lunedì 29 agosto 2016

I partigiani e Albertazzi

Martin Venator



L’Associazione nazionale partigiani mena fendenti da tutte le parti pur di rendere manifesta la propria contrarietà alla cittadinanza onoraria a Giorgio Albertazzi da parte del comune di Volterra. Tale accanimento non sappiamo se definirlo liminare alla follia ideologica o alle pratiche di una dozzinale dialettica tutta italiana.

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Per Pia dè Tolomei di Lippa, vedova di Albertazzi, è una <<vergogna strumentale>>. Ma la signora si è contenuta mentre invece non bisogna lasciare la presa. Io parlerei invece di amenità allo stato puro. Di paranoia mista a manie di protagonismo con aggiunta, in qualche caso, di appannamento dato dall’età avanzata; anche se, visto che ci avviciniamo al 2017, non so quanti veri partigiani siano ancora in vita e quanti invece siano cascami che approfittano di quel mondo per farsi pubblicità.

Accusare Albertazzi del passato fascista significa non aver cognizione del tempo passato; non avere buon senso e soprattutto tirarsi fuori da ogni corretta logica di discussione civile.Peraltro, taluni loro refrain iniziano ad essere urticanti e potrebbero inficiare anche condivisibili battaglie come la contrarietà alle riforme costituzionali. Perché se le premesse di ogni loro pronunciamento sono sempre legate a stereotipi così antichi, significa marcare con un pregiudizio ogni singola valutazione.

L’ANPI sembra distante nel tempo e nello spazio dall’Italia del terzo millennio. Adotta un linguaggio obsoleto e la pretesa di rappresentare il nucleo più puro della nostra società democratica lascia esterrefatti. In una Italia strabordante di moralisti vorremmo francamente fare a meno di queste penose vicende. E soprattutto fare a meno dei moralisti.

L'Anpi fa resistenza contro un morto: Albertazzi

Paolo Bracalini - Lun, 29/08/2016 - 08:55

I partigiani contestano la cittadinanza onoraria: era repubblichino. La vedova: "Vergogna"



Un'estate piena di battaglie per l'Anpi. Dopo quella sul referendum, l'associazione partigiani (ma i reduci veri sono ormai una sparuta minoranza), l'Anpi fa la resistenza anche contro Giorgio Albertazzi, il grande attore toscano che però non può replicare perché nel frattempo è morto (lo scorso maggio).

Il problema è la cittadinanza onoraria che il Comune di Volterra ha attribuito all'attore, da tempo legato allo storico borgo toscano: lì Albertazzi aveva fondato nel 1995 un laboratorio teatrale, più volte ha recitato nel Teatro romano di Volterra, città che poi lo invitò a festeggiare i 90 anni come suo illustre (quasi) concittadino. Un afflato che però non è affatto condiviso dalla sezione locale dell'Anpi, che anzi «esprime disappunto e si dissocia in maniera netta» dalla concessione della cittadinanza onoraria all'attore. «Abbiamo atteso fino ad ora per non creare polemiche, ma ora vogliamo chiarire il motivo di questa nostra posizione che non riguarda i meriti artistici dell'attore ma la sua vicenda personale- attacca l'Anpi Volterra su Facebook allegando la foto di un partigiano impiccato.

Albertazzi è stato uno degli artefici della terribile repressione a seguito dei rastrellamenti sul Monte Grappa dal 20 al 27 settembre 1944, nell'ambito dell'operazione Piave da parte dei nazifascisti». Sull'accusa di essere stato un repubblichino «fucilatore di partigiani e disertori» Albertazzi ha dato la sua versione dei fatti nelle interviste e nei libri autobiografici. «La fama di fascista non me la sono mai scrollata di dosso. Andai a Salò come tanti ragazzi, convinto che lì si combattesse per l'Italia, consapevole che in quel momento stavo dalla parte di chi già aveva perso. Io non mi pento di quanto ho fatto. A maggior ragione non mi pento di quanto non ho fatto.

E io non ho fucilato nessuno» ha raccontato Albertazzi, che militò nella Rsi col grado di sottotenente (anche Dario Fo fu un giovane repubblichino, ma l'Anpi non ha mai criticato il passato del premio Nobel). L'unica che può rispondere all'accusa dell'associazione partigiani è la vedova di Albertazzi, Pia dè Tolomei di Lippa, nobildonna fiorentina da lui sposata in tarda età: «Perché prendersela con Giorgio che non c'è più? - replica la vedova su La Nazione -. Si ricordino che l'Anpi è un istituto culturale pagato dagli italiani: e Albertazzi è stato un grande italiano, ha ricevuto i più alti riconoscimenti dallo Stato. Questa cosa è allucinante. Devo ricordarlo io che quello era un periodo di guerra civile?

Ci sono foto di partigiani illustri con teste mozzate, sbandierate, che hanno ucciso altri uomini. Mi chiedo: se Giorgio fosse stato dall'altra parte sarebbe stato migliore? È solo una speculazione vergognosa verso chi non può più difendersi».

Mai pentito di aver aderito a Salò»

Stefania Vitulli - Dom, 29/05/2016 - 09:08

Rimase in prigione per quasi due anni dopo la guerra



«Di che cosa dovrei pentirmi? Non amo il pentimento, un sentimento cattolico che disprezzo».
Così dieci anni fa nel volume di interviste I grandi vecchi (Mondadori), Giorgio Albertazzi rispondeva ad Aldo Cazzullo a proposito della sua appartenenza fascista e poi della sua scelta a favore della Repubblica Sociale, scelta condivisa con molti personaggi dello spettacolo, compreso Dario Fo. «Un uomo è ciò che ha fatto, ma anche ciò che pensa. Io avevo 18 anni, tiravo di boxe, ero forte e veloce. Partigiani in giro non ce n'erano, e devo dire che non ne ho mai visti, se non nella primavera del '45».

Non si è mai pentito, di quella ormai antica appartenenza, Albertazzi, nemmeno in una delle molte, provocatorie, indagatrici interviste che sono seguite negli anni a quella scelta, dopo che quel diciottenne era diventato un attore di straordinario successo e talento. Non ha mai però ammesso ciò di cui alcuni documenti parevano accusarlo: ovvero di aver fatto parte, se non addirittura di aver comandato, da repubblichino, un plotone di esecuzione.

Per il sottotenente Giorgio Albertazzi infatti, era ancora lontano il debutto del 1949 nel Troilo e Cressida diretto da Luchino Visconti al Maggio Fiorentino. Sicché, quando i partigiani apparvero, lui non esitò a sparare: così raccontò un diario della Legione Tagliamento, due pagine dattiloscritte ritrovate tra le carte di un processo intentato dal Tribunale di Milano a 13 legionari dopo la liberazione.

Insieme al sottotenente Prezioso e al comandante tenente Giorgio Pucci, Terza Compagnia, 63°, battaglione M., Albertazzi, sempre secondo i documenti, si impegnò a guidare, nel settembre del 1944, il grande rastrellamento sul Grappa, denominato «operazione Piave». Se ne sapeva poco o nulla, di quell'azione ma soprattutto del ruolo dell'attore quando, proprio nel 2006, il settimanale Micromega, anticipato da un estratto clamoroso sul Corriere della Sera, pubblicò il Diario.

Sebbene potesse fare appello a ragioni familiari per la sua adesione a Salò di suo zio Alfio, fascista, fu picchiato a morte dopo la caduta di Mussolini dichiarò sempre di essere stato spinto da «istinto anarchico», lo stesso che molti anni dopo lo indirizzò a sinistra: «Andai a Salò da ribelle... Scelsi non coloro che si erano già arresi, che disprezzavo, bensì la causa perduta contro il conformismo piccolo borghese, che già si preparava ad acquattarsi nelle pieghe della Resistenza... Forse non dovrei dirlo non sta bene! ma io i partigiani li ho sempre visti scappare, le poche volte che li ho visti».

Così aveva scritto in un passo della sua autobiografia, Un perdente di successo (Rizzoli), alla quale fece seguito lo sdegno di Sestino, il paese in provincia di Arezzo che lo accusava, ancora nel 1989, di aver aperto il fuoco contro Ferruccio Manini, disertore di Salò fucilato a luglio del 1944. E nella festa del mezzo secolo post-liberazione non esitò a definirsi, in una intervista a Repubblica, fascista, se fascista sta per colui che «ama il proprio paese, ne difende i confini, è coraggioso».

Londra cerca di salvare la corona della regina Vittoria

Erica Orsini - Lun, 29/08/2016 - 08:45

Dono del marito alla sovrana, è da tempo finita in mano a un privato. Si cerca un acquirente milionario



Londra - Divieto d'espatrio per i gioielli delle sovrane inglesi. Anche per quelli che non sono esposti alla Torre di Londra.

È il caso del diadema di nozze della Regina Vittoria, valutato cinque milioni di sterline e messo in vendita dall'attuale proprietario che però finora non ha trovato nessun cittadino britannico disposto a sborsare una simile cifra e ha quindi deciso di offrire il prezioso cimelio sul mercato estero. La Commissione governativa per l'esportazione delle opere d'arte e d'interesse culturale ha deciso di vietare la vendita, nel disperato tentativo di tenere in patria l'antico gioiello. Il divieto rimarrà valido fino al 27 dicembre e potrebbe venir esteso fino al prossimo 27 giugno nel caso in cui si facesse avanti un compratore inglese disposto a sborsare un milione di sterline in più rispetto al prezzo iniziale, ipotesi giudicata piuttosto improbabile visti i tempi che corrono.

È una storia amara quella di questa corona, disegnata dallo stesso principe Alberto insieme ad una spilla che richiama lo stesso motivo e regalata alla futura moglie il giorno prima delle loro nozze. Il gioiello, adornato da zaffiri e diamanti, fu realizzato nel 1842 dal gioielliere Joseph Kitching al costo di 415 sterline. Gli undici zaffiri e le altre gemme utilizzate per la corona provenivano da altri preziosi che erano stati donati alla stessa Victoria dallo zio e predecessore Guglielmo IV e dalla Regina Adelaide. Il diadema fu uno dei gioielli più amati da Victoria, che lo indossa anche in un famoso ritratto realizzato dal pittore Franz Xaver Winterhalter. Sarà anche l'unico gioiello che la sovrana sarà disposta a portare nel 1866, alla cerimonia d'apertura del Parlamento, la sua prima uscita pubblica dopo la morte dell'amatissimo marito avvenuta nel 1861.

Ci si aspetta che un oggetto così amato rimanga per sempre nel patrimonio culturale del suo Paese, invece le cose non sono andate così. Il diadema fu infatti regalato da Giorgio V e dalla Regina Mary alla principessa Mary che l'ebbe in dono in occasione del suo matrimonio nel 1922 con il Visconte Lascelles. Le cronache dell'epoca non chiariscono i motivi che indussero la principessa a disfarsi della corona che fu venduta ad un antiquario londinese e finì poi nelle mani del proprietario attuale.

Non essendo parte dei gioielli della Corona come altri appartenuti alla Regina Vittoria, non esistevano impedimenti legali alla vendita del diadema, che ora rischia persino di finire nelle mani di qualche ricco collezionista estero. Il governo ha fatto quel che è in suo potere per impedire che ciò accada, ma il divieto d'esportazione è temporaneo. «Questo diadema evoca il gusto romantico dell'epoca e il modello è divenuto familiare attraverso le sue numerose riproduzioni - ha spiegato Philippa Glanville, membro della Commissione per l'esportazione all'estero delle opere d'arte -. Sarebbe una grande perdita vederlo lasciare il Paese».

Concorda sul punto anche il ministro della Cultura Hancock che si augura di essere in grado di mantenere il gioiello nel Regno Unito «e di poterlo esporre in pubblico negli anni a venire». Quasi un invito all'acquisto fatto alla Famiglia Reale che potrebbe farsi avanti, riscattare il diadema e restituirgli il posto che merita tra i gioielli della Corona. Per ora però il Palazzo non ha risposto all'appello. E del resto è risaputo, la Regina ai gioielli preferisce i cani.

Il patto dell'Amatricia(na)

Alessandro Sallusti - Dom, 28/08/2016 - 15:14

Servono misure per evitare nuove tragedie. Vanno vartae subito. E per farlo ci vuole il concorso di tutte le forze politiche perché sicurezza e dolore non hanno colore

«Dove era Dio?», si è chiesto ieri il vescovo davanti alle bare allineate e allo strazio dei parenti superstiti.

Nelle grandi tragedie i funerali non sono solo conforto collettivo e riproposta del mistero della fede. Sono anche lo spartiacque tra il momento del dolore, che è silenzio e rispetto, e quello della ripartenza. Esattamente come accade in una famiglia numerosa quando manca un congiunto, unita e contrita in chiesa davanti alla bara, il giorno successivo in ordine sparso e con avvocati al seguito davanti al notaio per la spartizione dell'eredità. Che in questo caso è davvero tanta roba. I morti di Amatrice e Accumoli ci lasciano un patrimonio enorme di responsabilità che se non siamo degli incoscienti avidi dobbiamo spartirci equamente.

Lo abbiamo scritto e ci crediamo: quando la terra si squarcia in quel modo sotto i tuoi piedi c'è poco da fare. Non tutto è colpa, dolo, malaffare in un Paese urbanizzato nei secoli e ad alto rischio sismico. Le ricette del «rischio zero» sono teorie economicamente e materialmente incompatibili con la realtà. Ma questo non vuole dire arrendersi all'ineluttabile, non perseguire i colpevoli delle malefatte. Vuole dire che se il dolore stampato ieri sulla faccia di Mattarella e di Renzi non è maschera di circostanza, da domani si deve cambiare.

Chi vuole aumentare la sua sicurezza ristrutturando casa deve poterlo fare in pratica e non solo in teoria. Un Paese che spende un miliardo e mezzo all'anno per assistere gli immigrati non può lasciare senza finanziamento leggi di protezione civile per i suoi cittadini che già esistono. Un sistema bancario in eccesso di liquidità (sembra un paradosso ma è così) non può non agevolare finanziamenti salvavita garantiti, per esempio, dallo Stato stesso. Chi spende i suoi soldi in sicurezza deve avere agevolazioni fiscali importanti e immediate. Chi vuole assicurare i suoi beni dalle calamità deve poterlo fare a condizioni eque.

Misure del genere, se le lacrime di oggi non sono ipocrite, vanno varate subito. E per farlo ci vuole il concorso di tutte le forze politiche perché sicurezza e dolore non hanno colore. Ci vuole un patto dell'Amatricia(na), che la gente capirebbe molto più di quello del Nazareno. Ci vogliono statisti.

Google punirà i siti con pubblicità fastidiose

La Stampa
andrea signorelli

Saranno penalizzati nei risultati di ricerca, l’obiettivo è migliorare l’esperienza da mobile



Google ha annunciato sul suo blog ufficiale che i siti che fanno un uso eccessivo di pop-up e pubblicità interstiziali (le schermate che appaiono mentre stiamo leggendo un articolo e che si possono chiudere solo dopo aver cliccato sulla X) verranno penalizzati nei risultati del suo motore di ricerca. La punizione ha lo scopo di migliorare l’esperienza da mobile: soprattutto sugli smartphone, trovare il tasto da cliccare per chiudere la pubblicità può essere un’impresa ostica; inoltre questo tipo di pubblicità rallenta il caricamento della pagina e causa un maggiore consumo di dati.

A partire dal 10 gennaio 2017, come spiegato nel comunicato, “Google abbasserà il posizionamento dei siti i cui contenuti non sono facilmente accessibili”. Faranno eccezione i pop-up informativi sull’utilizzo dei cookies, quelli relativi ai log-in al sito e quelli che usano una quantità di spazio “ragionevole” e che si possono chiudere facilmente.

Come sottolineato da Google, l’algoritmo del suo motore di ricerca sfrutta centinaia di segnali per capire quali pagine offrono i contenuti migliori. Di conseguenza, un articolo ricco di informazioni, sul quale però appaiono i pop-up, continuerà a essere preferito a un articolo poco interessante, ma sarà penalizzato rispetto a un articolo ugualmente ben fatto e privo di pubblicità fastidiose.

Fino a un paio d’anni fa, Google prendeva in considerazione solo la qualità informativa della pagina. Dal 2014, invece, ha iniziato a premiare i siti con la migliore accessibilità: ottimizzati per il mobile e i cui contenuti fossero criptati con il protocollo “https”. La necessità di essere ben posizionati sul motore di ricerca di Mountain View, che è sempre la prima o seconda fonte di traffico dei siti, potrebbe adesso convincere molte pagine internet a fare a meno delle pubblicità più odiate dagli utenti.

Tradisce il marito online: separazione non addebitabile alla moglie

La Stampa

Relazione ‘virtuale’ per la moglie. Ciò, però, non è sufficiente per addebitarle la crisi coniugale. Inutili le proteste del marito.



Relazione. Nessun dubbio, sia chiaro, sul fatto che la donna «ha intrapreso una relazione, via internet, con un altro uomo», a matrimonio ancora in piedi. Nonostante tutto, però, quel comportamento, pur censurabile, non è valutabile come causa della «rottura coniugale».Per i giudici, quindi, sia in Tribunale che in Appello, è impossibile «addebitare la separazione» alla donna.

Confermato, invece, l’obbligo dell’uomo di provvedere al «mantenimento della moglie», versandole 500 euro al mese, e a quello «dei due figli», con un assegno mensile da 1.000 euro. A suo carico, peraltro, anche «il 70 per cento delle spese straordinarie», cioè «mediche, scolastiche e ludico-sportive», necessarie per la prole. Rottura. A chiudere la vicenda provvedono ora i magistrati della Cassazione (ordinanza n. 14414 del 14 luglio 2016). E anche il loro pronunciamento è sfavorevole all’uomo.

A loro avviso «la relazione via internet» della moglie non è da considerare come causa principale della «crisi coniugale». Di conseguenza, la rottura del matrimonio non è addebitabile al comportamento della donna. Ciò perché il tradimento online si è concretizzato «quando era già maturata», evidenziano i magistrati, «una situazione di intollerabilità della convivenza, dovuta anche a episodi di violenza posti in essere dal marito» tra le mura domestiche e «documentati da certificati medici».

Per quanto concerne i rapporti economici, infine, appare evidente la posizione di forza del marito. Significativo anche il «comportamento processuale» da lui tenuto e consistito nella «omessa presentazione della denuncia dei redditi». Logico, quindi, confermare gli obblighi dell’uomo nei confronti della moglie e dei figli.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Che cos’è il Ttip, cosa prevede e perché sta facendo discutere

La Stampa
alberto abburrà

Potrebbe cambiare il commercio e insieme le vite dei cittadini di Usa e Ue. Ma ci sono tante incognite tra opportunità e rischi. I pareri a confronto di favorevoli e contrari



Rivoluzionario o dannoso. Opportunità o condanna. Il dibattito sul Ttip si fa sempre più acceso; è materia complessa, ma toccando da vicino la vita dei cittadini merita di essere approfondita. In attesa di capire gli sviluppi delle trattative, abbiamo provato a fare chiarezza sui contenuti, sui nodi ancora aperti e soprattutto sulle ragioni dei favorevoli e contrari.

CHE COS’È
Il Ttip letteralmente “Transatlantic Trade and Investment Partnership” in Italiano viene definito “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti”. È un accordo commerciale tra Gli Stati Uniti e l’Europa che prevede di integrare i due mercati attraverso l’abbattimento delle barriere economiche (i dazi) e quelle non tariffarie (regolamenti, norme e standard). L’obiettivo è consentire la libera circolazione delle merci nei rispettivi territori.

TEMPI E PASSAGGI PER L’APPROVAZIONE
Le trattative sono iniziate nel 2013 e sono tuttora in corso. L’obiettivo (non dichiarato) è quello di arrivare alla firma definitiva prima delle presidenziali Usa previste per l’8 novembre, ma viste le criticità che sono emerse negli ultimi mesi sembra davvero difficile che questo possa accadere. Usa e Ue stanno lavorando per giungere almeno a un documento di impegno condiviso. Se si concretizzerà la firma, il Ttip dovrà essere sottoposto al Parlamento europeo e, in caso di parere favorevole, ai 28 Stati membri dell’Ue che avrebbero facoltà di bloccarlo.

LE RAGIONI DEI FAVOREVOLI
Usa e Ue insieme rappresentano un mercato che vale il 50% del Pil mondiale (e oltre il 30% del commercio). Eliminare le barriere sarebbe l’opportunità di dare vita alla più grande area di libero scambio del mondo (800 milioni di consumatori). Una condizione fondamentale per far ripartire i consumi, favorire l’export e aumentare il livello di occupazione. 

LE RAGIONI DEI CONTRARI
Un mercato globale così vasto non giocherebbe a favore di aziende, consumatori e ambiente perché porterebbe a un impoverimento della legislazione europea in materia di tutele. In particolare sarebbero a rischio la salute dei cittadini e la sopravvivenza delle piccole e medie imprese minacciata dallo strapotere delle multinazionali Usa. 

I PUNTI CRITICI
- Ricadute sul Pil
- Cibo e sicurezza alimentare 
- Tutela dei prodotti tipici e del “Made in”
- Diritti dei lavoratori e occupazione
- Ambiente
- Controversie legali
- Farmaci
- Cosmetica, chimica e principio di precauzione

RICADUTE SUL PIL
I fautori del Ttip prevedono una ricaduta sul Pil (al 2027) tra i 68 e i 199 miliardi di euro per l’Ue e tra i 50 e i 95 miliardi per gli Usa. Uno studio del “Centre for Economic Policy Research” di Londra realizzato per la Commissione Ue ha stimato che l’aumento del Pil significherebbe una maggiore ricchezza di 545 euro a famiglia (ogni anno). Ma ci sono analisi che dicono il contrario. Il centro di ricerche austriaco Ofse per esempio stima che l’accordo farebbe perdere al budget europeo 2,6 miliardi l’anno. 

CIBO E SICUREZZA ALIMENTARE
Oggi i tempi per ottenere il via libera all’esportazione di prodotti Ue in Usa sono proibitivi. Ci sono casi di attesa fino a 12 anni e i dazi talvolta rendono anti-economica l’operazione (per alcuni prodotti si supera il 100%). Il timore però è che l’abbattimento delle barriere apra le porte a prodotti Usa che finora sono vietati: verdure ogm, carne con ormoni e antibiotici, verdure trattate con pesticidi. In generale il rischio è quello di andare incontro a un abbassamento degli standard igienici e sanitari perché la legislazione Usa è meno stringente di quella europea rinunciando a etichettatura e tracciabilità dei prodotti. L’eurodeputato del Pd e presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale per la trattativa, Paolo De Castro, però assicura: «I principi su cui si basano i livelli di protezione dei cittadini-consumatori non sono oggetto di discussione». 

TUTELA DEI PRODOTTI TIPICI E DEL “MADE IN”
Secondo i favorevoli, il Ttip offrirebbe una forte opportunità per l’export verso gli Usa anche e soprattutto per quei Paesi che hanno produzioni di qualità in settori di nicchia come l’Italia: dalla moda ai gioielli, ma anche il cibo e il design. Per il fronte del no l’apertura delle frontiere e la revisione delle legislature penalizzerebbe invece i prodotti di qualità che si vedrebbero schiacciati dal peso della grandi multinazionali. Sempre il centro di ricerche austriaco Ofse calcola che nel caso dell’Italia, delle 210 mila imprese che esportano le prime dieci detengono il 72% del volume totale, e dunque beneficerebbero maggiormente del trattato. Le altre soffrirebbero trovandosi a fare i conti con l’inevitabile invasione di prodotti made in Usa. 

DIRITTI DEI LAVORATORI E OCCUPAZIONE
Nelle intenzioni dei promotori l’allargamento dei mercati dovrebbe provocare un aumento dell’occupazione snellendo le procedure e favorendo lo spostamento di forza lavoro. Il fronte del no invece ritiene che questo metta a rischio i diritti dei lavoratori che notoriamente nel vecchio continente godono di tutele e condizioni migliori. Su questo punto i promotori stimano che l’aumento delle produzione e quindi la ricchezza derivata sarebbe tale da compensare eventuali perdite in materia di diritti.

Sul tema è intervenuta anche Tiziana Beghin, capo delegazione del M5S al Parlamento europeo: «Pensate al “Nafta” (il North American Free Trade Agreement, ndr). Negli Stati Uniti invece dei 500 mila posti di lavoro in più, ce ne sono stati un milione in meno. E in Messico nel solo settore agricolo si sono persi 2 milioni di posti di lavoro, spazzati via dalla produzione dei grandi agro-business. Questo è quello che succede quando si mettono due sistemi diversi a competere». E anche il centro di ricerche austriaco Ofse stima che l’occupazione non aumenterebbe. 

AMBIENTE
Oltre al tema del cibo e della sicurezza alimentare, l’approvazione del Ttip potrebbe interessare anche l’ambiente e il mondo dell’energia. Per esempio Usa e Ue hanno normative molto diverse in tema di estrazioni. Greenpeace denuncia che l’apertura del nuovo mercato globale potrebbe causare l’abolizione dei limiti per la ricerca di petrolio mediante la tecnica del fracking o ancora facilitare l’esportazione da sabbie bituminose (tecniche ad alto impatto ambientale). Anche Legambiente ha espresso forti perplessità sul Ttip invitando alla mobilitazione.

CONTROVERSIE LEGALI
Un’altra novità sarebbe la creazione di appositi tribunali speciali (Isds) che avrebbero il compito di risolvere le controversie (sul trattato) tra aziende straniere e governi nazionali senza doversi affidare alla giustizia ordinaria. «Un nuovo sistema giudiziario, gestito da giudici nominati pubblicamente e soggetto a regole di controllo e di trasparenza – si legge nel documento approvato dai parlamentari Ue - dovrebbe sostituire le corti arbitrali private». Un modo per snellire e le procedure e accorciare i tempi, ma secondo i contrari al Ttip la forza delle multinazionali potrebbe falsare la concorrenza. Una grande azienda statunitense potrebbe infatti citare in giudizio un Paese europeo denunciano un’irregolarità, cosa impossibile per una piccola media impresa.

FARMACI
I sostenitori del Ttip sostengono che una collaborazione tra la Food and Drug Administration (Usa) e la European Medicines Agency (Ue) migliorerebbe la sicurezza dei farmaci e dei dispositivi medici: negli Usa per esempio protesi e valvole cardiache sono soggette a normative molto stringenti. Chi si oppone al Trattato invece reputa l’apertura del mercato molto rischiosa: in Europa i prezzi vengono stabiliti tra case farmaceutiche e governi, in più i principi attivi alla scadenza dei brevetti possono essere utilizzati per dar luogo a medicinali generici. In futuro la pressione delle grandi case farmaceutiche Usa potrebbe impedirlo.

COSMETICA, CHIMICA E PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
Anche nel campo della cosmetica i promotori vedono grandi opportunità. Francia e Italia che sono tra i principali Paesi esportatori potrebbero beneficiare di nuove fette di mercato. Il problema riguarda le oltre 1300 sostanze che l’Ue considera a rischio per la salute. In Usa se ne contano solo 11. E questo approccio riguarda più in generale tutta le sfera della chimica: la legislazione europea è basata sul cosiddetto “principio di precauzione” secondo cui un prodotto o una sostanza vengono autorizzati solo se c’è un’evidente assenza di rischi. In Usa invece è sufficiente l’assenza dell’evidenza di un rischio. Se le procedure dovessero essere riviste al ribasso a farne le spese potrebbero essere i consumatori.