giovedì 21 luglio 2016

Predappio, ok al museo del fascismo (progettato dai partigiani)

Claudio Torre - Gio, 21/07/2016 - 09:36

Il fascismo avrà il suo mueso. A deciderlo è stato il Consiglio Comunale di Predappio. Nascerà da un progetto curato dai partigiani



Il fascismo avrà il suo mueso. A deciderlo è stato il Consiglio Comunale di Predappio. Nel paese natale di Benito Mussolini, in provincia di Forlì-Cesena, il Comune ha deciso di organizzare un’esposizione permanente sul fascismo. È già stato scelto il luogo che la ospiterà: l’edificio dell’ex Casa del Fascio. Come racconta il Corrieredibologna, la realizzazione del museo è stata affidata all'Istituto Parri di Bologna, nato nel 1963 per volere di un gruppo di intellettuali partigiani che avevano partecipato alla resistenza. Insomma gli eredi dei partigiani di fatto gestiranno il museo del fascismo.

Ma occhio a chiamarlo così, gli ideatori la chiameranno "esposizione permanente". E a parlare del progetto è Luca Alessandrini, direttore dell'istituto Parri: "Siamo nati nel pieno della guerra fredda da un’idea avuta da Ferruccio Parri nel 1949 — spiega Alessandrini al Corriere di Bologna — Parri voleva salvare l’esperienza storica dell’antifascismo mentre la guerra fredda sembrava fare passare in secondo piano la straordinaria esperienza unitaria della Resistenza. Per capire la Resistenza bisogna capire come il nostro Paese sia stato preda del fascismo. La biblioteca del Parri è la più importante in circolazione sul fascismo, abbiamo persino un fondo librario sul nazismo austriaco". infine conclude: "utto in noi si ribella quando vediamo questa ignobile paccottiglia ma è impossibile trovare una norma giuridica che assecondi la nostra rabbia senza ledere le libertà democratiche. Il problema è culturale. Inutile vietare".

Dittatori

La Stampa

jena
L’Europa si incazza ma vedrete che poi si scazza.

Brevetti, Samsung sconfitta da Hop Mobile. Alla piccola società bresciana due milioni di risarcimento

Corriere della sera

di Michela Rovelli

Il tribunale di Milano ha condannato in primo grado il colosso sudcoreano, accusato di aver contraffatto una tecnologia, per gestire in contemporanea due schede Sim

Uno dei modelli di telefono Samsung in causa, l’SGH-D880

Davide contro Golia. Una piccola società bresciana sconfigge un gigante della tecnologia, Samsung. Il campo di battaglia: la violazione dei brevetti. Il bottino: più di due milioni di euro. Otto anni fa, nel 2008, parte la denuncia: Hop Mobile, insieme alla società che commercializzava la sua invenzione, Eko Mobile, accusano i sudcoreani di contraffazione.

Al centro della disputa, una particolare applicazione – sviluppata e brevettata dalla Hop Mobile – definita «terminale telefonico multinumerico». Permette di gestire in contemporanea il doppio profilo sui telefoni Dual Sim. Significa, in pratica, poter sfruttare le funzionalità di entrambe le schede nello stesso momento senza scomodi interventi manuali per passare da una all’altra. I bresciani accusano Samsung di aver applicato, senza pagarne i diritti, la stessa tecnologia ad alcuni dei suoi modelli.

La sentenza. Una guerra legale lunga e complessa, che si è conclusa il 14 giugno con la sentenza del tribunale di Milano: confermata la validità del brevetto – e quindi il furto “intellettuale” – Samsung Italia dovrà risarcire la Eko Mobile di più di due milioni di euro. La corte ha riconosciuto la contraffazione solo per tre dei modelli chiamati in causa, l’SGH-D880, il B7722 e il C6112. Nessuna prova, poiché i telefoni presi in esame non funzionavano più, per altre quattro linee di cellulari: l’SGH-D980, il B5702, il C3212 e il B7722i.

«La sentenza non ci soddisfa pienamente – spiega l’avvocato Cesare Galli, che ha portato avanti la battaglia in tribunale – andremo in appello. La nostra richiesta iniziale era di dieci milioni di risarcimento». Una piccola condanna anche per i bresciani: 50mila euro di risarcimento per «atti di concorrenza sleale». «Si può dire sia stato un eccesso di legittima difesa, un peccato veniale. Eko Mobile ha cercato di difendersi informando la stampa della vicenda e il tribunale ha ritenuto le sue dichiarazioni eccessive», continua Galli.

Colpevole anche la casa madre. La sentenza non riguarda solo Samsung Italia. Per la prima volta, è stata condannata anche la casa madre, per aver continuato a vendere nel Paese i telefoni contestati, nonostante il divieto che il tribunale di Milano aveva posto sin dal 2008, appena dopo l’apertura della causa. Come? Aggirando il problema e utilizzando altri distributori per commercializzare i propri prodotti.

In tutto, si tratta di 34 soggetti, anch’essi citati in Aula da Eko Mobile. «Con buona parte di loro – racconta l’avvocato Galli – abbiamo già trovato un accordo con un risarcimento simbolico. Per gli altri, si deciderà l’anno prossimo. Ciò che conta è il risultato di questa sentenza». Per l’attività illecita, Samsung dovrà pagare una penale di 50 euro per ogni cellulare importato. «I grandi colossi sfruttano la forza dei numeri, mentre le armi fondamentali delle piccole società sono i brevetti. È la loro qualità che fa la differenza. Questo è un esempio clamoroso che spero venga preso ad esempio», conclude Galli.

La guerra dei brevetti con Apple. Non è la prima volta che Samsung si ritrova a dover rispondere delle violazioni di brevetti altrui. Leggendaria – e infinita – è la disputa con la sua più grande rivale, Apple, che inizia nel 2011, quando Cupertino accusa i sudcoreani di copiare design e funzionalità dell’iPhone. La battaglia prosegue a colpi di condanne e sentenze ribaltate. Nel 2012 la prima vittoria di Apple per la contraffazione di alcune invenzioni, come il «pinch and zoom» per allargare l’immagine e l’interfaccia grafica per navigare tra i contenuti delle app.

Un miliardo di dollari di risarcimento, di cui poi alla fine Samsung, grazie a un accordo, ne ha pagati circa la metà. La guerra di proprietà intellettuale prosegue su altre funzionalità, come il sistema per accedere ai link veloci, lo «slide to unlock» e l’autocorrettore. Nel 2014 la corte federale condanna Samsung a pagare 119 milioni di dollari, ma la sentenza è stata recentemente ribaltata, a febbraio, in secondo grado.

Il cognome della madre, l’uguaglianza tabù in Italia

La Stampa

La parità fra l’uomo e la donna nelle relazioni familiari è il cardine attorno a cui ruota la riforma del diritto di famiglia approvata nel lontano 1975. La parità è oggi solennemente affermata nell’art. 143 del codice civile: «Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri». Un corollario dell’uguaglianza è il principio per cui i componenti della famiglia «concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi».

Quanta strada abbiamo fatto da quando il codice civile del 1942 affermava «Il marito è il capo della famiglia; la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno fissare la propria dimora». Nel frattempo è stata approvata la Costituzione, che sancisce l’uguaglianza fra i coniugi all’art. 29, e l’Italia ha ratificato la Convenzione europea sui Diritti dell’Uomo firmata a Roma nel 1950 che, all’art. 14, prevede il principio di non discriminazione.

Ma il percorso non è ancora compiuto. Non possiamo dimenticare che abbiamo subito una brutta condanna da parte della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, istituita proprio dalla Convenzione di Roma. La Corte ha affermato che viola il principio di non discriminazione il fatto che la nostra legge non consenta ai genitori di attribuire al figlio il cognome della madre in luogo di quello del padre. Siamo stati condannati per aver violato una norma fondamentale di una Convenzione di cui siamo stati promotori. Come è potuto succedere? Semplice: gli standard europei di rispetto dell’uguaglianza nelle relazioni familiari sono cresciuti e noi non abbiamo tenuto il passo.

La ragione è banale e sconfortante: è un problema di inefficienza del nostro sistema legislativo e di incapacità della politica di governare il cambiamento della società. Il diritto negato ai genitori di attribuire ai figli il cognome della madre è un esempio perfetto di una situazione che ha una portata più ampia. A partire dal 1996, sono stati presentati almeno trenta disegni di legge sul cognome: nessuno ha compiuto l’iter parlamentare. Eppure il Parlamento era stato avvertito dalla Corte Costituzionale già nel 2006: «L’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia… non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna».

Allora (dieci anni fa!) la Corte Costituzionale aveva indicato l’urgenza di un intervento legislativo per riconoscere il diritto dei genitori di attribuire ai figli il cognome della madre. Dopo la condanna della Corte di Giustizia, il Parlamento ha avuto un sussulto e il 24 settembre 2014 alla Camera è stato approvato un disegno di legge che attribuisce ai genitori la possibilità di attribuire al figlio il cognome del padre o quello della madre oppure quelli di entrambi. In caso di mancato accordo, al figlio sono attribuiti i cognomi di entrambi i genitori in ordine alfabetico. Ma il testo attende da quasi due anni di essere approvato dal Senato.

Nel frattempo è stato discusso solo in quattro riunioni della Commissione Giustizia. Al termine dell’ultima, pochi giorni fa, si è valutata l’opportunità di fare ulteriori approfondimenti. La discussione in Aula è ancora molto lontana. L’inefficienza dei processi decisionali è un male che in Italia non riusciamo a debellare. È difficile sopportare che questa paralisi possa colpire anche l’attuazione del principio di uguaglianza fra l’uomo e la donna.

Chi era veramente Maria Maddalena?

La Stampa
cristina uguccioni

Per volere di papa Francesco il 22 luglio, per la prima volta, si celebra la festa di santa Maria Maddalena, che sino a oggi era memoria obbligatoria. La storia di questa donna nelle parole dei Vangeli e nei commenti di Gianfranco Ravasi, Carlo Maria Martini, Cristiana Dobner e Timothy Verdon



Lo scorso 3 giugno la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato un decreto con il quale, «per espresso desiderio di papa Francesco», la celebrazione di santa Maria Maddalena, che era memoria obbligatoria, viene elevata al grado di festa. Il Papa ha preso questa decisione «per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata», ha spiegato il segretario del Dicastero, l’arcivescovo Arthur Roche. Ma chi era Maria Maddalena, che Tommaso d’Aquino definì «apostola degli apostoli»?

Magdala
Nei Vangeli si legge che era originaria di Magdala, villaggio di pescatori sulla sponda occidentale del lago di Tiberiade, centro commerciale ittico denominato in greco Tarichea (Pesce salato). Qui, negli anni Settanta del Novecento è stata condotta un’estesa campagna di scavi dai francescani dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme: è venuta alla luce una vasta porzione del tessuto urbano comprendente, fra gli altri, una grande piazza a quadriportico, una villa mosaicata e un completo complesso termale. Con successivi scavi i francescani hanno riportato alla luce anche importanti resti di strutture portuali. In un’area adiacente, di proprietà dei Legionari di Cristo, una campagna di scavi avviata nel 2009 ha invece permesso di rinvenire la sinagoga cittadina, una delle più antiche scoperte in Israele: per la sua posizione, sulla strada che collega Nazaret e Cafarnao, si ritiene che probabilmente sia stata frequentata da Gesù.

Gli equivoci sull’identità
Maria Maddalena fa la sua comparsa nel capitolo 8 del Vangelo di Luca: Gesù andava per città e villaggi annunciando la buona notizia del regno di Dio e c’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità e li servivano con i loro beni. Fra loro vi era «Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni». Come ha scritto il cardinale Gianfranco Ravasi, «di per sé, l’espressione [sette demoni] poteva indicare un gravissimo (sette è il numero della pienezza) male fisico o morale che aveva colpito la donna e da cui Gesù l’aveva liberata. Ma la tradizione, perdurante sino a oggi, ha fatto di Maria una prostituta e questo solo perché nella pagina evangelica precedente – il capitolo 7 di Luca – si narra la storia della conversione di un’anonima “peccatrice nota in quella città”, che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli».

Così, senza nessun reale collegamento testuale, Maria di Magdala è stata identificata con quella prostituta senza nome. Ma c’è un ulteriore equivoco: infatti, prosegue Ravasi, l’unzione con l’olio profumato è un gesto che è stato compiuto anche da Maria, la sorella di Marta e Lazzaro, in una diversa occasione (Gv 12,1-8). E così, Maria di Magdala «da alcune tradizioni popolari verrà identificata proprio con questa Maria di Betania, dopo essere stata confusa con la prostituta di Galilea».

La liberazione dal male
Afflitta da un gravissimo male, di cui si ignora la natura, Maria Maddalena appartiene dunque a quel popolo di uomini, donne e bambini in molti modi feriti che Gesù sottrae alla disperazione restituendoli alla vita e ai loro affetti più cari. Gesù, nel nome di Dio, compie solo gesti di liberazione dal male e di riscatto della speranza perduta. Il desiderio umano di una vita buona e felice è giusto e appartiene all’intenzione di Dio, che è Dio della cura, mai complice del male, anche se l’uomo (fuori e dentro la religione) ha sempre la tentazione di immaginarlo come un prevaricatore dalle intenzioni indecifrabili.

Sotto la croce
Maria Maddalena compare ancora nei Vangeli nel momento più terribile e drammatico della vita di Gesù. Nel suo attaccamento fedele e tenace al Maestro Lo accompagna sino al Calvario e rimane, insieme ad altre donne, ad osservarlo da lontano. È poi presente quando Giuseppe d’Arimatea depone il corpo di Gesù nel sepolcro, che viene chiuso con una pietra. Dopo il sabato, al mattino del primo giorno della settimana – si legge al capitolo 20 del Vangelo di Giovanni – torna al sepolcro: scopre che la pietra è stata tolta e corre ad avvisare Pietro e Giovanni, i quali, a loro volta, correranno al sepolcro scoprendo l’assenza del corpo del Signore.

L’incontro con il Risorto
Mentre i due discepoli fanno ritorno a casa, lei rimane, in lacrime. E ha inizio un percorso che dall’incredulità si apre progressivamente alla fede. Chinandosi verso il sepolcro scorge due angeli e dice loro di non sapere dove sia stato posto il corpo del Signore. Poi, volgendosi indietro, vede Gesù ma non lo riconosce, pensa sia il custode del giardino e quando Lui le chiede il motivo di quelle lacrime e chi stia cercando, lei risponde: «“Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”» (Gv 20,15-16).

Il cardinale Carlo Maria Martini al riguardo commentava: «Avremmo potuto immaginare altri modi di presentarsi. Gesù sceglie il modo più personale e il più immediato: l’appellazione per nome. Di per sé non dice niente perché “Maria” può pronunciarlo chiunque e non spiega la risurrezione e nemmeno il fatto che è il Signore a chiamarla. Tutti però comprendiamo che quell’appellazione, in quel momento, in quella situazione, con quella voce, con quel tono, è il modo più personale di rivelazione e che non riguarda solo Gesù, ma Gesù nel suo rapporto con lei. Egli si rivela come il suo Signore, colui che lei cerca».

Il dialogo al sepolcro prosegue: Maria Maddalena, «si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e anche ciò che le aveva detto» (Gv 20, 16-18).

La maternità della Maddalena
«La Maddalena è la prima fra le donne al seguito di Gesù a proclamarlo come Colui che ha vinto la morte, la prima apostola ad annunciare il gioioso messaggio centrale della Pasqua», osserva la teologa Cristiana Dobner, carmelitana scalza. «Ella esprime la maternità nella fede e della fede ossia quella attitudine a generare vita vera, una vita da figli di Dio, nella quale il travaglio esistenziale comune ad ogni uomo trova il suo destino nella risurrezione e nell’eternità promesse e inaugurate dal Figlio, «primogenito» di molti fratelli (Rom 8,29). Con Maria Maddalena si apre quella lunga schiera, ancor oggi poco conosciuta, di madri che, lungo i secoli, si sono consegnate alla generazione di figli di Dio e si possono affiancare ai padri della Chiesa: insieme alla Patristica esiste anche, nascosta ma presente, una Matristica.

La decisione di Francesco è un dono bello, espressione di una rivoluzione antropologica che tocca la donna e investe l’intera realtà ecclesiale. L’istituzione di questa festa, infatti, non va letta come una rivincita muliebre: si cadrebbe stolidamente nella mentalità delle quote rosa. Il significato è ben altro: comprendere che uomo e donna insieme e solo insieme, in una dualità incarnata, possono diventare annunciatori luminosi del Risorto».

Nella storia dell’arte: la mirofora
Maria Maddalena, nel corso dei secoli, è stata raffigurata principalmente in quattro modi: «Anzitutto – afferma monsignor Timothy Verdon, docente di storia dell’arte alla Stanford University e direttore del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze – è spesso ritratta come una delle mirofore, le pie donne che la mattina di Pasqua si recarono al sepolcro portando gli unguenti per il corpo del Signore. Fra loro la Maddalena è riconoscibile per il fatto che, a partire dalla fine del Medioevo, viene raffigurata con lunghi capelli sciolti, spesso biondi: questo fa capire che gli artisti, secondo una tradizione affermatasi in Occidente (e non condivisa nell’Oriente cristiano), la identificavano con la donna peccatrice che aveva asciugato i piedi di Gesù con i propri capelli. I capelli lunghi sono quindi un’allusione a questo intimo contatto e alla condizione di prostituta: le donne per bene non andavano in giro con i capelli sciolti».

La penitente
Nell’arte del tardo Medioevo Maria Maddalena compare anche come penitente perché – spiega Verdon – secondo una leggenda ella era una grande peccatrice che, dopo la conversione e l’incontro con il Risorto, era andata a vivere come romitessa nel sud della Francia, vicino a Marsiglia, dove annunciava il vangelo: «Il culto della Maddalena penitente ha affascinato molti artisti, che l’hanno considerata il corrispettivo femminile di Giovanni Battista. In genere viene raffigurata con abiti simili a quelli del Battista oppure è coperta solo dai capelli. La bellezza esteriore l’ha abbandonata, il volto è segnato dai digiuni e dalle veglie notturne in preghiera, ma è illuminata dalla bellezza interiore perché ha trovato pace e gioia nel Signore. La statua della Maddalena penitente di Donatello, scolpita per il Battistero di Firenze, è un autentico capolavoro».

L’addolorata
Sovente la Maddalena è ritratta anche ai piedi della croce: una delle opere più significative, a giudizio di Verdon, è un piccolo pannello di Masaccio (esposto a Napoli) nel quale la Maddalena è ritratta di spalle, sotto la croce, le braccia protese a Cristo, i lunghi capelli biondi che cadono quasi a ventaglio su un enorme mantello rosso: «Un’immagine di forte drammaticità. Non di rado il dolore composto della Vergine è stato contrapposto a quello della Maddalena, quasi senza controllo. Si pensi ad esempio, alla Pietà di Tiziano, nella quale la donna avanza come volesse chiamare il mondo intero a riconoscere l’ingiustizia della morte di Gesù, che giace fra le braccia di Maria; oppure si pensi al celebre gruppo scultoreo di Niccolò dell’Arca, nel quale fra le molte figure la più teatrale è proprio quella della Maddalena che si precipita con la forza di un uragano verso il Cristo morto».

Chiamata per nome
Vi sono inoltre molte raffigurazioni dell’incontro con il Risorto: «Esemplari e magnifiche sono quelle di Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, e del Beato Angelico nel convento di san Marco», conclude Verdon. «Maria Maddalena ha vissuto un’esperienza di salvezza profonda per opera di Gesù: quando si sente chiamata per nome in lei si accende il ricordo dell’intera storia vissuta con Lui: c’è tutto questo nell’iconografia della scena che chiamiamo “Noli me tangere”». 

Il teatro nato per dispetto che ospitò Buffalo Bill

La Stampa
marcello giordani

Novara, il Faraggiana riapre dopo 17 anni di restauri



Il Teatro Faraggiana è come i gatti, ha sette vite. L’ultima è cominciata il 6 luglio, col nuovo Consiglio comunale, dopo 17 anni di chiusura per restauri. Il 20 ottobre riaprirà con Lucilla Giagnoni e il Canto alla città. E dire che il Faraggiana è nato per uno sgarbo. Inverno 1903, il marchese Raffaello Faraggiana, senatore, è socio palchettista del Teatro Coccia e non vede l’ora di assistere al Trovatore. Quando arriva al palco lo trova occupato: torna a casa e scrive una lettera di dimissioni poi va dal sindaco e chiede di acquistare un terreno vicino al centro; lì farà costruire un teatro come si deve, dove gli imbucati non entrano nei palchi.

L’inaugurazione, 12 aprile 1905 con La Sonnambula, è tribolata: le carrozze si impantanano e i due tenori, Ara e Bersellini, sono sostituiti in extremis. Il marchese inizia una concorrenza spietata al Coccia e dimezza i prezzi dei biglietti: l’ingresso costa una lira, un’altra per sedersi in seconda galleria, 4 la poltrona in platea. Il marchese-manager si assicura le migliori compagnie: chiama Gabriellino, figlio di D’Annunzio. Nel 1906, ad aprile, arriva a Novara il colonnello Cody, Buffalo Bill, coi «veri indiani d’America» e 500 cavalli: prima dello spettacolo in piazza d’Armi farà una puntata al Faraggiana coi giocolieri e qualche artista per dare un assaggio dello show. Il 27 giugno 1911 muore il marchese Faraggiana, e per il teatro finisce un’epoca. Nel testamento l’immobile va al Comune a tre condizioni: per la moglie Caterina sarà sempre disponibile un palco, il teatro dovrà mantenere il nome del fondatore e la sua funzione.

La seconda vita del Faraggiana vede l’irrompere del cinema e dei comizi, col dibattito tra interventisti e neutralisti. Le filme, come si chiamavano all’epoca, sono accompagnate da cantanti e orchestre. Nel 1913 arriva Filippo Tommaso Marinetti e la serata futurista si conclude con poltrone che volano e l’intervento della forza pubblica. Il 26 gennaio 1914 sul palco sale Mussolini, allora direttore de L’Avanti: vuole convincere i socialisti ad abbonarsi al giornale, ma raccoglie poche lire e neanche l’applauso di cortesia. Nel ’34 l’architetto ungherese Faludi ristruttura l’edificio e l’11 maggio ’35 inaugurazione coi dirigenti del fascio in prima fila: si aspettano uno spettacolo tricolore, invece assistono al varietà Usa Jazz scandal revues.

Con la guerra ci si accontenta dell’«ora del dopolavorista» o di un irriconoscibile Primo Carnera costretto a fare il lottatore. Il teatro ospita anche i comizi del futuro presidente Scalfaro. Nel ’66 muore il gestore storico del Faraggiana, Luciano Marmo, che aveva portato a teatro le famiglie, adesso il locale ospita il festival dello strip ma anche gli Inti Illimani, Umberto Orsini e la prima nazionale di Dario Fo e Franca Rame con Il ratto della Francesca.

Il guardaroba del Faraggiana è zeppo di aneddoti: Anna Proclemer, durante un monologo viene assalita da un pipistrello ma porta a termine imperturbabile lo spettacolo; arrivata in camerino urla «portatemi via da questa città!». Dopo tanti anni il Faraggiana aveva bisogno di un nuovo restyling e il 21 giugno ’99 chiude con una commediola americana, Baraonda. Titolo profetico, visto che i restauri sono andati avanti 17 anni. Ma adesso è pronto per un’altra vita.

Il caso dello scudetto 1914-15: "Può essere assegnato ex-equo"

Claudio Torre - Mer, 20/07/2016 - 10:49

Uno scudetto ex equo. La Figc (Federazione Italiana Giuoco Calcio) potrebbe assegnare il totolo della stagione 1914-15 a Lazio e Genoa



La Figc (Federazione Italiana Giuoco Calcio) potrebbe assegnare il totolo della stagione 1914-15 a Lazio e Genoa. È questa dunque la conclusione a cui è giunta la commissione della Figc dopo aver rpeso atto di una petizione firmata da migliaia di tifosi laziali e presentata dall'avvocato Gianluca Mignogna. E dunque i biancocelesti potrebbero mettere in bacheca il loro terzo scudetto.

La commissione Figc, composta dall’avvocato Santoro (presidente) e dai membri Cirillo, Greco, Mastrocola e Sferrazza, nella propria relazione ha parlato di“evidenti omissioni” nella procedura che ha portato dopo la prima guerra mondiale, nel 1919 (o secondo altri addirittura nel 1921), all’assegnazione del titolo al Genoa. Ma cosa è accaduto in quella stagione che ha preceduto lo scoppio della prima guerra mondiale?

Il Genoa era il primo del girone Nord, la Lazio era prima nel girone Centro-Sud. Avrebbero dovuto affrontarsi in una finale che non è mai stata giocata, essendo l’Italia entrata in guerra al fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia il 24 maggio 1915, quando il girone Nord doveva giocare ancora l’ultima partita di ritorno. Da lì la contesa per lo scudetto "scippato" alla Lazio, scudetto che adesso potrebbe andare a Roma sulla sponda biancoceleste.

Così l'Italia vinse la guerra perdendo tutte le battaglie

Matteo Sacchi - Mer, 20/07/2016 - 08:26

Grazie alla Prussia ottenemmo il Veneto e parte del Friuli. Ma il disastro militare ci segnò per sempre



Si può vincere una guerra perdendone quasi tutte le battaglie. Si può anche scatenare, a cose fatte, uno psicodramma che trasformi due scontri finiti male, ma senza reali conseguenze, in un dramma nazionale con tanto di processi eccellenti, e privi di qualunque equità. Poi si può continuare a sentirsi defraudati per anni della dignità nazionale e mascherare il tutto sotto un'enorme dose di retorica che esalti il sacrificio, senza però prendersi la briga di indagare sulle magagne della propria macchina bellica.

Andò così nella Terza guerra di indipendenza italiana (durata dal giugno all'ottobre 1866) di cui ricorrono i 150 anni. Una bella e approfondita analisi di quel conflitto la compie Hubert Heyriès (storico militare dell'università Montpellier III) nel suo Italia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta (Il Mulino, pagg. 348, euro 25). Il saggio racconta come l'Italia fu abile diplomaticamente a intuire le potenzialità della montante tensione tra l'Austria e la Prussia del cancelliere Bismarck (1815-98).

Era l'occasione giusta per liberarsi della presenza asburgica nella Penisola. Con i buoni uffici di Napoleone III, il conte Giulio Cesare di Barral e il generale Giuseppe Govone apposero la loro firma, in nome dell'Italia, su un trattato offensivo valido unicamente per 3 mesi. Era l'8 aprile 1866. L'Austria si sarebbe trovata chiusa in mezzo a una tenaglia di ferro. Combattere su due fronti l'avrebbe quasi di sicuro costretta alla sconfitta.

Sin qui la parte logica del piano, a prescindere delle immediate diffidenze tra Firenze (allora era la capitale) e Berlino. Così il 20 giugno Vittorio Emanuele II diede ottimisticamente il via alle ostilità: «Voi potete confidare nelle vostre forze, italiani, guardando orgogliosi il florido esercito e la formidabile marina...». E su questo ottimismo si allineò subito tutta la nazione. L'entusiasmo portò con sé - come spiega Heyriès - due ulteriori buoni risultati. La mobilitazione fu rapidissima e Garibaldi si vide piombare addosso un gran numero di volontari che usò nel modo che gli era più consono: attaccare verso in Trentino in un territorio frastagliato e montagnoso. Per un genio indiscusso della guerriglia era l'ideale.

Ma fuori dalle montagne trentine la macchina bellica italiana iniziò a mostrare tutti i suoi limiti. La Prussia premeva per un attacco rapido. Per colpire efficacemente a nord le serviva che le truppe austriache fossero impegnate a sud. Ma gli italiani si trovavano difronte le fortezze del Quadrilatero e nessuno aveva sviluppato un vero piano per superarle. Un attacco dal mare con sbarco, a partire dalla netta superiorità navale italiana, era un qualcosa di cui si era solo fantasticato. Le nostre navi erano eterogenee (quanto gli equipaggi nati fondendo tre marine) e non certo adatte a un attacco di questo tipo.

Così l'enorme esercito italiano (per la prima volta il Paese aveva un esercito di massa) nel dubbio e senza un chiaro piano d'attacco fu schierato in due tronconi. Centoventimila fanti e 7mila cavalieri sul Mincio comandati dal generale La Marmora. Altri 64mila fanti e 3500 cavalieri affidati invece al generale Enrico Cialdini sulla linea del Po. Gli Austriaci erano in netta minoranza numerica ma ebbero così la possibilità di giocare sulla velocità per colpire uno dei due tronconi. A questo si sommò la deficienza logistica degli italiani. Risultò un problema persino fornire le coperte. Oltre il fatto che molti soldati non avevano mai combattuto, o soltanto contro i «briganti». In più, la litigiosità degli alti ufficiali...

Le truppe di La Marmora, mentre cercavano di sorprendere gli austriaci oltre l'Adige, si fecero sorprendere dal nemico appena passato il Mincio. Ne nacque uno scontro disordinato: la seconda battaglia di Custoza. Nonostante tutto gli italiani si batterono bene. Gli Ulani del battaglione «Conte di Trani» e la brigata di Cavalleria di Ludwig von Pulz vennero massacrati a Villafranca dal quadrato di fucilieri comandato dal principe Umberto. I granatieri sul Monte Torre e sul Monte Croce fecero pagare agli austriaci ogni palmo di terra.

Ma nel momento più critico alcuni ufficiali, come il generale Della Rocca, non inviarono rinforzi, seppur richiesti nella zona più a rischio, Custoza. Il risultato fu che le truppe italiane dovettero ritirarsi. Gli austriaci non le inseguirono: avevano subito colpi altrettanto gravi. Gli italiani avevano perso tra morti, feriti, e prigionieri 7.403 uomini. Gli austriaci 7.956. Ma era il morale degli italiani a essere crollato. E le cose peggiorarono ancora quando i Prussiani travolsero gli austriaci a Sadowa, il 3 luglio. Ne nacque una sorta di psicosi: bisognava vincere «qualcosa» al più presto.

E così ci si rivolse alla Marina. Gli italiani cercarono di attirare la flotta del contrammiraglio Tegetthoff verso Ancona. L'austriaco sapeva fare il suo mestiere e non uscì dal porto. Allora il ministro Depretis piombò ad Ancona e «sobillò» contro l'ammiraglio Carlo Pellion di Persano i suoi diretti e gelosissimi sottoposti, l'ammiraglio Vacca e l'ammiraglio Albini. Il risultato fu che venne allestito in fretta e furia l'attacco all'isola di Lissa che era ben fortificata e per di più collegata via telegrafo. Fu lì che la flotta austriaca subito allertata piombò sulle navi italiane.

Anche in questo caso lo scontro (l'anniversario è oggi, 20 luglio) non era perduto a priori, anzi, alcune navi austriache come la «S.M.S. Kaiser» se la videro brutta. Ma se i rapporti tra Persano, Albini e Vacca erano pessimi in condizioni normali, si rivelarono tragici in battaglia. Le reazioni di Persano furono confuse, ma anche quando diede ordini chiari i suoi sottoposti si sforzarono di eluderli. Bilancio di 37 minuti di battaglia: l'affondamento della «Re d'Italia» e della «Palestro» e la morte di 638 marinai. Se Custoza era una quasi sconfitta trasformata in disfatta dalla stampa, Lissa fu una sconfitta senza se senza ma.

Lo choc fu fortissimo e non bastarono i successi di Garibaldi in Trentino ad anestetizzarlo. Men che meno l'annessione del Veneto e del Friuli sprezzantemente ceduti dall'Austria alla Francia e dalla Francia a noi (a mezzo plebiscito) che pure fu indubitabilmente un grandissimo passo verso la completa unificazione del Paese. Gli italiani incorporarono un senso di fragilità militare che non hanno mai smesso di portarsi dietro. E per colmarlo misero sotto processo l'ammiraglio Persano che fu radiato dalla Marina. Ma quale fosse la differenza tra lui e gli altri ammiragli che gli avevano messo i bastoni tra le ruote nel bel mezzo dello scontro non fu mai chiarito. Sulle responsabilità degli ufficiali del Regio esercito invece ci si limitò alle polemiche velenose.

Anche questo lavacro di coscienza collettivo a mezzo capro espiatorio si trasformò in una brutta prassi nazionale. Anzi forse è il cascame, sociologico, più grave di questa guerra vinta senza vincere.

Vauro, la vignetta che infama Salvini: "Il leghista non è un umamo"

Claudio Cartaldo - Mer, 20/07/2016 - 10:47

Il famoso vignettista torna ad attaccare Matteo Salvini. Sulla sua pagina Facebook pubblica il disegno contro il leader della Lega Nord



Non finisce oggi, e forse non finirà mai, la battaglia a suon di botta e risposta tra Matteo Salvini e Vauro Senesi.Questa volta è il turno del vignettista del Fatto Quotidiano, che in un disegno pubblicato su Left ha rappresentato uno dei suoi classici personaggi che ritiene il leader della Lega Nord un animale.

La vignetta di Vauro contro Salvini

"A volte penso che in fondo anche Salvini sia un essere umano - si legge nelle nuvolette - ma non lo dico per non essere tacciato di buonismo". Un modo per ironizzare sul riferimento che spesso il segretario del Carroccio fa ai "buonisti". Ma anche per dire che non sia affatto umano. Anzi. Forse Senesi lo considera un animale (guarda la foto).

Dopo gli attentati di Nizza, Vauro aveva disegnato il leghista con la maglia bagnata di sangue. Una vignetta che il Fatto aveva "censurato", togliendo proprio il rosso dalla felpa salviniana. Tra i due pende anche una querela indirizzata da Salvini a Vauro dopo una lite in televisione in cui il vignettista accusò il politico di essere "fascista e razzista".

Stvolta, forse, è la vignetta più dura. Si attende la reazione delle parti di via Bellerio.