lunedì 8 agosto 2016

Quadrooter', 900 milioni di smartphone Android con chip Qualcomm sono in pericolo

Corriere della sera
di Roberto Pezzali

Al DefCon di Las Vegas, una delle più importanti e note conferenze sulla sicurezza informatica, sono state rilasciate informazioni su un nuovo set di falle che interessano 900 milioni di smartphone Android con processore Qualcomm. E la patch arriverà solo a settembre (ma non per tutti).



Ci risiamo: 900 milioni di dispositivi Android sono vulnerabili ad un nuovo set di falle che potrebbero permettere a malintenzionati di accedere ai dati presenti su smartphone Android senza destare sospetti. Siamo abituati ormai a casi di questo tipo, e se nella maggior parte dei casi avere una porticina aperta in casa non è un grosso problema se si vive nella città più sicura del mondo è anche vero che ci sono ancora moltissime persone che scaricano da sorgenti esterne senza passare necessariamente dal Play Store, ed è il caso ad esempio di Pokemon Go o di Prisma, scaricati da molti per vie traverse in attesa del rilascio ufficiale.

Si parla di “set di falle” perché siamo di fronte a ben quattro vulnerabilità davvero serie, illustrate per la prima volta al DefCon di Las Vegas che si è tenuto ieri: QuadRooter, questo il nome scelto, rende vulnerabili ben 900 milioni di smartphone con a bordo un chip Qualcomm (non necessariamente il processore), perché sono proprio i driver dei processori dell’azienda americana a lasciare aperte le quattro porte.

Trattandosi dei chipset più usati sui prodotti in arrivo in Europa ed essendo Qualcomm presente sulla maggior parte dei top di gamma si capisce che il problema è molto esteso: Google Nexus 5X, Nexus 6 e Nexus 6P, HTC One, HTC M9 e HTC 10, LG G4, LG G5 e LG V10, OnePlus One, OnePlus 2 e OnePlus 3, Samsung Galaxy S7 e Samsung S7 Edge e Sony Xperia Z Ultra sono solo alcuni dei modelli top che potrebbero essere attaccati. I ricercatori che hanno scoperto la vulnerabilità spiegano che non c’è modo per l’utente di scoprire se lo smartphone viene infettato, perché non vengono richiesti permessi né autorizzazioni particolari e solo un consumo anomalo della batteria o dei dati rappresenta un campanello di allarme.

In ogni caso, dalle ricerche fatte, sembra che nessun hacker abbia scoperto la falla ancora e che ad oggi non siano stati infettati prodotti usando questo exploit. QuadRooter è venuto alla luce solo ora perché sono scaduti i canonici 90 giorni che vengono dati alle aziende per porre rimedio alle vulnerabilità dei loro prodotti. I ricercatori, nei mesi scorsi, hanno segnalato a Qualcomm il problema e l’azienda è subito corsa ai ripari correggendo tre dei quattro problemi (la patch per il quarto è attesa a giorni). La versione aggiornata per i primi tre bug è stata distribuita però ai partner solo recentemente, e pare che si dovrà attendere il security upgrade di settembre per essere al sicuro con tutte e quattro le falle chiuse.

Come sempre, trattandosi di Android, la palla è in mano a operatori e produttori, che dovranno farsi carico di aggiornare tutto il parco di dispositivi sul mercato: come sempre i top di gamma (recenti) riceveranno sicuramente l’aggiornamento, mentre i prodotti più vecchi resteranno vulnerabili.

Nazario Sauro, che fu sepolto tre volte Storia dell’irredentista impiccato

Corriere della sera
di GIAN ANTONIO STELLA

Il 10 agosto 1916 il militare istriano fu impiccato a Pola. Gettata in una fossa comune dagli austriaci, la salma fu riesumata nel 1919 e nel 1947 traslata a Venezia

Nazario Sauro fotografato il 9 agosto 1916, poche ore prima dell’esecuzione
Nazario Sauro fotografato il 9 agosto 1916, poche ore prima dell’esecuzione

«C’è lavoro pel boia, vecchio Sire d’Absburgo!» Vibra di indignazione contro Francesco Giuseppe, l’anonimo corsivista del «Corriere» in quell’estate di un secolo fa: «La forca austriaca non vuol rimanere oziosa. Non può! Appena un eroe è spirato a Trento dal suo legno maledetto, un altro spira a Pola». Prima Cesare Battisti ora Nazario Sauro.

Tutti gli italiani, in quei giorni di guerra, sanno chi è Nazario. È così famoso che nel decimo anniversario dell’impiccagione lo Stato sarà costretto a comprare la sua casetta natale a Capodistria perché «gli attuali inquilini ricevevano, da anni, ogni giorno, le visite di pellegrini che chiedevano di veder i cimeli di famiglia». Ma cosa resta, oggi, di quell’irredentista dimenticato? Centinaia di vie e di piazze intitolate a testimonianza di uno stagionato culto patriottico. Una figurina in vendita su eBay col disegnino del naufragio del sommergibile sulla costa del Quarnero. Una miriade di scuole: «Istituto Nazario Sauro, patriota». Poco più.
Il sommergibile «Giacinto Pullino», a bordo del quale Sauro naufragò in territorio nemico Il
sommergibile «Giacinto Pullino», a bordo del quale Sauro naufragò in territorio nemico
Eppure, come ricorda il libro Impiccateli! (Imprimatur) che Paolo Brogi ha dedicato a quei due uomini protagonisti della fase finale del Risorgimento appesi alla forca come traditori dell’heimat austriaca a un mese di distanza l’uno dall’altro (il 12 luglio 1916 l’irredentista trentino, il 10 agosto l’istriano), l’uomo che fu sepolto tre volte, e poi vedremo perché, fu per l’immaginario collettivo una figura centrale. Figlio di un pescatore di origine laziale, battezzato col nome della barca di famiglia, di carattere esuberante, generoso, combattivo, studente svogliato ma con spiccate doti per la marineria (narra la leggenda che la levatrice sussurrò al neonato: «Picinin, ricordite che chi vol navigar no devi ’ver paura de le onde»), il ragazzo si fece conoscere presto dai poliziotti austriaci.

«Impiccateli!» (Imprimatur, pagine 176, euro 15)
«Impiccateli!» (Imprimatur, pagine 176, euro 15)

Per l’ostilità verso l’apprendimento del tedesco e dello sloveno. Per lo spirito ribelle. Per aver inscenato una manifestazione nel centenario della nascita di Garibaldi cantando l’Inno di Garibaldi: «Va’ fuori d’Italia! Va’ fuori che è l’ora! Va’ fuori d’Italia! Va’ fuori, stranier!», per l’appoggio agli indipendentisti albanesi, aiutati «garantendo gli approvvigionamenti d’armi» sfidando coi suoi trabaccoli da pesca i controlli dell’imperiale marina. Per alcune intemperanze inutilmente esagitate, come le urla lanciate per interrompere un concerto di Richard Wagner: «Basta con questa musica tedesca!».

Portati la moglie e i figli a Venezia nel 1914, si offre volontario per la guerra in arrivo. Curriculum: conosce «a menadito tutta la costa dell’Istria e della Dalmazia, il Quarnero, le isole, ogni porto e ogni secca, ogni rifugio e ogni scoglio». In attesa di essere arruolato, accorre coi primi volontari ad Avezzano dopo il sisma del 13 gennaio 1915 e, rientrato a Venezia, si ficca in tutti gli assembramenti dove si parla di patria, guerra, terre irredente. Fino a scagliarsi al Caffè Quadri, ignaro che mesi dopo l’irridente invettiva gli sarebbe stata rinfacciata al processo, contro il Kaiser: «Quel mona de vecio ormai el xe insempiado». Cioè rimbambito.

Scoppiata la guerra, guida una dopo l’altra decine e decine di spericolate incursioni sulle coste dell’Istria e del Quarnero, diventando popolarissimo tra i compagni d’arme e fastidiosissimo per gli austriaci. «Bassotto di statura ma largo di torace e di spalle come un atleta», lo descrive l’amico Giovanni Quarantotti, «troneggiava davvero sul ponte di comando, dall’alto del quale soleva, come un oratore sacro dal pergamo, scagliare a dritta e a manca, con quel suo vocione stentoreo, ordini, lodi, rimproveri, facezie, a seconda delle circostanze e dell’umore, usando sempre il saporoso dialetto natio e gesticolando con l’energia e l’infaticabilità di un semaforo».

Alla sessantaduesima spedizione, dopo avere ricevuto una medaglia d’argento per le «numerose ardite difficili missioni navali», gli andò male. E col sottomarino «Pullino» finì sugli scogli dell’isolotto della Galiola, all’imbocco del Quarnero. Era la notte del 30 luglio 1916. Per ore, dopo aver mandato due piccioni viaggiatori per segnalare il naufragio e chiedere aiuti, gli italiani cercarono di disincagliare il sommergibile. All’alba, recuperate due barche, decisero di disperdersi. Inutile.
Catturato, Nazario Sauro fu portato a Pola.

Aveva in tasca un biglietto con quattro strofe: «Finché il trionfo ti sorrida e sia/ tutto di lauri il tuo vessillo altero/ e seguan le vittorie la tua scia/ sovra il mar di Trieste e del Quarnero». Non aveva scampo. E lo sapeva. Lo attendeva la forca. E per giorni, anche se qualche polesano l’aveva subito riconosciuto all’arrivo, tenne duro negando: «Mi chiamo Nicolò Sambo». Perfino la madre Anna e la sorella Maria, nel tentativo di salvarlo, negarono fino all’ultimo di conoscerlo. Annotò un ufficiale austriaco: «Durante il confronto la donna ha cambiato di colore nel viso, divenendo rossa e pallida». Finché il fratello della moglie, un maresciallo, ammise: «È mio schwager, mio cognato».

Il processo è solo una formalità burocratica. L’imputato chiede un avvocato di fiducia. Negato. Gliene danno uno d’ufficio, un sottotenente austriaco, Josef Takacs. Il verdetto è implacabile: «Colpevole di alto tradimento per essere entrato, come suddito austriaco, nella marina da guerra italiana». Impossibile ogni ricorso: la sentenza va eseguita entro due ore. Va incontro al patibolo, raccontano le cronache, urlando «Viva l’Italia! Morte a Francesco Giuseppe… Morte all’imperatore degli impiccati, mascalzone!». Una guardia gli mette una mano sulla bocca per zittirlo, lui gliela morde. Rifiuta il prete tedesco: meglio pregare da solo.

«Cara Nina, non posso che chiederti perdono per averti lasciato con i nostri cinque figli ancora col latte sulle labbra e so quanto dovrai lottare e patire per portarli e lasciarli sulla buona strada», leggerà la moglie in una lettera lasciata dal marito a un amico in caso di morte, «Insegna ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo. Nazario».

Buttano la salma, ultimo insulto, in una anonima fossa sconsacrata, subito coperta e resa irriconoscibile. Ma è solo la prima sepoltura. Nel 1919, le autorità italiane riescono a individuare la fossa, celebrano una solenne cerimonia e danno all’eroe, medaglia d’oro al valor militare, una nuova tomba, monumentale. Resterà lì meno di trent’anni. Persa la Seconda guerra mondiale, gli italiani in fuga da Pola, caricheranno nel 1947 sul «Toscana», la nave dei profughi in lacrime, anche la bara di Nazario Sauro, destinata per la terza sepoltura al Lido di Venezia. E quella bara appesa ai cavi di una gru resterà uno dei simboli della tragedia dell’esodo…

7 agosto 2016 (modifica il 7 agosto 2016 | 23:00)

Storia di Ötzi, l’uomo del Similaun Mostra e convegno a Bolzano

Corriere della sera

di IDA BOZZI
Tra l’Austria l’Italia, venticinque anni fa, veniva scoperta la mummia quasi integra di un uomo: grazie ai progressi della scienza oggi sappiamo che visse 5.200 anni fa. E che forse fu ucciso. La vicenda è ricostruita nell’articolo Claudio Tuniz su «la Lettura» in edicola dal 7 al 13 agosto

Venticinque anni fa, la scoperta

È il 19 settembre 1991, quando due turisti tedeschi, Erika ed Helmut Simon, durante un’escursione sul Giogo di Tisa, a 3.210 metri di altitudine e proprio sulla linea di confine tra Italia e Austria, si imbattono nel corpo mummificato di un uomo. Inizia così, 25 anni fa, la storia di una scoperta sensazionale, quella che riguarda Ötzi, l’uomo del Similaun, cui sono stati dedicati molti studi e che ora è ospitato al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano. Di questa vicenda, con i suoi contorni misteriosi, parla lo scienziato Claudio Tuniz nel suo articolo sul nuovo numero de «la Lettura», il #245, in edicola dal 7 al 13 agosto. Molte le iniziative per celebrare la scoperta: al Museo è in corso la mostra Heavy Metal sull’Età del rame (aperta fino al 14 gennaio 2018), e il 19 settembre inizierà un convegno di studi (info su www.iceman.it), mentre in val Senales nei luoghi del ritrovamento si svolgeranno manifestazioni e visite guidate. Qui, alcuni dei misteri e delle meraviglie di Ötzi.

La ricostruzione di Ötzi proposta dalla mostra «Heavy Metal»  al Museo Archeologico dell’Alto Adige a Bolzano
La ricostruzione di Ötzi proposta dalla mostra «Heavy Metal» al Museo Archeologico dell’Alto Adige a Bolzano

Il montanaro plurimillenario

Il corpo congelato intrappolato nel ghiacciaio del Similaun, tra la provincia di Bolzano e la valle di Ötztal, da cui prende il nome, appariva talmente ben conservato da far pensare a un montanaro morto tra le montagne qualche decennio prima. Ma Konrad Spindler, allora direttore dell’Istituto di Preistoria di Innsbruck, notò che Ötzi era mummificato (sebbene questo elemento potesse essere attribuito ad alcune condizioni climatiche particolari), e soprattutto si accorse che l’ascia accanto a lui insieme ad altri oggetti era molto simile a quelle costruite nella prima Età del bronzo.

Ötzi, l’uomo del Similaun (Foto Epa)
Ötzi, l’uomo del Similaun (Foto Epa)

Morte naturale o violenta?

Alcuni campioni del corpo e di arnesi del montanaro, diedero un risultato estremamente interessante alla datazione con il radiocarbonio: Ötzi aveva circa 5.200 anni, con un errore di un paio di secoli. Si trattava di un uomo preistorico, vissuto alla fine dell’Età della pietra, cioè nell’Età del rame, il metallo in cui era fabbricata l’ascia. Con una Tac al corpo, si scoprì che l’uomo del Similaun aveva naso e costole fratturate, ed era stato colpito da una freccia tuttora conficcata nella spalla sinistra. Nacque così l’ipotesi che fosse stato ucciso da un suo nemico, ma tuttora le cause della sua morte — se naturale, o violenta — restano oscure. Un altro giallo si è invece risolto: la mummia si trovava in territorio italiano, non austriaco come si era creduto in un primo momento: e così da Innsbruck è stata trasferita a Bolzano.

La mummia di Ötzi (Foto Reuters, courtesy Museo Archeologico  dell’Alto Adige, Bolzano)
La mummia di Ötzi (Foto Reuters, courtesy Museo Archeologico dell’Alto Adige, Bolzano)

Un abitante della zona

Nel 1998 Ötzi e il suo incredibile corredo di oggetti furono trasportati a Bolzano, dove vennero creati un’apposita Accademia europea (Eurac) e uno splendido museo dedicato a lui. Grazie ai progressi nel sequenziamento del Dna antico e nell’imaging 3D, molto si è compreso delle abitudini dell’uomo del Similaun. Attraverso il cibo ingerito, la composizione isotopica del carbonio, dell’ossigeno, e di altri biominerali presenti nei denti e nelle ossa (i denti registrano dettagli sull’infanzia dei corpi, le ossa registrano dove hanno vissuto in età adulta), si è scoperto, ad esempio, che Ötzi era sempre vissuto nella zona di Bolzano, senza mai allontanarsene per più di 60 chilometri.

 L’area sulla spalla in cui è visibile la punta di freccia (Foto Ap)
L’area sulla spalla in cui è visibile la punta di freccia (Foto Ap)

Un’intolleranza di 5.200 anni fa

Ma le analisi genetiche dicono anche molte altre cose: il suo tipo di Dna mitocondriale non esiste più tra le attuali popolazioni europee, mentre il suo cromosoma Y è simile a quello degli attuali abitanti della Sardegna e della Corsica. Da parte di padre e di madre, Ötzi discende dalle popolazioni arrivate in Europa dal Vicino Oriente circa 8.000 anni fa, portatrici della «rivoluzione» dell’agricoltura e dell’allevamento. Ci dicono anche che l’uomo era intollerante al lattosio e soffriva per un’infezione batterica all’intestino.

Un’immagine della mostra sull’Età del rame al Museo di Bolzano
Un’immagine della mostra sull’Età del rame al Museo di Bolzano

Una rete da caccia e una farmacia in tasca

A Bolzano, dal 18-19 settembre, ci si accinge a celebrare i 25 anni del ritrovamento, che ha aperto una finestra sul mondo di 5.200 anni fa: una scoperta straordinaria, che ci ha fatto conoscere un uomo di circa 45 anni, forse un anziano per l’epoca, dotato di un corredo di oggetti come arco e frecce, pugnale, ascia di rame e altri strumenti che ne fanno un guerriero o una personalità di rilievo. La sua altezza era di un metro e sessanta circa, il suo ultimo pasto comprendeva carne e farro, con sé aveva oggetti di betulla intrecciata, una piccola farmacia naturale con funghi e bacche, selci lavorate e una rete da caccia. Tutti elementi che mostrano la straordinaria conoscenza della natura e del territorio da parte delle popolazioni dell’epoca.

Dal sito del Museo Archeologico dell’Alto Adige, www.iceman.it,  l’immagine della rete di Ötzi
Dal sito del Museo Archeologico dell’Alto Adige, www.iceman.it, l’immagine della rete di Ötzi

Perché è importante far conoscere Marcinelle ai ragazzi di oggi

Corriere della sera
di Paolo Di Stefano

L’8 agosto 1956 in quella miniera belga morirono 262 giovani di 12 nazionalità, 136 erano italiani. Una tragedia europea anche perché il carbone serviva a risollevare le sorti del nostro Paese e del Continente. Chi ignora questa storia non capirà i migranti

La miniera di Marcinelle

Oggi, 8 agosto, ricorre il 60° anniversario della tragedia di Marcinelle. Che cosa ne sappiamo di quel che accadde quel giorno? Che cosa sappiamo di quel che avvenne prima e di quel che avvenne dopo? Nulla. Provate a chiedere che cosa fu Marcinelle a un ragazzo non dico di 13, ma di 18 anni. Provate a chiedere a un trentenne o a un cinquantenne. Avrete risposte vaghe. Solo i vecchi italiani ricordano qualcosa di quella giornata del 1956. Quella mattina, prima delle 8, una rara giornata di sole, al Bois du Cazier, la vecchia miniera del distretto di Charleroi in Belgio, un incidente a 975 metri sottoterra scatenò un incendio che investì subito gallerie e cunicoli, sopra e sotto, ovunque. Mezz’ora prima, erano scesi 274 minatori nei vari livelli, fino a -1.035 metri. 262 giovani sarebbero morti, 136 erano italiani.

Ne uscirono vivi solo 12, tra cui il molisano Antonio Iannetta, che secondo le ricostruzioni provocò il disastro: aveva inserito male un carrello pieno di carbone nell’ascensore, l’ascensore chissà come e perché (un equivoco con l’operaio di superficie) partì e il vagonetto che fuoriusciva andò a sbattere contro una trave, pochi metri sopra, dove correvano vicinissimi i tubi dell’olio e i cavi elettrici. Lo schianto provocò il fuoco. I responsabili se la presero comoda: non era la prima volta che succedeva un incidente (anche mortale). Le operazioni di soccorso furono lente, i pompieri arrivarono a mezzogiorno quando già il fumo usciva dalle ciminiere, il cielo era diventato nero e le donne erano attaccate alle grate del cancello ad aspettare e a piangere.

Sono passati sessant’anni, ma per le vedove, gli orfani, i vecchi minatori, l’incidente di Marcinelle (che chiamano, con parola mezzo italiana e mezzo francese, la «catastròfa») è avvenuto ieri. Hanno ancora negli occhi quella mattina e l’attesa delle giornate successive. Due settimane dopo un soccorritore italiano sarebbe tornato in superficie urlando la verità a cui nessuno voleva credere: «Tutti cadaveri!».

I tre processi condannarono a sei mesi con la condizionale il direttore della miniera; gli amministratori e gli ingegneri (responsabili delle incurie, della pessima manutenzione e delle bestiali condizioni di lavoro) non vennero toccati dalla giustizia. I parenti dovettero pagare le spese giudiziarie. Il testimone principe, Iannetta, era stato mandato in Canada (era il suo desiderio) a processo in corso. Il re Baldovino era accorso subito, il giorno stesso, le autorità italiane non si mossero da Roma.

Eravamo dei poveracci. Partivamo dal Nord, dal Centro e dal Sud con un panino o un’arancia in tasca, fuggivamo dalla povertà. I manifestini rosa che invitavano i ragazzi a emigrare in Belgio promettevano case per le famiglie, assicurazioni e buoni stipendi. Niente fu mantenuto: in Belgio gli operai venivano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra. Erano partiti per cercare un po’ di benessere ma anche per rimediare alle lacune della manodopera belga che non voleva più scendere in miniera e preferiva lavorare nelle fabbriche. Il governo italiano, nel 1946, aveva firmato un accordo con Bruxelles che prevedeva uno scambio: per 1000 minatori mandati in Belgio, sarebbero arrivate in Italia almeno 2500 tonnellate di carbone. Uno scambio uomini-merce (su Marcinelle è appena uscito da Donzelli un libro-inchiesta di Toni Ricciardi).

Che cosa rimane di tutto ciò nella memoria degli italiani? La «catastròfa» è la prima grande tragedia dell’Italia repubblicana: una tragedia europea, perché quel carbone sarebbe servito a risollevare le sorti non solo dell’Italia ma dell’Europa del dopoguerra. Quel giorno morirono uomini di 12 nazionalità diverse (gli italiani furono i più numerosi). Rimane ben poco. Qualche rievocazione per gli anniversari. Cosa ne sanno i giovani di quel che eravamo non due secoli ma sessant’anni fa (nel 1965 altri 56 operai italiani sarebbero morti a Mattmark, in Svizzera, per il crollo di una diga)? Che cosa ne sanno del razzismo di cui erano vittime gli italiani («Né cani né italiani» era il divieto appeso sulle porte dei locali pubblici in Belgio)?

È cambiato tutto. Abbiamo vissuto il boom economico mentre ancora si emigrava in Svizzera e in Germania per fare lavori pericolosi. Nelle scuole bisognerebbe rendere obbligatorio il capitolo: «Emigrazione italiana», nelle famiglie bisognerebbe parlare anche del nostro passato doloroso. Per educare i nostri figli a guardare con occhi più consapevoli alle emigrazioni degli altri, quelle che oggi dobbiamo «subire». Esercitare la memoria, individuale e collettiva, a futura memoria.

7 agosto 2016 (modifica il 7 agosto 2016 | 21:25)

I negri dei gommoni utili a mafiosi, drogati, sporcaccioni, avidi e chiesa deviata

Nino Spirlì



Ma quale fraternità?! Ma quale accoglienza?! Quale solidarietà?! Tutte balle per i giornali e le televisioni. La verità è più fetida e inconfessabile. Anche per le tonache bianche

I negri dei gommoni servono a ben altro che a mettere in pratica la Parola del Signore…
I negri dei gommoni servono alla mafia come scagnozzi di basso cabotaggio, da braccianti senza diritto al salario nelle loro vaste tenute a sicari per accoppamenti senza cachet, da venditori di merce tarocca per finte signore che non vogliano rinunciare alla personale luisguittò quasi vera a distributori di calzettoni in cotone cancerogeno sugli intercity in perenne ritardo. Da staffette per i “piccoli” latitanti a guardiani di mignotte. A picchiatori di refrattari al pizzo. A sentinelle d’angolo per controllare i movimenti delle Forze dell’Ordine e dei singoli cittadini.

I negri dei gommoni servono ai drogati, quelli persi e sdentati postsessantottini (da eroina) e quelli cocainomani in Ferrari o quelli in scooter liceale, arrugginiti di canne e fumo da epatite già a 12 anni, perché come distribuiscono la merda i clandestini non ci riesce nessuno. Hanno, infatti, solo loro la prima delle caratteristiche necessarie ad uno spacciatore: sono invisibili. Non hanno nome, non hanno domicilio stabile, son tutti uguali e intoccabili, non sono registrati.  Anzi, sì: vivono a casa dello Stato Italiano, sono tutelati anche quando spaccano mobili, muri, coglioni! Se una stanzetta non gli piace, è pronta una suite di una depravato albergatore che, per 35 euro al giorno si farebbe anche inchiappettare sulla punta estrema della Mole Antonelliana. Giusto quel tempo necessario per guadagnarsi il rimborso statale ed europeo che gli consenta di fare il pieno alla fuoriserie con tanto di cavallino rampante.

I negri dei gommoni servono anche e proprio a loro, agli avidi. Di denaro, di notorietà, di riconoscimento pubblico di presunta bontà. Gli avidi di vita fuori dalle grigie mura di casa, dove abbandonano genitori anziani nelle mani di badanti senza fissa dimora che li seviziano col beneplacito dei “santi dell’accoglienza”, dove abbandonano intere nidiate di figli, che si drogano di canne e pokemon in fuga da individuare anche nel fondo della tazza del cesso, dove abbandonano mariti o mogli rincoglioniti di donnefransischemontenegro o chilhavisto e, magari, destinati all’abbandono all’alcol o a qualche zoccola d’oltreurali o mandingo delle foreste ghanesi… E che dire degli avidi di denari facili: i caritatevoli a pagamento delle associazioni “umanitarie”, che si stanno gonfiando le tasche di soldoni che puzzano di morte e di invasione del nostro Occidente? E i proprietari di immobili “consegnati” ai bonifici a pioggia della falsa europa dei burocrati magnoni e dei politici miopi (quando va bene) o, più verosimilmente, collusi? E che dire degli avidi di prime pagine con foto della stretta di mano bicolore, vomitevolmente buonista, e triste quanto un biscotto alla nutella schiacciato dalla ruota d’un TIR?

I negri dei gommoni e le loro femmine piacciono e servono agli sporcaccioni di tutti i generi, che, con pochi spiccioli, si sono assicurati, fin dal loro primo sbarco clandestino,  ore e ore di copule caffellatte, che, altrimenti, non avrebbero potuto nemmeno immaginare. “Vedo la gente morta”, diceva il ragazzino del film. “Vedo il troiaio ovunque”, recita la Vecchia Checca che sta scrivendo, scandalizzata, lei come e più degli altri umani, dalla deriva pervertita che sta prendendo la propria gente. Vecchie che si abbandonano a giovanotti equatoriali, cazzuti e furbi come faine, che, prima le spogliano, poi le spogliano. Nell’ordine, delle mutande, dei beni, della dignità. Pensionati integerrimi, che corrono dal medico a curarsi creste di gallo e scolo, manco vivessero nei bordelli dei bassifondi d’un secolo fa. Giovinette e giovinetti, schiuma della “società perbene” radicalchic e “ddesinistra”, che si intrecciano come mozzarelle di bufala a invasori di prima, seconda e terza generazione, per dimostrare che, in “amore”, Franza o Spagna purché se magna…

I negri dei gommoni servono alla chiesa deviata, quella che ha rinunciato, peccando, alla PAROLA, per dedicarsi unicamente ed ereticamente all’uomo, confondendo CRISTO, FIGLIO DI DIO, fattosi uomo, con l’uomo che crede di essere dio, ma che NON sarà MAI VERBO. La chiesa che si ingrassa con le voracissime fondazioni milionarie dei cardinaloni e dei vescovazzi in brama d’ascesa. La chiesa che HA ed E’ una banca. La chiesa che blatera di perdono in tv e sui giornalini di parrocchia, ma non salva i parrocchiani stessi se sono italiani, occidentali, cristiani. La chiesa che accoglie i ragli degli infedeli, i quali, irrispettosi del Santo Tabernacolo, sporcano i lini candidi degli Altari con le loro sure di morte. La chiesa che tace sul martirio di centinai di migliaia di Cristiani nel mondo, soprattutto per mano dei maomettani. La chiesa di questo scellerato che viene dalla fine del mondo e che continua, senza misericordia alcuna, a parlare di misericordia.

La chiesa deviata dei farisei dei cori domenicali, che si sentono così tanto in casa propria, da parlare a voce alta anche davanti all’Altare del Santissimo, da mangiare la pizza, bere la birra e ruttare fra i banchi destinati ai fedeli; da rispondere, autorizzati dalla frequenza alle riunioni parrocchiali, alle chiamate o ai messaggi dei loro volgarissimi cellulari anche durante la celebrazione della Santa Messa. La chiesa deviata dei preti pervertiti, che accolgono non A FIANCO, ma DENTRO di sé, confondendo la fratellanza con l’incesto. La chiesa che distribuisce il Corpo di Cristo ai suoi carnefici…

I negri dei gommoni, invece, qui NON servono. 

I negri dei gommoni servono ai loro Paesi, per lottare contro i signori della guerra, per mandare a casa i tiranni sanguinari, per liberarsi dal giogo della teocrazia e dell’avidità di soldi e potere, per rinascere come popoli, per creare democrazia, per dare futuro al proprio continente, per abbattere capanne e bidonville e creare case e quartieri, per coltivare le proprie terre, per allevare i propri bestiami, per inaugurare scuole, università, ospedali, uffici. Tutto lì, nella loro terra. Come noi abbiamo fatto nella nostra.

Aiutarli a fuggire verso casa nostra, ammazza noi e ammazza loro.

Quando tutto questo entrerà nella testa dell’Occidente, dopo essergli entrato nelle viscere, sarà un Buongiorno, Mondo!

Fra me e Voi.