sabato 16 luglio 2016

Apple contro Samsung, la battaglia che non conta più

La Stampa
andrea nepori

Huawei cresce e proverà a scalzare Cupertino come secondo produttore globale entro i prossimi anni, ma intanto negli USA il Galaxy S7 sorpassa iPhone 6S. Lo scontro fra i due giganti perde mordente, ma in Occidente le classifiche sono ancora un gioco a due

 

La concorrenza fra Android e iOS, nel corso degli ultimi anni, si è tradotta in uno scontro diretto fra due produttori. Apple da una parte, Samsung dall’altra, con buona pace di tutti gli altri licenziatari del sistema operativo mobile di Google. L’avvento di Huawei a livello globale ha rimescolato le carte, però, così come la crescente importanza dei mercati emergenti nel determinare i fatturati globali delle grandi aziende del settore smartphone.

Sul mercato USA e UK, in ogni caso, gli smartphone del gigante coreano e gli iPhone conquistano ancora per intero la classifica dei dieci telefoni più venduti. Per trovare i primi modelli di altri marchi bisogna prendere in considerazione la top 20. E negli USA, dicono i dati di Kantar World Panel relativi al trimestre terminato con maggio 2016, si è registrato un sorpasso che i fan di Samsung aspettavano da tempo: i modelli di punta della casa coreana, Galaxy S7 e S7 Edge, hanno generato il 16% delle vendite, mentre iPhone 6s e iPhone 6s hanno conquistato il 14,6% del mercato. 

Ma c’è un altro dato da considerare: il 14% di acquirenti dell’iPhone erano in precedenza clienti dell’azienda coreana. Per contro solo 5% di chi ha comprato un Samsung viene da passate esperienze con telefoni marchiati Apple. 

Queste schermaglie in terra americana, dove la saturazione del mercato è ormai un problema reale e le vendite mostrano in generale segni di stallo, lasciano il tempo che trovano. Il vero terreno di scontro è la Cina, il più grande mercato smartphone al mondo. Qui la spartizione si complica: Samsung fino a due anni fa era il marchio più diffuso, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, poi è sono arrivati gli iPhone 6, con schermi più grandi, e soprattutto i telefoni di Xiaomi e Huawei, che oggi si contende con Apple lo scettro per il brand di maggior importanza nelle aree del paese che più contano. Per i coreani è stato un vero tracollo: dal 36% di quote di mercato nel 2014 al 9% nel trimestre che si è concluso a maggio. 

Ma i giochi, in Cina, sono tutt’altro che chiusi. Se in occidente il cliente medio tende a rimanere fedele ad un marchio di riferimento, i dati sulla brand loyalty nella Repubblica Popolare mostrano una decisa fluidità delle abitudini d’acquisto. L’utente cinese non ha paura di cambiare: nel caso di Huawei, ad oggi il primo brand, solo 19% dei clienti aveva già posseduto un telefono del marchio (il 24% invece arrivano da un’esperienza con Samsung). Per Apple il dato sale al 44%, mentre per Xiaomi al 46%, con un 9% di utenti passati al produttore cinese da Samsung e un 12% di ex-possessori di telefoni Huawei. Per confronto negli Stati Uniti l’88% di utenti iPhone e l’86% di utenti Samsung rimarranno fedeli al marchio all’acquisto del loro prossimo smartphone.

Caro musulmano i tuoi fratelli adesso siamo noi

La Stampa
massimo gramellini

Caro musulmano non integralista che vivi in Occidente, esci fuori. Lo so che esisti, ti ho conosciuto. In privato mi hai confidato tante volte il tuo sgomento per l’eresia wahabita che ha deformato il Corano, trasformando il suicidio in un atto eroico, e la tua rabbia verso la corte saudita che si atteggia a nostra alleata e invece finanzia quell’eresia dai tempi di Bin Laden. Il piano degli aspiranti califfi è piuttosto chiaro: utilizzano ragazzotti viziati come gli stragisti del Bataclan e relitti umani come il camionista che ha seminato la morte sulla promenade di Nizza per alimentare la paura e l’odio verso l’Islam, così da portare i razzisti al potere in Occidente e creare le condizioni per innescare una guerra di civiltà. È la trama dei fanatici di ogni epoca, la conosciamo bene.

Negli Anni Settanta del secolo scorso il terrorismo di sinistra insanguinò le nostre strade con altri metodi (bersagli simbolici e non indiscriminati) ma identici obiettivi: scatenare la rivoluzione. Fallì quando l’operaio comunista che credeva suo alleato gli fece il vuoto intorno. E l’operaio gli si rivoltò contro perché aveva qualcosa da perdere: una casa, uno stipendio, un pallido benessere. Nessuno, credimi, fa la rivoluzione se ha qualcosa da perdere. Il simbolo di quel cambio di stagione fu il sindacalista Guido Rossa, che pagò con la vita la rottura dell’omertà in fabbrica.

Oggi Guido Rossa sei tu. Ti auguro lunga vita, ma è da te che ci aspettiamo il gesto che può cambiare la trama di questa storia. I farabutti che sgozzano in nome dell’Islam non vengono dal deserto: sono cresciuti in Occidente e quasi sempre ci sono anche nati. Frequentano i tuoi negozi e le tue moschee, parlano la tua lingua, credono (a modo loro) nella tua religione. Hanno figli che vanno a scuola con i tuoi, mogli che chiacchierano con la tua. Per troppo tempo li hai guardati come dei fratelli che sbagliavano, ma che non andavano traditi. Non condividevi i loro comportamenti, ma non te la sentivi di denunciarli: in qualche caso per paura, ma più spesso per una forma perversa di solidarietà religiosa e razziale.

Adesso però il gioco si è fatto troppo duro e non puoi più restare sull’uscio a osservarlo. Adesso anche tu, come l’operaio comunista di quarant’anni fa, hai qualcosa da perdere. Bene o male l’Occidente ti ha accolto, offrendoti la possibilità di una vita più dignitosa di quella che ti era consentita nella terra da cui sei scappato. Ora sei uno di noi. Tuo fratello non è più il camionista di Nizza, ma il bambino che le sue ruote hanno stritolato sul selciato. Non puoi continuare a negare l’evidenza o a girarti dall’altra parte. Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il menefreghismo dalla complicità. 

Facciamo un patto. Noi cercheremo di tenere i nostri razzisti lontani dal governo e di migliorare il livello della sicurezza, anche se è impossibile proteggere ermeticamente ogni assembramento umano. Tu però devi passare all’azione. Devi prendere le distanze dagli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano. Denunciarli, sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte. Pretendendo, tanto per cominciare, che nella tua moschea si parli la lingua che a scuola parlano i tuoi figli: francese in Francia, italiano in Italia. Senza di te perderemmo la partita. Ma vorrei ti fosse chiaro che fra gli sconfitti ci saresti anche tu.