lunedì 25 luglio 2016

La polizia vuole ricostruire il dito di un morto per sbloccare il suo telefono

La Stampa
andrea signorelli

L’uomo è vittima di omicidio negli Stati Uniti. Si proverà a usare una stampante 3D a partire dalle sue impronte digitali, ma non mancano le difficoltà




Il mese scorso, un uomo è stato ucciso negli Stati Uniti. Secondo la polizia, ci sono buone probabilità di trovare qualche indizio sul suo assassino all’interno del telefono della vittima, ma lo smartphone è protetto da password e per sbloccarlo è necessario conoscere il codice oppure utilizzare le impronte digitali.

Le indagini sono in corso, ed è per questo che non si conoscono tutti i dettagli della vicenda, ma sul sito Fusion è stato reso noto che la polizia si è recata nel laboratorio di Anil Jain, professore di Scienze informatiche all’Università del Michigan specializzato nei programmi di riconoscimento facciale e scannerizzazione di impronte digitali.

La polizia ha bisogno del suo aiuto per riprodurre con una stampante 3D le dita della vittima, in modo da utilizzare le impronte digitali per sbloccare il telefono. La polizia infatti possiede le impronte dell’uomo, che è stato arrestato in passato: «Non sappiamo quale dito l’uomo utilizzasse, probabilmente il pollice o l’indice destro. Ma abbiamo le impronte digitali di tutte le dita», ha spiegato uno degli scienziati coinvolti.

Il lettore di impronte digitali dei telefoni, però, funziona solo a contatto con la pelle umana, che è un conduttore elettrico sufficiente ad attivare i piccoli circuiti che gli servono per funzionare. Per questa ragione, il materiale plastico verrà avvolto in uno strato di particelle metalliche che dovrebbe trarre in inganno lo scanner delle impronte digitali.

C’è però un altro ostacolo: spesso, se il telefono non viene sbloccato per più giorni con le impronte digitali, viene comunque richiesto il codice numerico. Gli sforzi della polizia, quindi, potrebbero rivelarsi vani.

Il business dei cambi di casacca. Per ogni deputato 50 mila euro

La Stampa
antonio pitoni

Chi abbandona il proprio gruppo si porta in dote un tesoretto



Era nata come una prerogativa concepita per garantire la libertà di espressione dei parlamentari. Ma negli anni si è trasformata in un vero e proprio malcostume. Per carità, tutto nel rispetto della Costituzione che, all’articolo 67, esclude il «vincolo di mandato». I numeri, però, impressionano. Dall’inizio della legislatura l’associazione Openpolis ha contabilizzato 358 cambi di casacca: 185 a Montecitorio e 173 a Palazzo Madama.

Nel 2015, i gruppi hanno messo all’incasso circa 53 milioni di euro di contributi: 31,9 alla Camera e altri 21,3 al Senato. L’equivalente annuo di 49.200 euro a deputato e 59.200 per ogni senatore.Somme che, ad ogni passaggio da una componente all’altra, i rappresentanti del popolo portano in dote, pro rata mensile e giornaliera, al gruppo di approdo. 

A Montecitorio, dal 2013, il Pd vanta un saldo attivo tra addii e new entry di 10 unità. Oggi conta 301 deputati e l’anno scorso ha incamerato quasi la metà dell’intero «contributo unico e onnicomprensivo»: 14,6 milioni di euro, 395 mila in più rispetto al 2014. Il M5S, che dall’ingresso in Parlamento ha perso 18 unità, ha visto ridursi il contributo dai 4,3 milioni di euro del 2014 ai 3,8 del 2015.

Ma la compagine più colpita dalla transumanza è quella di Forza Italia con un saldo negativo di 48 deputati. L’anno scorso ha percepito 3,2 milioni di euro, circa 100 mila in meno del 2014. A beneficiare delle «diserzioni» tra le file della compagine azzurra è stato soprattutto Ncd: il movimento guidato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano ha dato vita, insieme all’Udc, al gruppo di Area popolare che conta oggi 31 deputati.

Nel 2015 ha incamerato quasi 1,5 milioni, 200 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Sono rimaste, invece, a dieta le casse di Sinistra italiana: l’ultimo rendiconto certifica un contributo di 1,3 milioni di euro, oltre 200 mila in meno del 2014. Stessa sorte per il gruppo della Lega (oggi 18 deputati): il contributo di 906 mila euro per il 2015 ha subito una sforbiciata di circa 90 mila. Con i suoi 10 deputati, Fratelli d’Italia è passata da 448 mila a 422 mila euro. Poi c’è il gruppo Misto: 68 iscritti, con un saldo attivo di 38 tra deputati persi e guadagnati dal 2013. Ma con un «handicap» rispetto alle altre componenti parlamentari.

«Tutto il personale cosiddetto Allegato A e B, non di ruolo e soggetto a rinnovo contrattuale ad ogni legislatura, ci è costato nel 2015 circa 1,8 milioni – chiarisce il tesoriere del gruppo Misto, Oreste Pastorelli –. I restanti 1,2, del contributo complessivo di circa 3 milioni, sono stati ripartiti tra le diverse componenti del gruppo. In pratica, dei 4.166 euro spettanti per ogni singolo deputato, ne sono rimasti in media 2.400 per ogni parlamentare delle diverse componenti».

Al Senato, i 21,3 milioni del 2015, comprendono 2,4 milioni di quota fissa suddivisa tra gli 8 gruppi (300 mila euro ciascuno). Il resto, la parte variabile, è stata assegnata in base alla rispettiva consistenza numerica. A farla da padrone, con 6,4 milioni (6,1 nel 2014), è sempre il Pd che oggi conta 113 iscritti con un saldo attivo tra nuovi ingressi e divorzi di 8 unità. Il M5S, ridotto dall’inizio della legislatura a 35 senatori (-18 il saldo), nel 2015 ha incassato 2,4 milioni (2,6 l’anno precedente). Letteralmente falcidiato, il gruppo di FI: ridimensionato a 40 iscritti (-50 il saldo) è sceso dai 3,2 milioni del 2014 ai 2,9 dell’anno scorso.

Anche a Palazzo Madama, a beneficiare dell’esodo azzurro è stata soprattutto Area Popolare: l’anno scorso il contributo è salito da 2 a 2,3 milioni. Con 12 senatori attualmente iscritti, la Lega Nord si è dovuta accontentare di 938 mila euro (-100 mila). Poi c’è il gruppo Gal: 978 mila euro (+130 mila). E, infine, il Misto (oggi 28 senatori, +12 il saldo dall’inizio della legislatura): nelle casse del gruppo, in ragione degli iscritti, sono entrati 2,3 milioni, circa 250 mila in più del 2014).

Battisti, arriva la sentenza sulla gestione dei diritti E Mogol canta vittoria

La Stampa
marinella venegoni


Un’immagine del viaggio a cavallo da Milano a Roma che Lucio Battisti e Mogol fecero nel 1970 poco prima di scrivere «Emozioni»

A lungo sodali nella vita artistica e umana, Giulio Mogol e Lucio Battisti - la coppia più popolare della musica italiana - hanno finito per trovarsi in tribunale. 

Non Lucio naturalmente, che se n’è andato il 9 settembre 1998 dopo lunghe sofferenze: la causa è stata intentata da Giulio Mogol nel 2012 alla società Acqua Azzurra Srl di cui è amministratore unico la vedova Battisti, Grazia Letizia Veronese, per ostacolare lo sfruttamento commerciale del repertorio di Mogol-Battisti, che è poi il core business del celebre autore dei testi più citati e cantati nella musica popolare italiana. 

Se nelle piazze italiane ci sono state meno Acque Azzurre e Acque Chiare, se i Giardini di Marzo sono sfioriti nelle kermesse popolari, è soprattutto perché la Signora ha tenacemente lottato per inibirne la diffusione ulteriore. Festival nati in nome del marito (per esempio a Molteno, in provincia di Lecco, dove la coppia risiedeva) hanno finito per scomparire perché la vedova è ricorsa sistematicamente ai giudici. 

Co-titolare del 9 per cento della società Acqua Azzurra contro la quale ha fatto causa, e coautore del repertorio più amato di Battisti, Giulio Rapetti Mogol ha deciso che aveva aspettato e sofferto abbastanza, e si è rivolto al Tribunale Civile di Milano. Dopo quattro anni la sentenza è arrivata, e la sua avvocata Maria Grazia Mixia ha reso ora noto che la causa si è risolta a favore del celebre autore di testi, che di Battisti fu scopritore e felice amico finché, già per una questione di ripartizione dei diritti, le loro strade si separarono.

Spiega dunque l’avvocata Mixia che il Tribunale ha condannato la società Acqua Azzurra a corrispondere a Mogol i danni subiti in questi ultimi dieci anni: 2 milioni 651.495 euro, più gli interessi e le spese legali, perseguendo così l’«ostracismo» opposto «dalla vedova Battisti a qualsiasi utilizzo, promozione e celebrazione di brani del marito, e in particolare ha ritenuto illegittimo il rifiuto delle proposte di sincronizzazione in spot pubblicitari e colonne sonore di film delle note canzoni del repertorio Mogol-Battisti». 

Mogol al telefono dal suo Cet, in Umbria, appare felice e sollevato: «È la prima volta che un autore vince contro un editore. In un momento in cui il livello della canzone popolare è sceso moltissimo, riaccendiamo una candela a favore della qualità e dello spessore di un repertorio che è patrimonio della nostra nazione. È stata una battaglia dura, abbiamo portato fior di testimonianze, è stato sancito il diritto alla pubblicizzazione che fa rivivere queste canzoni. Rischiavano di scomparire».

Potranno adesso tornare a fiorire i festival, e sarà possibile iniziare lo sfruttamento commerciale del repertorio Mogol/Battisti. Ma sarà anche possibile utilizzare La Canzone del sole o Non è Francesca per fini pubblicitari, e all’interno di film, e altri interpreti potranno usufruire dell’intero repertorio senza sottoporsi a martorianti attese e con poca speranza di un permesso. Naturalmente ci si aspetta dalla Acqua Azzurra Srl un ricorso in appello, al quale l’avvocata Mixia potrà opporre un contro-appello. Ma le canzoni di Mogol/Battisti cominceranno da ora a rivivere, dopo esser state prima consumate dall’uso e poi quasi ridotte al silenzio. 

Che cos’è il deep web, la rete nascosta usata per acquistare armi e droghe

Corriere della sera

di Marta Serafini

Più grande cinque mila volte della rete in chiaro, nella dark net esistono veri e propri mercati dove è possibile trovare pistole, droghe e materiale pedopornografico. Gli esperti: «Per comprare una Glock bastano 10 giorni e 500 dollari»



Dark web, dark net, deep web. Uno spazio pressoché infinito e una rete parallela, dove si trova di tutto dalle armi, passando per la droga, fino a servizi e beni leciti. Sarebbe qui, secondo la polizia tedesca, che il killer di Monaco avrebbe acquistato la Glock 9 mm utilizzata per la strage.
La punta dell’iceberg
Ma che cos’è in sostanza il deep web? Detta in parole comprensibili a tutti, per deep web o dark net si intende tutta la rete non indicizzata da Google e dai motori di ricerca. Si tratta, secondo alcuni, di uno spazio enorme, che per molti rappresenta addirittura solo la punta dell’iceberg di uno spazio a sua volta ancora più nascosto. Al di là delle teorie, la rete che tutti conosciamo e su cui navighiamo (il web comune o surface web) rappresenta solo il 4 per cento della rete. Sotto questa superficie, si trova il deep web, e poi andando più a fondo la dark net, dove si entra solo attraverso software speciali e più grande di cinquemila volte. All’interno del deep web esistono spazi che ricadono sotto il nome di charter web, una sorta di mercato nero dove si trovano armi, droga, passaporti, filmati pornografici e pedopornografici, ecc.
Come si entra
Per accedere al deep web sono necessari browser ad hoc in grado di leggere i protocolli di rete diversi da Http (quelli con cui sono creati i siti che conosciamo), ossia in grado di navigare su I2P, non-exit-relay, Freenet. Il programma più utilizzato è Tor (The Onion Router), utilizzato anche per aggirare censure e blocchi nei paesi come Cina o Iran dove internet non è accessibile. Tor garantisce l’anonimato assoluto perché trasforma ogni Pc a lui connesso in un nodo su cui rimbalza la connessione. Tracciare la provenienza del collegamento dunque è praticamente impossibile. Ecco perché in alcuni casi è stato usato per acquistare armi o materiale illegale. Anche i terroristi di Isis lo usano per caricare i loro materiali di propaganda che poi vengono diffusi attraverso chat e social network.
Acquistare una Glock
Nel deep web si trovano veri e propri mercati definiti anche ebay «illegali». Uno dei più famosi era Silk Road, il cui fondatore Dread Pirate Roberts venne arrestato e condannato all’ergastolo. Silk Road è poi rinato come Silk Road 2.0, specializzato in droghe. Acquistare una Glock con il numero di serie limato come ha fatto il killer di Monaco sulla darknet è dunque facile anche se non altrettanto come acquistare droga. «Per averla bastano 10 giorni e sono sufficienti 450-500 dollari». Riccardo Meggiato, autore di Cyberwar (Hoepli) conosce molto bene il dark web, la rete nascosta e racconta: «I prezzi sono davvero bassi, si va dai 2.000 dollari per un fucile d’assalto fino ai 500 dollari per una rivoltella».

O di un pezzo di uranio impoverito. Un manuale per costruire un ordigno esplosivo è disponibile anche per 150 dollari. Si compra in bitcoin, dopo aver convertito il denaro nella criptomoneta in modo da non rendere tracciabili le transizioni. «Gli annunci mostrano l’arma appoggiata su un quotidiano e con indicato il nome del rivenditore per dimostrare che non si tratta di foto prese chissà dove», continua Meggiato. Gli accordi per la spedizione vengono presi o via mail criptata o sulle chat stesse della dark net. Poi il materiale viene spedito via posta «Oppure consegnato in pick point temporanei che una volta consegnata tutta la merce vengono chiusi.

E di questi ce ne sono anche in Italia e sono gestiti per lo più da indiani». Attenzione però a pensare che il dark web sia solo un posto di commerci illeciti. «Qui riescono a comunicare e scambiarsi informazioni gli attivisti perseguitati dai regimi. Qui e solo qui è possibile rimanere anonimi». Tor di per sé infatti non è certo illegale, come spiega un documentario di Motherboard realizzato proprio in Germania. Illegale è l’uso, come sempre succede per la tecnologia o per qualsiasi altro mezzo, che se ne fa.

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martaserafini
24 luglio 2016 (modifica il 24 luglio 2016 | 20:46)

Una cover per iPhone contro le ''spie'' firmata Snowden

repubblica.it

Il prototipo presentato al MIT è un case con schermo che segnala in caso di condivisione dati. L'ex talpa Nsa: ''Possiamo essere tratti in inganno dagli smartphone''. Grazie al segnale radio è possibile essere intercettati ovunque

Una cover per iPhone contro le ''spie'' firmata Snowden

SE qualcuno ti controlla, vorresti saperlo? Edward Snowden lo dà per scontato ed è per questo che ha studiato una cover per iPhone in grado di avvisare quando lo smartphone è intercettato. L'ex talpa NSA, che ha spifferato al mondo intero alcuni dei segreti più inconfessabili dell'intelligence americana, ha presentato il progetto al MIT Media Lab: si tratta di un prototipo ideato insieme all'hacker Andrew ''Bunnie'' Huang che consiste in una semplice custodia in grado di segnalare se il telefono è "dormiente" oppure se sta trasmettendo anche in fase di spegnimento.

Il dispositivo battezzato "motore di introspezione" (introspective engine) si presenta come un case batteria con display e permette di accertare se un cellulare sta condividendo dei dati o trasmettendo informazioni che potrebbero essere intercettate. "Per come funziona la rete di celle telefoniche, - spiega Snowden nel report di presentazione - il cellulare lancia costantemente un segnale radio che lo identifica in modo unico preso la compagnia telefonica: questa identità non è salvata solo da quella compagnia, ma può essere intercettata anche da terze parti indipendenti e più pericolose".

La maggior parte dei cellulari disabilita le trasmissioni se viene impostata la modalità aereo, ma secondo Snowden non è possibile fidarsi. "Esistono delle app malware - si legge nel documento - in grado di attivare dei segnali radio senza che vi sia alcuna indicazione da parte dell'interfaccia utente".
L'utente può impostare il dispositivo perché venga forzato lo spegnimento del telefonino, oppure attivare l'allarme. Un possibile sviluppo futuro prevede la capacità di poter tagliare l'alimentazione del cellulare in caso di trasmissione indesiderata, ma al momento l'apparecchio rimane un progetto - incentrato sugli smartphone Apple - senza alcuna previsione di messa sul mercato. Per realizzare il progetto, che sarà open scource, Snowden ha lavorato su un iPhone 6.

Recuperato un aereo abbattuto nel 1945: seppellito nelle campagne di Bologna

repubblica.it
di TIZIANO FUSELLA

Recuperato un aereo abbattuto nel 1945: seppellito nelle campagne di Bologna

Giaceva sotto uno strato di terra spesso oltre cinque metri, da oltre 71 anni, nelle campagne di Bologna. Quattro anni di indagini per riportare alla luce i resti di un aereo, abbattuto il 21 aprile del 1945, pilotato dall'americano Loren Hintz. Un lavoro di ricerca lungo, condotto dai discendenti del pilota e dagli Archeologi dell’Aria, associazione italiana che recupera velivoli abbattuti. L'aereo è stato ritrovato a Budrio, in provincia di Bologna: dopo i primi scavi, sono stati recuperati una mitragliatrice, la piastrina del tenente Hintz ancora leggibile e parti dell’aereo abbattuto
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Ecco quanto spendono i deputati per viaggiare

Francesco Curridori - Lun, 25/07/2016 - 09:39

I deputati spendono quasi 11 milioni di euro tra treni, aerei, ncc e pedaggi autostradali. A spese nostre, ovviamente

Ben 11 milioni di euro all'anno per viaggiare. Poco importa se si tratti di aerei, navi, treni o taxi, i deputati se si devono spostare non badano a spese, tanto paga Montecitorio (cioè noi).

Consultando le varie spese della Camera, Il Tempo ha scoperto che la Camera destina a ognuno un contributo trimestrale di 3.323,70 euro se deve percorrere fino a 100 chilometri per raggiungere l'aeroporto più vicino a dove si risiede e di 3.995,10 euro se questa distanza è superiore ai 100 chilometri. Ma per gli spostamenti dei deputati la Camera nel 2017 spenderà 7.400.000 euro per biglietti aerei (nel 2015 si arrivò a 8.650.000 euro), mentre altri 660 mila euro vanno ai dodici deputati eletti nella circoscrizione Estero. Per i biglietti dei treni destinerà invece 2.300.000 euro, ma ‘solo’ 10 mila euro per le tratte marittime.

Per i pedaggi autostradali Montecitorio prevede di spendere 450 mila euro, come un anno fa. Per i trasporti, sebbene ci sia stata una diminuzione di spesa del 9,5% rispetto allo scorso anno, costano ancora 10.820.000 euro ai contribuenti.

Cairo, scoperti i più antichi papiri d'Egitto

La Stampa
salvo cagnazzo

Il Museo Egizio è una delle attrattive più importanti in assoluto. Ma, se volete immergervi nella storia, deve essere la Valle dei Re la vostra meta...

Egitto

PERCHE' SE NE PARLA Sono stati esposti per la prima volta al Museo Egizio del Cairo, i più antichi papiri d'Egitto. La mostra, inaugurata dal ministro delle Antichità egiziano Khaled el Anany, presenta manoscritti estremamente preziosi per gli studiosi in quanto costituiscono, come ha annunciato el Anany, "il più antico esempio di scrittura egiziana mai rinvenuto". Risalenti al 2500 a.C. circa, sono stati rinvenuti nel 2013 nell'antico porto di Wadi el-Jarf, a 119 km da Suez, grazie ad una missione franco-egiziana guidata da Pierre Tallet e Sayed Mahfouz. Questi papiri sono molto importanti in quanto descrivono alcuni aspetti interessanti e affascinanti relativi alla vita quotidiana degli antichi egizi, oltre a rivelare anche alcuni particolari sui lavori preparatori per l'edificazione della Piramide di Cheope. Ci sono diversi dettagli anche della vita quotidiana dei costruttori e dei funzionari della IV dinastia (2620 a.C. al 2500 a.C.).

PERCHE’ ANDARCI Il Museo Egizio è una delle attrattive più importanti d'Egitto: visitarlo tutto è davvero difficile, data la sua grandezza e ricchezza archeologica. Tra quelle che meritano più tempo segnaliamo l'Antico Regno, le Gallerie di Tutankhamen e la Sala delle Mummie Reali. Le piramidi più belle si trovano nella piana di Giza, a breve distanza da Il Cairo, tanto da vederle scorgere mentre camminate tranquillamente per la città (il che potrebbe rovinarvi la sorpresa). Sono tre le piramidi: Cheope, Chefren e Micerino. E poi c'è la Grande Sfinge che si trova nella parte orientale del complesso insieme ad altre piccole strutture, le cosiddette piramidi regine.

DA NON PERDERE La Valle dei Re, invece, si trova dove un tempo sorgeva l'antica Tebe, sulla sponda occidentale di Luxor: qui sono stati sepolti molti faraoni. Da non dimenticare la tomba di Tutankamon e quella di Ramsete IV. Ma degne di una visita sono anche quelle di Horemheb, Merenptah, Sethi, Thutmose III e Ramesse VI.

PERCHE' NON ANDARCI Il Cairo è una città affascinante, ma l’italiano viene subito riconosciuto. E, purtroppo, spennato. Attenzione allo shopping, cercate di non pagare in euro. E, prima di salire su qualsiasi taxi, informatevi su distanze e prezzi.

COSA NON COMPRARE Non è consigliabile l’acquisto di cammelli di peluche o di piramidi con polvere dorata, ma neanche di calendari con 12 papiri, di arazzi e di cuscini o di lampade e collanine di plastica e di ciondoli chiave della vita e testa di Nefertiti in argento. Scegliere poi l’acquisto del narghilè sarà un vero rischio per il viaggio, se non volete rimanere con dei cocci in mano.

Andrea Doria 60 anni dopo. “Sono la ragazza del miracolo”

La Stampa
fabio pozzo

La notte del 25 luglio 1956 l’ammiraglia italiana veniva colpita a morte nel Nord Atlantico. Una giovane passeggera si risvegliò incredibilmente salva sul rostro della nave che l’aveva speronata. E oggi racconta la sua storia


La notte del 25 luglio 1956 l’Andrea Doria è speronata nell’Atlantico: la falla è alta 22 m, larga 19. Affonderà dopo 11 ore

«Mamà, dónde estás? Mamà, mamà!». Il suo grido 60 anni fa risuonò sull’Oceano, si levò dalle lamiere contorte della Stockholm, dal mozzicone di quella prua che era diventata il suo incredibile giaciglio. Si chiamava Linda Morgan, aveva 14 anni e diventò la «ragazza del miracolo».

Oggi Linda è un’esperta d’arte a San Antonio, in Texas, città che il marito Phil Hardberger, ha guidato come sindaco dal 2005 al 2009. Ha una figlia, Amy, docente di Diritto ambientale; uno yacht a motore con il quale in questi giorni sta navigando lungo il Maine. «Sono 13 anni che Phil e io andiamo in barca. Abbiamo anche vissuto a bordo per dieci mesi. L’unica regola è che io debba vedere sempre terra. All’inizio ho avuto seri problemi, soprattutto con la nebbia, ma ho imparato a usare il radar e poi a bordo abbiamo anche altre strumentazioni che alleviano la mia ansia».

Linda Hardberger è forse la più celebre sopravvissuta dell’Andrea Doria, l’ammiraglia italiana colpita a morte dalla Stockholm nel Nord Atlantico la notte del 25 luglio 1956. Una collisione in prossimità degli Usa che costò la vita a 46 passeggeri del Doria e a 5 marinai e un passeggero del transatlantico svedese, ma che fu anche la più grande operazione di salvataggio della storia della navigazione: 1.706 persone sul liner italiano, 1.134 passeggeri; tutti ebbero salva la vita eccetto chi morì nell’impatto o in seguito alle lesioni riportate, grazie soprattutto al senso del dovere dell’equipaggio italiano. Linda, però, del suo «miracolo» non ama parlare. Non ha quasi mai rilasciato interviste e ci ha concesso questo colloquio a patto che non fosse lei a ripercorrere quella notte. «Non voglio rivivere quello che ritengo l’episodio più doloroso della mia vita».

Centounesima traversata
Macchine indietro. L’Andrea Doria avanza nella nebbia diretta a New York. Linda dorme nella cabina 52, nella cuccetta vicino all’oblò. Indossa un pigiama di seta gialla con ideogrammi cinesi, sul comodino c’è il suo quaderno degli autografi. Nell’altro letto, lungo la parete opposta, è rannicchiata Joan, la sorellastra di 8 anni. «Sono nata a Città del Messico, dove mio padre, Edward P. Morgan, era corrispondente per la United Press International. I miei poi hanno divorziato e mia madre Jane ha sposato Camille Cianfarra, corrispondente del New York Times prima da Roma, dove abbiamo abitato per 6 anni, e successivamente da Madrid». Era partita con la famiglia dalla Spagna per una vacanza negli Stati Uniti.

Alle 23,10 del 25 luglio 1956 la nave svedese, dopo un’improvvisa ed errata accostata a dritta, irrompe nel fianco destro dell’ammiraglia italiana. La cabina 52 è devastata. Joan precipita nell’Oceano, Linda si risveglia all’aperto, sul suo materasso. È adagiata sul rostro del liner svedese, ritiratosi dall’abbraccio mortale con il Doria, che affonderà dopo 11 ore. «Mamà, dónde estás? Mamà, mamà!». È Bernabé Garcia Polanco a sentirla, l’unico marinaio spagnolo tra tanti scandinavi. «Come ti chiami?», le chiederà un ufficiale in infermiera. «Linda Morgan». Sulla lista passeggeri non risulta. «Guardi come Linda Cianfarra». Inutile. «Ma non è l’Andrea Doria questa?». L’ufficiale sbianca: «No, questa è la Stockholm».

Il miracolo non si compie per tutti. Il patrigno muore straziato nella cabina 54. A tavola, prima del disastro, aveva scherzato con le figlie: «Non sarebbe fantastico se l’Andrea Doria si schiantasse nella nebbia? Pensate che esclusiva avremmo per il Times!». Si salva la madre, grazie al coraggio del chiropratico Thure Peterson e dello steward Giovanni Rovelli. «Mia madre ha sofferto molto per le lesioni riportate e non si è mai più ripresa dalla perdita di una figlia e di un marito, nonostante si sia anche risposata e abbia avuto una vita relativamente felice per altri 12 anni. L’ho persa nel ‘68, l’anno in cui mi sono sposata, nel giorno dell’anniversario dell’affondamento».

Il male dei sopravvissuti
Linda è ferita e resta due mesi al St. Vincent’s Hospital di New York. Qui conosce anche il suo salvatore («Mio padre è rimasto in contatto con Garcia Polanco per alcuni anni, so che aveva sempre bisogno di soldi, ma poi lo abbiamo perso di vista»), il quale le restituisce anche il suo quaderno degli autografi, incredibilmente riapparso sulla prua della Stockholm («Lo conservo ancora»). E poi, comincia la sua «seconda vita». Le medie superiori in Pennsylvania, la laurea al Sarah Lawrence College di New York, l’incarico a Washington per l’Office of Economic Opportunity, dove incontra Phil, con cui si trasferisce in Texas, dove lui comincia la carriera legale.

Lei insegna in una scuola di Santa Fè, dirige la biblioteca del San Antonio Museum of Art, cura la Tobin Theatre Arts Collection del McNay Art Museum e ora il Tobin Theatre Arts Fund. «Ho una vita professionale molto piena e sono attiva nella vita cittadina di San Antonio, dove pochissime persone conoscono il mio passato. Anche la mia vita familiare è molto gratificante. E ora che nostra figlia è tornata a vivere qui è ancora più bella».

Una vita normale. O quasi. «Si soffre per il rimorso di essersi salvati, ma il tempo attenua il dolore». Lo chiamano il «male dei sopravvissuti» e Linda non vuole condividerlo nemmeno con gli altri superstiti. «Non partecipo alle riunioni. Anzi, mi chiedo quali potrebbero essere gli argomenti di conversazione di questi incontri. Io ho sempre evitato di guardare film che trattano di navi e non ho mai letto un libro sull’Andrea Doria, che lascio a mio marito».

«Mamà, dónde estás?», l’eco di quell’urlo non si è ancora spenta. «Cerco di vivere pienamente, cercando di sfruttare ogni opportunità per rendere il mondo leggermente migliore. Credo di averlo fatto finora, anche abbastanza bene, pur se avrei voluto fare di più. È su questo che voglio concentrarmi, anziché pensare a quanto accaduto 60 anni fa e perché, domanda alla quale non so dare risposta. Non penso al naufragio, ma a ciò che ho fatto dopo quella notte. Continuamente».

Noi, uguali ai politici

La Stampa
ettore paolino

Il leit-motiv del dibattito politico e mediatico negli ultimi anni in Italia, al netto delle polemiche contingenti, è prevalentemente incentrato su un discutibile postulato che pochi analisti evidenziano. Tale assunto, assurto ormai a luogo comune, corrisponde all’idea che le cose in Italia vadano male a causa della disonestà e della corruzione della classe politica che anteporrebbe i propri interessi personali a quelli generali per cui i problemi del Paese rimangono irrisolti.

In pratica vi sarebbe una sorta di contrapposizione «antropologica» tra una classe politica corrotta e disonesta, e la società civile, considerata retta operosa e onesta, che sarebbe vessata dalla prima. Questo schema di lettura, largamente condiviso dalla pubblica opinione, sovente è avallato da settori della Magistratura che si sentono in dovere di moralizzare la vita pubblica tramite le inchieste giudiziarie, e retoricamente sfruttato da movimenti politici che propongono come soluzione ai problemi del Paese programmi «anticasta» incentrati su una maggiore repressione giudiziaria della corruzione, e sulla riduzione dei costi della politica.

Questa analisi è profondamente sbagliata per vari motivi. Primo, i politici non provengono da Marte, per cui non sono «antropologicamente» diversi dal resto della popolazione; ne discende, logicamente, che la classe dirigente riflette i pregi e i difetti della popolazione. Secondo, i politici non si autonominano, ma vengono liberamente selezionati dalle fila dei cittadini del corpo elettorale che poi, dopo averli eletti, se ne lamentano. Terzo, la nostra storia e le cronache quotidiane mostrano che, nella cosiddetta società civile, il livello di evasione fiscale, di abusivismi, di clientelismo, di truffe è purtroppo elevato, ergo non esiste, a livello morale, una dicotomia tra cittadinanza e classe politica che possa avallare una presunta maggiore propensione alla illegalità della seconda rispetto alla prima.

Quarto, l’onesta del politico è sicuramente un prerequisito importante, ma non è sufficiente per ben operare in funzione del bene comune: occorrono anche competenza ed esperienza. Come diceva Benedetto Croce: il politico veramente onesto è quello competente e capace.

Pavia, supera il test ma lo annullano perché è difficile. Concorso da rifare

Corriere della sera

di Luigi Ferrarella

Alla selezione per un posto nell’Asl si sfidano in 64. L’unica idonea non viene presa: «Prova troppo complessa, da rifare». Lei fa ricorso: si vuole favorire qualcuno



Troppo brava per essere assunta, così la prossima volta impara a rispondere esattamente alle domande «troppo difficili». Su 64 candidati è l’unica giudicata «idonea» dalle prove d’esame per un posto di coadiutore amministrativo da assegnare al Dipartimento Prevenzione Veterinaria, quindi vince il concorso pubblico bandito dall’azienda sanitaria locale di Pavia: ma non viene assunta perché appunto l’«Azienda Tutela Salute» pavese annulla il concorso, e ordina di farne uno nuovo, con il surreale e postumo argomento che le domande sarebbero state «viziate» da «eccessiva complessità». Michael Young, il sociologo britannico di matrice laburista autore nel 1958 del manifesto «L’avvento della meritocrazia», si rivolterebbe nella tomba a vedere la chirurgica precisione burocratica con la quale 52 pagine di un decreto dell’Ats di Pavia sembrano incaricarsi di dimostrare plasticamente che meritocrazia continua a essere solo una parola della quale riempirsi la bocca ai convegni.
L’iter concorsuale
In aprile l’azienda sanitaria di Pavia bandisce un concorso per un ruolo amministrativo nel settore veterinario. Gli ammessi alla graduatoria sono 64, e svolgono l’esame (con «idoneità» fissata a 6 punti su un massimo di 9) in tre convocazioni il 16-17-18 maggio, rispondendo a tre blocchi di domande. All’esito della procedura di selezione, la Commissione d’esame dichiara «idonea» una sola candidata, la 39enne D.C., con 8 punti. C’era un posto da coprire, c’è una persona selezionata per assumere quel ruolo, sembrerebbe tutto semplice. E invece no.

In un trionfo burocratico di cinque «visto che», tre «richiamato che», quattro «preso atto che», un «esaminato», un «acquisiti» i pareri dei direttori sanitario-amministrativo-sociosanitario, e due «ritenuto che», ecco che «a tutela dell’interesse pubblico» un decreto del direttore generale stabilisce «necessario procedere all’annullamento in autotutela degli atti endoprocedimentali», e dispone «il rinnovo della fase valutativa della procedura nei confronti» di tutti i «candidati presenti alle tre convocazioni» di maggio: «al fine da un lato di assicurare il superamento del vizio rilevato, e dall’altro di garantire il rispetto del principio di conservazione degli atti giuridici e di divieto di aggravamento del procedimento».
Domande troppo «difficili»
E quale sarebbe il grave «vizio rilevato» che imporrebbe l’annullamento del concorso? Dubbi di esami truccati? Errori nelle tracce? Irregolarità tra i Commissari? Macché. Si annulla tutto perché «le domande formulate dalla Commissione esaminatrice nell’ambito delle tre convocazioni non rispettano, in termini di eccessiva complessità, le indicazioni del bando per quanto attiene alle prove di idoneità in esso contenute, con conseguente violazione della lex specialis che il bando medesimo costituisce».

Ma cosa veniva chiesto di così tremendo? A occhio e croce cose non esattamente da Premio Nobel, ma quesiti (rispettivamente da 2 minuti di risposta, 5 minuti e 5 minuti) su conoscenze basilari per un operatore amministrativo nel settore veterinario. E cioè elementi essenziali di anagrafe zootecnica (come il codice allevamento, documenti di trasporto, registro di carico e scarico); saper utilizzare Word per inviare alcuni tipi di lettere di contestazione di contributi evasi; e saper usare Excel per predisporre un elenco di aziende con suini e avicoli, da inviare ai vari veterinari per i controlli.
Si prepara il ricorso al Tar
«Ma quale tutela dell’interesse pubblico», obiettano gli avvocati Valeria Sergi e Stefano Nespor che ora faranno ricorso al Tar per conto della ragazza: «La tutela dell’interesse pubblico consiste nell’attribuire il posto a concorso al candidato più meritevole, l’unico che ha ottenuto l’idoneità», anzi in teoria «risultato ancor più meritorio tenuto conto della (pretesa) “eccessiva complessità” delle prove. Al contrario, la decisione assunta non tutela alcun interesse pubblico, ma semmai l’interesse di candidati palesemente non meritevoli di provare nuovamente a ottenere il posto a disposizione (e non c’è dubbio che qualcuno di questi riuscirà, con le nuove prove, a ottenerlo). Senza contare che il costo di una nuova selezione graverà sull’Azienda e, quindi, sui contribuenti».

24 luglio 2016 (modifica il 24 luglio 2016 | 23:58)