mercoledì 27 luglio 2016

Le Maps di Google sono più facili da leggere

La Stampa
lorenzo longhitano

L’ultimo aggiornamento dell’app ha una grafica più chiara e segnala le zone urbane ricche di punti di interesse




Google Maps si rifà il trucco. La casa di Mountain View ha annunciato che nel prossimo aggiornamento della sua popolare app di cartografia digitale le mappe saranno più facili e utili da consultare grazie a diverse migliorie, estetiche ma non solo. La novità più interessante è riservata a turisti e visitatori poco avvezzi alla città nella quale si trovano: si tratta di un algoritmo che colora automaticamente in arancio le aree urbane di particolare interesse storico, commerciale o sociale. Quartieri particolarmente vitali e attrazioni da non perdere risalteranno sulla mappa fin dagli zoom più ridotti, così da dare fin da subito un’idea su dove ci si può dirigere per occupare il tempo; ingrandendo la zona diventerà invece possibile, come di consueto, toccare i singoli punti di interesse per ottenerne tutte le informazioni.

Regolamento edilizio, una Babele Più facile scrivere la Costituzione

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Un cantiere edile (Ansa)

Dice tutto, a proposito della deriva imboccata dalla burocrazia made in Italy, un paragone. In 18 mesi, settant’anni fa, abbiamo fatto la Costituzione; in 21, oggi, non siamo in grado di scrivere nemmeno un regolamento edilizio uguale per tutti i Comuni italiani. Altri tempi, certo. Ma anche altra classe dirigente. La Carta costituzionale fu scritta dall’Assemblea costituente, che con tempi contingentati e una volontà di ferro riuscì a superare barriere ideologiche apparentemente insormontabili.

La redazione del regolamento edilizio unico, previsto dalla legge Sblocca Italia, è invece affidata a un pool di burocrati tanto eterogenei quanto litigiosi, e siamo adesso appena all’elenco delle cosiddette «definizioni uniformi». Per capirci: si sono messi finalmente d’accordo sulle parole, convenendo che il «sottotetto» è «lo spazio compreso tra l’intradosso della copertura dell’edificio e l’estradosso del solaio del piano sottostante». Oppure che un «locale o spazio coperto avente le caratteristiche di loggiato, balcone, terrazza o portico, chiuso sui lati da superfici vetrate o con elementi trasparenti e impermeabili, parzialmente o totalmente apribili» si identifica con il termine «veranda».

Le porcilaie di Lamezia e i cortili a Fiumicino
E non è stata una passeggiata. Sul concetto di superficie, per esempio, la Regione Lombardia ha piantato una grana tale che alla fine di definizioni ne sono venute fuori ben sei: superficie lorda, totale, complessiva, utile, calpestabile e accessoria. Dove, per avere un’idea dell’imbuto in cui i burocrati incaricati di semplificare si sono infilati, la differenza fra «totale» e «complessiva», parole che a prima vista sembrerebbero indicare la stessa cosa, è che la seconda è la somma della superficie «utile» (differente da quella «calpestabile», ovvio) più il 60 per cento di quella «accessoria». Il regolamento edilizio unico comunale, previsto dalla cosiddetta legge Sblocca Italia approvata dal Parlamento l’11 novembre 2014, potrebbe rappresentare un’autentica rivoluzione mettendo fine una volta per tutte al dedalo incredibile di norme locali

in un Paese dove ognuno degli oltre ottomila Comuni ha proprie regole per stabilire come si tirano su i muri, quanto può essere grande una stanza da letto o un cortile, come si deve calcolare la grandezza di un ambiente. Con prescrizioni surreali. A Lamezia le porcilaie non possono essere costruite a meno di 30 metri dalle abitazioni. A Catanzaro è obbligatorio depositare le tinte in cantiere prima della verniciatura per consentire la verifica della rispondenza al progetto. A Bologna tollerano un’eccedenza costruttiva del 2 per cento rispetto al progetto; a Pescara del 3 per cento: a Lucca quattro centimetri per lunghezze da otto centimetri a due metri; a Firenze 10 centimetri rispetto alla scala 1:100. A Fiumicino è possibile fare i cortili solo nei condomini non popolari. Mentre a Piacenza è tassativo prevedere uno spazio di 30 metri quadrati per i giochi dei bambini ogni nove alloggi...
«Italia Semplice»
Ventuno mesi, dicevamo, ci sono voluti solo per stabilire come chiamare le cose. Ora si è arrivati all’intesa sulle definizioni, che fa «auspicare» alla ministra della Semplificazione e della Pubblica amministrazione Marianna Madia «che lo schema tipo» del regolamento edilizio «si concluda rapidamente». Auguri. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, come dimostra il caso surreale delle sei definizioni di superficie, è d’obbligo incrociare le dita. Non sfugge affatto la complessità della questione. Né che non si può evitare, in casi come questi, di ascoltare tutte le campane. Il problema però è di fondo: ogni volta che si vuole fare una riforma si commette sempre il medesimo errore. Quello di farla fare ai burocrati. Perché affidare a loro il compito di riformare se stessi è come chiedere al tacchino di organizzare il pranzo di Natale.

Ogni semplificazione vera toglie inevitabilmente a una burocrazia congegnata come la nostra (malissimo) un pezzetto di potere: il rischio è dunque che le semplificazioni non procedano o che dietro una semplificazione si nasconda in realtà una nuova complicazione. Tanto più vero, questo, se la riforma riguarda temi sui quali si intrecciano competenze di più burocrazie. In questo caso specifico le burocrazie statali, regionali e comunali. Un delirio di interessi contrapposti ben rappresentati nel pool incaricato di sciogliere i nodi del regolamento edilizio unico. Il bello è che tutto questo meccanismo infernale rientra nell’agenda governativa battezzata, pensate un po’, «Italia Semplice». Gli ottimisti che l’hanno congegnato hanno scritto nel sito ufficiale che doveva essere tutto finito «entro novembre 2015».

26 luglio 2016 (modifica il 26 luglio 2016 | 23:04)

Porteremo la passione per i libri dove fa più fatica ad affermarsi

La Stampa
massimo gramellini



La lettura è la migliore ginnastica per l’immaginazione e oggi ci serve soprattutto questo: immaginare. Immaginate cosa potrebbe diventare il Salone del Libro di Torino se gli editori italiani riuniti a conclave non decidessero di gettargli tra le gambe una contromanifestazione milanese.

Lo scopo del Salone non è mai consistito nel mettere in mostra libri e scrittori soltanto per il pubblico degli appassionati e per quello ancora più esile degli addetti ai lavori. La finalità più ambiziosa, ai limiti della follia e quindi sommamente auspicabile, è sempre stata quella di utilizzare la kermesse primaverile per fare incontrare i libri con i non lettori. Per esempio con i tanti anziani che hanno abbondanza di tempo libero, ma per mancanza di abitudine non associano la lettura al divertimento, e con i tanti ragazzi che non comprendono le parole della cultura perché le considerano legate a mezzi di comunicazione desueti.

Queste persone non sono mai andate volentieri al Lingotto e c’è da scommettere che domani non passeggerebbero nemmeno sotto gli ex padiglioni dell’Expo (come si chiamerebbe, «LeggeRho»?). La partita con i non lettori si gioca nei luoghi della periferia e del centro storico dove molti di loro vivono durante la settimana e passeggiano nel weekend.

La Stampa è la comunità intellettuale più numerosa della città del Salone, perciò ritiene giusto gettarsi in questa avventura, proponendosi come partner attivo per le iniziative che con il marchio della più grande fiera libraria italiana verranno organizzate fuori del Lingotto. L’obiettivo è portare la passione per i libri laddove fa più fatica ad affermarsi, utilizzando modalità inedite e speriamo sorprendenti. Il nostro giornale mette a disposizione il proprio impegno economico e organizzativo. A condizione, naturalmente, che gli editori non sottraggano al Salone quella dimensione ecumenica e internazionale che da anni garantisce a Torino il ruolo di capitale della lettura.