mercoledì 3 agosto 2016

Apple cancella l’emoji della pistola nel nuovo iOS 10. Al suo posto, un giocattolo

Corriere della sera

di Alessio Lana

La Mela elimina l’immagine dell’arma nel nuovo sistema operativo che uscirà in autunno. Aggiunte la bandiera arcobaleno e faccine di sport e lavori al femminile

 



Le sfide della storia passano anche dalle emoji. Tutti noi le usiamo quotidianamente, sono quelle icone che inviamo nelle chat e tentano di sintetizzare in un'immagine stilizzata ogni sorta di concetto. Ci sono bandiere, abiti, veicoli e velivoli, persino Babbo Natale e dolci cuccioli. Non mancano però le armi: una bomba, dei coltelli e anche una pistola. E proprio quest'ultima ora viene messa al bando. Complici i fatti di sangue che stanno martoriando gli Stati Uniti, Apple ha deciso di togliere il disegnino di un revolver da iOS 10, la nuova versione del suo sistema operativo per iPhone e iPad che uscirà in autunno.

Sparare solo per gioco
A dirla tutta il revolver non sparirà del tutto, ma per dare un segnale ancora più forte, sarà sostituito da un'innocua pistola ad acqua. Così uno strumento di morte diventa uno strumento di gioco anche se solo in un programma informatico. Questa trasformazione fa parte di un'ondata di oltre 100 emoji in arrivo con il nuovo sistema operativo. Tra le novità spunta la bandiera arcobaleno mentre molti dei personaggi che rappresentano lavoratori e sportivi avranno una maggiore caratterizzazione a livello di gender. Le donne potranno esprimersi più efficacemente usando le emoji della cestista, della sollevatrice di pesi, della surfista, della nuotatrice, che ora sono più gradevoli, colorate e dettagliate.

Comunicare per immagini
Mentre scriveremo poi, il sistema di suggerimenti QuickType consiglierà di sostituire le parole con le emoji, la tastiera invece proporrà di trasformare ciò che abbiamo già scritto in immagini mentre nell'app «Messaggi», pupazzetti, veicoli e cagnolini appariranno tre volte più grandi di adesso. Insomma, è il culmine della scrittura per immagini, dell'espressione che cerca di sintetizzare con segni e colori interi concetti, una forma di comunicazione che pensavamo relegata gli albori dell'informatica ma che invece, grazie alle chat, è più vitale che mai.

2 agosto 2016 (modifica il 2 agosto 2016 | 15:58)

La Buona scuola di Renzi? Iscrivere i figli alla privata

Giancristiano Desiderio - Mer, 03/08/2016 - 08:19

I ragazzi trasferiti a gennaio dalle statali di Pontassieve a un istituto Usa. Segno che non si fida della sua riforma



Matteo Renzi va molto fiero della sua riforma scolastica, la cosiddetta Buona Scuola, ma per i suoi figli preferisce una scuola più che buona, ottima: la esclusiva scuola americana di Firenze.
Fatti suoi e di Agnese Landini? Non proprio. La libertà scolastica è cosa buona e giusta ma in Italia, purtroppo, funziona solo per chi se la può permettere mentre per tutti gli altri c'è la solita minestra riscaldata della scuola statale. Dunque, le scelte scolastiche del capo del governo che riforma la scuola degli italiani ma iscrive i suoi figli alla scuola americana riguardano tutti. Il presidente del Consiglio che preferisce iscrivere i figli a una scuola privata sta di fatto dicendo di non fidarsi della qualità dell'istruzione della scuola statale.

Ma il problema non finisce qui. Anzi, qui inizia. Perché il premier in carica è quello stesso Rottamatore che ha avviato la sua attività di governo proprio con la scuola dicendo che l'Italia sarebbe ripartita solo se fosse ripartire la scuola. Renzi è quel premier che, quando le professoresse e i professori hanno preso a lamentarsi, si è messo davanti alla lavagna e con il gessetto in mano ha fatto la lezioncina a tutti spiegando le meraviglie della Buona Scuola. E ora, dopo che sua moglie grazie alla riforma è passata di ruolo lasciando il precariato storico, si viene a sapere che la famiglia Renzi ha trasferito i ragazzi dalle scuole statali di Pontassieve alla scuola americana di Firenze. Ai ragazzi auguriamo ogni bene dentro e fuori dalla scuola, ma il babbo ha un problema grande quanto una casa, anzi, una scuola.

A dare la notizia (non smentita) del passaggio scolastico dei figli del premier è stato ieri il sito Dagospia. A Firenze ci sono non pochi istituti internazionali dove è possibile non solo apprendere la lingua inglese ma anche studiare le materie del corso direttamente in inglese. Una delle scuole più importanti è la International School of Florence ma c'è anche l'American High School dell'Istituto del Sacro Cuore. Sono ottime scuole che garantiscono un'eccellente preparazione e forniscono servizi di livello ed esperienze di studio e di approfondimento internazionali con soggiorni e viaggi all'estero.

Queste scuole a settembre avranno l'organico dei docenti già bello e pronto e potranno avviare corsi e lezioni in tempo utile. Per i licei statali, invece, la musica è molto diversa. Uno degli obiettivi della Buona Scuola era la fine del precariato e il superamento delle supplenze. Nessuno dei due è stato raggiunto. A settembre le scuole statali saranno come sempre alle prese con il fenomeno delle cattedre scoperte. Nonostante in Italia ci sia il sovrannumero dei docenti, permane il problema delle cattedre senza insegnanti. La mobilità 2016 non solo non ha risolto il problema ma lo ha addirittura peggiorato.

Gli insegnanti di tre Regioni - Campania, Sicilia, Puglia - sono in rivolta e contestano le graduatorie che assegnano le cattedre a chi ha punteggi bassi e le tolgono a chi ha punteggi alti. La Buona Scuola ha messo mano con la grazia di un elefante imbizzarrito a un sistema che il legislatore non conosce e il ministero non governa. Ma il premier, come facevano in passato i leader della sinistra, ha risolto in un altro modo: iscrivendo i figli alla scuola privata.

Roma, la vita dorata nei campi nomadi: i rom con la Ferrari e il sussidio comunale

Il Messaggero
di Ilario Filippone



Acqua, luce, gas e roulotte a spese del Comune per narcotrafficanti che avevano Porsche, Ferrari e case in centro. Almeno per tutto il biennio 2013-2014. Dall'ultima inchiesta sulle baraccopoli di Roma, business ultramilionario documentato dai carabinieri della compagnia Eur e dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, arrivano nuovi retroscena: non solo mazzette per funzionari corrotti in cambio di appalti, ma anche qualche vuoto di troppo nelle maglie dei controlli. Almeno 7 rom su 10, secondo l'Arma, non avevano alcun diritto di essere accolti nei campi.

«La mancanza delle necessarie verifiche - scrivono gli inquirenti - ha comportato inevitabilmente la presenza nei villaggi di nomadi che, per anni e con oneri a carico dell'amministrazione comunale, hanno continuato a usufruire gratuitamente dei servizi quali l'utilizzo del modulo abitativo, acqua, luce e gas. Il 70-80% delle persone censite non aveva alcun titolo, in quanto clandestini, pregiudicati o soggetti con elevate potenzialità economiche».

LA BLACK LIST
Ricchi e pregiudicati, la lista nera redatta dai militari dell'Arma è un campionario di reati puniti severamente dal codice penale. Tra i casi più eclatanti quello di Jasmin Sedic, condannato a 15 anni e 8 mesi di reclusione per traffico internazionale di coca, che ha alloggiato in una baraccopoli di Roma a spese dell'erario. Nel 2009 il prefetto e il questore gli avevano negato il rinnovo del permesso di soggiorno, intimandogli di lasciare immediatamente l'Italia.

Hanno pesato sulle casse comunali anche i coniugi Idriz e Suada Cimiz, una coppia clandestina che aveva dei precedenti in materia di stupefacenti. Nove anni fa avevano venduto un terreno alla Elgad srl, incassando ben 280mila euro. Altri nomadi hanno riportato condanne per ricettazione, furti e rapine. Nel 2012 il bosniaco Dzevad Hamidovic si è visto revocare il permesso di soggiorno, ma ha continuato ad abitare nel campo di Castel Romano.

L’oleodotto segreto nel deserto di Israele

Corriere della sera

di Davide Frattini, nostro inviato a Ashkelon
I responsabili del progetto dell’oleodotto Eilat-Ashkelon si scattano una foto, nel dicembre 1969, in occasione della posa dell’ultima condotta
I responsabili del progetto dell’oleodotto Eilat-Ashkelon si scattano una foto, nel dicembre 1969, in occasione della posa dell’ultima condotta

Il cartello indica la strada per entrare, la guardia armata invita a restare fuori, a ripercorrere all’indietro il viale colorato dai fiori di carta della bougainvillea. Circondata dalle dune, la Eilat Ashkelon Pipeline Company pubblicizza quello che in realtà vuole mantenere segreto. Il simbolo con i tubi e la petroliera stilizzati sui cancelli, i depositi per il greggio, l’andirivieni dei camion verso il porto: tutto è visibile, alla luce abbagliante del sole sul Mediterraneo. Eppure la società è coperta dal segreto di Stato, protetta dalla censura militare. Gli israeliani non possono sapere i nomi di chi siede nel consiglio di amministrazione, in un Paese dove ormai è pubblica perfino l’identità del capo del Mossad.

Le attività dell’Eapc sono insabbiate come il fiume nero che ha allagato il deserto del Negev nella notte del 3 dicembre 2014. I cinque milioni di litri sono fuoriusciti da una rottura nell’oleodotto, hanno invaso la riserva naturale di Evrona, contaminato i tronchi delle acacie centenarie, le pozze dove si abbeverano duecento gazzelle. Pochi giorni dopo le ruspe hanno coperto la chiazza scura e densa con terra arida, in superficie non si vede più nulla, sotto i danni possono durare decenni.

È considerato il disastro ambientale più grave nella storia di Israele, la causa contro la società va avanti da mesi, le associazioni ecologiste continuano a presentare petizioni per riuscire a identificare i responsabili. Orit Kratz, l’avvocata che rappresenta il governo, ha dichiarato in tribunale «di non poter confermare o negare che esistano legami tra l’Eapc e lo Stato». I giudici hanno di recente respinto la richiesta di togliere Benjamin Netanyahu dalla lista dei querelati, è improbabile che il primo ministro accetti di andare in aula a testimoniare.

Perché — spiega il quotidiano Haaretz — la riservatezza che offusca le operazioni della compagnia è considerata vitale dal premier. Che insisterebbe a tutelare l’Eapc per colpire il nemico più irriducibile. L’oleodotto è stato costruito nel 1968 con investimenti al 50 per cento iraniani. Allora al potere c’era lo Scià che aveva richiesto la clausola di riservatezza per non pubblicizzare troppo tra i vicini mediorientali i buoni rapporti con lo Stato ebraico.

Dopo la rivoluzione islamica del 1979, Israele da socio in affari diventa il Piccolo Satana, ancora più detestato dagli ayatollah del Grande (l’America). Il premier Menachem Begin impone di non pagare più i dividendi a un Paese ormai ostile, l’oleodotto continua a pompare greggio. Da ventidue anni gli iraniani cercano di recuperare quello che spetterebbe loro, i tribunali in Svizzera e in Francia a cui si sono rivolti per l’arbitrato internazionale calcolano il debito accumulato e il risarcimento in oltre 1 miliardo di dollari. Per il regime riuscire a spillarli sarebbe una vittoria politica e strategica. Per Netanyahu è inaccettabile doverli pagare: come sovvenzionare — ragionano i suoi consiglieri — gli armamenti della nazione che proclama di volerci distruggere.

Aluf Benn, direttore di Haaretz, sostiene che la segretezza vada superata: «I manager dell’Eapc godono di privilegi stravaganti e straordinari, se confrontati a quelli di altre aziende pubbliche. I dossier della Corte dei Conti che criticavano duramente la gestione sono stati seppelliti e dimenticati». La serie di articoli dedicati dal suo giornale alle attività della compagnia petrolifera è stata condannata dalla censura militare perché avrebbe «danneggiato la sicurezza del Paese».
Anche Tamar Zandberg, deputata all’opposizione con la sinistra radicale di Meretz, chiede che la riservatezza venga in parte rimossa, lo scrive in un’interpellanza al procuratore generale dello Stato: «Gli israeliani hanno diritto di conoscere i salari, le qualifiche, i bilanci, gli investimenti di un gruppo in cui — pare — finiscono anche i loro soldi».

La linea a zig zag mostra il percorso dell’oleodotto dal porto di Ahskelon a Eilat sul Mar Rosso. La strada alternativa per il petrolio era stata voluta dal governo israeliano per sottrarsi agli eventuali ricatti economici del leader egiziano Gamal Abdel Nasser che minacciava di chiudere il canale di Suez ai traffici internazionali. La mappa sta appesa negli uffici a Tel Aviv di Adam Teva v’Din, l’organizzazione ambientalista che guida le petizioni alla Corte Suprema e le cause per danni delle comunità nel Negev. «La segretezza impedisce di risalire — spiega l’avvocata Leehee Goldenberg — ai responsabili della fuoriuscita di petrolio».

Indica la cartina, il filo di tubi che unisce il Mediterraneo al triangolo dove Israele incontra la Giordania e l’Egitto: «Quali sostanze scorrono lì dentro? In quale direzione? È ancora greggio? Quanto è tossico? Per garantire il “segreto di Stato” la gente non può neppure sapere che cosa le scorra vicino a casa».

2 agosto 2016 (modifica il 2 agosto 2016 | 22:17)

Salò, i delitti delle donne fasciste perdonati troppo in fretta

Corriere della sera

di CORRADO STAJANO

Cecilia Nubola in «Fasciste a Salò» ricostruisce le vicende giudiziarie di alcune militanti della Rsi che, accusate di gravi cimini, fruirono presto di provvedimenti di clemenza

Un gruppo di ausiliarie fasciste aderenti alla Repubblica sociale italiana rasate a zero subito dopo la Liberazione e portate in giro dai partigiani vittoriosi per le strade di Milano (Foto Lapresse)
Un gruppo di ausiliarie fasciste aderenti alla Repubblica sociale italiana rasate a zero subito dopo la Liberazione e portate in giro dai partigiani vittoriosi per le strade di Milano (Foto Lapresse)

Questo libro di Cecilia Nubola, Fasciste di Salò, pubblicato da Laterza, non è soltanto la storia ben documentata della vita e delle scelte criminali di una quarantina di donne che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 aderirono alla repubblica di Mussolini. L’autrice, studiosa di storia sociale e di storia della giustizia, analizza le carte processuali, le sentenze, le istruttorie, i documenti dei carabinieri, le lettere delle condannate, dei familiari, le raccomandazioni dei politici. Il saggio ha per sottotitolo Una storia giudiziaria. Ma è assai di più, un test impressionante, un’angosciante storia degli italiani, del loro carattere, della loro mancanza di senso dello Stato.

Dopo la Liberazione l’Italia avrebbe dovuto e potuto esser nuova, espressione della Costituzione della Repubblica costata sangue e dolore a chi, una minoranza certo, disse no al fascismo e a quanti sulle montagne si batterono contro i nazisti e i fascisti, un momento di dignità e di riscatto.
Che cosa è accaduto a quelle donne responsabili di efferati delitti, stragi, torture, saccheggi, ignobili cacciatrici di ebrei, spie dei compaesani della casa accanto, nei villaggi più che nelle città, ladre, avide di soldi e di beni? Diventarono, neppure dieci anni dopo, ma anche assai prima, vittime, perseguitate politiche e se la cavarono a buon mercato. Qualcuna, come Adriana Paoli di cui l’autrice scrive nelle ultime pagine del libro, condannata a trent’anni per collaborazionismo e per concorso in omicidio volontario plurimo, restò in carcere sette mesi in tutto.

E colpiscono le lettere dei figli della Paoli, scritte certamente da avvocati che avevano ben captato il respiro del tempo — gli anni Cinquanta — inviate al guardasigilli Aldo Moro. Lettere colme di buoni sentimenti, «religione e famiglia», «la sua squisita bontà cristiana», il suo «cuore di padre»: «Nella vostra diuturna fatica vi seguiranno le preghiere che ogni sera rivolgiamo alla Beata Vergine affinché vi dia sempre forza nell’operare nell’interesse del nostro popolo».

Il «vento del Nord» aveva smesso da tempo di soffiare. La guerra fredda nel mondo e, qui da noi, il qualunquismo, il centrismo democristiano, la Chiesa di Pio XII e delle Madonne Pellegrine, la sconfitta delle sinistre nel 1948, la rimozione del passato, il revanscismo, l’eterno italico vogliamoci bene, l’anticomunismo che sanava ogni male e ogni memoria e anche la necessità di creare il barlume di un’idea di nazione, fecero resuscitare la vecchia Italia delle compromissioni e dell’ambiguità. Il Movimento sociale nascente, tra l’altro, si ispirava all’esperienza di Salò più che al fascismo del ventennio.

Nell’autunno del 1943 non erano state poche le ragazze che si erano arruolate nelle formazioni saloine, la X Mas, la Gnr e poi le Brigate nere. Nacque il Saf, il Servizio ausiliario femminile; nel 1945 contava 6.000 soldatesse. Tra loro chi credeva sinceramente nella rinascita del fascismo dopo il tradimento del re. Ma a prevalere furono le donne che giocavano alla guerra in pantaloni e mitra. L’ambizione era di prender parte al conflitto civile: combattere doveva essere «strumento di emancipazione e di partecipazione alla vita della patria», scrive la Nubola. E l’arruolamento era anche un giudizio negativo nei confronti degli uomini, «vigliacchi, privi di onore, non all’altezza del momento storico».

Dai quaranta casi processuali presi in esame risulta che l’amor di patria era il più delle volte una retorica fantasia.Fasciste di Salò è anche un libro di psicologia criminale, il tentativo di capire, al di là di ogni implicito giudizio morale, le ragioni di tanti comportamenti aberranti. Persino in guerra, infatti, possono essere rispettate certe regole che, nelle vicende raccontate, vanno invece alla ventura.
Sono terrificanti i delitti per cui le donne repubblichine, spesso in divisa tedesca, armate, furono condannate. L’atrocità, difficile da ricordare, nei confronti dei partigiani prigionieri, il godere delle loro sofferenze, le torture, l’avidità di denaro, la crudeltà belluina e compiaciuta, il clima delle Ville Tristi dove le donne ebbero una funzione non secondaria, la delazione come regola, l’inimmaginabile ferocia, la naturalezza con cui indicavano ai nazisti gli antifascisti da catturare e da uccidere.

Un episodio: «La Barocci (una fascista marchigiana, condannata a morte, amnistiata, assolta) e altri camerati condussero il militare (un soldato sardo sbandato) nello spiazzo retrostante la caserma della Gnr e lo costrinsero a correre intorno al largo cratere di una bomba, finché cadde esausto. Allora lo fucilarono e lo seppellirono in quella stessa buca coprendolo sommariamente, tanto che una mano del soldato affiorava dalla terra». Giustizia non è stata fatta.

Il maresciallo Graziani, comandante dell’esercito di Salò, condannato a 19 anni di carcere da un tribunale militare, usufruì di un condono che gli diede la libertà tre mesi dopo la sentenza. Junio Valerio Borghese, a capo della X Mas, imputato di responsabilità dirette in 43 omicidi, fu condannato a 12 anni di carcere, ma ottenne immediatamente la libertà. L’amnistia del guardasigilli Togliatti, del 22 giugno 1946, motivata dalla «necessità della riconciliazione e della pacificazione di tutti i buoni italiani» fu rovinosa.

Le amnistie, gli indulti, le grazie concesse furono una catena. La legge del 18 dicembre 1953, la liberazione condizionale ai condannati per reati politici indipendentemente dalla pena espiata o da espiare, per semplice iniziativa del guardasigilli, mise la parola fine a quel disturbante problema dei collaborazionisti con il tedesco invasore e dei loro delitti. Il perdonismo ha vinto. L’idea di giustizia e libertà è stata sconfitta. Un equilibrio e una misura nel giudizio e nell’agire avrebbe contribuito a render più credibile la Repubblica, creando nei cittadini fiducia nella legge e nella giustizia, oltre che nella politica.

2 agosto 2016 (modifica il 2 agosto 2016 | 23:10)

Accogliere i migranti islamici? Non invitate i lupi tra le pecore"

Sergio Rame - Mar, 02/08/2016 - 22:12

L'arcivescovo Gyula Márfi: "L'Europa riscopra le radici cristiane". Senza si crea un vuoto che viene colmato dai migranti



Da Veszprém, dittadina di 60mila abitanti dell'Ungheria, arriva un mionito netto a tutta l'Europa. "Il fatto che adesso c’è una pressione così forte (di migranti, ndr) sull'Europa, non è un caso.
Dietro c'è una volontà di conquista". A lanciare l'allarme è l'arcivescovo Gyula Márfi che, in una intervista al Timone, ha invitato Bruxelles a riscoprire le proprie radici cristiane per non consegnare l'Europa all'islam. "Se buttiamo via tutto questo, non ci resta niente - avverte - la nostra cultura perde il suo senso".

Secondo l'arcivescovo Gyula Márfi, il problema vero male dell'Europa è l'abdicazione ai nostri valori morali. In questo caso, spiega, "la sessualità, l’amore, l’affetto e la vita si distaccano gli uni dagli altri" e "si crea non solo un vuoto ideologico ma anche demografico". Vuoto che viene colmato dai migranti e, in modo particolare, dai musulmani. "Non ho mai disonorato i musulmani ma la loro morale è completamente diversa dalla nostra - precisa l'arcivescovo di Veszprém - quello che per noi è un peccato, per loro è una virtù. 

Ciò che secondo noi non è una colpa così grave, per loro è un peccato mortale". E fa un esempio: per i musulmani ingannare un kafir (un miscredente) è un atto particolarmente buono. "Dobbiamo considerare questo, senza giudicarli - continua - essuno vuole fargli del male, neanche io li odio, anzi gli voglio bene e li rispetto. Prego per loro tutti i giorni. Non è colpa loro se vogliono occupare l’Europa, ma è colpa nostra".

Nell'intervista Márfi fa notare che il jihad impone ai musulmani di espandersi nel mondo. Sono, infatti, chiamati a rendere dar al islam, cioè territorio islamico, la maggior parte della terra, introducendo la shariʿah. "Il fatto che adesso c’è una pressione così forte sull'Europa, non può essere un caso, ma certamente c'è una volontà di conquista - spiega - per questo li appoggiano le banche arabe. Non li fanno entrare in Qatar o negli Emirati Arabi Uniti, ma gli danno i soldi e li incitano ad emigrare da noi". Per l'arcivescovo ungherese l'immigrazione non ha solo cause, ma anche scopi. Come per esempio la destabilizzazione dell’Europa e dell'Eurozona.

A papa Francesco che, in più di un'occasione, ha spiegato che nell'immigrato cacciato c'è Cristo, l'arcivescovo Márfi replica usando le parole di Gesù che disse "siate miti come le colombe", ma anche "siate intelligenti come i serpenti". "Solo perché vogliamo bene ai lupi, in quanto creazioni di Dio, non li facciamo entrare tra le pecore, anche se arrivano in veste di pecore - conclude - al Santo Padre non conviene dichiarare certi pensieri in maniera forte perché allora i musulmani possono vendicarsi sui cristiani del Medio Oriente".

Pantani, gup archivia inchiesta sull'esclusione dal Giro nel 1999

Il Mattino
 
immagine Pantani, gup archivia inchiesta
sull'esclusione dal Giro nel 1999

Il gup di Forlì Monica Galassi ha archiviato il procedimento, aperto dalla Procura di Forlì, sull'esclusione dal Giro d'Italia 1999 di Marco Pantani. Respinta la richiesta della famiglia del ciclista di proseguire le indagini e spostare il fascicolo a Napoli, visto il presunto intervento della criminalità organizzata nell'esclusione. Lo riportano «Corriere Romagna» e «Resto del Carlino». Accolta così la tesi della Procura che aveva chiesto l'archiviazione.

Ma che mondo è?

Nino Spirlì

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(distribuzione di bruschetta pseudodivina ad infedeli)

Vaffanculo! Sì, Vaffanculo alla scempiaggine umana. Alla sua ottusa stupidità da sinedrio del terzo millennio. Al pressappochismo cristiano, che distribuisce Corpo di Cristo agli infedeli maomettani. Al volemosebbene anche sgozzati. A questa fiera di vomitevole fintume pseudofraterno. Vaffanculo alla falsa fede, farisea fino al piloro, e alla immorale pietà da centro commerciale dei sentimenti.

A chi, delinquente,  cocciutamente sbarca e a chi mefistofelicamente lo accoglie a pagamento. A chi, avido più di un cefalo, mette a disposizione grandi alberghi per accumulare dollaroni coccolando zozzoni che smadonnano se la pasta è pasta.

Vaffanculo all’europina dei burocrati papponi, che sta distribuendo soldi nostri alle mafie e alle mafie e alle mafie, facendo finta che siano Chiesa di Dio e Casa Comune di ogni nato.

A tutti i leccacandele che, per salvarsi l’anima pubblica, sporcano l’anima vera. Pensano diavoli e predicano mielose parole di pace. Finti. Come le candele di plastica che ardono sugli altari delle chiese, rette, purtroppo sempre di più, dal peggio che i seminari abbiano potuto partorire negli ultimi decenni.

E Vaffanculo a me, che, nonostante questo troiaio, non ce la faccio mica a odiare il mio Occidente, che si consegna al boia senza nemmeno cantare l’Osanna, per non disturbare le orecchie del carnefice. A me, che credo sempre che, alla fine, da questa dolorosissima croce partirà un raggio di Luce Divina e Speranza di Nuova Vita.

Sì, la Speranza che questo mondo orrendo, impastato di approssimazione e vuotezza assoluta, grasso di hamburger di carne marcia e ricostituita, ubriaco di bollicine cancerogene, insanguinato dall’odio maomettano, possa ritrovare la propria Identità. Possa tornare ad essere un Mondo di Popoli e non una massa informe di bolo umano senz’anima e senza dignità. Quel Mondo in cui la Russia parlava russo e abitava dagli Urali alla Camchatka, l’Italia confinava con la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Jugoslavia. Bergoglio abitava in Argentina e Ratzinger era il dotto e ispirato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. O quando gli States si chiamavano l’America e l’Africa era nera. La Cina lontana e l’Australia, un aerogramma azzurro scritto e spedito da mia zia Teresa, emigrata ad Adelaide.

Oppure, più credibilmente, il mondo in cui Gheddafi e Saddam erano vivi e garantivano equilibrio. Stabilità. Mubarak era al posto giusto e arginava lo strapotere degli arabi. La merkel e sarkozy non ridacchiavano a sproposito e obama non li lisciava come gattini bagnati dal temporale.

Ora, che mondo è?

Abbiamo due tonache bianche che non fanno un Papa, governi in giro per il pianeta a cui non tieni su le braghe manco col fil di ferro, mafioneria spavalda e strapotente che comanda sulle nostre ormai misere esistenze, e sette miliardi e più di rincoglioniti che, pur di difendere il proprio smartphone acquistato a rate come un materasso a molle, si farebbero inculare anche dal più malato dei marziani.

Che mondo è?

E il nostro Occidente, terra di grandi rivoluzionari e storiche ghigliottine, che mondo è? Siamo davvero così codardi da farci sodomizzare l’anima senza fiatare? Siamo veramente così vigliacchi da consegnare la nostra Storia a queste orde musulmane, senza combattere fino all’estremo sacrificio? Siamo così morti?

Fra me e il nulla…

Abbasso la guerra! Né uomini né soldi

Benito Mussolini - Mer, 03/08/2016 - 09:59

Per ripercorrere la storia del Mussolini giornalista, il Giornale fino al 31 agosto pubblicherà ogni giorno un articolo del futuro Duce. Oggi pubblichiamo un pezzo apparso sull’Avanti! il 26 luglio 1914, due giorni prima della Guerra



Benito Mussolini, come ha scritto lo storico Francesco Perfetti, è stato - al di là del giudizio della Storia come uomo politico - uno dei grandi giornalisti del suo tempo (e il primo a usare la stampa come arma di propaganda).
Per ripercorrere la storia del Mussolini giornalista, il Giornale fino al 31 agosto pubblicherà ogni giorno un articolo del futuro Duce. Oggi pubblichiamo un pezzo apparso sull’Avanti! il 26 luglio 1914, due giorni prima della Guerra.

L'ipotesi terribile che non volemmo formulare ieri perché un ultimo barlume di speranza ci sorreggeva, è divenuta, oggi, realtà di fatto. Il termine fissato dall'Austria è trascorso e la risposta della Serbia è stata trovata «insufficiente» dal Governo austriaco. La diplomazia non ha più nulla da dire o da fare: ora entrano in scena gli eserciti. È la guerra! Le responsabilità della catastrofe sono già fissate. Esse ricadono in massima parte sull'Austria-Ungheria. La Nota consegnata alla Serbia era un ultimatum. Ognuna delle «ingiunzioni» in essa contenute era - dice la consorella Arbeiter Zeitung - «una negazione dell'indipendenza della Serbia». Quella Nota, prosegue il foglio socialista viennese, non ha precedenti nella storia del nostro tempo.

Il Partito militare austriaco voleva la guerra: ecco la realtà. Senza questo obiettivo, da raggiungersi nel più breve tempo possibile, le trattative diplomatiche si sarebbero svolte in modo diverso. La situazione, dal punto di vista dell'Italia, si presenta in questi termini: se il conflitto rimane isolato fra l'Austria e la Serbia la guerra non potrà durare lungamente. Se l'Italia non avesse una diplomazia la cui inettitudine è ormai riconosciuta da tutti (quel marchese Di San Giuliano è proprio un disastro nazionale!) compito dell'Italia sarebbe quello di adoprarsi a concludere rapidamente il conflitto guerresco e a tenersi intanto in atteggiamento di assoluta neutralità. Ma se la Russia scende in campo, allora la guerra austro-serba diventa guerra europea. L'Austria sarà appoggiata dalla Germania (le dichiarazioni degli «ufficiosi» tedeschi non lasciano alcun dubbio in proposito) e la Russia dalla Francia.

L'atteggiamento dell'Inghilterra è incerto. Da quanto si sa essa non ha «impegni» formali né colla Russia né colla Francia. D'altra parte il linguaggio di molti giornali inglesi è tutt'altro che ispirato da simpatia verso la Serbia. E l'Italia? Nel caso deprecato di una conflagrazione europea, qual è il suo posto? Accanto all'Austria contro la Francia? Noi non sappiamo quali siano i «patti» segreti di quella Triplice che fu così precipitosamente rinnovata dai monarchici all'insaputa e contro la volontà dei popoli; sappiamo solo e sentiamo di poterlo dichiarare altamente, che il proletariato italiano straccerà i patti della Triplice se essi lo costringessero a versare un sola goccia di sangue per una causa che non è sua. Anche nel caso di una conflagrazione europea, l'Italia, se non vuole precipitare la sua estrema rovina, ha un solo atteggiamento da prendere: neutralità assoluta.

O il Governo accetta questa necessità o il proletariato saprà imporgliela con tutti i mezzi. È giunta l'ora delle grandi responsabilità. Il proletariato d'Italia permetterà dunque che lo si conduca al macello un'altra volta? Noi non lo pensiamo nemmeno. Ma occorre muoversi, agire, non perdere tempo. Mobilitare le nostre forze. Sorga, dunque, dai circoli politici, dalle organizzazioni economiche, dai Comuni e dalle Provincie dove il nostro Partito ha i suoi rappresentanti, sorga dalle moltitudini profonde del proletariato un grido solo, e sia ripetuto per le piazze e strade d'Italia: «Abbasso la guerra!». È venuto il giorno per il proletariato italiano di tener fede alla vecchia parola d'ordine: «Non un uomo! Né un soldo!». A qualunque costo!
26 luglio 1914

La truffa dell'estate: ​l'sms che ruba i dati

Claudio Torre - Lun, 01/08/2016 - 19:47

Fate molta attenzione alla truffa dell'estate che arriva sullo smartphone. Di fatto bisogna stare attenti agli sms che arrivano sul cellulare



Uno di questi parla di un'improbabile lotteria a cui avrebbe partecipato l'utente cercando poi di ottenere diversi dati sensibili. A segnalare la truffa sono state centinaia di persone che si sono rivolte alla polizia postale. Dopo l'ennesimo episodio, sono stati proprio gli agenti della polizi, con un post sulla pagina Facebook 'Una vita da social', a mettere in guardia chi usa lo smartphone. "Congrat: hai vinto 1.856.432 euro. Numero vincente è 091834434548. Invia email per maggiori informazioni e richiedere il tuo premio: ecrediti.lotteria15@gmail.com", si legge nel messaggino.

Ma fate attenzione: l'indirizzo mail che viene indicato, di fatto potrebbe essere diverso da utente a utente. I malcapitati che hanno scritto una mail hanno ricevuto innanzitutto la richiesta di alcuni dati personali e inolte anche la richiesta di denaro: tra i 400 e i 600 euro "per saldare gli obblighi fiscali e sbloccare la vincita". Ovviamente si tratta di un raggiro a cui bisogna porre molta attenzione. E nel caso dovesse arrivarvi questo sms evitate di rispondere alla mail e segnalate l'accaduto alla polizia postale.

#estatedellavita - Quando Celentano mi disse: “Noi due non litigheremo mai”

La Stampa
bruno gambarotta




La rubrica «#estatedellavita» ospiterà i racconti e i ricordi dei nostri lettori. Per tutto agosto pubblicheremo i loro contributi (3000 battute, possibilmente corredate da foto). Abbiamo iniziato con i racconti di quattro scrittori (ieri Giuseppe Culicchia, oggi Bruno Gambarotta, domani Ester Armarino e venerdì Gianni Farinetti). Sabato proseguiremo con quelli dei nostri lettori.

Torino, 23 giugno 1987, ore 23. È la vigilia della festa di San Giovanni, si sentono in lontananza i botti dei fuochi d’artificio. Squilla il telefono, è Mimmo Scarano, era il mio direttore alla Prima Rete della Rai quando, dieci anni or sono, ho lasciato viale Mazzini per tornare a Torino. Abbiamo pensato a te, mi dice, per affiancare Celentano che condurrà «Fantastico»; ha delle idee grandiose e c’è bisogno di qualcuno che gli spieghi la nostra macchina organizzativa. Ti trasferisci a Roma per sei mesi, avrai carta bianca.

Quando, un mese prima, ho compiuto 50 anni ho pensato: i giochi della mia vita sono fatti, andiamo avanti così, sto facendo un lavoro che mi piace al punto che non vorrei mai andare in vacanza. Mimmo non mi dà il tempo di riflettere: «Ti passo Mario Maffucci». È il capo struttura di Rai Uno da cui dipende il programma; mi dà appuntamento per la mattina dopo a Milano: da lì con un’auto andremo a Galbiate, a incontrare Celentano. Sapevano già che avrei accettato la loro proposta; mia moglie non si oppone. Non ho mai conosciuto di persona Adriano, le sue canzoni mi piacciono, le canticchiavo ai figli piccoli che si affrettavano a terminare il pasto. 

La villa di Galbiate è un grande trullo bianco, tagliato a fette orizzontali e posate fuori asse una sull’altra. Viene Adriano ad aprire la porta, mi vede ed esclama: «Tu sei Gambarotta» e io, di rimando: «E tu sei Celentano». Nasce in quel momento un’amicizia, analoga a quelle che si formano nei primi anni di scuola, lui mi ha sempre chiamato usando solo il cognome. Inizia un’estate frenetica fra Roma, Galbiate e Bordighera, dove la famiglia di Adriano possiede un appartamento al Grand Hotel del Mare. 

Siamo lì alla vigilia di Ferragosto; è sera, Adriano mi chiede di accompagnarlo a passeggiare sulla battigia, con noi c’è mio figlio Lorenzo, 17 anni, in vacanza con gli amici, passato a salutarmi. Siamo al buio, in lontananza, sotto la luce di una lampadina, seduti attorno a un tavolo con Claudia Mori ci sono gli autori del programma che discutono animatamente, alzando la voce. Adriano mi mette un braccio attorno al collo e li indica:

«Li vedi quelli? Con ciascuno di loro prima o poi finirò per litigare. Con te non succederà mai». A me lo dici, che ogni volta che rileggo «Cuore» mi metto a piangere? Fra i miei compiti c’è quello di spiegare ad Adriano il regolamento dei due giochi dello sponsor, ma lui ha altro per la testa, si fa carico di tutto, compresa la direzione artistica. Così il 3 ottobre 1987, la sera della prima, al momento di spiegare un gioco legato al caffè Splendid, non ne chiarisce il meccanismo.

Durante la preparazione della seconda puntata Adriano decide: «Fatti dare un microfono, al momento del gioco ti chiamo e lo spieghi tu». Nella puntata del 10 ottobre, alle 11 di sera, Adriano mi chiama in video, nasce una gag che si ripeterà per tutte le altre puntate. La mattina dell’11 ottobre il barista che da un mese tutte le mattine mi scalda il cappuccino mi chiede l’autografo. 

Himmler, feroce aguzzino, tenero padre e marito

La Stampa
alessandro alviani

La Bild svela i volumi mancanti dei diari del capo delle Ss. L’ispezione delle camere a gas di Sobibor: 400 donne fatte arrivare apposta per la dimostrazione, poi la festa


Himmler visita un campo di prigionieri russi a Minsk nel 1941

Ci sono voluti anni per leggerle, digitalizzarle, ordinarle nel loro contesto storico, decifrare il senso di quella miriadi di incontri, telefonate e viaggi annotati con la stessa minuziosità di un contabile. Ora le agende del capo delle SS e organizzatore dell’Olocausto, Heinrich Himmler, relative agli anni 1938, 1943 e 1944 sono state rese pubbliche per la prima volta e diffuse in parte dalla Bild. Non si tratta di veri e propri diari, ma di calendari dettagliati. Oltre mille pagine in tutto. 

Mille pagine battute a macchina che aiutano a ricostruire meglio la figura di Himmler, che una volta chiede per il campo di concentramento di Auschwitz dei cani da guardia capaci di sbranare «chiunque ad eccezione dei guardiani»; un’altra ancora propone di salvare le truppe delle SS accerchiate a Stalingrado con le stesse razioni disidratate usate dai soldati di Gengis Khan; un’altra ancora, il 12 febbraio 1943, decide di controllare personalmente l’«efficacia» delle uccisioni col gas nel campo di sterminio di Sobibor (400 ragazzine e donne vengono fatte arrivare apposta per lui da Lublino, visto che non ci sono trasporti in programma quel giorno) e in seguito festeggia con un banchetto con le SS.

3 gennaio 1943. 9,30: colazione. Dalle 10 alle 12: massaggio col suo medico personale Felix Kersten. 12,50: telefonata a «Mami e Puppi». «Mami» è l’appellativo con cui Himmler chiamava sua moglie Margarete, «Puppi» («bambolina») è sua figlia, Gudrun. La stessa sera Himmler ordina l’uccisione di un gruppo di polacchi che il giorno prima avevano dato l’assalto a un posto di polizia a Zarnowiec, nella Polonia occupata, nonché l’arresto e la deportazione in un campo di concentramento dei loro familiari. 

«È una di quelle scene che non riesco a togliermi dalla mente e che dimostrano la sua estrema spietatezza nei confronti delle vittime e, per contrasto, il suo essere affettuoso in privato», spiega al telefono il professore Nikolaus Katzer, direttore dell’Istituto tedesco di storia di Mosca. È il suo istituto ad aver scoperto il materiale nell’archivio centrale del ministero della Difesa russo a Podolsk. Il ritrovamento, spiega, risale a 7-8 anni fa; solo negli ultimi tre anni, però, sono stati intensificati i lavori per interpretare quelle carte grazie alle quali, nota, «viene colmato un vuoto, quello degli anni 1943-1945». Non si tratta infatti delle prime agende di Himmler tornate alla luce: già anni fa sono state pubblicate le agende relative al periodo 1940-1942.

I calendari diffusi adesso, chiarisce il professor Katzer, contengono soprattutto «nuove informazioni su come Himmler tentò in modo risoluto di estendere la sua influenza nel sistema di comando del regime nazista e di trasferire sempre più competenze alle SS o alla polizia». Dalle agende, cioè, «emergono in modo particolarmente chiaro le ambizioni di Himmler di allargare la sua sfera di potere attraverso i suoi contatti personali».

La capillarità di tali contatti e il suo ruolo centrale nel sistema nazista diventano ora «ancora più chiari», aggiunge il ricercatore Matthias Uhl, che ha studiato il materiale. Una rete di contatti vastissima: in meno di due anni e mezzo, tra il 1943 e il 1945, Himmler incontra oltre 1600 persone. Tra queste ci sono più volte anche il Duce e altri gerarchi fascisti, come dimostrano alcune pagine delle agende visionate da La Stampa. Il 20 luglio 1944, il giorno del fallito attentato del colonnello Claus von Stauffenberg ad Adolf Hitler, Himmler va a prendere nel pomeriggio Benito Mussolini alla stazione di Görlitz e lo accompagna da Hitler alla Wolfsschanze (la Tana del Lupo).

Il 15 settembre del 1943, pochi giorni prima della nascita della Repubblica sociale italiana, Himmler annota tra l’altro una cena col «Führer e il Duce» alle 20,45 e alle 23 un incontro presso «Exzellenz Ricci» (Renato Ricci, comandante della Guardia nazionale repubblicana nella Rsi), col quale torna nella Wolfsschanze all’1,15. Tre giorni dopo, il 18 settembre, giorno in cui Mussolini annuncia la nascita della Rsi, Himmler incontra alle 17,30 «Exzellenz Tassinari», quel Giuseppe Tassinari al quale la Germania nazista pensava, prima della liberazione di Mussolini, di affidare la guida della Rsi.

Magdi Allam svergogna l'imam in tv: "Sapete davvero cosa ha letto in chiesa?". E lui gela

Libero

Tra i pochi imam che hanno partecipato alla Messa della domenica in Italia, c'è stato quello di Bari, Sharif Lorenzini, già protagonista di accese discussioni nei talk per le sue posizioni non sempre chiarissime a proposito dell'islam politico. Lo scorso luglio era nella cattedrale di Bari dove ha recitato alcuni versetti del Corano. Quali abbia scelto però non lo sapeva neanche il sacerdote accanto a lui. A svelare l'arcano ci ha pensato il giornalista Magdi Cristiano Allam nel corso della trasmissione Dalla vostra parte condotto su Rete4 da Maurizio Belpietro. Allam ha spiegato che l'imam ha letto l'Aprente:

"Ovvero dei versetti che recitano queste parole: 'Allah guidaci sulla retta via, la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nella tua ira, né di coloro che vagano nell'errore". Poi Allam fornisce all'imam e ai telespettatori l'interpretazione dei versi: "Tutti i teologi islamici concordano sul fatto che 'coloro che hai colmato di grazia' sono i musulmani, 'coloro che sono incorsi nella tua ira' sono gli ebrei, 'coloro che vagano nell'errore' sono i cristiani. Quindi lei - rivolgendosi sempre all'imam - in chiesa ha di fatto letto versetti che riguardano i miscredenti, ovvero i cristiani e gli ebrei".

Resta il dubbio se Lorenzini abbia voluto inscenare una provocazione o meno, ma di certo la sua espressione imbarazzata durante la trasmissione dice più di mille parole.

Il GalAttico

La Stampa
 massimo gramellini



Premesso che ho un debole per i suoi giochi di parole e l’arguzia di certe sue rime («arrivi portando brividi e scappi lasciando lividi»), mi domando perché un giovanotto avveduto come Fedez abbia avvertito il bisogno di mostrare al mondo intero, tramite Facebook, le foto della propria piscina scavata in cima a un grattacielo che già per il solo fatto di trovarsi a Milano non potrà che essere «esclusivo».

Molti seguaci del cantante-che-parla lo hanno tacciato di incoerenza: se fai i soldi criticando il capitalismo, poi dovresti evitare di ostentarne i simboli. Più in generale, le foto hanno prodotto il solito conato di invidia sociale, che non è uno dei tratti della nostra epoca ma di tutte le epoche, specie in questo Paese ipocritamente cattolico che non ha mai considerato la ricchezza un premio di cui vantarsi ma un privilegio di cui vergognarsi. 

Il web non ha inventato l’invidia sociale, però ha sancito la fine del divismo. Una divinità è tale finché abita su un Olimpo inaccessibile. Mentre il web è l’esatto contrario dell’Olimpo. Rende orizzontale ciò che un tempo era verticale. Perciò i veri divi se ne tengono alla larga. Il web è la Terra. E quando un divo scende sulla Terra ci trova gli esseri umani. Armati di vaffa.

Un palo della luce in mezzo alla nuova pista ciclabile di Alessandria

La Stampa
valentina frezzato

In via Pavia nella strada di fronte alla Cittadella. Il Comune: “Spostarlo avrebbe lasciato troppo tempo la zona al buio”


Il palo «incriminato» nella foto di Federica Castellana per La Stampa

La pista ciclabile in via Pavia che fronteggia la Cittadella con il lampione nel mezzo ha fatto ridere mezza città di Alessandria. Anche perché è di nuova costruzione. Sulla questione, il Comune risponde attraverso Marco Neri, responsabile dei lavori. Questa la giustificazione: «Rimuovere i lampioni avrebbe significato lasciare la strada completamente al buio a lungo. I nuovi punti luce saranno installati a lavori ultimati». 

Via

La Stampa
jena

Adesso i dirigenti della Rai si occupano anche di odonomastica: “Via Berlinguer”.

Il cane doveva essere soppresso, ma una veterinaria ha cambiato il finale della storia

La Stampa
giulia merlo



Un difetto che a occhi inesperti sembra puramente estetico spesso comporta per i proprietari di cani la scelta di ricorrere all’eutanasia. E’ il caso del piccolo Bronson, un cucciolo color cioccolata nato con il labbro leporino, che però ha avuto la fortuna di incontrare sulla sua strada una veterinaria che non era disposta a darsi per vinta.



I suoi proprietari avevano deciso di abbatterlo perchè i cuccioli con il labbro leporino hanno scarse possibilità di sopravvivere dopo la nascita. «Questa deformazione, infatti, danneggia il palato e i cuccioli non sono in grado di succhiare il latte materno per cui spesso muoiono per denutrizione», ha spiegato la veterinaria che lo ha salvato.



La donna, infatti, ha adottato Bronson e lo ha tenuto con sè durante lo svezzamento, allattandolo con una siringa ogni due ore per una settimana, fino a che il cucciolo ha smesso di essere in pericolo di vita.



Alla fine, poi, ha anche deciso di sottoporlo all’operazione chirurgica per correggere il difetto, e ora Bronson è un cagnolino sano e pieno di voglia di giocare e la veterinaria non ha alcuna intenzione di separarsi da lui.