domenica 7 agosto 2016

Il voto dei più colti dovrebbe pesare di più alle elezioni? L’urna a due velocità di John Stuart Mill

La Stampa
alberto mingardi

Per il filosofo liberale il voto dei più preparati dovrebbe pesare di più. Così, la Brexit avrebbe forse perso, ma non è una soluzione


Il dipinto di Sir George Hayter (1792–1871) che commemora la votazione a Londra
del «Great Reform Act» nel 1832


Fino a poche settimane fa, le democrazia era uno dei pochi tabù dei nostri tempi. Mettere in dubbio il principio una-testa-un-voto significava auto-esiliarsi dal dibattito pubblico. Molto si ragionava, semmai, su come estenderne le frontiere: sanare il «deficit democratico» dell’Ue, sperimentare forme partecipative, esportare istituzioni democratiche dove non ci sono.

Ma non sempre il demos, quando vota, si rivela all’altezza delle aspettative dei democratici. La Brexit è stata la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Siccome da una parte c’era l’appartenenza al mercato unico con i suoi vantaggi e dall’altra un salto nel buio, l’esito del referendum è stato letto dagli sconfitti come il sintomo della crescente difficoltà di un voto «riflessivo». I «leaver», probabilmente, sentivano di aver perso il controllo sul proprio Parlamento e sui propri confini e hanno votato per riprenderselo.

Le élites novecentesche erano coinvolte in perenni conflitti ideologici. Oggi hanno valori in larga misura omogenei. Per questa ragione interpretano il dissenso non come una questione di diversi valori: ma come una forma di ignoranza. Sembrano dibattiti nuovi, ma non lo sono affatto. Non è nuova nemmeno l’incapacità di escogitare una soluzione convincente. A questo proposito, è interessante rileggere John Stuart Mill. Economista e pensatore politico, Mill fu fra i primi a battersi per il voto alle donne. Nelle sue Considerazioni sul governo rappresentativo (1861), sostiene il suffragio universale - ma «temperato» dal voto plurimo. «Le persone la cui opinione merita maggiore attenzione devono disporre di un voto più pesante».

Mill concepisce la libertà come autonomia, come possibilità di provare a costruire ciascuno la propria vita a proprio modo. Questa libertà va a vantaggio di tutti, perché una società più creativa è anche più innovativa e più prospera («Quando vi è più vita nelle singole unità, ve ne è di più anche nella massa che compongono», scrive nel saggio Sulla libertà) ma non può essere garantita dal principio di maggioranza. La massa tende a invidiare coloro che fanno cose nuove.

Fra i meccanismi per frenare il pericolo del dispotismo della maggioranza, Mill immagina il suffragio «a peso variabile», che consenta ai più istruiti di contare di più. A questo voto «pesante» si dovrebbe accedere con «esami volontari accessibili a tutti». Se questa proposta non è mai uscita dai libri, c’è una ragione. Ha un bel dire Mill che «i soggetti di un voto meno influente non dovrebbero sentirsi irritati per questo», e che «solo un pazzo» può offendersi perché «si riconosce l’esistenza di altri con opinioni e aspirazioni superiori alle sue».

La società esiste proprio perché ciascuno ha competenze diverse dagli altri: il panettiere ha bisogno dell’idraulico e il sarto del pizzaiolo. Nessuno «si sente irritato» per questo. Ma la vita pubblica è un’altra cosa, e l’idea del suffragio universale implica l’equivalenza del valore delle opinioni. La «competenza» tecnica è un attributo che pretendiamo dal nostro medico o dal nostro idraulico; al più dagli “impiegati” dello Stato, dai poliziotti ai capi di gabinetto. L’indirizzo politico, però, è lasciato alla conta. In una democrazia «presa sul serio», davvero «uno vale uno».

Un secolo e mezzo fa, si pensava che governo popolare ed istruzione di massa sarebbero andate assieme. Per lo stesso Mill, «uno dei principali meriti di un governo libero è proprio quello di educare l’intelligenza e i sentimenti persino degli strati sociali più bassi chiamati a prendere parte alle decisioni». Il suffragio universale avrebbe costituito una sorta di palestra, l’abitudine a prendere decisioni ci avrebbe reso decisori migliori. È andata così forse in Svizzera, dove il frequente ricorso al referendum produce scelte sorprendentemente ponderate. Oggi un po’ dappertutto assistiamo al prevalere del voto istintivo. E questo avviene nelle società più scolarizzate di sempre, dove per giunta tutta l’informazione del mondo è disponibile al costo di un clic.

Forse ad essere sbagliato, ieri come oggi, è il modo d’impostare il problema. Le neuroscienze della politica suggeriscono che i pregiudizi sono molto più radicati di quanto sembra. L’elettore razionale, che legge i programmi e si sposta da sinistra a destra a seconda delle circostanze, è una fantasia. Che si voti «con la pancia» è probabile, capire chi propone cosa, e poi verificare che lo faccia, richiede fatica e tempo. Né i più colti ed informati sono liberi da pregiudizi.

Se non si può cambiare la natura umana per riformare la politica, forse si può ridurre l’ambito delle scelte a maggioranza. Svolte che incidono profondamente sullo status quo (come la Brexit) dovrebbero richiedere super-maggioranze, come avviene in Parlamento per la riforma della Costituzione. Oggi noi eleggiamo chi decide grosso modo della metà del Pil. L’elevato peso dello Stato è un argomento a favore della «competenza» nel gestirlo, ma la percezione che esso costi al cittadino metà del suo reddito consolida il bisogno del controllo. Se vengo tassato così tanto, non posso lasciare che decidano gli altri.

Se lo Stato governasse il 10% del Pil, il populismo farebbe meno paura: perché decisioni erronee o pregiudiziali produrrebbero danni decisamente inferiori. Forse è più semplice convincere il demos a riprendere sovranità sul proprio reddito, accettando una riduzione dei poteri pubblici, che a cedere il passo ai «competenti». Ci pensino, le élites.

Twitter @amingardi

Il politicamente scorretto e la moda del pistolero

Corriere della sera
di Luca Mastrantonio



Con la corsa infuocata alla Casa Bianca e il fronte europeo aperto dall’Isis è il caso di chiedersi che senso abbia il politicamente scorretto oggi. Funziona ancora come antidoto al conformismo benpensante o affossa la tolleranza verso il grado zero? È una particolare filosofia di vita pubblica o una moda politica, mediatica?

Due dati di fatto. Il primo. Con Donald Trump il politicamente scorretto si sta rivelando un formidabile ascensore elettorale, garantendo visibilità e consenso, tali da imporre una leadership anche a danno del partito (ed è quasi mainstream, ormai). Il secondo. Il terrorismo islamico ha scosso e tiene scoperti i nostri nervi, in parte intorpiditi dagli effetti ansiolitici del politicamente corretto, che fiaccano le capacità di analisi e intervento a difesa dei valori civili in gioco.

Ma è bene chiarire cosa si intende per politicamente scorretto: è un codice linguistico che vuole svelare verità nascoste o scomode, con uno stile ruvido, volgare, comprensibile. Si contrappone al politicamente corretto, che ha una finalità pratica positiva: alleggerire, con espressioni eufemistiche, la pressione dei pregiudizi su individui discriminati per motivi sociali, etnici o sessuali. Possibili effetti collaterali?

Il conformismo e la sublimazione dei problemi attraverso soluzioni meramente linguistiche. È il «sonno dogmatico» della ragione di cui parlava Immanuel Kant, a svegliarci dal quale dovrebbe intervenire proprio il politicamente scorretto: il cui scopo positivo è, dunque, primariamente cognitivo. Altri però ne derivano un più furbesco traffico: poiché l’alto tasso polemico del politicamente scorretto produce dibattito, è usato per ottenere visibilità in una società satura di provocazioni dove bisogna spararla sempre più grossa.

A proposito di pistoleri. Clint Eastwood, da repubblicano, è tra i migliori alfieri del politicamente scorretto. È anche grazie a lui, al mito che si porta addosso, che in tanti hanno smesso di vedere in ogni repubblicano un bifolco. Perché? Perché Eastwood è credibile, si sa come la pensa, non ha bisogno di notorietà. E sul tavolo può mettere il suo valore di regista, la cui poetica è politicamente schietta e coerente. Ben sintetizzata dal film Gran Torino (2008), dove il protagonista è un americano di origini polacche, un veterano della guerra in Corea che vive solo con un cane e odia tutti, anche i vicini asiatici; suo malgrado, ne diventerà grande amico, anche se continua però a chiamarli
«musigialli» quando mangia nel loro piatto, quando si sacrificherà, in maniera epica, per loro.

Con lo stesso spirito — voler dire pane al pane e «musogiallo» a un asiatico — Clint ha parlato in una recente intervista per Esquire, assieme al figlio Scott, attore emergente. Il regista ha dichiarato che voterà Trump, «stupido ma sincero», mentre Hillary Clinton è falsa, sostenuta dalla «pussy generation», ha detto con una espressione sessuale, riferendosi a chi, su temi quali l’immigrazione e il terrorismo, non dice le cose come stanno. Ma Clint ci sta svegliando da un sonno dogmatico? O, da padre, sta dando una mano al figlio? Il dubbio è legittimo. Lo fugherebbe l’assenza di potenziali secondi fini. E intanto, chi non condivide le idee di Clint ha rivisto, al ribasso, il giudizio sui suoi film.

Stupido, forse, ma ha una sua logica: chi si impegna mette in pegno (e rischia) il valore delle sue opere. Per questo, ad esempio, il critico letterario Harold Bloom o Philip Roth possono difendere i propri gusti letterari dalle accuse delle femministe: i loro libri garantiscono per loro. Idem Jonathan Franzen o Bret Easton Ellis, che ha festeggiato i 25 anni di American Psycho attaccando l’omofilia progressista e rivendicando il diritto di essere gay e trumpista. In Inghilterra, c’è Martin Amis, che fa La guerra contro i cliché (libro Einaudi); in Francia, Michel Houellebecq, sotto scorta per gli attacchi all’Islam. E in Italia?

I migliori interpreti dell’anticonformismo, anche dalle colonne del Corriere della Sera, sono stati Pier Paolo Pasolini e Oriana Fallaci. Un gay e una donna, vissuti in tempi in cui per i gay e le donne era tutto più difficile. Anche per questo non avevano bisogno di fare gli intellettuali politicamente scorretti, perché erano politicamente scorretti, oltre che noti e autorevoli. Tutti hanno beneficiato del loro pensiero divergente, anche chi non lo condivide. Grazie a Pasolini oggi si può guardare all’umanità di un poliziotto senza essere considerato «amico delle guardie»; e grazie alla Fallaci siamo meno imbambolati nel riconoscere la matrice islamica dell’ideologia l’Isis. Quindi? Il politicamente scorretto, praticato da chi può permetterselo, può e deve compensare gli errori del «buonismo». Non va trasformato in «cattivismo» da pistolero modaiolo.

6 agosto 2016 (modifica il 6 agosto 2016 | 22:07)

Gli attacchi, le battutacce Salvini e l’ossessione per Boldrini

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Dal leader leghista e dai suoi una sequela di offese alla presidente della Camera: appena scorge un microfono ha sempre pronta per lei una frase acida e greve

Matteo Salvini alla discoteca Papeete (Cavicchi)

La politica mica è fatta solo di impegno militante e di pensose riunioni strategiche. Poi ci sono le ossessioni, le fissazioni anche un po’ maniacali. Esseri umani come tutti, i politici possono anche perdere la testa e l’autocontrollo per un nonnulla. Si inventano fantasmi, spettri di nemici assoluti. Fanno come nei «Duellanti», si svegliano la notte con la smania di colpire il bersaglio dei loro incubi. Come Matteo Salvini con la presidente della Camera Boldrini. Appena scorge un microfono, cioè quasi sempre, ha per lei una battuta acida e greve, possibilmente sessista, cioè quasi sempre.

Tre giorni fa è stato il turno di «tarata mentale», che poi è un’espressione desueta, che non si porta più da tempo. Offensiva, rozza come quando si diceva «mongoloidi». Ma a Salvini non interessano queste sottigliezze da «fighette». Lui oramai si sente il Clint Eastwood d’Italia. E se vede Laura Boldrini non vuole autocensurarsi: «tarata mentale», come se chi soffrisse di lacune mentali, peraltro, dovesse essere oggetto di dileggio politico. Ma alle ossessioni, come al cuore, non si comanda.

Che poi Laura Boldrini è davvero il bersaglio dei leghisti di stampo genuinamente salviniano. L’altro giorno una leghista come Monica Bars ha affermato che «Laura Boldrini va eliminata fisicamente». Poi si è corretta, ma l’ossessione aveva già lavorato su un linguaggio grossolano e incontrollato. In una delle tante tempeste della Camera un altro leghista ha detto che la presidente non «capisce un c…o». Un altro leghista, Nicola Molteni, ha definito Laura Boldrini «sacerdotessa dell’immigrazione», che poi non si capisce neanche bene cosa dovrebbe essere e cosa potrebbe fare una «sacerdotessa» dell’immigrazione.

In realtà i grandi scontri alla Camera la presidente Boldrini, che poi sull’immigrazione ha idee tutte sue che, senza essere una «sacerdotessa», possono non collimare con quelle di molti italiani, li sostiene per lo più con i deputati Cinque Stelle. Ma con i leghisti è l’ombra lunga di un’ossessione, la conseguenza di una mania, che si addensa su Laura Boldrini. La fissazione che è propria del leader Salvini, di cui gli annali conservano una lunga teoria di dichiarazioni senza freno sulla terza carica dello Stato. Per esempio una volta Salvini ha affermato che «la Boldrini è la peggior presidente della Camera» mai avuta in Italia, e questo è un’opinione politica discutibile ma rispettabile, aspra ma ancora all’interno dei canali della lotta politica dura.

Ma poi, come per un impulso irrefrenabile, per un istinto indomabile, Matteo Salvini ha voluto aggiungere la solita nota ossessionata: Laura Boldrini «è il nulla fatto donna». Nel «nulla fatto donna» c’è tutto: l’ammicco lessicale, la nullificazione dell’avversaria, e «il fatto donna» che comunque richiama sempre il fatto che di donna comunque si tratta. Poi Salvini ha detto che «Laura Boldrini è razzista nei confronti degli italiani», dove si capisce l’intento polemico e ritorsivo di chi viene spesso a sproposito accusato di essere un razzista, ma dove comunque si scorge la dismisura dell’ossessione, la polemica che stinge nell’insulto, nell’attacco personale senza confini.

Poi, strano, Matteo Salvini si è astenuto nella polemica avviata da Renato Brunetta sul viaggio americano di Laura Boldrini per la convention democratica di consacrazione di Hillary Clinton. Ma forse strano non è poi così tanto perché a pochissimi giorni di distanza Matteo Salvini si era già esibito nello spettacolino che ha fatto ridere i leghisti presenti ma ha lasciato attoniti tutti gli italiani non leghisti, quello in cui il leader della Lega, in procinto di partire per il tour a torso nudo sulle spiagge italiane, ha scatenato le folle leghiste paragonando Laura Boldrini a una «bambola gonfiabile». Ma mica tanto per dire.

No, proprio alla lettera mentre alle sue spalle, suoi sodali e seguaci gonfiavano una bambola. E mica perché era stato sollecitato. No, solo perché gli era venuta in mente all’improvviso l’associazione. Come avviene nelle ossessioni, che sgorgano spontanee quando meno te l’aspetti. Come nelle fissazioni. Come se Laura Boldrini, se non esistesse, bisognerebbe inventarla per dare modo a Salvini di trovarsi un buon bersaglio.

5 agosto 2016 (modifica il 6 agosto 2016 | 22:49)

Centoundici stilisti e architetti con Apple nella causa contro Samsung

Corriere della sera

di Matteo Persivale

Da Ghesquière a Klein, da Foster a Morrison: "Non copiate le idee altrui". E c'è anche la firma di Dieter Rams, l'idolo di Steve Jobs



Finché non sarà possibile scaricare illegalmente via P2P e poi stampare in 3D in casa propria abiti, scarpe e borse firmate, o lampade e divani di design identici a quelli venduti a caro prezzo nei negozi, la moda e il design resteranno relativamente scampati al disastro che, dopo la diffusione di internet, ha coinvolto case discografiche, di produzione cinematografica ed editori.

Ma è indiscutibile che se la pirateria informatica non ha ancora danneggiato stilisti e designer, le loro idee vengono spesso copiate. Non soltanto da falsari che mettono in commercio copie illegali, ma anche aziende di moda low cost che sfruttano il complicato (e dispendioso) lavoro creativo che finisce sulle passerelle per mettere in commercio repliche spesso quasi identiche, realizzate con materiali meno costosi in Paesi dove il costo del lavoro è ridicolo rispetto all’Occidente.
Stilisti e designer uniti per Apple (contro Samsung)
Ecco perché alla fine non stupisce più di tanto che molti stilisti e designer industriali di fama mondiale si siano schierati con Apple nella causa contro Samsung per violazione di brevetti (sul design di iPhone e iPad). Ora il procedimento è finito, dopo un primo verdetto da mezzo miliardo di euro in favore degli americani, davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Le firme
A mandare un documento che prova il loro sostegno a Apple nella querelle (Google e Facebook stanno con i sudcoreani, per ovvie ragioni) ci sono 111 grandissimi nomi della moda (le loro firme occupano le ultime 15 pagine del document mandato ai nove giudici supreme americani: il documento si può scaricare qui) come Nicolas Ghesquière, Alexander Wang, Calvin Klein, Dries Van Noten, sir Paul Smith, Alber Elbaz, Chitose Abe, e designer industriali come sir Norman Foster, Jasper Morrison, Dieter Rams (che era uno degli eroi di Steve Jobs) e Del Coates.

Nel loro lavoro fanno i conti ogni giorno con le idee rubate dalla «copycat economy»: magari un orlo di pantalone o una piantana di lampada non saranno esattamente come uno smartphone, un display a sfioramento o un tasto di accensione/spegnimento, ma l’attaccamento dei creatori alle loro idee è lo stesso, che facciano gli stilisti, gli architetti, i designer industriali.

6 agosto 2016 (modifica il 6 agosto 2016 | 16:13)

La Russia e il nuovo sottomarino per sfidare la Nato nell’Artico

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Il «Belgorod» dovrebbe entrare in acqua entro il 2016: dotato di un minisottomarino e di missili nucleari è la risposta di Mosca alle mosse subacquee dell’Alleanza Atlantica

Il grafico del sottomarino russo Belgorod, studiato per la sfida nell’Artico. Oltre a siluri nucleari dispone di un minisommergibile per operazioni speciali (Credit: Covert Shores)

Mosca prepara una nuova «macchina» possente per la sfida nell’Artico, territorio ormai al centro di un grande duello strategico ed economico. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere pronto il sottomarino nucleare «Belgorod», unità con compiti speciali. Sviluppato partendo da un battello classe «Oscar II», porterà — attaccato sotto lo scafo — un sommergibile più «piccolo» (forse un Paltus, lungo 40-50 metri), diversi droni e sei siluri atomici «Kanyon».
La rete di sensori
A conferma della particolarità — come sottolinea l’ottimo sito «Covert Shores» — l’equipaggio sarà composto da elementi della Marina, ma dovrà operare sotto la direzione del GUGI, il distaccamento di ricerca subacquea. Un progetto rivelato — per errore o volutamente — nel novembre 2015, quando una tv russa mostrò le immagini di disegni e di alcuni suoi equipaggiamenti in mano ad un alto ufficiale delle forze armate. Sempre secondo il blog, la missione principale del nuovo sottomarino russo sarà il piazzamento di una lunga catena di sensori subacquei sotto il circolo Artico. Il sistema, noto come «SHELF», dovrà monitorare il passaggio di sottomarini nemici, ed è simile al suo omonimo americano «SOSUS» che permette agli americani di rilevare la presenza di unità avversarie fino a 100 chilometri di distanza.
I siluri atomici
Gli esperti ritengono che questi sensori copriranno tutto il versante russo dell’Artico, e che i cavi e le stazioni di ascolto saranno piazzate con l’aiuto del mini sottomarino che il «Belgorod avrà in dotazione e che può immergersi ad una profondità di 1000 metri. È probabile infatti che i sensori verranno collocati sulle «creste» del fondale artico dove il minisub potrà operare in sicurezza. L’altra funzione importante del Belgorod sarà quella dell’imbarco dei nuovi siluri nucleari «Kanyon», lunghi 24 metri ed in grado di colpire città costiere in risposta ad un attacco atomico. Anche a se a giudizio degli analisti militari quest’arma pare lenta e poco agile, rimarrebbe comunque molto difficile da contrastare, in quanto potrebbe essere usate senza l’assistenza satellitare.
Il duello con la Nato
Il programma del «Belgorod» risponde a due esigenze. La prima è quella di ammodernare il dispositivo militare in regione la cui importanza sta crescendo a livelli esponenziali. La seconda rientra nella «gara» con la Nato, ma anche con i cinesi. In aprile il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha visitato la base di Aleksandrovsk (la più a nord) dove è in costruzione una pista lunga 2500 chilometri e grandi depositi. In futuro vi saranno schierati Mig 31 e Su 34, incaricati di proteggere una via di primaria importanza nei disegni del Cremlino. Americani e canadesi — e non solo loro — hanno impegnato risorse, inviato sottomarini e reparti speciali proprio per simulare interventi nel settore artico. Alcune di queste manovre — come abbiamo raccontato sul Corriere mesi fa — sono state ben documentate, con video e foto. È un modo per mostrare bandiera e raccogliere il guanto di sfida. 
L’eccellenza dei mezzi subacquei italiani
L’autore dell’articolo sul «Belgorod», H.I. Sutton, è tra i più seguiti analisti sulla guerra subacquea. Pochi mesi fa ha pubblicato un libro — «Covert Shores» — , pieno di dettagli e schede, sullo sviluppo di sistemi e tattiche. Una ricerca che parte dal passato, con un occhio particolare alla produzione italiana, ancora oggi tra le migliori al mondo. Il binomio costituito dagli incursori della nostra Marina, i Comsubin, e i mezzi speciali è diventato un punto di riferimento per molte forze straniere.

6 agosto 2016 (modifica il 6 agosto 2016 | 23:23)