domenica 31 luglio 2016

I due milioni in nero in Svizzera: reato prescritto a Gino Paoli

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Il pm chiede l’archiviazione del reato perché non si può datare l’inizio dell’evasione . Soldi, da portare all’estero, ricevuti per le esibizioni alle Feste dell’Unità. Vicenda nata da una costola dello scandalo sulla truffa a banca Carige. Il cantautore «intercettato»

Gino Paoli (Ansa)

Era preoccupato «per l’immagine se si dovesse sapere» dei soldi da portare Svizzera. Due milioni di euro mai dichiarati, frutto delle esibizioni alle Feste dell’Unità, nè tantomeno «scudati». Tutto al nero. Ma il reato di evasione fiscale è prescritto e dunque l’ inchiesta sulla presunta maxi evasione del cantante Gino Paoli va archiviata. La richiesta, come anticipato da La Stampa e da Il Secolo XIX, è stata presentata nei giorni scorsi dal pm genovese Silvio Franz che ha coordinato l’inchiesta condotta lo scorso anno dalla guardia di finanza.
Concordata rateizzazione
Il cantautore, difeso dall’avvocato Andrea Vernazza, aveva concordato con l’Agenzia delle Entrate una rateizzazione per estinguere il debito con l’Erario. Nel frattempo è arrivata la richiesta del pm: poiché non è possibile determinare con certezza la data di inizio dell’evasione, che dovrebbe comunque essere datata prima del 2008, va prescritta.
La richiesta: soldi in nero all’estero
La vicenda era emersa lo scorso anno ed era nata da una costola dello scandalo sulla truffa a banca Carige che portò in carcere, tra gli altri, l’ex presidente dell’istituto di credito Giovanni Berneschi e anche il commercialista Andrea Vallebuona, al quale lo stesso cantautore si rivolse per far rientrare 2 milioni «in nero» trasferiti su un conto aperto in una banca svizzera. Durante le intercettazioni ambientali, utilizzate dalla procura durante l’indagine su Carige, lo stesso Paoli viene sentito mentre discute del «rimpatrio» del denaro «senza doverlo scudare». Secondo le Fiamme gialle e il pm, Paoli non avrebbe pagato all’erario 800mila euro derivanti dalla mancata dichiarazione dei redditi su quei 2 milioni di euro, secondo l’accusa frutto di pagamenti in nero per le esibizioni alle feste dell’Unità.

31 luglio 2016 (modifica il 31 luglio 2016 | 17:26)

Papà prendiamo un cane? E il genitore fa firmare ai figli un contratto con 13 regole

Corriere della sera

di Michela Rovelli
L’originale trovata di un padre che ha poi pubblicato il foglio su Reddit. I bambini, per poter adottare un cucciolo, hanno dovuto accettare obblighi e responsabilità

Prima del cane, la firma sul contratto

Prendere un cane è un grande impegno. E prima o poi qualunque genitore si trova a dover rispondere ai suoi figli che chiedono con insistenza di adottare un cucciolo. Consapevoli delle conseguenze: i bambini ci giocheranno per un po’, poi si stuferanno e agli adulti resta l’incombenza di dover badare al nuovo componente della famiglia. Tra passeggiate notturne e divani distrutti.


Un padre inglese ha giocato d’anticipo e, prima di cedere, ha scritto un «Family Dog Contract», un contratto composto da tredici regole che le figlie hanno dovuto firmare prima di dirigersi nel più vicino canile. Pubblicata la foto sul sito di social news Reddit, l’utente «rjohnstone13» ha ricevuto centinaia di commenti di altri che si sono ritrovati nella stessa situazione.

Regola n.1, raccogliere i bisogni

La prima regola che pone il padre è per liberarsi da una delle incombenze più fastidiose di quando si ha in casa un animale a quattro zampe: «Papà non deve mai raccogliere la pupù. Mai. I bambini provvederanno a pulire almeno tre volte a settimana per soddisfazione di papà».



Regola n.2, addestramento

Non solo, «il cane sarà ben addestrato a fare i suoi bisogni in giardino». Precisa anche il luogo: tra i sassi contro lo steccato della vicina, Barbara. Poi precisa: «Tutti i membri della famiglia concordano che non saranno tollerate sorpresine sul prato né davanti alla casa né sul retro».



Regola n.3, la taglia del cucciolo

Non importa la razza, ma la taglia. «Il cane è molto piccolo» precisa il padre. Peso massimo consentito: 10 libbre, pari a circa 4,5 chili. Sul foglio è stata poi fatta una correzione a penna. Si possono raggiungere le 15 libbre, ovvero 7 chili.



Regola n.4, niente peli in giro

Per non ritrovarsi a lavare il copridivano ogni settimana, il padre scrive: Il cane non perde pelo. Per niente», con tanto di sottolineatura delle ultime due parole.



Regola n.5, non si sbava

Un altro fastidioso inconveniente che al genitore proprio non va giù: «Il cane non sbava né ha un naso gocciolante. Tutte le parti concordano che i cani di questo genere sono disgustosi».



Regola n.6, graffi

Dopo peli e umidi ricordi, arrivano i piccoli danni. «Il cane non graffia il pavimento. A papà non interessa come prevenirlo - taglio attento delle unghie, stivali, rimozione chirurgica delle zampe. Tutte le parti concordano che il cane non graffierà il pavimento».



Regola n.7, lavaggio

Il padre avvisa i figli che la cura passa anche da spazzola e sapone. «Papà non dovrà mai lavare il cane. In più, se papà decide che il cane puzza, un figlio deve fare il bagno al cane entro 24 ore».



Regola n.8, disastri

L’odore dei cani è piuttosto intenso e i danni sono dietro l’angolo. Quindi il padre ci tiene a precisare (più che altro alla moglie): «Se il cane facesse una qualche sorta di disastro in casa i trattamenti di pulizia si dimostrassero inefficaci, è autorizzato l’utilizzo di prodotti chimici dannosi per eliminare macchie e odori



Regola n.9, veto sul nome

Non ci sono solo responsabilità concesse, ma anche dimostrazioni di autorità: «Papà ha diritto di veto assoluto sul nome del cane».




Regola n.10, l’alimentazione

«Il cane non riceve cibo organico, gourmet o dietetico. Tutte le parti concordano che il mangime tradizionale va bene».


Regola n.11, mantenere le distanze

Niente esagerazioni nelle dimostrazioni d’affetto: «Non ci si riferisce mai al cane come se fosse un figlio o un fratello. Tutte le parti concordano che un cane è un cane».



Regola n.12, cartoline d’auguri

Attenzione speciale negli auguri agli amici: «Il nome del cane non viene scritto nelle cartoline di Natale. In più, se c’è una foto del cane sulla cartolina di famiglia, dovrà essere un caso. Insomma, il cane non sarà soggetto primario della foto».



Regola n.13, il riassunto

L’ultima regola riassume tutte le altre: «I bambini promettono di non innamorarsi mai del cane o, al contrario, di annoiarsi. Tutte le parti concordano che il cane è una responsabilità primaria dei figli per tutta la sua vita».

Commentare le notizie senza leggerle, quando Facebook è lo specchio dell’Italia di oggi

La Stampa
emanuele capone



Ripubblichiamo l’articolo comparso su Il Secolo XIX che ricostruisce la vicenda dei commenti all’articolo pubblicato il 28 luglio sull’edizione online.

Ieri mattina abbiamo pubblicato sulla pagina Facebook del Secolo XIX la notizia dell’uomo di 38 anni che ha cercato di darsi fuoco a Sarzana (foto) dopo avere perso casa e lavoro, ma senza specificare che si tratta di un cittadino marocchino. Abbiamo scritto semplicemente che «un uomo di 38 anni, sfrattato e senza lavoro, tenta di darsi fuoco davanti alla moglie e ai figli».

Il primo commento è arrivato 4 minuti dopo la pubblicazione del post: «Diamo lavoro agli altri...», con tanto di “mi piace” di un’altra persona che evidentemente ha la medesima opinione; poi, un diluvio: «(con gli, ndr) immigrati non lo fanno», «aiutiamo gli italiani come il signore», o anche, in rapida sequenza, «per lui non esistono sussidi, alberghi e pranzi pagati, vero?» e «aiutiamo gli altri, noi carne da macello», «come mai non gli hanno dato un albergo a tre stelle come ai (suoi, ndr) fratelli migratori?», e i vari «ma noi... pensiamo a ‘sti maledetti immagrati (così nel testo, ndr)» e «invece agli immigrati... » o il più articolato «ma perché, perché... basta andare a Brindisi, imbarcarsi per l’Albania e fare ritorno a Brindisi il giorno dopo... vestito male... e il gioco è fatto!».

È solo quasi 4 ore dopo la condivisione del post che qualcuno legge la notizia e si accorge che il 38enne è in effetti un cittadino straniero, e lo fa notare agli altri: «24 commenti e nessuno ha letto l’articolo, viste le risposte!». Proprio così: sino a quel punto, evidentemente, moltissimi avevano commentato basandosi solo sul titolo, senza nemmeno sapere su che cosa stavano esprimendo la loro opinione. Da quel momento, il tenore degli interventi cambia, c’è chi fa notare a molti dei primi commentatori che «guardate che è marocchino» e comunque il post perde rapidamente d’interesse: il 38enne non è italiano e quindi, come fa notare qualche irriducibile, «non avremo perso nulla...».

Quel che è accaduto ieri dimostra innanzi tutto qual è il rapporto degli italiani (di una parte, almeno) con i cittadini stranieri: nessuna sorpresa qui, purtroppo. E nemmeno sorprende quel che è diventato il rapporto degli (stessi?) italiani con l’informazione: se prima si sfogliava velocemente il giornale al bar, si spiavano i titoli dalla spalla del vicino in autobus, adesso il bancone del bar è diventato il News Feed di Facebook e i titoli si scorrono ancora più velocemente, perché tempo da perdere per leggere non ce n’è. Per commentare quello che non si è letto, invece, sembra essercene in abbondanza.

Ed è anche per questo, per la mancanza di attenzione di chi legge, che da tempo il rapporto dei siti d’informazione con commenti e commentatori è parecchio travagliato. E nell’ultimo anno non è migliorato: «Spegniamo i commenti per un po’», aveva annunciato The Verge a luglio 2015 , più o meno nello stesso periodo in cui la Bbc si chiedeva se «è iniziata la fine dei commenti online» . In realtà, almeno per il momento, i commenti sopravvivono, ma sempre più siti decidono di passare la “patata bollente” (di chi insulta, offende, minaccia di morte, si esprime in modo razzista e così via) a Facebook: sotto gli articoli non si può più commentare e si è “costretti” a farlo sui social network, dove chi scrive è identificabile con un nome e un cognome e soprattutto dove la responsabilità legale diventa personale (perché anche i giornali devono tutelarsi): se offendi, vieni chiamato tu a rispondere , non chi gestisce il sito.

Pensateci, se siete fra le oltre 60mila persone che ieri si sono viste passare davanti su Facebook la notizia dell’uomo (sì, un marocchino) che ha cercato di darsi fuoco a Sarzana e avete lasciato un commento basandovi solo sul titolo. Se a scuola vi hanno insegnato a leggere, prima che a scrivere, un motivo ci sarà. abbiamo scelto di non pubblicare qui i nomi dei commentatori, ma il post è pubblico: se siete curiosi, potete trovare gli autori sulla nostra pagina su Facebook

Il traforo fantasma tra l’Italia e la Svizzera rinasce come teatro

La Stampa
enrico martinet


Il tunnel dimenticato diventa un luogo di turismo: gli appuntamenti sono per questa domenica e per il 7 agosto

Aveva il vento del futuro a sospingerlo, l’entusiasmo di una visione. Come un vascello varato a dispetto di ogni ottimismo. E finì senza ammutinamenti, ma con minatori infreddoliti, scarpe consumate, vestiti logori e con nemmeno più una promessa di salario. Soldi finiti. Vennero fuori dal traforo, il primo delle Alpi, sconfitti. Ora non è che un arco in pietra semi sepolto a oltre 2.300 metri di quota in uno splendido vallone di pascoli valdostani, il Menouve. Qualcuno lo chiama «fantasma» perché l’oblio rischia di farlo diventare leggenda come un vascello che solca i mari in eterno. Di certo è un grande progetto dimenticato di metà dell’Ottocento. A Sud l’allora Regno di Sardegna con uno scavo di 62 metri, dall’altro versante la Confederazione elvetica, 39 metri di buco. C’è chi l’ha ripescato dalla storia e ne ha fatto un motivo di turismo e di teatro.

Questa domenica alle 9 (replica il 7 agosto) quella cocciuta volontà di unire con una carrozzabile l’Italia alla Svizzera accanto al valico del Gran San Bernardo, rivive con una gita a Menouve, nel territorio di Etroubles, e una recita dell’Associazione culturale Utopie Concrete e la compagnia Sogna Volando, di Ronni Bessi. Dice: «E’ turismo di scoperta, fare cultura con luoghi di grande fascino che custodiscono storie spazzate via dal tempo». Ci crede anche la Regione Valle d’Aosta che sostiene l’idea.

La vicenda rientra nel rovello di fine Settecento su come riuscire a rendere più agevole il passaggio del Gran San Bernardo, precluso per neve molti mesi l’anno. Nel 1940 l’ingegnere Ignace Venetz progettò una strada che passava accanto all’Ospizio, il tracciato di oggi. Ma gli ingegneri italici nove anni dopo s’incontrano con i colleghi elvetici e srotolarono carte stupefacenti: una strada che risaliva il vallone Menouve, a Est del San Bernardo e s’infilava nella montagna a quota 2.350 metri. Le cifre del tunnel: lunghezza, 2331 metri; larghezza, 6; altezza, 5,20. L’idea era del canonico e scienziato valdostano Georges Carrel. La convenzione con i dubbiosi svizzeri fu siglata ad Aosta il 14 agosto 1851: spazzò via l’indifferenza della Camera di Torino che due anni prima non aveva quasi ascoltato la proposta del traforo presentata dai deputati valdostani Martinet, Berbier e Defey.

L’opera ha un costo preventivato di 800 mila franchi, di cui 430 mila a carico del Regno sardo. Nel 1852 sempre Venetz sottolinea le difficoltà di manutenzione in un vallone con versanti che scaricano valanghe. Era l’epoca della piccola glaciazione. Proprio per questioni climatiche gli svizzeri pensano a grandiosi collegamenti ferroviari. Ne parlano durante la riunione del 3 e 4 marzo 1852 a Friburgo. Ci sono i rappresentanti dei cantoni di Vaud, Valais, Neuchâtel e Fribourg e all’ordine del giorno c’è il traforo del Menouve. Il solito ingegnere Venetz ha abbozzato un progetto per far passare il treno al San Bernardo. Progetto poi accantonato. A Torino nel 1856 va all’asta il tunnel del Menouve che viene aggiudicato con un ribasso del 5 per cento all’impresa Sogno e Serra di Aosta. 

Ma fin da subito ci si accorge che la quota è troppo alta e soprattutto che i soldi sono pochi. Il segno di inverni esagerati è nell’intervento del deputato Rion al Gran Consiglio di Sion, capitale del Valais che perora il collegamento ferroviario Martigny-Aosta: «Bisogna impegnarsi per dare lavoro a popolazioni che le gelate della primavera e le inondazioni autunnali, più la malattia delle patate, quella del bestiame e la scarsa raccolta dei cereali getteranno nella più disperata penuria». 
Nulla si realizzerà in quel 1857. Soldi finiti. Il traforo stradale del Gran San Bernardo è stato inaugurato sotto l’omonimo valico nel 1964. Il sogno del Menouve torna come teatro. Perché le rovine non coinvolgano la memoria.

Perché Facebook ha oscurato la pagina del regista di Diaz

La Stanpa
dario marchetti

Dopo Zerocalcare, il social network di Zuckerberg ha rimosso anche un post del cineasta Daniele Vicari. Dimostrando che la piattaforma ha un serio problema di gestione dei contenuti



Nota di rettifica: una prima versione di questo articolo descriveva erroneamente il regista Michele Diomà come autore delle accuse, nei confronti di Vicari, di aver «taciuto i nomi dei poliziotti all’interno del film Diaz». L’articolo è stato corretto per riflettere la realtà dei fatti: ci scusiamo per l’errore con i lettori e il diretto interessato.

Due volte in dieci giorni, sempre per contenuti relativi ai fatti del G8 di Genova: dopo l’oscuramento di un post di Zerocalcare, la seconda vittima della censura di Facebook è Daniele Vicari, regista, tra gli altri, del film Diaz - Don’t clean up this blood. 

Il cineasta romano aveva pubblicato un lungo post per rispondere alle critiche del regista Michele Diomà, nate in seguito a un’intervista rilasciata da Vicari al sito Left.it. Un post che oltre a parlare dei fatti del G8 includeva anche un dibattito acceso tra colleghi su etica ed estetica cinematografica. «A causa di un mio commento a un suo articolo, nonostante io non lo abbia mai insultato in alcun modo - chiarisce Diomà -, sono stato trascinato in una polemica.

Ma io mi sono riferito unicamente al senso della sua intervista, chiedendogli a quale partito facesse riferimento quando parlava di “una politica ormai totalmente incapace di fronteggiare il minimo conflitto sociale”. Io non ho mai detto, scritto, né pensato, che il produttore Domenico Procacci e Daniele Vicari siano “servi della polizia”, né ho mai nominato il film Diaz». «E non ho mai scritto che in Le Mani sulla Città Francesco Rosi faceva i nomi dei politici autori della speculazione edilizia. Ho parlato invece di “responsabili” - conclude Diomà -, che è cosa ben diversa. Per intenderci il boss Savastano della serie di Gomorra, è un “responsabile”, mentre il boss Di Lauro, a cui è in parte ispirato il personaggio, è un “nome”».

Ma al di là del confronto tra registi, l’alto numero di commenti, in gran parte civili e ragionati, insieme alla grande quantità di segnalazioni da parte di alcuni utenti, ha fatto scattare l’allarme di Facebook, portando, come successo in passato (anche per Zerocalcare) al blocco del contenuto. «La cosa fa ridere, se Facebook non mi vuole me ne farò una ragione - ha dichiarato il regista al sito Giornalettismo -. Ma non è che per caso episodi del genere finiscono per compromettere la libertà d’espressione sulla quale prosperano i miliardari che hanno creato i social?».

In molti hanno interpretato questa seconda “censura” come una volontà, da parte del social, di nascondere sotto al tappeto le ferite, ancora aperte, di quei terribili giorni del 2001. In realtà si tratta solo di grandi numeri: se un’ampia massa di utenti utilizza il sistema di segnalazione integrato in Facebook, l’algoritmo finisce inevitabilmente per individuare e bloccare questo o quel post, anche se solo come misura preventiva. Sulla rimozione del post di Vicari, Facebook ha poi spiegato che “si è trattato di un errore e che il post è stato ripristinato”, chiedendo scusa al regista per l’incidente.

Non si tratta, ovviamente, di una giustificazione: episodi del genere dimostrano in maniera lampante come Facebook abbia un serio problema di gestione dei contenuti. Anche perché in diversi casi, di fronte a pagine di evidente stampo fascista, omofobo e razzista, gli utenti che hanno segnalato il problema si sono visti rispondere che «non contiene infrazioni del codice etico di Facebook». Forse sarebbe il caso di affidarsi un po’ meno agli algoritmi e un po di più al semplice, vecchio buon senso.

Brame

La Stampa

Boldrini e Boschi alla Convention: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più democratica del reame?”

Cos’è la dieta Lemme e perché è criticata

La Stampa
lorenza castagneri

Secondo Google è uno dei temi più cercati online dagli italiani, ma oltre alla curiosità sul tema non mancano confusione e polemiche: vi spieghiamo perché



Uno studio di Google l’ha inserita tra i temi più cercati online dagli italiani dell’estate 2016: è la dieta Lemme, un argomento su cui, oltre a esserci parecchia curiosità, non mancano confusione e aspre polemiche. Secondo i medici tradizionali, il regime alimentare messo a punto dal dottor - come lui si definisce sul suo sito - Alberico Lemme, da Desio, Monza e Brianza, non si basa su nessuna evidenza scientifica. Anzi. «Sono tutte fandonie», attacca Giorgio Calabrese, nutrizionista e docente di dietologia umana e dietoterapia alle università di Napoli e Torino. 

Cos’è la dieta Lemme
Di che cosa parliamo nel dettaglio? «La mia dieta è basata sulla biochimica del cibo. Sull’effetto che ciò che mangiamo ha sul nostro metabolismo e, in particolare, sugli ormoni. In questo metodo non contano le calorie ingerite», spiega l’ideatore al telefono. Racconta di aver intrapreso le sue ricerche sull’’argomento nel 1990. Nel 2000 ha fondato l’Accademia di Filosofia alimentare, che propugna questo regime alimentare che promette di far perdere fino a 10 chili al mese. 

Come è strutturata
«La dieta è divisa in due fasi. La prima ha una durata variabile a seconda di quanti chili si vogliono perdere: uno nel caso di 10 chili, due per 20 chili e così via. Dopodiché c’è il mantenimento, che dura tre mesi: in questa fase non si ingrassa più e se si ingrassa la persona sa perfettamente come fare per dimagrire. Ha imparato a curarsi da solo in base alla sua risposta metabolica», spiega ancora Alberico Lemme. 


Alberico Lemme

Il primo passo è un colloquio conoscitivo. «Le analisi del sangue non servono. La gente deve venire da me soltanto con il cervello, con la voglia di seguire le mie teorie e le idee chiare su dove vuole dimagrire: fianchi, pancia, cosce, gambe», prosegue. In Rete circolano vari “menù ideali” della dieta Lemme. Quello che suggerisce il suo “papà” è: a colazione, tra le 7 e le 9, spaghetti aglio olio e peperoncino, a pranzo dalle 12 alle 14, cosce di pollo, a cena, tra le 19 e le 21 massimo, branzino.
L’accusa: un regime superproteico

La prima accusa mossa a Lemme è che si tratta di una dieta superproteica. «Niente affatto», risponde. «Ce n’è anche una versione vegetariana e una vegana: a colazione fragole con panna, a pranzo zucchine e a cena finocchi. Si mangia soltanto ciò che è indicato, ma nelle quantità che si vuole e i condimenti che si preferisce. L’olio? Non fa male. E’ solo bene limitare il sale». «Ma le proteine non ci sono soltanto nella carne o nel pesce», replica Calabrese. «Anche i sedani, per dire, ne contengono, pur essendo ortaggi. Questa dieta è e resta iperproteica e questo non va bene. E il rischio di colesterolo dove lo mettiamo? Per Lemme semplicemente questo problema non esiste». 


Giorgio Calabrese

Le visite
Ma per il nutrizionista «le assurdità» della dieta Lemme non si fermano qui. E’ lo stesso ideatore del metodo a raccontare che il menù da seguire viene dato ai pazienti ogni due giorni. «Hanno il mio numero - spiega Lemme -. Mi chiamano, mi raccontano come stanno, mi danno le misure della circonferenza di collo, torace, fianchi e gambe e il peso e io dico loro quello che devono consumare nei prossimi due giorni». «Indicazioni - dice Calabrese - completamente a caso: se la volta prima ti ha detto di mangiare carne, la volta dopo ti dice di mangiare pesce. Una volta se n’è uscito dicendo di mangiare dieci chili di pasta al giorno: ma che roba è?». 

«Lemme non è un medico»
Calabrese si è già scontrato più volte con Lemme in Tv, a Porta a Porta, ma il nutrizionista non vuole far passare il suo attacco come personale. «Lo ripeto: non c’è nessun appeal scientifico in tutto ciò che dice». Un concetto ribadito, per esempio, anche da Luca Piretta, gastroenterologo, docente di nutrizionismo e patologie digestive al Campus Biomedico di Roma, che in un articolo apparso sul sito de Il Fatto Quotidiano accusa Lemme di non essere adatto a proporre diete «essendo lui un farmacista, mentre la dieta la deve proporre un medico».