giovedì 11 agosto 2016

Boschi, altro che cosce: dovevate indignarvi prima

ilfattoquotidiano.it
di Stefano Feltri

Tutto questo putiferio sulla vignetta di Mannelli dedicata a Maria Elena Boschi, riaccende eterni dibattiti sul politically correct. Con alcune involontarie svolte comiche, come l’Unità che scrive un indignato articolo contro Il Fatto e le sue vignette e poi in prima pagina ricorda con nostalgia quando il giornale faceva satira sui leader di partito (e pubblica un disegno di Alessandro Natta tutto nudo: uomini, coraggio, indigniamoci un po’ per questa degradazione del nostro virile corpo…)

L’indignazione è efficace se dispensata con parsimonia. Altrimenti è un riflesso condizionato, attivato per conformismo da un Tweet o da una dichiarazione di agenzia o da un’ordine dall’alto. Non voglio tornare sull’interpretazione della vignetta, di cui ho già scritto. Ma trovo davvero bizzarra tutta questa attenzione per la prima pagina del Fatto.

Le agenzie e i siti e i giornali che rilanciano, sdegnati, la vignetta di Riccardo Mannelli sono gli stessi che hanno completamente – e dico completamente – ignorato cose ben più gravi che Il Fatto ha pubblicato in questi mesi: le inchieste sulle strane manovre intorno all’Eni, il fatto che un giudice della Corte costituzionale è indagato, la lottizzazione renziana della Rai, perfino la notizia che c’erano forze speciali italiane in Libia e Iraq ha avuto dignità di richiamo solo quando – due settimane dopo di noi – l’ha scritta Repubblica.

E le parlamentari che si inalberano sono le stesse che non hanno avuta nulla da obiettare quando Novella 2000 pubblicava servizi con fotografie a doppia pagina di Maria Elena Boschi e titoli incredibili tipo “A un passo dal topless”. TgCom24, testata di Mediaset, ha dedicato addirittura un servizio alle onorevoli smagliature. Dove eravate voi sdegnate deputate e senatrici? E voi infervorati commentatori? Non ditemi che vi erano sfuggite.

E vogliamo parlare del ministro Marianna Madia che si fa immortalare sulla copertina di Oggi con un incolpevole neonato? Non è doppiamente degradante, usare il proprio ruolo di mamma e il proprio figlio per salire nella scala del consenso. E Vanity Fair? “Un dono chiamato Maria Firenze ospita la prima Olimpiade per atleti con sindrome di Down. La famiglia Renzi partecipa con due madrine e una piccola grande trascinatrice.

Che, scrive qui sua zia (e moglie del premier), a tutti ha insegnato il valore dell’amore” . Ma davvero vi indignate per la vignetta di Mannelli e non per queste cose? La verità, cari doppiopesisti, è che quell’uso degradante e ammiccante del corpo della donna viene tollerato perché, a torto o a ragione, viene considerato portatore di consenso.

Nessuno si inalbera se le riviste di Gossip pubblicano le foto del ministro Stefania Giannini a seno nudo (ne ha scritto, con foto, perfino Il Corriere della Sera) perché viene considerata una normale tappa dell’evoluzione da persona a personaggio, lo scambio tra privacy e popolarità. Se il popolo legge gossip, diamogli gossip: seni, cosce e perfino la cellulite vengono ridotte a strumento dell’attività politica o, meglio, dell’autopromozione.

Non so voi, ma io trovo più degradante che redattori, titolisti e lettori dibattano della quantità di cellulite di una ministra o di una deputata piuttosto che un disegnatore condensi, con il suo stile, le critiche che tante volte noi abbiamo esplicitato in lunghi e argomentati articoli: che la Boschi non ha argomenti per difendere una riforma da lei stessa scritta.

E, per favore, adesso rimangiatevi tutti i vostri “Je Suis Charlie”.

Boschi, non solo cosce: arrabbiamoci anche con chi non rispetta la democrazia

ilfattoquotidiano.it
di Nadia Somma

Ieri durante un pigro e molle pomeriggio estivo, mentre mi concedevo il lusso delle ferie (c’è chi non le ha) mi arriva un accorato messaggio su Facebook. Una amica scrive in rima: “Il Fatto lo ha rifatto!”. “Cosa?”. “Con la Boschi! La vignetta! Le cosceeeee. Riesci a scriverci, Nadia?”. Rispondo che se scrivo non cambia nulla. Al massimo mi sfogo. Infatti continuo ad avere il blog su Ilfattoquotidiano.it per curare la mia salute. Mantengo bassa la pressione, ma ho anche una vita e non vivo di polemiche per quanto mi ci trovi spesso impantanata dentro fino al collo (ammetto il vizio).
Non sto molto bene da giorni e dopo aver letto il messaggio, pigramente mi alzo dal divano, mi collego al pc, scarico Il Fatto quotidiano cartaceo ed ecco: “Lo stato delle cos(c)e”. La vignetta con la ministra Boschi seduta sulla sedia in un abito corto che scopre le gambe. E’ di Mannelli. Satira?

Mi pare una battuta da spirito di patata di un chierichetto che sbircia le compagne di scuola dal buco della serratura e pregusta di far loro dispetto sollevandone le vesti, a sorpresa. Preferisco Natangelo. Rimugino ributtandomi sul divano “ma porca miseria… Sozza sozzis, munda mundis?… Sto par de ovaie”, ricordando il botta e risposta con Marco Travaglio per un titolo uscito tempo fa sul Fatto quotidiano cartaceo. Ciondolo sul web dove infuria la polemica: la presidente della Camera è indignata, i miei contatti pure. Stefano Feltri nel suo blog su Ilfattoquotidiano.it difende la vignetta e tenta un’arrampicata su una parete di argomentazioni scivolose. Una fatica che si sarebbe risparmiato se avesse ammesso: “La vignetta era brutta e banale”, e via, in cima alla vetta della ragione con un oplà!

Ora in molti si stanno occupando della vignetta e mi chiedo quanti e quante, tra gli indignati, andranno a leggersi, per esempio, l’articolo di Silvia Truzzi. Ma questa è una responsabilità del Fatto quotidiano e non dei lettori o delle lettrici. Irridere la ministra Boschi per la cellulite, apostrofarla “signorina”, fantasticare di trivelle o trasformare il petrolio in altro per colpirla, è sessista e inefficace. Il rischio è l’effetto paradosso che solleva una cortina fumogena intorno al bersaglio senza che sia impresso nella mente di chi legge ciò che deve, davvero, essere a nudo.

Si rischia che siano dimenticate le spericolate (e pericolose perché hanno il tanfo dell’autoritarismo) e goffe affermazioni della ministra: “Chi vota il No alla Costituzione è come Casa Pound” o altre dichiarazioni che ricalcano lo stile da imbonitore televisivo tipico di Berlusconi. Ricordiamo ancora gli slogan che hanno aperto la pista al nulla come quella promessa di “un milione di posti di lavoro”.

Oggi non c’è più Berlusconi (dita incrociate) e ben poco ci resta della politica. Restano corruzione e malaffare e quel nulla, funzionale a difenderle, condito da propaganda. Leggiamo e ascoltiamo a ripetizione: la riforma ci salverà dal terrorismo, ci renderà ricchi e aumenterà il Pil. Un linguaggio che quando non inganna con bugie stupide, tradisce il rispetto della democrazia. Avviene quando la ministra Boschi attacca inopinatamente tutte quelle cittadine e quei cittadini che non approvano affatto la riforma costituzionale e che non vedono l’ora di votare No al referendum.

Ci sono donne e uomini, mi auguro in numero sufficiente a rimandare al mittente la riforma costituzionale, che si indignano se la ministra si dimentica di rappresentare anche loro. Quando dice “Chi è per il No non rispetta il lavoro del parlamento”, mette in discussione lo stesso referendum (cosa vorrebbe la ministra Boschi, una scheda con due caselle Sì o una scheda con il Sì già barrato?) e stigmatizza il dissenso, dimenticando che fa parte della democrazia. Penso, ed è anche per questo che sono incavolata con chi ha il cervello occupato a vedere le donne come aspiranti veline, che ci sono donne che al di là delle capacità, sono aspiranti zarine e che non vanno sottovalutate.

Un’ultima cosa per le compagne femministe: non dobbiamo smettere di indignarci per il sessismo, di solidarizzare con le donne che ne sono colpite, ma arrabbiamoci con chi esige solidarietà per il sessismo e poi non restituisce affatto quella solidarietà alle altre donne, varando politiche inique e che accrescono disparità. E siccome ci aspetta, spero, un autunno caldo, arrabbiamoci con chi non è solidale con la democrazia, un sistema che include il diritto di opporsi, rifiutare, criticare, attaccare le scelte del governo ma soprattutto il diritto di poter manifestare il dissenso (e ad ascoltarlo anche in Rai).

E Il Fatto Quotidiano? Troppo spesso ultimamente, cede a una goliardia maschia fuori tempo massimo e il suo direttore, Marco Travaglio, non dovrebbe dimenticare che se si difende la democrazia, non lo si può fare col linguaggio sessista perché è il linguaggio che accompagna sempre gli autoritarismi come un fedele servitore che agita il manganello se necessario.

Chi dice di battersi per una democrazia che includa tutte e tutti, non deve più mettere le donne nella condizione di scegliere tra diverse gradazioni o espressioni di autoritarismo.

@nadiesdaa

Illudere l’amante di essere single o divorziati è un reato penale, secondo la Cassazione

La Stampa
 federico capurso

È “sostituzione della persona”: la decisione su un caso di infedeltà



Talvolta si crede tanto nella famiglia da averne due. Ora però, sentenzia la Cassazione, far credere all’amante di essere single o divorziato quando non è vero è un reato punibile penalmente. Si tratta di «sostituzione della persona»: non basta però illudere il secondo partner di essere liberi da altri legami, si deve anche cercare un’utilità, come una convenienza economica o il semplice mantenimento di un rapporto sentimentale che altrimenti verrebbe perduto.

Gli ermellini si sono trovati di fronte alla storia di un tradimento dai risvolti grotteschi. Lui, già sposato, aveva portato avanti a lungo una seconda relazione. All’inizio, il teatrino seguiva ancora il copione dei grandi classici dell’infedeltà: far credere all’amante di voler stare con lei, di essere separato e di avere concrete possibilità di ottenere un annullamento del precedente matrimonio. 
Con il tempo, però, la liaison diventa una cosa seria e la trama della storia si ingarbuglia.

Lei lo presenta alla sua famiglia, viene concepito un figlio e si intavolano i primi discorsi di matrimonio. Eppure, dalla Sacra Rota ancora non arrivano notizie. Piuttosto, iniziano a insorgere i primi dubbi sulle sue buone intenzioni. Messo spalle al muro e a riprova della sua onestà, si presenta dall’amante con l’agognato documento di divorzio. Peccato si tratti di un certificato posticcio creato al computer. La sua fortuna, in questo caso, è quella di non avere particolari abilità nella contraffazione di documenti, evitando così il reato di falso in atto pubblico.

Per la Cassazione, infatti, si tratta di «falso grossolano». Lei nel frattempo, già insospettita, inizia a indagare. Scopre così che l’uomo non solo non è separato ma continua a vivere con la moglie dalla quale, tra l’altro, aspetta anche un figlio. E si finisce in tribunale.

Non è la prima volta che la Cassazione interviene in materia di tradimenti. Negli anni è diventato reato sottrarre al partner il cellulare per spiarlo, rivelare un tradimento al coniuge dell’amante. Se poi si è infedeli – sentenzia ancora la Cassazione – si devono pagare i costi di mantenimento, anche se l’amore è solo platonico. Insomma, si rischia grosso.

Alcatraz, il carcere infernale da cui era (quasi) impossibile fuggire

Corriere della sera
di Paolo Rastelli e Silvia Morosi | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

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“The Rock”, “The Bastion”, la Fortezza, la Prigione. Tanti nomi per un unico luogo che, ancora oggi, incute paura e rispetto. L’11 agosto del 1934 apre, come carcere federale di massima sicurezza, l’isola di Alcatraz (che in spagnolo significa “pellicano”). Situata nella baia di San Francisco, diviene una prigione dopo aver ospitato un faro e dopo essere stata adibita a scopi militari. Noto per l’estrema rigidità con cui sono trattati i detenuti, tra verità storiche e misteri ancora irrisolti, con gli anni, nell’immaginario collettivo, è stato associato a un luogo infernale, sia per i rigidi trattamenti riservati ai detenuti, d’altronde nel penitenziario finivano solo i peggiori criminali, sia per il mito secondo il quale era impossibile fuggire oltre le mura (anche perché attraversare le acque gelide e turbolente della baia portava praticamente a morte certa).

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La vita ad Alcatraz era tutto fuorché facile: celle singole con dimensioni ridotte, isolamenti lunghi e durissimi, visite parentali rare. Le mancanze disciplinari venivano punite con la reclusione al buio e al freddo nelle celle d’isolamento: chi disobbediva alle regole finiva  nel “buco” per oltre 19 giorni; una cella posta sottoterra in regime di isolamento. Nella storia ci sono stati 26 tentativi di evasione, ma soltanto di pochi uomini (si dice 5) si sono perse le tracce e si suppone che ce l’abbiano fatta. Alcatraz chiude i battenti nel 1963 e dal ‘69 al ‘71 è occupata da un gruppo di indiani d’America con l’intento di costruire sull’isola un centro culturale. Aperta per 29 anni, la prigione ha ospitato 1576 prigionieri. Da George  Kelly Burns, uno dei banditi più famosi del proibizionismo, meglio noto come “Mitragliatrice” a Alvin Karpis, “Il raccapricciante Karpis”, fino a Al Capone. Quest’ultimo si mostrò così collaborativo ad Alcatraz, tanto che si meritò l’accesso alla banda della prigione, gli Rock Ilanders, dove era solito suonare il banjo nei concerti della domenica.

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Uno dei tentativi di fuga da Alcatraz, che entrò nella storia, riguarda la famosa Battaglia di Alcatraz, del 2 maggio 1946, terminata due giorni dopo con la morte di tre prigionieri (autori della rivolta) e di due guardie. Gli autori di questa rivolta, armati, non vedendo possibilità di fuga intrapresero una sanguinosa lotta contro le guardie carcerarie, le quali furono assistite da alcune unità della Polizia di San Francisco, della Guardia costiera, dell’Aeronautica militare e dei Marines. L’uccisione di due guardie prese in ostaggio provocò la reazione di tutta la prigione che si scatenò sulle forze dell’ordine per avere la meglio.

Tra le altre storie, c’è quella dei fratelli Anglin e Frank Morris, che, nel giugno del 1962, tramite alcuni buchi scavati e visibili ancor oggi nelle loro celle, riescono a fuggire  (la loro storia è raccontata in Fuga da Alcatraz di Don Siegel, che vede tra i protagonisti anche Clint Eastwood). Si dice che Morris stesse studiando lo spagnolo da qualche mese, per raggiungere, dopo l’evasione, il sud America. Oggi, la fuga da Alcatraz è una gara di triathlon che si tiene la prima domenica di maggio e prevede 2.4 chilometri a nuoto, 29 in bicicletta e 12.9 a piedi. Quello che resta della fortezza è comunque visitabile: attualmente Alcatraz è parte della Golden Gate National Recreation Area, gestita dal National Park Service.

Due famiglie rom nullatenenti con 12 ville e beni per 2,5 milioni di euro

Il Mattino

La scoperta della Guardia di Finanza

TRIESTE - La Guardia di Finanza di Pordenone ha sequestrato 12 ville di pregio, 3 terreni edificabili, un appartamento e un locale commerciale per un valore di 2,5 milioni di euro. I beni erano nella disponibilità degli appartenenti a due famiglie rom, residenti tra la provincia di Pordenone e quella di Venezia. I componenti delle due famiglie milionarie risultavano nullatenenti al Fisco.

I finanzieri della Compagnia di Pordenone, comandati dal colonnello Fulvio Bernabei, hanno accertato che gli indagati svolgevano con modalità illecite commercio di auto di grossa cilindrata - tra cui Ferrari, Lamborghini e Porsche - e che inoltre si occupavano di costruzione e vendita di ville di lusso e lucidatura e doratura di arredi sacri di proprietà della Chiesa. A carico loro pende la richiesta di applicazione delle misure di prevenzione patrimoniale previste per legge in quanto ritenuti vivere abitualmente con i proventi di attività delittuose.

Tali misure saranno oggetto delle udienze già fissate dal Tribunale di Prevenzione di Pordenone per il prossimo mese di settembre.

Il ritorno di Amiga: 10mila titoli per giocare su browser

repubblica.it
di MASSIMO COSTANTE

La storica macchina di Commodore ritorna grazie a Internet Archive con una ricca libreria. Un tuffo nel passato per gli appassionati

Amiga torna, 10mila titoli  per giocare su browser

SONO ben 10mila i titoli che vanno ad arricchire la collezione di Internet Archive, la famosa biblioteca digitale gratuita: giochi e software provenienti dalla libreria di Amiga, uno degli home computer degli anni '80 e '90 più amati della storia dell'informatica. Chi ha vissuto l'era della gloriosa Commodore, o semplicemente è appassionato di videogiochi e informatica, ricorda con affetto la serie di computer Amiga nata nell'ormai lontano 1985 dalla mente geniale di Jay Miner. Amiga fu una vera macchina dei sogni, permettendo a giocatori, programmatori e musicisti di trovare una perfetta dimensione di divertimento.

Oggi Internet Archive vuole omaggiare il passato di questa macchina indimenticabile offrendo un'enorme libreria con nuovi titoli offerti tra i migliori giochi sviluppati per l'home computer Commodore come Batman The Movie, The Secret of Monkey Island, R-Type, Double Dragon e moltissimi altri. Non solo: l'archivio mette a disposizione anche moltissimi programmi di gestione o disegno come il famosissimo Deluxe Paint.

L'intera libreria è disponibile in forma gratuita e non occorre installare alcun emulatore per l'esecuzione dei titoli offerti, che sono di fatto elaborati attraverso il vostro browser. Ma per chi lo desiderasse, il sito permette di effettuare il download delle ROM richieste.

Statali, 52 modi per non lavorare (pagati)

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

Ogni anno i dipendenti pubblici ottengono in media 19 giorni di assenze retribuite. Quelli delle aziende private 11 . Nella scuola boom di prof e segretari con parenti disabili. Migliaia di netturbini e autisti di bus nei seggi elettorali



I netturbini romani mobilitati per le elezioni come in una sezione Pci negli Anni 50. I professori sardi devoti all’assistenza ai disabili. Gli autisti dei bus pubblici impegnati in massa in trattative sindacali. Tutti giustificati, retribuiti e apparentemente in regola. Non timbrature in mutande, ma assenze giustificate per cause previste da leggi e contratti a tutela del lavoratore. E come gran parte delle cose giuste in Italia, a rischio di essere corrotta da abusi e privilegi, a danno non solo degli utenti, ma anche dei legittimi beneficiari, penalizzati dalle generalizzazioni. 

Nella pubblica amministrazione si sono sedimentate 52 forme di assenza giustificata e retribuita. Dalla donazione del midollo osseo alla comparizione in tribunale come testimone, dal volontariato per soccorso alpino all’aspettativa per i cooperanti allo sviluppo, dall’assenza per fare lo scrutatore alle elezioni ai permessi per il ricongiungimento con il coniuge all’estero. La Stampa ha incrociato dossier della Ragioneria generale dello Stato e di Confindustria: al netto delle ferie, nel 2014 (ultimi dati disponibili) un dipendente pubblico ha usufruito in media di 19 giorni di permessi retribuiti, uno del settore privato solo di 11. L’anno prima il rapporto era 19 a 13. Secondo Confindustria, ridurre l’assenteismo del pubblico ai livelli del privato farebbe risparmiare 3,7 miliardi di euro l’anno.

A catalogare le «causali di assenza» - tra moduli, formulari, documenti giustificativi sempre e comunque «per motivate esigenze e ai sensi e per gli effetti della normativa vigente» - è stato Alfonso Celotto, costituzionalista e cultore della pubblica amministrazione, al punto da ricavarne un alter ego letterario, «il dott. Ciro Amendola direttore della Gazzetta Ufficiale». «Selva selvaggia - dice citando Dante -. Negli anni le tipologie si sono arricchite e diversificate creando diritti e aspettative difficili da rimuovere». Al punto che ciascuna amministrazione distribuisce circolari con istruzioni operative. L’università di Pavia ha sfornato una «guida alle assenze dal servizio» lunga 32 pagine fitte e nemmeno esaustiva.

«Nel manuale - recita la premessa - sono riassunti alcuni tra gli istituti giuridici di assenza...». Segue il rimando a sei contratti collettivi (siglati tra il 2000 e il 2009), tre leggi, un regolamento, tre decreti legislativi, due decreti del governo e altrettanti del presidente della Repubblica. Tutti vigenti. Contando quelli abrogati, questa pagina non sarebbe sufficiente.



STUDIO E FAMIGLIA
Tutte le causali, lette in una prospettiva storica, sono conquiste della civiltà del lavoro. La maternità (introdotta per legge nel 1971) si declina in astensione obbligatoria e facoltativa, congedo parentale, permesso per visite pre-natali e per malattia del figlio entro i 3 anni o del bambino da 0 a 8 anni se con ricovero ospedaliero. Il permesso per lutto (tre giorni) si estende fino ai parenti entro il secondo grado e agli affini (suoceri, nuore e generi). Quello per esami e concorsi può allungarsi fino a otto giorni in un anno. Tre giorni per la grave infermità del parente. Fino a 150 ore retribuite per la frequenza di corsi scolastici o universitari. Diciotto per «motivi di famiglia» che includono visite specialistiche, divorzio e decesso di parenti lontani ma anche calamità naturali, adempimenti presso i vigili del fuoco e «altri gravi motivi che discrezionalmente potranno essere valutati». Addirittura tre anni per i dottorati di ricerca. C’è che ne inanella in serie e si fa vedere dopo una decina d’anni.

AL VOTO, AL VOTO!
Talvolta basta un’autocertificazione, talaltra serve l’attestazione di un altro ufficio pubblico. Persino la partecipazione ai Comitati per le Comunicazioni, organi delle Regioni, garantisce l’assenza pagata. I consiglieri comunali possono assentarsi non solo durante le sedute, ma anche nelle otto ore successive e per l’interno giorno dopo se la seduta si protrae oltre la mezzanotte (cosa frequente).
Chi lavora nei seggi elettorali ha diritto a due giorni compensativi di assenza retribuita. Se lo spoglio supera la mezzanotte, i giorni diventano tre per recuperare le energie. Per le regionali del 2015, a Napoli circa 750 dipendenti su 3.000 chiesero l’esonero all’azienda municipale dei trasporti. Due mesi fa l’Atac, azienda pubblica dei trasporti di Roma, s’è vista costretta a sospendere i permessi elettorali, dopo l’arrivo di 850 richieste - 30 scrutatori e 820 rappresentanti di lista su 12 mila dipendenti - in vista delle comunali. Risultato: un bus su tre senza autisti.

Del resto l’Atac, già gravata da oltre un miliardi di debiti, vanta un tasso di assenteismo dell’11% e 131 mila ore l’anno di permessi sindacali retribuiti (11 mila più di quelli pattuiti), che costano 3,7 milioni di euro. Anche in un’altra azienda pubblica romana, l’Ama (rifiuti), la passione politica dilaga. Alle ultime elezioni comunali erano mille dipendenti su 7800 (e 400 netturbini) a fruire del permesso. Due anni fa si erano raggiunti picchi di assenteismo del 19%. E il 3,4% dei dipendenti usa i permessi della legge 104: tre giorni al mese per assistere i parenti non autosufficienti. Un anno fa l’azienda ingaggiò un’agenzia di investigazione privata che scoprì due dipendenti in palestra nei giorni in cui invocavano i permessi per assistere parenti malati. Licenziati.

LONTANO DALLE CLASSI
La concentrazione di parenti disabili esplode nella scuola. Il 13% dei docenti di ruolo e il 5% dei precari beneficia dei permessi retribuiti contro una media dell’1,5% dei dipendenti delle aziende private, a parità di regole. Il record spetta ai docenti sardi: 18,27%, tasso di permessi per disabilità più che doppio rispetto ai piemontesi (8,96%). In Umbria la percentuale è il 17,17, in Sicilia il 16,75, nel Lazio il 16,36, in Puglia il 15,95 e in Campania il 15,77. Tassi sotto il 10% si registrano, oltre che in Piemonte, in Veneto (9,71%) e in Toscana (9,84%).

Per il personale tecnico amministrativo (Ata) il tasso medio nazionale è del 17% con picchi del 26,27% in Umbria, del 24,78% nel Lazio e del 23,33% in Sardegna. Anche per questi impiegati il tasso più basso è in Piemonte (11,87%). Mario Rusconi, vicepresidente associazione nazionale presidi, ha raccontato recentemente di una professoressa che chiedeva permessi ai sensi della legge 104 per tre diversi parenti: padre, madre e sorella. «Io dicevo che aveva la 312, ovvero la 104 per tre». In realtà si scoprì che nei 9 giorni mensili di assenza retribuita faceva un secondo lavoro.

Ma in tribunale fu assolta «perché il fatto non costituisce reato». Il ministero ha deciso di accendere un faro dopo aver scoperto alcuni casi clamorosi come quello di una scuola di Menfi, in provincia di Agrigento: l’Istituto Santi Bivona aveva 70 insegnanti beneficiari dei permessi per parenti disabili su un totale di 170. Quasi il 42%. Se fossero davvero tutti malati, piuttosto che da ministero e Inps sarebbe stato un caso da sottoporre all’Organizzazione mondiale della sanità.

(Ha collaborato Margaret Spiegelman)

Vacanze

La Stampa
jena@lastampa.it

Finalmente la Libia torna alla normalità, c’è chi già ci va in vacanza come le nostre forze speciali. 

Dai

La Stampa
jena@lastampa.it

Più di 2700 migranti sono morti mentre cercavano di raggiungere l’Italia.
Dai che quest’anno battiamo il record.