martedì 2 agosto 2016

La vera ragione per cui Microsoft ha comprato LinkedIn

La Stampa
andrea signorelli

Potrà conoscere nel dettaglio la vita professionale di tutti gli iscritti, utilizzando i dati per i suoi prodotti Office o per venderli a terze parti. Ci sono rischi per la privacy?



Con l’acquisto di LinkedIn, comprato poco più di un mese fa per oltre 26 miliardi di dollari, Microsoft è entrata a tutti gli effetti nel campo dei social network. L’obiettivo dichiarato è di sfruttare la piattaforma dedicata al mondo del lavoro per integrarla sempre di più con Office 365, dando vita a una creatura ibrida tra il social network professionale e lo strumento di lavoro che faciliti agli utenti la condivisione e la diffusione del proprio lavoro con i colleghi.

Si tratta di un aspetto molto importante: l’integrazione tra diversi strumenti è considerata la nuova frontiera del web; come dimostra il successo di Slack e come conferma anche Dennis Dayman, chief privacy officer della società di analisi Return Path, intervistato da TechCrunch: «Microsoft sta cercando di alleviare i professionisti dal continuo andirivieni tra gli strumenti di lavoro e i social network». LinkedIn, inoltre, potrà essere incorporato negli strumenti mail, come Outlook, e anche all’interno di Skype.

Soprattutto, Microsoft avrà accesso a una miriade di informazioni riguardanti gli oltre 400 milioni di professionisti iscritti a LinkedIn: il loro lavoro, le competenze, le ambizioni, i colleghi e molto altro ancora. Per una società che ha uno dei suoi punti di forza nella vendita di servizi per il lavoro, si tratta di informazioni estremamente preziose.

«I dati sono sempre più importanti, ma fino a poco fa Microsoft poteva studiare solo le modalità di utilizzo degli utenti di Office», spiega sempre Dennis Dayman. Adesso, invece, saprà esattamente di cosa si occupano i suoi potenziali clienti, che strumenti di lavoro gli possono servire, di che progetti parlano via mail con i colleghi, in quali aziende lavorano e quali dispositivi utilizzano. La precisione con qui potrà pubblicizzare i propri prodotti aumenterà drasticamente.

Secondo Dennis Dayman, però, il vero salto di qualità avverrà nel momento in cui LinkedIn introdurrà la geolocalizzazione: la capacità di «seguire» gli utenti ovunque vadano, come già oggi avviene su Facebook e altre app. «In questo modo, Microsoft saprà quali figure professionali viaggiano di più, quali sono le città in cui i viaggi di lavoro stanno aumentando in frequenza e che, quindi, potrebbero essere nuovi mercati su cui puntare».

Tutte queste informazioni potranno essere rivendute a terze parti, aprendo un ulteriore mercato per Microsoft. Le compagnie aeree e le catene di hotel, per esempio, potrebbero essere molto interessate a conoscere gli spostamenti dei professionisti, per capire dove costruire un nuovo albergo o quale rotta aerea aggiungere all’offerta.

Microsoft, grazie a LinkedIn, avrà una finestra aperta sul mondo dei professionisti: i loro spostamenti, le conferenze alle quali partecipano, in quali alberghi dormono, le loro e-mail, gli strumenti di lavoro che utilizzano, le aziende che seguono, quelle in cui lavorano e gli altri aspetti socio-demografici già accennati. Tutto questo potrebbe porre dei seri problemi in termini di privacy, soprattutto nell’attenta Unione Europea: «Microsoft avrà accesso a un mare di dati», spiega Dayman.

«Non penso che rappresenterà un problema negli Stati Uniti, mentre probabilmente i regolatori europei vorranno verificare attentamente il modo in cui tutte queste informazioni vengono utilizzate».
Gli utenti dovranno essere sempre consapevoli e dare il loro assenso informato a tutte le importanti modifiche che ci sono all’orizzonte per LinkedIn. «Microsoft, però, è sempre stata leader nella protezione della privacy degli utenti; non dovrebbe avere troppe difficoltà nel fare tutti questi cambiamenti in modo trasparente».

Gino Paoli e i soldi in nero: “Era un sistema diffuso”

La Stampa
matteo indice

Indagato per evasione, non sarà processato: il reato è prescritto



I milioni in Svizzera c’erano davvero, trasferiti dopo alcuni pagamenti sottobanco per esibizioni a feste di partito. Ma siccome non è possibile stabilire quando fu accumulato il tesoretto poi esportato all’estero, l’inchiesta va archiviata per prescrizione.  Con questa motivazione nei giorni scorsi il sostituto procuratore Silvio Franz ha chiesto di prosciogliere Gino Paoli, indagato da un anno e mezzo per un’evasione fiscale da ottocentomila euro (tasse dovute su due milioni finiti oltreconfine) legata a un’infedele dichiarazione dei redditi.

Il cantante si era difeso con abilità, temendo i contraccolpi mediatici d’un processo e di un’eventuale condanna, e insistendo sul periodo incerto delle varie movimentazioni per «retrodatarle», ma la svolta impressa dalla Procura non era scontata. Ed è necessario ripercorrere le fasi cruciali degli accertamenti per capirlo, tornando ai primi mesi del 2014. A Genova è in pieno, e segreto, svolgimento l’indagine sugli ex manager della Cassa di risparmio, che porterà all’arresto del banchiere Giovanni Berneschi e di altri faccendieri, sospettati di fare la cresta su una serie di compravendite immobiliari per trasferire le plusvalenze in una banca di Lugano. 

Fra i registi delle varie schermature c’è un commercialista genovese, Andrea Vallebuona, che finirà di lì a poco in manette. È a lui che Gino Paoli, senza sapere nulla del caso Carige, chiede una consulenza su tutt’altra materia: «Vorrei riportare in Italia dalla Svizzera due milioni, perlopiù ricevuti in nero alle feste dell’Unità». L’artista, che fa riferimento in modo generico «al 2008», non può sapere che la stanza è piena di cimici e l’intera conversazione è ascoltata dai finanzieri. Sempre Paoli, lo certificano le registrazioni, è timoroso che il suo nome possa trapelare, essendo al tempo in via di definizione un concordato con l’Italia sul rientro dei capitali.

Ribadisce di avere il deposito da parecchio e lo preoccupano in primis le conseguenze mediatiche; anche perché - lo sottolinea - è noto come un personaggio integerrimo e in passato è stato parlamentare eletto come indipendente nelle liste del Partito Comunista. Non solo. Al colloquio è presente la moglie Paola Penzo, che pronuncia una frase poi contestata nel giorno delle perquisizioni:

«Queste carte - dice lei riferendosi alla documentazione portata all’esame del consulente - le nascondiamo in un luogo sicuro». L’avviso di garanzia, notificato al cantante e alla consorte il 19 febbraio 2015, lo fa dimettere dalla Siae, cancella un paio di concerti e divide persino il Movimento cinque stelle: Beppe Grillo si smarca da quello che definisce un «gioco al massacro sui giornali» contro un suo amico storico, ma la base non gradisce. 

E però nel seguito dell’indagine il cantautore sfodera un paio di jolly: a parte ribadire che quello dei compensi esentasse per certe serate era un sistema «diffuso», precisando fra l’altro come non fosse lui a gestire «in prima persona» la parte finanziaria, dimostra che alcune operazioni sul conto svizzero sono avvenute ben prima del 2008 ed è quindi impossibile fissare in quell’anno la «dichiarazione infedele».

Risultato: l’incertezza sui tempi innesca la prescrizione, il pm chiede di archiviare tutto e il temutissimo processo penale non si farà, mentre prosegue la definizione delle pendenze (comunque ridimensionate) con le Entrate.

Dalla Francia stop alla raccolta dati in Windows 10

La Stampa
lorenzo longhitano

Per l’autorità garante della privacy il sistema operativo è troppo indiscreto. La casa di Redmond ha tre mesi di tempo per modificarne le procedure attraverso le quali raccoglie i dati degli utenti



Stop alla raccolta indiscriminata dei dati degli utenti all’interno di Windows 10. È la richiesta rivolta a Microsoft dalla CNIL, l’organo francese equivalente al nostro garante per la privacy, che ha dato tre mesi di tempo alla casa di Redmond per operare sul proprio software i cambiamenti necessari a moderare la collezione di informazioni su chi lo sta utilizzando. Secondo l’organo cisalpino il sistema operativo sarebbe progettato per collezionare un quantitativo esagerato di dati riguardanti chi lo utilizza, e per tenere traccia delle abitudini di navigazione web senza il permesso degli utenti.

L’agenzia ha terminato le proprie indagini su Windows 10 a giugno di quest’anno e nella sua relazione di mercoledì si è soffermata, tra i comportamenti giudicati inappropriati, su due aspetti in particolare: l’abitudine del sistema operativo a sfruttare i cookie per l’invio di pubblicità personalizzate senza metterne al corrente gli utenti in modo adeguato, e la raccolta di dati relativi ad app scaricate e tempi di utilizzo.

Non sono accuse nuove: già l’anno scorso Terry Myerson, responsabile del sistema operativo Microsoft, aveva liquidato la questione privacy su Windows rispondendo con un post pubblico sul suo blog che il software si limitava a collezionare i dati necessari a migliorarsi costantemente, e che gli utenti avevano il controllo totale sulle informazioni che decidevano di condividere. Alla Francia evidentemente non basta: i comportamenti elencati sono stati giudicati in contrasto con le leggi sulla privacy in vigore nel paese. Di qui l’ordinanza, alla quale Microsoft ha però già risposto in modo positivo: secondo una dichiarazione rilasciata a Reuters, lavorerà con la commissione per cercare di venire incontro alle sue richieste.

Assange e Snowden, così i paladini del web sono diventati rivali

Corriere della sera

di Marta Serafini

Prima lottavano insieme per «scoperchiare i governi». Oggi litigano su Twitter sull’hackeraggio delle mail di Hillary Clinton e del partito democratico

 Julian Assange ed Edward Snowden

Li chiamavano i paladini della libertà. Eroi, che mettevano a nudo i potenti e i governi grazie alle loro capacità informatiche. Edward Snowden e Julian Assange: l’ex contractordella Cia passato dalla parte dei buoni e l’hacker australiano dai capelli bianchi.

A tre anni dal Datagate, i protagonisti della storia sono gli stessi. A cambiare, lo scenario e i ruoli. Isis occupa le prime pagine di tutti i giornali, Washington accusa Mosca di tramare con l’obiettivo di influenzare il risultato delle elezioni, mentre deve cedere alle pressioni del presidente russo Putin in Medio Oriente. E Hillary Clinton, l’ex segretario di Stato che costringeva i whistleblower all’esilio per sfuggire all’accusa di tradimento in nome della sicurezza nazionale, ora si è trasformata in una candidata messa in imbarazzo di fronte al mondo.

E loro, i paladini del web, cosa sono diventati? «Due fuggiaschi che vivono nel limbo», come li ha definiti il giornalista britannico Archie Bland? Due spie al soldo di Mosca, regime che tortura e imprigiona gli oppositori che loro stessi dicono di proteggere? Al netto delle speculazioni, i due oggi litigano su Twitter. Oggetto della discussione: i leak devono avere come solo scopo la verità o possono influenzare il corso delle elezioni? E, ancora, è possibile essere hacker e rimanere allo stesso tempo al di sopra delle parti ?

«Rendere pubbliche le informazioni non è mai stato così vitale. E WikiLeaks ha aiutato in questo processo. Ma la sua ostilità anche alla più modesta forma di curation (leggi la selezione e la verifica delle fonti) è un errore», ha twittato Snowden dopo la pubblicazione delle mail del comitato democratico. «Snowden, il tuo opportunismo non ti frutterà la clemenza di Clinton», è stata la replica. Passati i tempi in cui Assange consigliava Snowden su come muoversi per ottenere asilo politico in Russia e gli offriva sostegno definendolo «un eroe», oggi il fondatore di WikiLeaks sembra aver cambiato strategia rispetto a quella del collega che scelse di collaborare con i giornalisti di Guardian e Washington Post per portare alla luce i sistemi di sorveglianza di massa statunitensi.

Meglio passare all’attacco frontale. E criticare senza pietà anche chi gli contesta infiltrazioni anti semite nel suo gruppo. Al posto del vecchio motto «scoperchiare i governi», Assange sembra aver deciso di decidere le sorti del mondo. «I leak delle mail democratiche hanno il chiaro scopo di danneggiare una candidata non di informare il pubblico», avverte Shane Harris, giornalista esperto di cyber security e autore di @War.

Risultato, Assange rilascia interviste alle televisioni russe e statunitensi in cui mostra i muscoli alla candidata democratica giurandole vendetta. Chiuso nell’ambasciata ecuadoriana di Londra da quattro anni, guardato a vista dalle guardie britanniche pronte, nel caso in cui dovesse varcare la porta, a far scattare le manette in nome di svariati mandati di cattura, proposto più volte per il premio Nobel, il fondatore di WikiLeaks sembra aver deciso di diventare una pedina dello scacchiere geopolitico. Che poi a pubblicare i Panama Papers sia stato un consorzio internazionale di giornalisti e non la sua organizzazione, fa niente. Il suo obiettivo è cambiato.

Snowden d’altro canto vive ancora Mosca, esule pure lui con l’obiettivo di evitare il mandato di cattura statunitense. Una sorte strana per il figlio di un ufficiale di Guardia Costiera americano e per una ex recluta della Cia. Ma nemmeno troppo, se si considera che le sue rivelazioni hanno fatto tremare la Casa Bianca e l’intera Silicon Valley, mettendo a rischio poltrone e denari. Pochissime apparizioni pubbliche, tanti post su Twitter per continuare a far sentire la sua voce, il whistleblower ha sempre ribadito di non aver contatti con il governo cinese o russo e di non aver mai fatto richiesta di asilo a Mosca.

Al posto della politica, sembra preferire la progettazione. E una settimana fa è intervenuto in videoconferenza durante un incontro al Mit per annunciare il suo «introspection engine», una custodia per iPhone in grado di eludere i sistemi di sorveglianza. Né per Snowden né per Assange esistono dunque prove che dietro i loro movimenti ci siano servizi segreti o governi nemici degli Stati Uniti.

Ma se internet si è trasformato in un campo di battaglia, è chiaro come le fughe di notizie siano diventate armi potenti in una guerra tutta nuova combattuta a colpi di virus e hackeraggi. La storia e la trama però si ripetono. Perché, come ricorda Scott Shane: «I leak di oggi non sono così diversi dalle “misure attive” usate dai servizi sovietici, tecniche di soft power comode per mettere in difficoltà il nemico». Attacchi di propaganda, dunque. Fino ad oggi gli Stati Uniti non hanno risposto. Domani, chissà.

@martaserafini
1 agosto 2016 (modifica il 1 agosto 2016 | 20:44)

Errori, ingenuità e incapacità: i killer di Isis tra propaganda e realtà

Corriere della sera

di Marta Serafini

Gli autori degli ultimi attacchi hanno commesso molti errori e fortunatamente hanno ucciso poche persone. Ma il loro modus operandi rende il lavoro dell’intelligence più difficile

In un fotomontaggio i miliziani dell’Isis diventano papere

Wuerzburg, Ausenbach, Nizza, Rouen. Dopo ogni attentato ricostruiamo i profili dei killer. Scaviamo nelle loro vite alla ricerca di elementi che ci permettano di capire quali siano le molle che li hanno spinti a uccidere in nome di Isis. I loro gesti sono efferati, spesso sono seguiti da proclami e rivendicazioni. Ecco perché generano una scia di sangue e di terrore che rischia di sopraffarci.
Ma se si va a guardare tra le pieghe dei “curricula” di questi ragazzi o ragazzini (la loro età media è davvero molto bassa) si scoprono due cose.

La prima è che non sono particolarmente addestrati dal punto di vista militare e la seconda è che non hanno menti particolarmente fredde. Certo, Isis li ha manipolati, strumentalizzati e in certi casi guidati. Ma questi killer - la stessa Isis nei suoi comunicati fatica a definirli “soldati del Califfato” — hanno commesso errori e ingenuità. Qualche esempio? L’autore dell’attacco di Wuerzburg Mohammed Riyad, 17enne, di origini pachistane o afghane registra un video di affiliazione a Isis, impugna un’ascia e sale su un treno con il chiaro obiettivo di fare una strage.

Prima di attaccare, distrugge la sim card del suo telefono, comportamento che fa pensare a un addestramento. Ma non riesce a uccidere nessuno. Anzi, viene freddato dalla polizia dopo che ha ferito 5 turisti cinesi. I vicini di casa lo descriveranno qualche giorno dopo come un ragazzo “confuso”. Il killer di Ausbach, Mohammed Deleel, è un 23enne rifugiato siriano. Secondo la propaganda dell’Isis avrebbe preparato l’attacco per mesi. Eppure quando arriva all’ingresso della discoteca dove vuole attaccare viene respinto perché non ha comprato il biglietto. Poi fa diverse telefonate e lo zainetto che ha addosso esplode senza fare alcuna vittima a parte se stesso.

Anche il killer di Nizza, Mohamed Lahaouiej Bouhlel, viene descritto come un disadattato che defeca sul pavimento e che ha subito più volte ricoveri psichiatrici. Ovviamente la follia da sola non è sufficiente a spiegare attacchi come quello della Promenade des Angleis ma sappiamo dalle indagini che molti degli attentatori soffrono di disturbi comportamentali. Spesso riescono nel loro intento perché hanno dei complici e dei basisti che li supportano.

I due autori dell’omicidio del prete di Rouen, i 19enni Abdel Malik Petitjean e Adel Kermiche, da tempo volevano andare in Siria. Non riuscendoci hanno pensato di accanirsi su un prete ultraottantenne. Parlando di Adel, un suo coetaneo musulmano dice: «E’ un coglione. Ha tolto la vita a gente che non c’entrava niente con le sue storie. Era arrabbiato perché voleva andare in Siria e lo hanno fermato, voleva vendicarsi per essere stato in prigione. Poteva vendicarsi in prigione invece di fare una cosa così nel quartiere».

Anche nei territori occupati in Medio Oriente da Isis assistiamo ad errori grossolani. Come hanno testimoniato gli attivisti di Raqqa is being Slaughtered, a Raqqa si è verificata un’epidemia perché, a dispetto della campagna di reclutamento tra ingegneri e tecnici, Isis non è stato in grado di trovare qualcuno capace di gestire in modo corretto le dighe. Risultato, l’acqua si è inquinata provocando malattie di ogni tipo. Altro esempio, tra i miliziani in Siria è diffusa un’epidemia di Aids dopo che uno di loro ha contagiato una schiava yazida, poi violentata da altri jihadisti. In seguito a questo fatto, tra i miliziani, secondo i racconti dei testimoni, si è diffuso il panico.

Per uscire dall’impasse i leader del Califfato hanno pensato bene di giustiziare il portatore della malattia, ritenendo così di aver risolto il problema. Ma non solo. E’ noto e confermato ormai come i miliziani facciano largo utilizzo di Captagon e di antidolorifici per stonarsi e per non sentire dolore in battaglia o durante attacchi come quello di Parigi. Questo aspetto non li rende certo meno pericolosi, ma ci fa capire quanto siano imprevedibili. Anche nei soggetti che sono partiti dall’Europa per trasferirsi nel Califfato, i cosiddetti foreign fighters, abbiamo notato comportamenti a tratti ingenui che hanno consentito alle forze dell’ordine di arrestare gli affiliati.

Due su tutti. Moutaharrik Abderrahim che desiderava con tutto se stesso partire per la Siria combatteva nelle palestre di Lecco indossando una maglietta con i simboli dell’Isis, un comportamento che di sicuro deve aver attirato l’attenzione degli inquirenti. E Maria Giulia Sergio, alias Fatima, che parla con i genitori dai territori del Califfato via Skype, convinta di non essere intercettata. Questi esempi non devono portare a sottovalutare il pericolo o il fenomeno. Semplicemente ricordare che di fronte al terrore la cosa migliore è non farsi sopraffare e vedere le cose per quelle che sono.

Ossia molto più complicate di come la propaganda del Califfato vuole farci credere o vuole far credere ai ragazzini che strumentalizza. «I cosiddetti lupi solitari sono diversi dai miliziani. Spesso non hanno nessun contatto – o solo minimo – con l’organizzazione per la quale dicono di agire (Isis, o nel caso di Monaco l’estrema destra nazista). Agiscono primariamente spinti da proprie pulsioni e frustrazioni personali, legate alla loro storia e alla loro situazione cui, solo in un secondo momento, agganciano una causa “più grande” che aumenti il loro senso di eroismo e autostima nel portare a termine l’azione violenta; ovvero la sensazione che ci saranno centinaia, forse migliaia, di persone da qualche parte nel mondo che li considereranno degli eroi.

È la “visibilità” ciò che la maggior parte di loro cerca: un mezzo per essere ricordati, l’ottenimento di una sorta di immortalità “tra i vivi”», spiega Eugenio Dacrema, esperto di radicalizzazione e dottorando di ricerca all’Università di Trento. Narcisisti, imprevedibili, disorganizzati. Queste caratteristiche rendono il lavoro dell’antiterrorismo complicato. “Il terrorismo lone-wolf è infatti particolarmente temuto dai sistemi di sicurezza europei e occidentali per alcune caratteristiche specifiche che possono riassumersi in una definizione: scarsa tracciabilità”, continua Dacrema. Ad aiutare i terroristi è la cassa di risonanza e l’emotività legata ad attentati, nonché la percezione di pericolo.

«Sono morte esponenzialmente molte più persone in Europa dall’inizio dell’anno in incidenti stradali che in attentati. Gli ultimi anni hanno visto uno dei periodi a più basso numero di morti per terrorismo in Europa di sempre», conclude Dacrema. Ed è proprio l’emotività collettiva, e la conseguente visibilità data agli autori di tali azioni, uno degli incentivi principali che potrebbe spingere il prossimo lupo solitario ad agire.

Scrive sui furti dei nidi di falco: giornalista rischia cinque anni di carcere

La Stampa

Elisabetta Rossi, cronista del Resto del Carlino, è stata accusata di istigazione alla rivelazione di segreti d’ufficio: aveva scritto dell’esistenza di un’inchiesta in corso da 7 mesi



Scrivere che c’è un’inchiesta giudiziaria sui furti di nidi di falchetti per il mercato clandestino può comportare una condanna penale fino a cinque anni di carcere. È quello che è successo a Elisabetta Rossi, cronista di giudiziaria per le pagine del Resto del Carlino di Pesaro, che il 23 giugno scorso aveva firmato un articolo sulla vicenda dei ladri di nidi di falchetto, oggetto di un’inchiesta che procede da circa 7 mesi. La giornalista si ritrova ora accusata di violazione del divieto di pubblicazione di atti coperti da segreto, istigazione alla rivelazione di segreti d’ufficio per un ingiusto vantaggio patrimoniale. Ovvero i 9 euro lordi con cui è stata ricompensata per l’articolo.

A pochi giorni dalla pubblicazione, gli agenti della Forestale avevano perquisito la casa e le avevano sequestrato il cellulare. Sequestro che, nonostante l’annullamento disposto dal Tribunale del Riesame il 23 luglio, risulta ancora in effetto, visto che il cellulare non è stato riconsegnato. Il 30 luglio poi è stato convocato in Procura anche il caposervizio della redazione di Pesaro, come «persona informata dei fatti».

La Rossi è stata anche interrogata perché rivelasse la sua fonte: la giornalista si è avvalsa del segreto professionale che però, essendo iscritta all’albo dei pubblicisti e non dei professionisti, non le è stato riconosciuto dagli inquirenti. Le accuse potrebbero valerle dai 2 ai 5 anni di carcere.
«L’Ordine dei Giornalisti - si legge in un comunicato - ricorda che il giornalista non può venire meno al proprio dovere, che è quello di informare correttamente il pubblico: la collega Rossi ha pubblicato notizie di cui era venuta a conoscenza e da lei ritenute interessanti per i lettori». 

Mica

La Stampa
jena@lastampa.it

Stavolta nessuno si indigna per i bombardamenti contro l’Isis: “Siamo pacifisti, mica cretini”.

Italiani sfrattati per fare posto agli immigrati

Michel dessi



Per chi tra i miei affezionati lettori non avesse avuto la possibilità di leggerlo, ripropongo il mio articolo sulla vergogna che si sta consumando a Taranto. 47 italiani abbandonati dalle istituzioni. Costretti a dormire per strada per fare posto agli immigrati. 

Nel quartiere Salinella di Taranto non c’è spazio per gli italiani. Sfrattati, senza preavviso, per ospitare gli immigrati, che continuano a sbarcare senza sosta sulle nostre coste. A denunciarlo è don Luigi Larizza, parroco del Sacro Cuore. “E’ una situazione disumana. Inaccettabile” ci dice al telefono il sacerdote amareggiato che, attualmente, ospita nella propria parrocchia i 47 italiani cacciati dal centro d’accoglienza gestito dall’associazione ABFO presso una scuola comunale in disuso. “Io gli sto offrendo un tetto.

Da solo non posso fare molto. Nessuno li aiuta. Sono stati costretti a vivere per strada. A dormire in stazione, al pronto soccorso, nei giardini pubblici.” La situazione a Taranto è drammatica, tra i 47 italiani sfrattati “per lavori” anche un settantaquattrenne con problemi di salute: “Mi ha fatto pena. Dormiva in un giardino, ed era stato perfino aggredito dai cani randagi.” Una signora, invece, “si è distesa per la prima volta su una stuoia della parrocchia, dopo dieci giorni passati nella sala d’attesa del pronto soccorso, seduta su una sedia. Non è umano.” dice don Larizza.

Umano, invece, è propri lui, don Luigi che, per fotografare questa situazione vergognosa usa la parabola del buon samaritano: “Oggi il buon samaritano è il popolo italiano, che paga le tasse, ma resta fuori dall’albergo. Gli albergatori, che ospitano solo clandestini, invece, incassano e basta. Se i 47 italiani fossero stati immigrati e clandestini, allora si sarebbe trovato posto confortevole e garantito anche per loro” e, magari, in albergo a 5 stelle.

Non è populismo, né demagogia! Due termini che vengono utilizzati fin troppo da chi cerca di sviare l’attenzione del mondo sulle proprie malefatte. E’ cosa indegna continuare a vedere i nostri connazionali in difficoltà patire l’umiliazione della strada e della mancanza di assistenza e solidarietà da parte delle istituzioni, mentre i clandestini, anche quelli che scappano dal loro paese per gravi reati, ingrassano e pretendono ogni beneficio anche a danno di chi questo nostro Paese ha contribuito a costruirlo con il proprio lavoro e con il sudore della propria fronte. Lo sappiano tutti, anche quelle associazioni che, sembra, oggi a Taranto abbiano chiuso le porte proprio agli italiani.