domenica 17 luglio 2016

Il prezzo del grano in Italia? È fermo a trent’anni fa. Ma il pane dal fornaio costa il 1450% in più

La Stampa
piero bottino

Pochi controlli, legislazione carente, speculazione, import selvaggio. Da Alessandria (che con Bologna è la provincia che ne produce di più) parte la “battaglia del grano”



Il prezzo del grano? Come trent’anni fa, 14 euro al quintale. Ma il consumatore non se ne accorge, anzi: il pane costa il 1450% in più, insomma ci vogliono trenta chili di grano per arrivare alla quotazione di un chilo di pane. Questa la situazione denunciata ieri in Coldiretti Alessandria, dal presidente provinciale Roberto Paravidino: «Nonostante la buona annata, con qualità e rese maggiori del 2015, i prezzi spuntati dai produttori non coprono più i costi e spingono alla chiusura delle aziende agricole».

Il dossier lo porta martedì a Roma, alla Coldiretti nazionale, dove si decideranno azioni di protesta e pressione come quelle sul prezzo del latte. La «battaglia del grano» Coldiretti ha deciso di iniziarla qui perché quella di Alessandria è, insieme a Bologna, la provincia con la maggior produzione italiana di grano tenero (pane e biscotti). Se ne coltivano 33 mila ettari e poiché la resa 2016 si dovrebbe attestare sui 65/70 quintali a ettaro (contro i 50 del 2015) scorso, si superano i 2 milioni di quintali.

A livello nazionale gli ettari coltivati sono 600 mila per 30 milioni di quintali. Se invece si passa al grano duro, quello per la pasta, coltivato soprattutto nelle regioni meridionali, gli ettari sono 1,3 milioni e i quintali 49 milioni.

Più controlli nei porti
Tanti? No, pochi se si pensa che importiamo 23 milioni di quintali di grano duro e ben 48 di quello tenero: gli arrivi dall’Ucraina sono quadruplicati, raddoppiati dalla Turchia. Del resto la pasta è la terza voce del nostro export commerciale (vale 2,4 miliardi di euro all’anno), mentre di prodotti da forno ne esportiamo per 1,7 miliardi. A fronte di tutte queste cifre da capogiro e i crescita percentuale, resta quella misera del prezzo pagato ai coltivatori, che fra l’altro è crollato nell’ultimo periodo del 26%. «Va bene la globalizzazione - dice Paravidino - ma qui ci confrontiamo con concorrenti che non hanno i nostri obblighi fiscali e soprattutto sanitari». Sì, ci sono controlli campione nei porti, ma - lascia capire - non è che facciano da seria barriera.

Il ruolo della speculazione
E poi la speculazione: il grano si può stoccare anche per due o tre anni e quindi immetterlo sui mercati a seconda delle quotazioni. Un giochetto che riesce molto bene alle «5 sorelle» dei cereali (il colosso Usa, Adm; la Cargill di Minneapolis; i franco-statunitensi della Louis Dreyfus; gli argentini della Bunge Y Borne e gli aggressivi svizzeri della Glencore) con speculazioni finanziarie che rischiano di mettere in ginocchio l’agricoltura «reale».

Che si mette nel piatto?
C’è anche un problema di tracciabilità: «Il consumatore deve poter scegliere - dice Paravidino - per questo chiediamo, oltre al rafforzamento dei controlli sul grano importato, anche l’etichettatura trasparente per i prodotti da forno, pane e pasta». Quanti vedono il simbolo del tricolore e pensano di mangiare «italiano», quando invece la farina arriva magari da Kiev?»

Blocco delle quotazioni
Anche Confagricoltura è pronta a scendere in campo. Il presidente Luca Brondello di Brondelli annuncia per domani il blocco delle quotazioni alla Borsa grani di Alessandria: «Sono valori derivati dalla media di quelle di Milano, il martedì, e Bologna, il giovedì. Tolto ovviamente il trasporto. L’iniziativa vuole dare un segnale ai mercati sulla gravità della situazione. Così non si va più avanti».

Scrivo da un paese che non esiste più”. Così il Vajont inghiottì migliaia di vite

La Stampa

Il 9 ottobre 1963 la tragedia: “Visione apocalittica, come ai tempi della peste”



Pubblichiamo il reportage da Longarone di Giampaolo Pansa, allora inviato de «La Stampa», pubblicato in prima pagina l’11 ottobre 1963
 
Scrivo da un paese che non esiste più: spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont. Circa tremila persone vengono date per morte o per disperse senza speranza; sino a questa sera erano stati recuperati cinquecentotrenta ca- daveri. I feriti ricoverati a Belluno, ad Auronzo ed a Pieve sono quasi duecento. 

Un tratto dell’alta valle del Piave lungo circa cinque chilometri ha cambiato volto e oggi ricorda allucinanti paesaggi lunari. Due strade statali e una ferrovia sono state distrutte; pascoli, campi e boschi sono stati ricoperti di pietre e fango. È una tragedia di proporzioni immani. Dal terremoto di Messina non si era più visto in Italia nulla di così orrendo. 

Tutto è accaduto in meno di dieci minuti. Longarone è un piccolo comune della vallata del Piave, a venti chilometri da Belluno. Sino a ieri contava oltre quattromilacinquecento abitanti. Lo sovrastava una diga della Società Adriatica di Elettricità (Sade), finita di costruire nel 1960, alta 261 metri, a doppia armatura, la più alta nel suo genere in Italia e una delle più alte del mondo. Il bacino raccoglieva (e raccoglie, perché è rimasto intatto) le acque del torrente Vajont, un affluente di sinistra del fiume Piave. 

«Una diga nata sfortunata - diceva oggi uno degli scampati alla sciagura -, perché si trova sotto un monte che si sfalda facilmente ». Secondo voci raccolte a Belluno, pare che si fosse progettato di costruirla già attorno al 1925; poi i lavori erano stati sospesi perché sembra che i tecnici avessero il timore che i monti Toc e Duranno, che dominano il torrente, polca aero crollare.

Sempre secondo voci che circolano a Belluno, due anni fa, a Pasqua, si sarebbe registrato un lieve cedimento della roccia sopra la diga, senza conseguenze. All’inizio di questo settembre, poi, un sordo boato avrebbe fatto tremare i vetri delle case di Longarone. In quella occasione la gente disse che era la montagna che si muoveva. Negli ultimi giorni il livello dell’acqua nel bacino era stato abbassato di 21 metri rispetto a quello normale, come misura di precauzione. Si vedevano frane sulla montagna e alcune famiglie del comune di Erto e Casso erano state invitate a sgomberare per prudenza. 

Quanto alcuni temevano è avvenuto ieri sera alle 22,35. Parte degli abitanti di Longarone già dormivano; altri s’erano raccolti nei bar, attorno ai televisori, per assistere alla partita di calcio fra il Glasgow e il Real Madrid; altri ancora si trovavano al cinema a Belluno. Ad un tratto, quelli che erano svegli udirono un sordo boato e avvertirono come un soffio fortissimo di vento che spazzava la vallata. Una enorme falda della montagna era precipitata nel bacino del Vajont. 

Un’onda gigantesca si sollevò sopra la diga e tracimò, riversandosi sul corso del Piave con una violenza spaventosa. A giudicare dai segni lasciati sui versanti, doveva essere alta più di cento metri. La diga era robusta e resistette. Dopo avere raso al suolo le frazioni di Rivolta e Villanova, l’enorme massa di acqua e roccia si schiacciò contro il concentrico di Longarone e la frazione di Pirago, portandosi via case, strade, ferrovia, argine, alberi. Un istante dopo l’ondata si lanciò a valle, investì la borgata di Faè e proseguì la sua corsa rovinosa verso Belluno e Ponte nelle Alpi. 

Mentre la valanga d’acqua scendeva dalla diga, a Belluno mancò la luce. Dopo dieci, quindici minuti in città e a Ponte nelle Alpi gli abitanti che si trovavano ancora per le strade si accorsero con terrore che il livello del Piave era salito all’improvviso, in modo pauroso, tanto da sfiorare le arcate dei ponti. Al chiarore incerto della luna i passanti scorsero che l’acqua ribollente trascinava tronchi di abeti, tralicci dell’alta tensione, rottami, travi, automobili, e corpi, molti corpi, straziati e privi di vita. 

«Si capì subito che doveva essere accaduto qualcosa di terribile dalle parti di Longarone», racconta un giovane bellunese che accorse con i primi verso i paesi distrutti. «L’acqua copriva quasi per intero la strada; nel buio si sentivano grida, lamenti, invocazioni di aiuto Avevamo delle pile tascabili, ma la loro luce era troppo fioca. Infatti ogni tanto qualcuno di noi inciampava in qualcosa di molle: era un ferito, più spesso un morto. Lo trasportavamo sul ciglio interno della statale e andavamo avanti alla cieca.

Scorsi per primo il cadavere di una bambina, poi un paesano di Faè che era ancora vivo ed urlava, poi altri morti, ed altri morti ancora. Il paesaggio era stato cambiato in pochi istanti dalla violenza dell’ondata. Avevo percorso quella strada tante volte, ma non la riconoscevo più. Quando arrivammo in vista di Pirago e riuscimmo ad orientarci, la visione fu terribile: Pirago e Longarone erano scomparsi. Dove prima sorgevano i due paesi ora c’era soltanto una distesa piatta coperta di fango, di tronchi, di arbusti». 

Passò la notte, mentre da Belluno e dai centri vicini e poi da tutto il Veneto, dalla Lombardia e dalle altre regioni giungevano i vigili del fuoco, i carabinieri, gli alpini del battaglione «Cadore», gli agenti di polizia, le guardie di Finanza, e molti civili volontari, con i prefetti ed i questori delle province di Belluno e Udine. Affondavano nel fango, fino alle ginocchia, procedevano a tentoni fra le macerie. C’erano anche molte ambulanze, ma nella maggior parte rimasero inoperose poiché restava ben poca gente da portare in salvo. Quando sorse l’alba, nella vallata, da Faè a Codissago, regnavano soltanto il silenzio, la desolazione e la morte. 

Stamane abbiamo percorso i cinque chilometri di valle sconvolti dall’acqua della diga. I segni del disastro s’incontravano, ancor prima di Belluno: sul ponte nei pressi di Sussegana, dove centinaia di persone, guardavano sgomente l’improvvisa piena del Piave, reso quasi nero dalla terra, dagli alberi, dai rottami; a Cadola, con la riva sconvolta, coperta di arbusti e legname fradicio, i campi coltivati invasi dal fango, una cascina sventrata; a Ponte nelle Alpi, dove fra le boscaglie si scorgevano i militari arrancare lungo la scarpata con tre, quattro, cinque barelle su cui stavano corpi straziati.

Ma soltanto dopo Belluno, giungendo a Faè, ci siamo resi conto delle immani proporzioni della sciagura. Faè, l’ultima frazione di Longarone investita dalla gigantesca ondata, è quasi tutta distrutta. Aveva ottanta abitanti forse soltanto una decina di essi si sono salvati. Le colture sono sepolte sotto una coltre di melma; i pochi alberi ancora in piedi non hanno più foglie. Della chiesa sono rimasti soltanto i quattro gradini dell’ingresso.

Dove sorgeva la villa di un industriale ora c’è una vasta pozza d’acqua fangosa. Di fianco c’è una montagnola di terriccio che ieri non esisteva. È come se il paese fosse stato appiattito da una gigantesca manata. A Faè sorgeva una fabbrica di condensatori per apparecchi radio, anch’essa scomparsa sotto la piena. Nel cortile erano accatastati alcuni barili di cianuro di potassio, che il Piave ha trascinati con sé.

C’è il pericolo che l’acqua del fiume sia rimasta inquinata. Le autorità hanno avvertito tutti i comuni rivieraschi. Proseguiamo verso Pirago e Longarone. La visione si fa apocalittica. Come ai tempi della peste, sui bordi della strada sono allineati decine di cadaveri e le carogne rigonfie delle mucche. Pirago aveva seicento abitanti; altre millecinquecento persone vivevano nel concentrico di Longarone. È probabile che i sopravvissuti siano poche decine. I due paesi sono scomparsi quasi per intero. Vediamo auto sfasciate e schiacciate sotto le case. Subito dopo Pirago la strada scompare. È la statale 51, che collegava Conegliano Veneto con Cortina d’Ampezzo e Dobbiaco. 

La sede stradale è stata «mangiata» dall’onda gigantesca di ieri notte. Così è avvenuto anche per un tratto della statale 251, la «direttissima» Trieste-Bolzano, situata più in alto. Per avanzare è necessario inerpicarsi sulla massicciata della ferrovia Padova Calalzo-Cortina. Sul ponte che attraversa il torrente Maè i binari hanno retto, ma pochi metri dopo troviamo le rotaie attorcigliate in alto e come strappate. Poco più avanti terrapieno, linee e traversine non esistono più. 
Siamo su un piccolo poggio.

Di fronte a noi è come un vasto anfiteatro, brullo e piatto. Qui sorgeva Longarone. Uno degli abitanti ci mostra sgomento quello che ormai non c’è più: «Laggiù in quella conca, dove ora siedono gli alpini, stava la stazione ferroviaria. Al posto di quell’acquitrino c’era il parco Malcom, con i giochi per i bambini. Più in su sorgeva l’edificio delle scuole di avviamento, là dove c’è quel vuoto con grosse pietre». La stessa fine hanno fatto decine di case, diversi bar, l’ufficio postale, le sedi della Banca Cattolica del Veneto e della Cassa di Risparmio, la scuola elementare e la scuola media, il canapificio, la fabbrica di occhiali, la cartiera, la segheria e la fabbrica di marmi, il campo sportivo, la caserma dei carabinieri. Pare sia morto anche il sindaco, Giuseppe Guglielmo Celso.

Uguale sorte hanno subito le frazioni di Rivalta (200 persone), di Villanova (160) e di Vajont. Sono state le prime ad essere travolte dall’enorme massa d’acqua e nessuno, oggi, può dire quanti dei loro abitanti si sono salvati. Molti corpi il fiume può averli trasportati a valle; altri si sono arenati e i tronchi, gli arbusti, le sterpaglie, la mota li hanno ricoperti. «Vede laggiù, verso Faè», ci diceva un valligiano; «laggiù volano i corvi, chissà quanti cadaveri stanno gli abeti strappati dal fiume in pieno».

E più in su, ci sono ancora la frazione di Cadissago, distrutta per metà, e i due paesini di Erto e Casso, che sono ridotti ad una squallida palude. Il pilota americano, che con il suo elicottero ha riportato a valle sette superstiti, ha detto di aver visto una quindicina di cadaveri. Oggi pomeriggio un gruppo di elicotteri ha portato in salvo da questa zona un centinaio di persone rimaste bloccate dalla frana. C’era anche una donna in attesa di un bimbo: il piccolo è venuto alla luce pochi minuti dopo l’atterraggio sul campo di Belluno. 

La diga ha resistito all’urto della enorme frana di terriccio, ma qui a Longarone la poca gente che è rimasta vive con il cuore in gola. Sulla vallata ronzano gli elicotteri dell’Aeronautica italiana e della Setaf, questi ultimi pilotati da ufficiali americani. Verso le 13 è sfrecciato a bassa quota un aviogetto, e al suo rombo improvviso qualcuno ha sussultato di terrore. 

I parenti delle vittime, giunti dai paesi limitrofi o da altre località del Veneto, si aggirano impietriti di fronte a tanta rovina. C’è chi piange in silenzio, e chi grida, come una giovane signora che si è gettata di corsa nel fango verso la casa scomparsa del fratello, urlando il suo nome fra le lacrime.

Cuba sfida la Repubblica Dominicana, ai Caraibi la guerra dei sigari

La Stampa
luigi grassia

Quando l’embargo finirà L’Avana vuol diventare numero uno



Il presidente americano Barack Obama ha liquidato due contenziosi storici, quello con l’Iran e quello con Cuba, però il mondo (finora) ha notato le conseguenze economiche soltanto del primo evento. L’Iran mira a riconquistare le vecchie quote di export petrolifero; ne è seguita una guerra economica globale con l’Arabia Saudita. Ma nel suo piccolo anche Cuba aspira a una rivincita economica e storica: vuol diventare numero uno dei sigari nel mondo, cancellando lo schiaffo di 54 anni fa, quando fu tagliata fuori dal mercato degli Stati Uniti. Si profila una sfida fra Cuba e la Repubblica Dominicana, che attualmente è l’Arabia Saudita dei sigari col 42% dell’export mondiale.

Per i sigari Avana non sarà facile, però: Cuba (come l’Iran nel settore del petrolio) ha accumulato un ritardo pluridecennale di tecnologia e infrastrutture. Servono grandi investimenti e i soldi non ci sono (di nuovo, come in Iran). Storie parallele in stile Plutarco.

In realtà l’embargo di Washington a Cuba sui sigari non è stato ancora tolto; i turisti statunitensi sull’isola possono tornare in patria portandosi dietro fino a 100 dollari di sigari, mentre riaprire un vero canale di import-export è solo un’ipotesi. Sennonché il tabacco a Cuba ha subìto un tracollo: -65% la superficie coltivata fra il 2009 e il 2014, -21% la produzione e -58% l’esportazione nel 2014 rispetto al 2006. Nel 2016 l’azienda statale cubana del tabacco, Tabacuba, si è data l’obiettivo di aumentare la produzione del 20% all’anno per cinque anni: ma ci riuscirà?

La concorrenza non trema. Intervistato dalla Stampa, il presidente di Procigar (associazione dei produttori della Repubblica Dominicana) Hendrik Kelner mostra assoluto rispetto per i 91 milioni di sigari cubani prodotti ogni anno, ma ha ancora più considerazione dei 210 milioni che rappresenta: «I sigari dominicani usano foglie di tabacco provenienti dalla nostra isola, ma anche da altri Paesi, e la loro stimolazione sensoriale (sapore, profumo) è molto ampia. Invece il sigaro cubano usa solo piante locali dal gusto specifico, e questo è un vantaggio se si punta a mantenere fedele una cerchia di consumatori non interessati alla scoperta di stimoli diversi, mentre l’offerta dominicana è avvantaggiata nella conquista di nuovi consumatori».

A proposito, ma i giovani fumano i sigari? E le donne? Qualche anno fa ci fu una campagna mondiale con Sharon Stone e Linda Evangelista col sigaro fra le dita, ma è stato solo marketing o è realtà? «Il mercato del sigaro è in continua evoluzione» risponde Kelner. «Si cercano varietà e stimoli differenti. I giovani di solito sono utenti occasionali che vogliono avere nuove esperienze, e lo stesso vale per le donne».

In conclusione, secondo Kelner i sigari cubani non toglieranno quote di mercato a quelli dominicani. «Cuba è nostra sorella e la concorrenza è benvenuta. Ma al momento credo che l’industria cubana non sia in grado di soddisfare un mercato grande come quello degli Stati Uniti. Se Cuba proverà a farlo, dovrà dirottare verso gli Usa una parte della sua produzione ora destinata all’Europa. Cuba non potrà aumentare la sua quota di export globale finché non avrà aumentato, e di molto, la sua capacità produttiva. Serviranno grandi investimenti».

Rivolta e sigarette, così i giovani capi hanno preso Costantinopoli

Corriere della sera

di Luigi Barzini (1874-1947) inviato speciale del Corriere della Sera per cui seguì sei guerre

Luigi Barzini, a Costantinopoli, intervista Enver Bey, capo dei rivoltosi:
qui riportiamo stralci dell’articolo uscito sul Corriere del 3 maggio 1909

Alcuni esponenti del movimento dei Giovani Turchi fotografati nel 1909
(Nell’aprile 1909 i Giovani Turchi, movimento volto a trasformare l’impero ottomano in una monarchia costituzionale, spodestano il sultano Abdul Hamid. Luigi Barzini, a Costantinopoli, intervista Enver Bey, capo dei rivoltosi: qui riportiamo stralci dell’articolo uscito sul Corriere del 3 maggio 1909)

COSTANTINOPOLI (2 maggio 1909, notte) Enver Bey, il giovane idolo della giovane Turchia, è ancor tutto raggiante per l’ebbrezza del trionfo. Seduti in un angolo del suo ufficio abbiamo conversato lungamente. Egli sorrideva parlandomi. Si vedeva sul suo viso troppo bello, la soddisfazione giovanile non priva di una vaga parvenza di vanità. Non ha avuto il tempo di fare l’abitudine alle acclamazioni della folla che lo accompagnano ovunque vada e prende della propria persona la cura meticolosa di chi si sente osservato e ammirato.

Egli è ora certamente il più elegante ufficiale dell’esercito ottomano. Fumando delle eccellenti sigarette abbiamo discusso degli ultimi eventi. Ma io volevo sentire il pensiero di Enver Bey sul futuro e perciò ad un certo punto l’ho interrotto per chiedergli: credete che ogni contrasto al regime costituzionale sia finito?
«Certamente. La reazione della lotta è passata, ma ora comincia quella della riorganizzazione. Abbiamo da fare e da rinnovare».

Ma il sentimento delle province asiatiche è ostile alle nuove idee. I massacri dell’Anatolia, evidente contraccolpo degli avvenimenti di Costantinopoli, dimostrano quanto sia forte il sentimento religioso, che è incompatibile colla Costituzione.
«I massacri sono avvenuti. Abbiamo mandato truppe. La calma è tornata ovunque. Quei moti non erano spontanei, erano dovuti ad un disperato tentativo della reazione per provocare forse l’intervento straniero e paralizzare la nostra azione. La parola d’ordine di quei muli era partita da Costantinopoli. Ogni tentativo del genere sarebbe ormai impossibile. Noi abbiamo tutta la forza necessaria per assicurare la tranquillità in ogni parte dell’Impero».

Ma il sentimento intimo della popolazione mussulmana non è ostile alla Costituzione?
«Perché dovrebbe esserlo? La nostra religione ha uno spirito largo e favorevole alle idee moderne, tantoché potrebbe persino esistere una repubblica mussulmana in perfetto accordo coi dettami religiosi. Un numero rilevante di mussulmani della Rumelia sono accorsi ad iscriversi volontari nella nostra spedizione».

Ma non li avete accettati?
«Le nostre forze erano sufficienti. Del resto la popolazione mussulmana della Macedonia è giovane turca».

Questo potrebbe dimostrare la diversità di sentimenti fra la Turchia europea e la Turchia asiatica. «No, la popolazione delle Province, anche asiatiche, ha troppo sofferto dal vecchio regime che la immiseriva per non essere sfavorevole all’arbitrio e alla miseria».

Tuttavia il clero, gli ulema, gli hodjos, gli studenti di teologia coranica che tengono alle tradizioni e sono autorevoli fra la popolazione... «Poteva avvenire qui in Costantinopoli, dove sotto il Governo assoluto gli ulema godevano prebende e rendite stabilite dall’arbitrio e dal capriccio del Sultano, che il clero, composto in gran parte di gente ignorante di ogni progresso, nutrisse uno spirito di reazione. Ma nelle province anche il clero soffriva e tra le file dei nostri volontari avrete visti molti turbanti di religiosi».

Dunque in Costantinopoli cova uno spirito di reazione? «Non credo; ma, se anche in proporzioni minime esistesse, cesserebbe naturalmente, non potendo far nulla, poiché teniamo una forza organizzata».

Si dice che alcune truppe mandate in Anatolia per reprimere i disordini abbiano fatto causa comune coi massacratori e uccisi gli ufficiali.
«Non è vero; si sono avuti incidenti senza importanza».

Però l’ammutinamento del 13 aprile fu opera di soldati che riteneva fedeli alla Costituzione; vi erano fra gli altri i cacciatori di Salonicco, nei quali avevate ampia fiducia.
«Prima di tutto, soltanto una parte dei cacciatori di Salonicco si rivoltò massacrando gli ufficiali di tre battaglioni: due battaglioni ci rimasero fedeli. In secondo luogo la rivolta della guarnigione non fu causata da sentimenti, ma da denari. I soldati ricevettero somme enormi e bisogna conoscere la miseria dei soldati per comprendere la forza di seduzione di grandi somme. Ma abbiamo reso impotente chi potrebbe corromperli. Non vi sono più timori: se con denaro si è compiuta la rivolta, è con denaro che si preparava una cosa anche più orribile».

Che cosa?
«Era preparato un massacro di tutti i turchi appartenenti al partito liberale o sospetti di liberalismo. Ne abbiamo la prova: e concluderete che una volta cominciati i massacri non si sa dove si sarebbero fermati».

Siete sicuri che non possa in un ambiente come questo scoppiare un altro moto improvviso? Anche il giorno 13 voi non vi aspettavate che le più vaste congiure potessero tramarsi insospettatamente.
«Ci aspettavamo soltanto qualche protesta; non potevamo supporre che arrivassero subito al massacro degli ufficiali. Nulla di simile è possibile per l’avvenire».

Avete preso ad Abdul Hamid tutte le sue ricchezze? «Sì, esse appartengono alla nazione».

Ma anche senza le ricchezze, non credete che verso il Sultano deposto si rivolgano le speranze dei reazionari, che egli divenga per cosi dire la bandiera vivente della vecchia Turchia.
«È impossibile; egli è troppo bene custodito; e poi noi qui spazziamo il campo per schiacciare le teste dell’idra».

E come?
«Lo stato d’assedio non c’è per l’ordine pubblico. Avrete osservato che è uno stato d’assedio molto poco visibile: il suo unico scopo è il funzionamento del tribunale di guerra, che lavora a stabilire le responsabilità e a punire i colpevoli».

Vi sono molte condanne a morte?
«Non ne so il numero, e poi i processi non sono ancora finiti. Credo ci saranno un centinaio di esecuzioni ed altrettante condanne ai lavori forzati».

Le esecuzioni saranno segrete?
«No. I colpevoli saranno impiccati nei vari quartieri della città».

Quando?
«Forse domattina. Bisogna dare un grande esempio»

16 luglio 2016 (modifica il 16 luglio 2016 | 23:04)

Microsoft, vittoria in tribunale Usa: inaccessibili i dati fuori dagli States

repubblica.it

I mandati delle autorità federali non sono validi per ottenere dati di privati cittadini e aziende memorizzati nei server fuori dai confini Usa. Una sentenza chiave rispetto a sicurezza e privacy

Microsoft, vittoria in tribunale Usa: inaccessibili i dati fuori dagli States

MICROSOFT conquista un'importante vittoria in tribunale contro il Dipartimento di Giustizia. Una corte d'appello federale ha stabilito che i mandati per ottenere dati su sospettati non si estendono alle informazioni che si trovano in computer fuori dagli Stati Uniti.

L'azienda aveva citato in giudizio il governo americano dopo avere ricevuto le richieste di accesso ai dati degli utenti, migliaia dal 2013, da parte delle autorità federali, con obbligo di segretezza verso gli interessati. Obbligo che, secondo la società fondata da Bill Gates, violerebbe il quarto emendamento della Costituzione che impone di informare i cittadini in caso di perquisizioni, cosa che dovrebbe accadere anche sul fronte ''digitale''.

Ora la Corte d'Appello del Secondo Circuito stabilisce che la legge federale non consente agli investigatori di costringere Microsoft a consegnare dati conservati in server oltreoceano. Il Dipartimento di Giustizia critica la decisione che, a suo avviso, mette in pericolo la sicurezza pubblica. ''Siamo delusi della decisione e valuteremo le nostre opzioni'', afferma il Dipartimento di Giustizia. Per la Silicon Valley si tratta di una vittoria, per il Dipartimento di Giustizia di una nuova sconfitta negli sforzi per costringere le società tecnologiche ad adempiere agli ordini del governo sui dati.

Fuori!!!

Nino Spirlì



Nizza, Promenade des Anglais. Dacca, Ristorante Holey Artisan Bakery. Parigi, Charlie Hebdo. Tunisi, Museo. Bruxelles, in tour. Parigi, Bataclan. Londra, Metrò. Parigi, Supermercato Kosher. Ankara, Aeroporto… Migliaia di morti!

Tutti Martiri per volontà di allah e dei suoi sicari. E degli sporchi complici occidentali di quei suoi killer…Un fiume di sangue innocente. Laico e credente. Di Destra, di Sinistra, di Niente… Libero di disegnarsi la propria vita. Arbitro delle proprie scelte. Umano. Occidentale. A volte, anche cretino. Garantista fino al conato. Cieco e sordo a qualsiasi evidente verità. Bugiardo, anche. Ma, porco giuda, Libero. Libero, figlio di Liberi. Libero, figlio di schiavi. Libero, figlio di schiavisti. Libero e col diritto di esprimere sempre la propria Libertà. Costi quel che costi.

… Anche certi imbecilli dei social, che continuano a scrivere cazzate sulle presunte responsabilità dell’Occidente stesso su tutti i territori problematici della galassia. Gli imbecilli che, pur di salvare la propria inutile e vuota pubblica virtù, continuano a crocifiggere il proprio padre e la propria madre, i quali, invece, ci vedono lungo a proposito dell’invasione saracena 2.0 e la stigmatizzano. Eccome!
Non cadrò nella trappola. No, proprio no! Non polemizzerò coi cretini. Starò zitto e li lascerò convincersi che i milioni di clandestini che sbarcano come i mori del ‘500 siano amici carissimi da invitare a cena e riscaldare nel lettuccio degli ospiti…

Non risponderò che sono MILLENNI che esportiamo progresso e civiltà ovunque. Che a questi sanguinari senza terza media gli leviamo i gonnellini di rafia e foglie di banana, che gli stappiamo i cazzi dai cappucci fatti di zucchina del katanga e glieli copriamo con mutande e calzoni di lino, che imponiamo alle loro vecchie megere ottuse di occuparsi delle loro sdentature piuttosto che sfregiare le vagine delle pronipoti in nome di un dio che le pretende sofferenti anche solo per urinare, che

distribuiamo ai loro figli libri veri e vari e scatole di antibiotici e penicillina invece che coltelli affilati ed estratti di odio religioso, che alle loro donne insegniamo a usare il preservativo per salvarsi la vita e non riempirsi di marmocchi da sfamare e che hanno gli stessi diritti di quegli scansafatiche di mariti che le hanno comprate con qualche vacca secca come un cardo ad agosto… E che loro in cambio ci ammazzano!

Ma, già!, ai nostri esterofili connazionali, piddini e non, non piacciono i video dei massacri di cristiani e, invece,  piacciono tantissimo le foto scattate, a pagamento, davanti alle capanne di merda dei finti Masai, fra vecchie minne cadenti come visoncini scuoiati e coglioni pendenti come cipolle di tropea a fine stagione. Ai nostri esterofili, sporcaccioni a casa e santi dai pulpiti istituzionali, piace consumare il pasto pubblico della bontà sovvenzionata, dopo aver improfumato fino ai villi intestinali il negro che ospitano a casa per la trombata del mercoledì,  perché quello originale, quello che puzza di povertà africana vera, va bene solo per i video sui cellulari e per i post buonisti con foto su Fb.

Testazze dure  italiote, infarcite di finta solidarietà da talk show, apritele, spalancatele, le vostre case, ad un paio di terroristi islamici già ingilettati con una mezza quintalata di tritolo purissimo; apritele a qualche tagliagole assassino, scappato dal proprio Paese solo per non marcire nelle patrie galere; spalancatele a qualche squadra di ventenni già ben addestrati a cambiarvi la serratura, della casa salvata dagli artigli delle banche di Transilvania, dopo avervi sbattuto in strada a calci in culo. Seguite il consiglio del papa tanghèro. La seconda tonaca bianca dello Stato meno ospitale per i milioni di clandestini che stanno invadendo l’Italia.

Dite loro, appena entrano in casa vostra, anche se siete froci. O che, da femmina, non gliela date. O da maschietto non gli garantite pasti caldi, cellulare gratuito e una copia fresca di stampa di quel loro libro. Col cazzo che mangerete il panettone al prossimo Natale!!!

Fate i buoni da manuale, mi raccomando, mentre noi, questi brutti ceffi razzisti e xenofobi, islamofobi e fascisti, la spalmiamo, questa nostra vita, sull’arma più affilata e mortale per loro: la denuncia. Mentre noi, maledetti violenti, svegliamo gli animi sopiti e li sproniamo a non offrirsi a pecora. Mentre noi, combattenti da sempre, ci prepariamo a cacciarli, gli invasori sanguinari. Senza se e senza ma.

Fuori! Dall’Italia. Dalla Terra di Cristo. Dall’Occidente evoluto. Dalla Casa della Democrazia e della Libertà. Dalle balle!
Fuori, assassini!

Fra me e me.
(mentre scrivo, la Tv da notizia del golpe militare in Turchia: Dio ce la mandi buona!)

Buonisti: i morti di Nizza sono sulla vostra coscienza!

Giampaolo Rossi



BASTA PRENDERCI PER IL CULO!
Basta prenderci per il culo! Questa mostruosità l’avete creata voi e ha un nome preciso: si chiama multiculturalismo, la più evidente stortura ideologica del nostro tempo. Questa bestia che si annida nel cuore dell’Europa e che esplode periodicamente con una violenza cieca e disumana rappresenta il vero fallimento di tutto ciò che potevamo essere e che non saremo per vostra responsabilità.

Non è importante sapere se il “franco-tunisino” che ha ammazzato 84 persone come stesse su una pista di bowling, fosse un terrorista addestrato dall’Isis, gli amici di quei sauditi che Hollande riceve con tutti gli onori all’Eliseo e che poi tornati in patria finanziano quelli che ammazzano i francesi (tutto questo è solo la resa ignobile di una classe politica europea corrotta e imbelle).

Non è importante neppure sapere se l’assassino fosse un islamico praticante o saltuario, depresso o lucido; se abbia gridato “Allah Akbar” oppure nulla; se abbia sperato fino all’ultimo di raggiungere il suo Paradiso scatenando un inferno o semplicemente abbia regalato il suo inferno all’eternità.
Quello che è importante è riconoscere la verità che voi continuerete a negare; e cioè che anche lui era figlio di quel pezzo di Europa che odia l’Europa; di quell’esperimento folle e suicida che la vostra ottusità ha prodotto.

I MOSTRI LI AVETE CREATI VOI
Siete voi che avete generato tutto questo: politici di sinistra, intellettuali ipocriti, giornalisti bugiardi e preti sconfessati. Questi mostri li avete creati voi con il vostro buonismo irreale, con i vostri gessetti colorati, con il vostro mito dell’accoglienza; voi che avete confuso l’uguaglianza dei diritti con la dittatura di un egualitarismo astratto. Voi che negate l’identità europea perché non avete il coraggio di difenderla: vigliacchi e stolti
.
Siete voi che continuate a non vedere che loro odiano ciò che noi siamo: odiano la nostra libertà,  il nostro senso della vita, la nostra idea di uomo e di donna. Odiano i nostri diritti e la nostra cultura.

Siete voi i responsabili di questa paura che ora viaggia nel cuore dell’Europa; voi che avete permesso le banlieue a Parigi, i “quartieri della sharia” in Belgio e Olanda (dove scuole e moschee sono finanziate dall’integralismo salafita), i tribunali islamici in Germania e Gran Bretagna, Husby e i laboratori di orrore sociale a Stoccolma dove travestite da integrazione ghetti di emarginazione. Siete voi che continuate a non leggere le ricerche che raccontano che il 30% dei giovani musulmani francesi tifa Isis, e che quasi la metà dei turchi tedeschi preferisce rispettare la legge islamica a quella vigente in Germania.

Questi mostri li avete creati voi, tecnocrati di Bruxelles che state distruggendo le identità sovrane e nazionali per costruire un’assurdo melting pot dove, da veri razzisti, pianificate i progetti di migrazione sostitutiva che trasformeranno l’Europa in Eurabia molto prima di quanto immaginasse Oriana Fallaci.

Questi mostri li avete creati voi guerrafondai, con le vostre bombe umanitarie e le guerre illuminate; voi che avete pianificato il caos Mediorientale, che avete benedetto il disastro in Libia, quello in Siria che hanno aperto la strada all’esodo di disperati (pochi) e furbi (tanti) che si riversano nei nostri paesi e al dilagare dell’islamismo; voi che avete alimentato le primavere arabe che a loro volta hanno alimentato il terrorismo; voi che dite di combattere l’Isis e Al Qaeda e poi li finanziate e li addestrate per i vostri disegni strategici.

E ORA SDEGNATEVI!
Dai, forza buonisti, ora regalateci ancora un po’ del vostro sdegno. Continuate a scandalizzarvi e a bollarci come demagoghi, xenofobi e oscurantisti; scatenate i vostri giullari di corte sui giornali e in tv. Concedete ai menestrelli stonati di continuare a raccontare la favola del multiculturalismo, magari con i soldi pubblici della Rai e al solito Gad Lerner. Troverete ancora qualcuno che vi darà retta sperando che il mondo irreale della vostra ipocrisia non getti definitivamente l’Europa nel baratro.

Ma questi morti sono sulla vostra coscienza.

La religione è la causa. Il potere è il motivo.

Barbara Di


Ci risiamo. I musulmani ammazzano e i non musulmani dicono che la religione non c’entra nulla. I musulmani vogliono invece convincerci che c’entra eccome la religione. I non musulmani non lo capiscono. I musulmani uccidono ancora e ancora e ancora per farglielo capire. Spirale perversa. Più facciamo i buonisti, più aumentiamo la loro cattiveria.  Perché in questo caso dovrebbe essere diverso? Succede da millenni che i popoli vengano mandati al massacro da chi vuole prendere il potere sfruttandone la credulità.

I memi, le idee, le ideologie sono la chiave di tutto. Gli esseri umani si distinguono dagli animali perché vogliono dare immortalità alle loro idee oltre che ai loro geni. È solo una spietata lotta per la sopravvivenza mentale, perché gli esseri umani sanno di essere mortali e per sconfiggere l’inevitabile morte del corpo fanno di tutto, anche morire, pur di far sopravvivere qualcosa di loro in eterno. Qualsiasi religione non è altro che un insieme di memi che come una sequenza di DNA vuole replicarsi all’infinito, attraverso il proselitismo, per sopravvivere ai suoi autori ed ai suoi seguaci.

Chi vuole prendere il potere lo ha scoperto millenni fa. Non riuscirai mai a convincere un popolo a rinunciare alla vita terrena se non gli prometti la vita eterna dell’anima, la gloria imperitura di quell’insieme di idee, delle gesta, del nome, dell’essenza immateriale di ogni essere umano, l’unica che possa sopravvivere alla carne.

È uno dei principali motori dell’essere umano, il fondamento stesso della storia. Può essere meravigliosa quando i memi sono benefici, quando si cerca la gloria eterna con le buone azioni, con le arti, con le scoperte scientifiche, con lo sport, con il superamento dei propri limiti, con l’impresa impossibile di cui si parlerà dopo secoli, con tutto ciò che ti farà entrare nel paradiso della memoria, ricordato da tutti i popoli a venire. Non a caso Mnemosine, la dea della memoria, era la madre delle Muse.

Ma i memi sono anche malefici, possono distruggere, possono uccidere pur di raggiungere il proprio scopo, possono farti finire nell’inferno del disprezzo e farti ricordare come pessimo esempio. Il problema è che molti non lo capiscono subito, si presentano come memi salvifici, come la soluzione dei mali terreni, come l’unica via di salvezza del genere umano. L’inferno della memoria è lastricato di buone intenzioni e di esempi la storia ce ne ha forniti a bizzeffe, dal comunismo al nazismo.

Soprattutto le religioni, quale più quale meno, in varie epoche storiche, hanno fornito carne umana alla causa di chi le ha sfruttate per i propri malefici desideri di potere. Poche ne sono esenti, molte ci sono passate, tante hanno sbagliato, la maggior parte hanno riconosciuto i propri errori, hanno saputo emanciparsi distinguendo il potere temporale da quello spirituale, uscire dall’oscurantismo che questa malefica commistione sempre comporta.

L’Islam ancora no. È suicida non capirlo. La religione musulmana non ha ancora saputo dividere la morale dalla legge, il governo degli uomini dal governo delle anime. Non dite, quindi, che la religione non c’entri nulla. La religione è la causa di quanto accade, ma non perché sia buona o cattiva in sé. Non c’entrano nulla i precetti del Corano, ma l’uso strumentale che ne fanno i capi, gli imam, i finanziatori del terrore, i governanti dei Paesi musulmani.

I precetti di pace, di fratellanza, di amore, di condivisione, di solidarietà li hanno tutte le religioni ed è vero che la maggioranza dei fedeli ci crede sul serio, ma in mano a chi li sfrutta sono solo memi-veicolo, servono solo a trasportare il vero motivo per cui vengono divulgati: la conquista del potere terreno. Chi vuole il potere sugli uomini, chi vuole conquistare altri popoli, chi vuole diventare padrone del mondo, e sono tanti purtroppo, non riuscirebbe mai a convincere i propri seguaci al martirio se spiegasse loro il vero motivo per cui agisce.

E allora deve convincerli nel modo più efficace e cruento che essere umano abbia mai concepito: abusare della paura di morire per mandarli al macello in nome di un ideale. Sembra un controsenso per noi che ormai ne siamo usciti secoli fa, ma anche noi ci eravamo cascati. Per questo oggi ci sembra assurdo, perché noi oggi diamo valore alla vita in sé, ma purtroppo abbiamo perso per strada il valore dei nostri memi benefici. Ce ne vergogniamo, non ne capiamo l’importanza, ci hanno fatto il lavaggio del cervello instillandoci i memi politicamente corretti del buonismo a tutti i costi, della tolleranza a prescindere, anche degli assassini, della società al di sopra dell’individuo e del suo legittimo desiderio di felicità e di vita.

Sono pazzi fanatici i terroristi, questo è vero, ma sono prima di tutto esseri deboli a cui è stato inculcato il mito dell’immortalità delle idee religiose a qualunque costo. La religione gli dà una speranza di vita eterna per spingerli a morire. Ecco perché è malefica, non in sé, ma per come viene strumentalizzata. E più fanno attentati, più proselitismo fanno, più terrorizzano, più si esaltano. Ignorarli, fare finta che la religione non c’entri nulla li spinge a fare sempre peggio finché non ce lo metteremo in testa che vogliono conquistarci così.

E trovano terreno fertile proprio nella nostra vergogna, nella nostra mancanza di valori, nel nostro voler rinnegare il valore del progresso, della felicità per i beni terreni, del mercato, del merito, del lavoro, del guadagno, del piacere, del divertimento, del nostro egoismo. Non lo vogliamo ammettere che noi siamo usciti dall’oscurantismo grazie alla libertà di essere egoisti, di costruirci da soli la nostra felicità in terra, di lavorare per vivere bene unendo il piacere del corpo a quello dello spirito, di soddisfare in modo onesto i nostri legittimi desideri rispettando la pari libertà altrui di fare altrettanto.

E’ solo grazie al benessere terreno che abbiamo smesso di considerare inevitabile la miseria terrena, sperando invano in una vita ultraterrena, e ci siamo emancipati dal potere temporale dei sacerdoti.

Ecco perché i malefici predicatori musulmani trovano l’avversario ideale e più facile da distruggere nel socialismo politicamente corretto, ecco perché più li giustifichiamo, più ci vergogniamo di noi stessi e del nostro progresso, più li aiutiamo a trovare carne da macello per raggiungere il vero obiettivo: spazzarci via, sottometterci, conquistarci. La guerra è davvero culturale, ma dobbiamo prima di tutto capire quale cultura ci possa salvare per riuscire a combattere e sperare di vincere.

Non tolleriamo oltre

Alessandro Sallusti - Sab, 16/07/2016 - 18:54

L'islam moderato non esiste, esistono islamici moderati che stanno alla finestra grazie alle libertà e ai diritti che ci siamo conquistati nei secoli. Troppo comodo, non più accettabile

Il procuratore di Nizza ha detto che la strage ha una matrice terroristica, che quel giovane immigrato tunisino con permesso di soggiorno in Francia ha accolto da solo l'invito dell'Isis «a uccidere più occidentali possibile, usando anche le auto».

Questa notizia non l'ha saputa chi ieri sera ha visto il Tg3. Per mezz'ora Bianca Berlinguer e i suoi giornalisti hanno raccontato un caso di cronaca nera, non hanno pronunciato le parole «terrorismo», «islam», «Isis», se non - con una ambiguità giustificazionista nei confronti dei musulmani «anche loro vittime» - di sfuggita in coda al telegiornale. Più che disinformazione, quella della Berlinguer è stata controinformazione, manipolazione non solo della verità ma addirittura della cronaca. E questo è il problema che ci sta portando a contare i nostri morti, settimana dopo settimana, cioè negare che il cancro abbia radici in una religione e che le metastasi abbiano le facce e i nomi di immigrati che abbiamo accolto senza regole e condizioni.

Lo nega la Berlinguer, ma anche la terza carica del nostro Stato Laura Boldrini che parla di «fanatismo feroce» evitando di dire chi sono i fanatici. E addirittura Papa Francesco, che invita a «fermare la violenza» ma non specifica il destinatario dell'ultimatum. Noi non siamo fanatici, né feroci né violenti, quindi non parlano a noi. E allora a chi lanciano questi retorici ed inutili appelli? All'aria, al vento, ai marziani? Chi ha falciato ieri più di 80 persone tra i quali 10 bambini?

Un immigrato islamico, figlio di un islamico radicale, che se non aveva la «tessera» dell'Isis peggio mi sento: significa che la guerra all'infedele si spande a macchia d'olio in modo spontaneo e il nemico diventa ancora più sfuggente. Lo ha capito financo il vicepresidente della comunità islamica francese, che ieri si è dimesso perché «non è più possibile distinguere l'islam dall'integralismo islamico».

Oggi titoliamo «Islamexit», argomentando con un articolo di Paolo Guzzanti, come l'emergenza principe dell'Europa non sia la «Brexit», cioè l'uscita della Gran Bretagna, ma l'uscita dell'islam, religione che ci ha dichiarato guerra e che la sta combattendo in un modo vigliacco, incompatibile con le nostre capacità e possibilità di difesa. L'islam moderato non esiste, esistono islamici moderati che stanno alla finestra grazie alle libertà e ai diritti che ci siamo conquistati nei secoli - a vedere trucidare i nostri figli per mano di loro fratelli. Troppo comodo, non più accettabile.