venerdì 5 agosto 2016

Pirateria online, chiude Torrentz, il motore di ricerca dei torrent

Corriere della sera

di Chiara Severgnini

La notizia arriva a poche settimane dall’arresto del presunto fondatore di Kickass Torrents. Il portale, nato nel 2003, era tra i più utilizzati


Il sito è ancora accessibile, ma cliccando su “search” si ottiene solo un messaggio di addio: Torrentz, uno dei più grandi portali per la ricerca di file torrent, ha chiuso dopo 13 anni. La descrizione del servizio, presente da sempre nell’homepage, ora è al tempo passato: «Torrentz era un metamotore di ricerca gratuito, veloce e potente che combina i risultati di dozzine di motori di ricerca». La notizia è arrivata senza alcun preavviso, e per la stampa specializzata segna «la fine di un’era».
Motore di ricerca «pirata»
Fondato nel 2003 e basato in Europa, probabilmente in Finlandia, Torrentz era un punto di riferimento per la comunità torrent: grazie alla sua interfaccia minimal e user friendly era tra i più utilizzati, anche da utenti poco esperti, per scaricare film, serie tv e musica, ma anche giochi, libri e programmi. Senza pagare, ovviamente. Si trattava di un metamotore di ricerca, cioè di una piattaforma che indicizzava file torrent collocati in altri portali. Tra essi, anche Kickass Torrents, il cui presunto fondatore Artem Vaulin è stato arrestato dalle forze dell’ordine statunitensi in Polonia poche settimane fa.

Dopo il fermo di Vaulin, incastrato a causa di un acquisto su iTunes, Kickass Torrents aveva smesso di funzionare. Ora è toccato a Torrentz, e c’è chi ipotizza che il suo fondatore - noto come Flippy - abbia scelto di chiudere il portale per evitare di fare la stessa fine del collega. Il portale di informazione della comunità torrent, TorrentFreak, scrive di aver contattato Flippy: «Per ora - si legge - preferisce non commentare la notizia».

5 agosto 2016 (modifica il 5 agosto 2016 | 10:46)

I falsari della Vespa finiscono in trappola

La Stampa
alessandro ballesio

Tre collezionisti di Novara e Massa Carrara hanno messo in commercio motoveicoli d’epoca per 100 mila euro, con documenti e numeri di telaio finti: denunciati dalla Polstrada di Vercelli



In un anno tutt’altro che casuale - la Vespa spegne 70 candeline e il mondo dei motori festeggia - tre appassionati collezionisti hanno sfruttato a modo loro l’enorme cassa di risonanza delle celebrazioni: tra Novara e la Toscana, la patria dello scooter più famoso del mondo, hanno messo in piedi un sistema di riciclaggio e ricettazione di due ruote d’epoca. La polizia li ha scoperti dopo una soffiata: uno di loro, un novarese incensurato, sulla carta tecnico specializzato nella realizzazione di impianti elettrici, aveva messo in vendita su internet, alcuni veicoli d’epoca di provenienza ignota, tra cui un gioiello raro: un pregiatissimo esemplare di Vespa 98, la prima della serie, del valore di circa 80 mila euro.

La squadra di polizia giudiziaria della Polstrada di Vercelli l’ha chiamata «Operazione vespaio»: sono stati denunciati due uomini di 40 e 41 anni e una donna di 57 per i reati di falso e riciclaggio. Gli agenti hanno sequestrato quattro motoveicoli, per un valore di circa 100 mila euro, e di oltre 120 documenti di circolazione falsi, tra licenze di circolazione d’epoca e fogli complementari.
L’operazione ha preso il via un anno fa. Dopo appostamenti e successive perquisizioni, i poliziotti hanno scoperto la rete dei tre appassionati di Vespa, residenti tra le province di Massa Carrara e Novara: abbinavano carte di circolazione e certificati di rilevanza storica falsi a motoveicoli prodotti negli anni ’50 e ’60 di ignota provenienza, sui quali venivano poi riprodotti numeri di telaio di comodo relativi a motoveicoli radiati o demoliti da oltre 20 anni.

La condizione ideale per la banda, visto che fino agli anni Settanta non tutti i motoveicoli erano catalogati e registrati all’interno degli archivi del PRA: lo sapeva bene uno degli indagati, poiché titolare di un agenzia di pratiche auto con sede in Toscana, specializzata nella re immatricolazione di questo tipo di mezzi. L’attività investigativa ha permesso, inoltre, di appurare che qualora i malviventi non fossero riusciti a procurarsi un documento d’epoca falso, gli indagati avrebbero reperito documenti di circolazione «genuini» presentando agli Uffici del PRA e della Motorizzazione civile false denunce di smarrimento, chiedendo di emettere duplicati.

L’attività di riciclaggio si concludeva apponendo false targhe d’epoca: a quel punto le Vespa potevano essere vendute con annunci su internet. E entrare nel mondo virtuale di appassionati come loro: la rete commerciale ha attecchito in modo particolare in Piemonte e in Toscana, due «patrie» dello scooter progettato da Corradino D’Ascanio e celebrato come una star.

Le intercettazioni coi trojan arrivano in Parlamento: ecco cosa prevedono

La Stampa
carola frediani

Con un emendamento i virus informatici entrano nella riforma del processo penale. Con poche garanzie, e una visione parziale del loro utilizzo



Il tema dell’utilizzo di virus informatici in indagini giudiziarie è tornato in questi giorni in Parlamento. Ma in modo parziale e confuso. Il che potrebbe spianare la strada a un via libera spensierato ancorché contraddittorio per un tipo di strumento investigativo considerato da quasi tutte le parti tanto delicato quanto invasivo e problematico.

IL DISEGNO DI LEGGE SULLA RIFORMA DEL PROCESSO PENALE
È successo infatti che i captatori informatici - definizione usata quando i trojan, software malevoli che infettano un pc o uno smartphone e lo controllano da remoto, sono usati dallo Stato a fini investigativi - siano entrati a gamba tesa nel provvedimento di modifica del processo penale, in una seduta notturna della commissione Giustizia di Palazzo Madama. Stiamo parlando del disegno di legge del governo (DDL 2067) di riforma del processo penale, che affronta il tema del rafforzamento delle garanzie difensive e della durata ragionevole dei processi. E che, dopo essere stato licenziato dalla Camera un anno fa, è approdato al Senato. Il provvedimento include una serie di articoli che modificano alcune disposizioni del codice penale e di procedura penale ma anche una delega al governo per la riforma dei processi e dell’ordinamento giudiziario.

L’EMENDAMENTO SUI CAPTATORI
In questo quadro i captatori sono stati introdotti in un emendamento presentato dal Pd e poi approvato. Che cosa prevede? Di disciplinare le intercettazioni di comunicazioni o conversazioni tra presenti ottenute attraverso un trojan che attivi il microfono del dispositivo infettato. Il testo indica che l’attivazione del microfono debba avvenire solo su apposito comando inviato da remoto (e non in automatico con l’inserimento del captatore nel dispositivo). E che il trasferimento della registrazione audio fatta dalla polizia giudiziaria o dal personale incaricato sia fatto solo verso il server della procura. L’idea dei relatori è che questa misura basti a garantire “originalità e integrità” delle registrazioni.

L’attivazione del microfono del dispositivo è sempre ammessa, in qualsiasi luogo, compreso il domicilio privato, per mafia, terrorismo, e anche associazione per delinquere, ma solo per alcuni reati specifici (come la contraffazione di marchi; esclusi invece i reati contro la pubblica amministrazione). Mentre per tutti gli altri reati si può registrare anche nel domicilio - luogo protetto dalla nostra Costituzione - ma solo se lì si stia svolgendo l’attività criminosa.

Una distinzione che segue in realtà la falsariga di quanto espresso pochi mesi fa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Che aveva dato un via libera alla realizzazione di intercettazioni ambientali tra presenti raccolte coi trojan per alcuni reati, senza dover indicare preventivamente i luoghi - e quindi anche all’interno di dimore private e anche se lì non si sta commettendo un’attività criminosa. La deroga prevista dai giudici rispetto alle garanzie della legge italiana, che tutela il domicilio, riguardava quindi solo delitti di criminalità organizzata, terrorismo e associazione per delinquere (escluso il mero concorso di persone nel reato).

Tornando dunque all’emendamento approvato sui captatori informatici, questo prevede inoltre che i risultati delle intercettazioni raccolte coi trojan possano essere usati anche in procedimenti diversi, per altre tipologie di delitti, “a condizione che siano indispensabili per l’accertamento” degli stessi. Si tratta dei reati previsti dall’articolo 380 del codice di procedura penale che include anche il furto (con circostanze aggravanti) o delitti relativi a sostanze stupefacenti. Quindi, in soldoni, il trojan potrebbe essere inizialmente autorizzato, anche in casa, per indagare sui delitti previsti e, anche se questi non sussistono, le relative intercettazioni potrebbero essere riciclate per accertare e perseguire una serie di altri reati.

Infine, l’emendamento dice che tali programmi informatici devono essere conformi a dei requisiti tecnici stabiliti con un decreto ministeriale: una formula molto blanda, che non nomina procedure di verifica più sostanziose, avanzate in alcune proposte, come la presenza di un sistema di certificazione indipendente, o l’obbligo di depositare i loro codici sorgenti. Infine, l’emendamento afferma che non devono essere conoscibili, divulgabili e pubblicabili i risultati di intercettazioni che abbiano coinvolto occasionalmente soggetti estranei ai fatti per cui si procede - non spiegando però come ottenere un simile risultato.

E LE ALTRE FUNZIONI DEL TROJAN?
Queste sono dunque le indicazioni attuali sull’uso dei trojan presenti nel disegno di legge. Da notare che la visione dello strumento che ne esce è estremamente ristretta, concentrandosi solo sulla funzione di attivazione del microfono dei dispositivi. Vengono del tutto tralasciate le altre funzioni concomitanti dei trojan, che permettono di effettuare anche perquisizioni, sequestri, intercettazioni di comunicazioni e telematiche, oltre che intercettazioni ambientali (ribattezzate in tal caso “intercettazioni fra presenti”), e che lo rendono uno strumento di sorveglianza a tutto tondo. Così come non sono più incluse alcune “garanzie” che erano state formulate in una bozza di proposta di legge avanzata a giugno dal deputato del Gruppo Misto Stefano Quintarelli - e di cui avevamo scritto in anteprima su La Stampa.

L’EMENDAMENTO CADUTO
Parte di quella proposta di legge era stata infatti rimpacchettata dentro uno degli emendamenti al disegno di legge, l’emendamento Orellana-Battista. Che però è caduto al momento della votazione per assenza dei proponenti. L’emendamento Orellana-Battista - che quindi non è passato - prevedeva alcuni paletti in più. Ad esempio, se il captatore era autorizzato dal giudice solo per la registrazione audio tra presenti, andava espressamente esclusa, nel decreto autorizzativo, la possibilità di intercettare/captare con lo stesso anche flussi telematici o dati informatici. L’idea era quella di segmentare e delimitare le funzioni del trojan e il loro utilizzo, riducendo la tentazione di un utilizzo a 360 gradi, una volta installato.

Inoltre si affrontava il nodo della perquisizione e sequestro dei dati da remoto: il controllo dei dati via trojan andava autorizzato con un decreto che doveva indicare specificamente i dati in oggetto. Le procedure avrebbero dovuto garantire anche la conformità dei dati acquisiti a quelli originali, la loro immodificabilità e la loro protezione fino al momento dell’analisi dei dati nel contraddittorio tra le parti.

Infine, l’emendamento caduto prevedeva non solo che i captatori fossero conformi a dei requisiti tecnici stabiliti dal governo, ma che fosse individuato anche un processo di certificazione degli stessi, insieme a sistemi di verifica per garantirne l’imparzialità. La difesa avrebbe avuto anche il diritto a ottenere la documentazione relativa a tutte le operazioni eseguite tramite i trojan, dall’installazione fino alla loro rimozione; e la possibilità di chiedere al giudice di verificare che il captatore utilizzato rispettasse i requisiti previsti dalla normativa vigente.

Si tratta di misure di garanzia che in realtà scontentavano comunque alcuni degli avvocati e giuristi più critici nei confronti dell’uso dei trojan. Eppure neanche queste misure minime sono riuscite a entrare nel disegno di legge del governo. Che, a meno di profonde revisioni a settembre, quando riprenderà l’esame del testo, potrebbe diventare il cavallo di Troia per la legittimazione dei captatori. Legittimazione, perché va ricordato che nella pratica questi strumenti in Italia sono già usati da anni, sfruttando una sorta di limbo legislativo. E con un ampio margine di discrezionalità.

Il parroco bresciano: «Non voglio musulmani nella mia chiesa»

Corriere della sera

Don Mauro Renzi dopo l’iniziativa che ha portato i vertici musulmani a messa: «Per fortuna nessuno è venuto da me, non lascio recitare il Corano nella mia parrocchia»



Mentre i vertici dei centri islamici italiani andavano in chiesa per la messa della domenica, don Mauro Renzi incrociava le dita perchè nessun musulmano mettesse piede nella sua parrocchia. Il sacerdote, originario di Manerbio, provincia di Brescia, e parroco a Campo dell’Elba, in Toscana, non ha nascosto le sue emozioni e a «pericolo scampato» si è affidato alla tastiera. «Sono contento che nessuno si sia presentato nella mia chiesa parrocchiale. Io non avrei mai fatto recitare il Corano in chiesa o intervenire in predica».
La didascalia di don Renzi e l’articolo condiviso
Questa la didascalia postata da don Renzi mentre condivideva un articolo del vaticanista Aldo Maria Valli, che ha giudicato fuori luogo l’ingresso in chiesa dei fedeli di Allah. «Gesù per i musulmani non è oggetto di venerazione - si legge nell’articolo -, il Corano lo considera infatti un grande profeta, famoso per i suoi miracoli, ma la venerazione è riservata esclusivamente a Maometto. Non solo. Il Corano nega decisamente, e condanna, l’idea che Gesù sia figlio di Dio.

I versetti contro la trinità – osserva un islamista serio e competente come il padre Samir Khalil Samir – sono molto chiari e non hanno bisogno di tante interpretazioni». Per molti musulmani i cristiani, proprio a causa della Trinità, sono politeisti o falsi monoteisti. Oltre a negare totalmente la divinità di Cristo, il Corano nega la redenzione. Addirittura vi si afferma che Gesù Cristo non è morto in croce, ma è stato crocifisso un suo sosia. Il Corano e i musulmani, in poche parole, negano i dogmi essenziali del cristianesimo: Trinità, incarnazione, redenzione.».
Don Renzi: «Non accetto controlli in chiesa e in moschea»
Post cancellato ma concetto ribadito. Il parroco non ha apprezzato l’iniziativa lanciata dai vertici musulmani francesi per portare un buon numero di fedeli nelle chiese in risposta al barbaro assassinio di padre Jaques, sgozzato a Rouen da due fondamentalisti islamici. In un’intervista a www.quinewselba.it, don Renzi ha spiegato che «non occorre che i musulmani vengano a messa, se ci sono islamici che vogliono venire da me per esprimere solidarietà al mondo cattolico sono pronto a accoglierli di pomeriggio». Domanda: il problema è solo la messa? «E’ anche il luogo. Loro lo hanno profanato con l’uccisione di un sacerdote o con la demolizione di centinaia di chiese e di monasteri negli ultimi anni.

Come si può conciliare il loro precetto di distruzione delle immagini sacre con la nostra rappresentazione del Cristo?», la risposta del parroco. L’iniziativa ha avuto un discreto successo: a Brescia così come nelle città più importanti d’Italia erano presenti gli imam, i presidenti e i direttivi dei centri islamici locali. Non tutti hanno apprezzato, tra cui Don Renzi, che in controtendenza, ha anche bocciato i controlli nelle moschee. «Io non accetterei che lo Stato possa controllare cosa dico dal pulpito e così deve essere anche per le moschee, dobbiamo fidarci del loro imam come del nostro prete».

5 agosto 2016 | 10:53

Enrico Toti oltre la retorica La sfida di un disabile di guerra

Corriere della sera

di ANTONIO CARIOTI

Cento anni fa, il 6 agosto 1916, cadeva sul Carso il mutilato romano,
privo della gamba sinistra destinato a diventare un mito

La copertina dedicata a Enrico Toti da Achille Beltrame sulla «Domenica del Corriere» (24 settembre-1° ottobre 1916)
La copertina dedicata a Enrico Toti da Achille Beltrame sulla «Domenica del Corriere» (24 settembre-1° ottobre 1916)

Oggi, a cento anni dalla sua morte, possiamo considerare la figura di Enrico Toti con la dovuta ammirazione senza ricadere negli eccessi di retorica che l’hanno circondata nel passato. Intorno al mutilato romano, privo della gamba sinistra, che cadde sul Carso sotto il fuoco austro-ungarico il 6 agosto 1916, è stato costruito un mito che può essere discusso e criticato, come ha fatto lo studioso Lucio Fabi nel saggio Enrico Toti. Una storia tra mito e realtà (Persico, 2005). Di certo, a partire dalla copertina che gli dedicò Achille Beltrame sulla «Domenica del Corriere», l’icona del combattente che muore gettando la stampella contro il nemico è rimasta impressa nell’immaginario collettivo del nostro Paese, come dimostra la vasta documentazione raccolta da Angelo Pinci nel recente volume Enrico Toti. Iconografia di un eroe.

Per capire la vicenda di Toti bisogna però conoscerne anche il retroscena, lo spirito di un giovane che a 25 anni, per via di un incidente di lavoro, si ritrova la gamba sfracellata e poi amputata fino quasi al bacino, ma reagisce con un’energia formidabile. Prosegue l’attività sportiva nel nuoto e nel ciclismo; escogita piccole invenzioni; percorre migliaia di chilometri in Europa e in Africa con una bicicletta dotata di un pedale solo, da lui stesso modificata. Amava l’avventura Toti, come aveva dimostrato imbarcandosi da mozzo nel 1897, e vide nella Prima guerra mondiale l’occasione per non essere da meno degli altri.

Enrico Toti (1882-1916), caduto in combattimento sul Carso nei pressi di Monfalcone, fu insignito della medaglia d’oro
Enrico Toti (1882-1916), caduto in combattimento sul Carso nei pressi di Monfalcone, fu insignito della medaglia d’oro

Eccolo correre al fronte con la bici, anche se la menomazione gli preclude l’arruolamento. Eccolo prestarsi a tutte le mansioni (falegname, cuciniere, portalettere) pur di rimanere a ridosso delle retrovie. Eccolo implorare il duca d’Aosta, cugino del re e comandante della Terza Armata, di aggregarlo a qualche reparto. Eccolo fra i bersaglieri ciclisti, sia pure con una qualifica incerta.
Il 6 agosto 1916 i combattimenti per la quota 85, a est di Monfalcone, offrirono a Toti l’opportunità che desiderava. Per coglierla pagò con la vita, sacrificata nel nome di un ideale patriottico sinceramente sentito. Anche se oggi guardiamo alla Grande guerra con sgomento più che con fierezza, l’esempio di quel disabile grave pronto a sfidare la sorte rimane degno di essere ricordato tra le luci di un periodo terribile della nostra storia.

4 agosto 2016 (modifica il 4 agosto 2016 | 22:55)

Enrico Toti, l’eroe della stampella diventato idolo pop

Corriere della sera

di ANTONIO CASTALDO

Soldato coraggioso anche su una sola gamba. Ma pochi lo conoscono la sua vita precedente di atleta ed esploratore

Enrico Toti, l’uomo e il mitoL’eroe mutilato cento anni dopo

Un bersagliere ciclista con una gamba sola. Basterebbe questo ad accendere i riflettori della storia su Enrico Toti. Eppure il ferroviere romano di San Giovanni è stato molto di più. In vita e soprattutto in morte. Una vita consacrata al superamento dei propri limiti fisici, alla scoperta, alla conquista di nuovi traguardi. E una memoria dopo la morte assurta a simbolo nazionalpopolare, eroe del cuore oltre l’ostacolo (anzi, della stampella) che il fascismo trasformò in marchio. Ma anche in tempi recenti, simbolo unificatore del patriottismo e dell’orgoglio nazionale. Tutto questo e molto di più condensato in un gesto, in un attimo finale di gloria assoluta, la bella morte dannunziana. Allora aveva un senso.
La morte sul Carso
È il 6 agosto del 1916. Sul fronte di Monfalcone si combatte la sesta battaglia dell’Isonzo, che poi si concluderà con la presa di Gorizia. Enrico Toti è già da 8 mesi sul teatro di guerra, in uno dei campi di combattimento più cruenti, quota 85. Con la sua unica gamba e una divisa da bersagliere che si era cucito da solo. Affronta la vita di trincea come tanti altri insieme a lui. Ferito una, due, tre volte, esala l’ultimo alito di vita scagliando contro il nemico la sua stampella. Questa almeno è la versione ufficiale tramandata ai posteri, certificata dalla concessione della medaglia d’oro al valor militare. Tempo fa l’atto estremo per cui è diventato immortale è stato messo in dubbio da uno studioso, Lucio Fabi, autore di numerosi saggi sulla Grande Guerra. Ma per farne un eroe sarebbe bastata la sua presenza sul Carso, la sua tenacia (testimoniata da innumerevoli fonti) nel chiedere di essere schierato in prima fila, la sua voglia di rendersi utile, di superare la menomazione con la forza di volontà.
Le stellette
Un altro punto dibattuto è il suo inquadramento nei ranghi militari. Per raggiungere la prima linea, Toti briga per quasi un anno. L’esercito si rifiuta di arruolare un invalido. Più di una volta la sua domanda viene rispedita al mittente. Ma Toti non si arrende. Nel giugno 1915 si presenta al comando di tappa di Cervignano del Friuli. Il fronte dista ormai solo pochi chilometri, ma per questo volontario su una gamba sola ci sono solo porte chiuse in faccia e dinieghi burocratici.

Allora si offre come portalettere, in sella alla sua bicicletta spunta dappertutto, in ospedale tra i feriti, tra le truppe in attesa di partire per il fronte. I carabinieri lo fermano e lo rispediscono a Roma. Lui torna con la sua bici. E ricomincia. Fino a che il duca di Aosta, Emanuele Filiberto, accoglie la sua supplica. I vertici militari, esausti, cedono: Toti viene aggregato al terzo battaglione bersaglieri ciclisti. È arruolato a tutti gli effetti o soltanto un volontario in attesa dell’ufficialità? «Non era immatricolarlo. Ma le stellette le aveva ricevute», assicura il colonnello Francesco Geraci, una vita da bersagliere in giro per il mondo, oggi direttore del museo storico di Porta Pia.
La vita precedente
Ma quello del bersagliere (o aspirante tale) è solo il capitolo finale della straordinaria esistenza di Enrico Toti. Da giovanissimo, imbarcato sulle navi della Marina Militare come mozzo specialista, combatte i pirati nel Mar Rosso. Tornato civile per sostenere la famiglia, vince il concorso da ferroviere. Ed è proprio durante un servizio di riparazione ad un locomotiva che, a 26 anni, perde la gamba sinistra. «Nuotatore e ciclista prima dell’incidente – ricorda Claudia Toti, la pronipote che oggi guida l’associazione “Enrico Toti” – continuò la sua vita di sportivo anche dopo. È stato un atleta paralimpico antelitteram, e un grande viaggiatore con la sua bicicletta modificata». Sulle due ruote (e un solo pedale) raggiunge Parigi nel 1911, e poi da lì fino a Capo Nord, Stoccolma e Lapponia, quindi San Pietroburgo e Mosca, Polonia e infine Vienna.

Nel gennaio 1913 eccolo di nuovo al Cairo, da dove parte alla volta dell’esotico paese dei Niam Niam: «Questi arabi hanno una paura indiavolata; quante storie e leggende su questi antropofagi!». Ma gli inglesi che presidiano la frontiera bloccano la sua spedizione, giudicandola folle. Toti torna in Italia ed ormai è un personaggio, una celebrità cui vengono tributati onori e che si esibisce in teatro. Un Buffalo Bill all’italiana. Quando poi scoppia la Guerra, è tra i primi a schierarsi per l’intervento. E a correre al Fronte non appena ne ha la possibilità. Ma il nome di Enrico Toti ha in realtà cominciato il suo vero viaggio solo dopo la morte.

Dalla celebre copertina della «Domenica del Corriere» del settembre 1916, le riproduzioni della sua immagine si sono moltiplicate, alla stregua di un santino laico. Sotto il fascismo Toti diventa un tema ricorrente della retorica del regime. Ma poi prosegue la sua corsa, come simbolo dei bersaglieri e del coraggio italiano. Per averne una idea, basta consultare il libro di Angelo Pinci, «Enrico Toti, iconografia di un eroe». Statue futuriste, cippi, busti disseminati ovunque nel Paese, ma poi cartoline, album, film, fumetti, figure e figurine hanno accompagnato la strada che Toti ha percorso, ben oltre il dopoguerra. Facendone, oltre che un eroe, un idolo pop.

@ant_castaldo
3 agosto 2016 | 15:45

Pasta di polizia

La Stampa
massimo gramellini

Clint Eastwood spara la sua rivoltellata quotidiana, affermando che sta con Trump perché detesta il politicamente corretto. Ora, se il politicamente corretto è il pensiero perbenista di massa, non esiste nulla di più politicamente corretto che ripetere ossessivamente che qualsiasi cosa che non sia cinica, insensibile e volgare è politicamente corretta. Prendiamo la deliziosa storiella che gira da ieri su Facebook. Una coppia di squattrinati inquilini novantenni, abbandonati nella calura e nella solitudine dell’estate romana, piangono guardando il telegiornale, senza neanche ancora sapere delle nuove nomine Rai. Piangono per tutto il dolore che scorre nel mondo (tipico atteggiamento politicamente corretto).

I vicini li sentono e, politicamente corretti anche loro, anziché finirli a testate si preoccupano e chiamano la polizia. I poliziotti arrivano in quattro, ma invece di denudare i vecchietti e fustigarli in tinello, meritandosi un articolo in loro difesa su qualche giornale politicamente scorretto, si inteneriscono e, tirando fuori dalla dispensa quel poco che c’è - spaghetti burro e parmigiano -, spadellano una cena così buonista e politicamente corretta che a Clint e a Trump sarebbe rimasta di sicuro sullo stomaco.

Il problema irrisolvibile è che in giro sopravvivono ancora significativi barlumi di umanità. Per citare un film caro a Eastwood e a molti di noi, il buono combatte accanto al brutto e al cattivo. Spesso, questo è il guaio, mescolati nella stessa persona. Riconoscerlo e farlo notare non significa essere delle ipocrite mammolette, ma solo provare a vivere tutti un po’ meglio.

Migranti in villa con piscina, i cittadini scatenano la rivolta

Ivan Francese - Gio, 04/08/2016 - 17:06

In una frazione di Ferrata trenta migranti sono stati destinati a una struttura di lusso con ogni comfort e quattro ettari di parco. Ma i cittadini non ci stanno



La nuova sistemazione dei migranti, in quella villa con piscina e quattro ettari di parco, non è proprio andata giù agli abitanti di Gaibanella.

In questa frazione di mille anime di Ferrara, in Emilia-Romagna, è scoppiata la rivolta dopo che l'amministrazione ha fatto sapere che una trentina di richiedenti asilo nella lussuosa Locanda della Luna, una struttura normalmente adibita a bed & breakfast con ogni genere di comfort.

Una dimora che è parsa fuori luogo agli abitanti della frazione, che hanno fatto irruzione durante l'incontro con l'assessore Chiara Sapigni, impegnata proprio nello spiegare alla cittadinanza le modalità dell'accoglienza. Capitanati da esponenti locali della Lega Nord e da Casa Pound, racconta la stampa locale, i contestatori hanno subissato l'assessore di fischi e insulti.

Ma su questa protesta si è innestato un piccolo giallo. I proprietari della villa sostengono infatti di non sapere nulla dell'arrivo dei richiedenti asilo, dando il via a un braccio di ferro legale con la cooperativa Camelot, che ne gestisce l'accoglienza. Secondo quanto riferisce la Lega, "i vecchi affittuari della villa, già denunciati dal proprietario, avrebbero subaffittato di propria iniziativa la villa alla cooperativa d'accoglienza."

"La situazione è imbarazzante - attacca il capogruppo leghista in Regione Emilia Romagna Alan Fabbri - Una cooperativa che riceve soldi pubblici dovrebbe verificare se la proprietà è d’accordo prima di utilizzare i locali di altri per i propri scopi. I cittadini non ne possono più, siamo al loro fianco. Con la Lega, a Gaibanella, i clandestini non arriveranno. E siamo pronti ad azioni eclatanti”.

Boldrini: "Il Parlamento appartiene ai partigiani"

Luca Romano - Gio, 04/08/2016 - 22:28

Il presidente della Camera ricorda Marcinelle così. "L'hanno liberato loro"



Per il presidente della Camera, Laura Boldrini, le Camere dove siedono i parlamentari italiani sono cosa di chi è stato partigiano.

Lo ha detto oggi, parlando Passolanciano, in Abruzzo, in occasione del 60esimo anniversario della tragedia di Marcinelle, in cui morirono 136 minatori nel 1956, 60 dei quali provenienti proprio da quella regione d'Italia.

Secondo la Boldrini, citata dalle pagine online di Repubblica, quando i partigiani sono stati inviati "a sedersi sugli scranni" a Roma, non lo hanno fatto "come ospiti", ma piuttosto da padroni di casa, perché "il parlamento appartiene ai nostri partigiani, è grazie a loro se ce l'abbiamo libero".
A Passolanciano ha anche ricordato la Brigata Maiella, "si unì insieme agli altri partigiani e liberò il centro dell'Italia dal nazifascismo - ricorda il presidente della Camera -. Da qui, dalle montagne abruzzesi, partirono in tanti per andare a combattere su altre montagne. Molti sono stati i caduti".

Così la Ong islamica in Italia ​insegna a picchiare le donne

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 04/08/2016 - 18:44

Le esortazioni ai musulmani sul sito "Dalla luce alle tenebre" gestito dalla Alumma International, una Ong che dovrebbe aiutare i poveri in Africa



Punire le donne con violenza è permesso nell'islam.
Anzi: lo impone Maometto. A dirlo è un sito islamico, ma non di quelli legati all'Isis o a chissà quale cellula terroristica. No: a mettere nero su bianco le indicazioni per bastonare "lecitamente" una donna è l'Ong "Alumma International". Un ente umanitario con base a Brescia e che sembra nascondere sotto il velo del non profit un'attenta attività di proselitismo islamico.

"Picchiate le donne, ma moderatamente"

Il portale web incriminato si intitola "Dalle temebre alla luce". Ad attirare l'attenzione è un articolo intotolato "La dignità della donna nell'islam" che risale al 2012 ma ancora molto letto in Rete. Dopo una lunga disamina sul perché il gentil sesso è veramente libero solo se sottomesso ad Allah, si arriva alla parte più interessante. Il punto 10 si intitola "La punizione e la correzione della donna".

"Il sistema di correzione della donna nell'islam - si legge - è applicabile in circostanze e condizioni determinate e precisissime". Picchiare la donna nell'islam è vietato solo se non ci sono buone motivazioni. Se invece la moglie è ribelle, se non vuole sottomettersi all'uomo, allora quest'ultimo ha tutto il diritto di menar le mani. Attenzione, però: si tratta di una "medicina amara" che il marito (o padre) ha l'obbligo morale di somministrare.

"La cura (all'insubordinazione della donna, Ndr) ha tre tappe. La prima: quella del consiglio, dell'esortazione e l'ammonimento, agitando la punizione di Allah, ricordando i diritti del marito e l'obbligo di obbedirgli; il tutto con parole dolci ed affettuose. Se tutto questo non serve, si passa alla seconda tappa: astenersi dall'avere rapporti sessuali con la moglie, non rivolgerle più la parola.

É una tappa in cui si ricorre alla dolcezza e nel contempo alla durezza. Se anche questo rimedio non ha risultati, si passa alla terza tappa: si ricorre all'atto di picchiarla, senza violenza, senza provocarle una frattura, o lasciarle traccie, evitando sempre i danni al viso: lo scopo essendo di ristabilire la disciplina e non di fare del male o provocare danni, ma di farle capire che la sua insubordinazione è inammissibile".
Pestare la donna sì, ma moderatamente.

Il sito gestito da una Ong islamica in Italia

Il particolare più curioso, però, riguarda i gestori del sito di propaganda islamica. In fondo alla pagina web, infatti, si legge che ia gestirlo è appunto Alumma International, una Ong musulmana "nata con l’obbiettivo di aiutare i paesi dell’Africa impegnandosi in maniera reale ed effettiva a salvare vite umane, evitare il diffondersi di malattie, mantenere la dignità umana e creare istruzione".

L'indirizzo web alumma.it non è molto aggiornato, ma è ben attivo il servizio di donazioni online. Con un semplice clic si può contribuire alle varie attività umanitarie: raccolta fondi per aiutare gli orfani, soldi per costruire scuole in Africa e donazioni per rendere potabili i pozzi. L'ultima opera di cui si ha notizia riguarda la realizzazione di un pozzo a Benin, in Africa Occidentale. Le foto sono state pubblicate su Facebook da Abou-Ammar Assudani, che della Alumma è stato segretario generale.

Tutto molto bello. Viene però da chiedersi se i soldi raccolti vengono investiti anche sul sito "Dalla luce alle tenebre". Quanti dei fondi destinati ai pozzi - per esempio - sono stati spesi per ospitare un articolo che esorta gli uomini a bastonare le donne?

Senza contare, poi, che la Alumma International è finita sotto i riflettori anche quando, un anno fa, il predicatore islamico radicale Saad bin Ateeq al-Ateeq pubblicò alcune foto in cui apparve più volte l'insegna dell'Ong. Nel suo bagaglio di sermoni, infatti, al-Ateeq vanta dure invettive contro cristiani ed ebrei. Non solo. Come scriveva La Stampa, Alumma nell'aprile del 2015 ha organizzato un incontro con l'ex imam della moschea della Mecca. Normale? Non proprio, considerando che tempo fa ad Adel al-Kabani è stato negato lo sbarco a Londra per via delle sue predicazioni radicali.
Chissà se anche lui avrebbe spiegato ai musulmani di Parma come picchiare "con moderazione" le donne.