in una banconota da 50 euro:

«Tenga, signore, ne ha più bisogno lei di me». Entra in negozio e dà la lieta novella alla madre, che si precipita fuori per recuperare il denaro, ma non trova il mendicante al solito posto e quando pensa che sia scappato con il malloppo lo vede sulla porta del negozio mentre parla con la nonna di Valentino. «Questi soldi non sono miei. Riprendeteveli». La mamma ringrazia e riacciuffa la banconota, ma prima di restituirla al figlio lo obbliga a passare l’aspirapolvere in tutto il locale, affinché impari la fatica che si nasconde dietro il denaro dei genitori. Subito dopo si commuove e riconosce a Valentino di coltivare un cuore speciale. 

È una storia perfetta, perché vi funzionano tutti. Il bimbo precapitalista (sarà durante l’adolescenza che si diventa finanzieri nell’animo?), il mendicante nobile, e in fondo pure la madre, che educa il piccolo al rispetto dei valori in cui è stata cresciuta. Restano due domanda inevase. Se con i soldi della paghetta Valentino si fosse comprato un videogioco, lei lo avrebbe sgridato lo stesso? E alla fine della storia al mendicante sarà rimasto in tasca qualcosa?