mercoledì 31 agosto 2016

Garante della Privacy: niente diritto all’oblio se c’è interesse pubblico

La Stampa

Non viola la privacy il quotidiano che riattualizza un fatto di cronaca giudiziaria risalente nel tempo per dare notizia del rinvio a giudizio delle persone all’epoca indagate. In questo caso il diritto di cronaca prevale sul diritto all’oblio. Il principio è stato affermato dal Garante privacy - ne dà notizia la newsletter - nel dichiarare infondato il ricorso di un imprenditore che chiedeva la deindicizzazione di un articolo pubblicato nell’edizione on line di una testata e rinvenibile attraverso i motori di ricerca esterni al sito. 

A parere del ricorrente, la reperibilità in rete dell’articolo avrebbe arrecato un danno alla sua reputazione personale e professionale riportando all’attenzione dell’opinione pubblica una vicenda giudiziaria, a suo dire non più attuale e priva di interesse pubblico, che lo aveva visto coinvolto tra il 2005 e il 2009. 

Di diverso avviso, invece, il quotidiano, secondo il quale l’articolo non riattualizzava un evento superato, ma dava conto degli sviluppi di quella stessa vicenda, in particolare della richiesta di rinvio a giudizio di un certo numero di persone, tra cui il ricorrente.

Questa tesi è stata condivisa dall’Autorità che non ha ritenuto illecito l’operato del quotidiano ed ha quindi dichiarato infondato il ricorso. Secondo il Garante, infatti, il trattamento dei dati dell’imprenditore è «riferito a fatti rispetto ai quali può ritenersi ancora sussistente l’interesse pubblico alla conoscibilità della notizia in quanto, pur traendo origine ad una vicenda risalente nel tempo, i successivi sviluppi processuali, oggetto della recente pubblicazione, ne hanno rinnovato l’attualità».

Qualora la vicenda si dovesse concludere in modo favorevole per il ricorrente, quest’ultimo potrà, se lo ritiene, chiedere all’editore di aggiornare o integrare i dati contenuti nell’articolo, presentando una idonea documentazione.

Stangata dell’Ue su Apple, le regole e le ipocrisie

La Stampa
marco zatterin

Le regole sono importanti quanto il loro rispetto. Fra i princìpi fondanti dell’Europa c’è la libera circolazione delle imprese, il che presuppone di eliminare ogni margine di concorrenza sleale fra un paese dell’Unione e l’altro. Gli aiuti di Stato sono vietati, se non in casi particolari: nessuna Capitale può spendere soldi, o rinunciare a un’entrata, per attrarre un’azienda. L’Irlanda lo ha fatto con Apple. In cambio di assunzioni e investimenti ha messo una croce su 13 miliardi di gettito. Gli art. 107/108 dei Trattati dicono che è illegale. Per questo la Commissione Ue, che delle scritture comuni è il garante, ha chiesto al colosso americano di restituire al fine i tributi dovuti, e mai corrisposti, all’amministrazione di Dublino.

I servizi della signora Vestager sono persuasi che la multinazionale di Cupertino abbia scelto la più verde delle isole europee per ridurre a un minimo storico la pressione tributaria di fine esercizio. In Irlanda è un’esperienza comune. L’aliquota richiesta alle imprese è tuttavia ben più alta dello 0,005% assegnato agli alfieri della Silicon Valley, è il 12,5%, soglia che avvelena comunque le giornate degli erari di numerosi partner Ue che la giudicano distorsiva della concorrenza. Dublino si salva perché il prelievo è lo stesso per tutti, dunque non vi è discriminazione. I molteplici tentativi di convincere l’Eire a cambiare formula sono sinora falliti, anche perché le decisioni fiscali a Bruxelles richiedono l’unanimità.

Lo scandalo Luxleaks ha modificato il clima. Già prima delle fughe di notizia sulle paradisiache concessioni lussemburghesi alle multinazionali, la determinata danese dell’Antitrust ha preso a picchiare sui benefici fiscali ingiustificati, contestandoli in quanto «aiuti di Stato». In parallelo, la Commissione (imbarazzata da un presidente che ha passato al vertice del Granducato tutta la vita politica), l’europarlamento e persino la maggior parte dei governi hanno cercato di darsi un contegno su «corporate tax» e dintorni. Hanno stabilito giustamente che i regimi speciali non sono reato, però li hanno tipizzati perché siano decenti e non discriminatori. Hanno scritto leggi per la trasparenza e lo scambio di informazioni antielusione. In ritardo e lentamente, si sono avviati sullo scosceso cammino dell’equità.

Far pagare le tasse a tutti, e in modo «giusto», è un’ambizione che in questo caso particolare evidenzia almeno due ipocrisie. La prima è quella degli Stati dell’Ue che promettono di essere giusti nei discorsi pubblici, ma una volta a casa difendono coi denti i loro trucchi sino a che è possibile: se non fosse così, perché non battersi per riportare Dublino nel mondo delle tasse «normali»? E perché non fare a meno del voto unanime sui capitoli fiscali? Il veto fa comodo. Nella peggiore delle ipotesi serve ad annacquare un compromesso al tavolo del Consiglio europeo quando appare inevitabile.
Le seconda ipocrisia viaggia sulle frequenze americane. Una reazione d’Oltreoceano è stata che la Commissione non ha giurisprudenza sulle mosse di una multinazionale a stelle e strisce.

Argomentazione debole per una coppia di motivi. Una è che l’Europa sostiene ora che i guadagni vadano tassati nel Paese dove si ha sede operativa, dunque chi lavora da noi paga da noi. L’altra è che nessuno nei quartieri Apple ha detto «scusate, daremo a Washington i 13 miliardi che abbiamo risparmiato». Invece, hanno annunciato possibili conseguenze occupazionali, cosa che suona davvero male.

Negli States c’è chi vede nell’attivismo di Bruxelles una difesa disperata dei campioni locali contro i giganti tecnologici a stelle e strisce. I nervi sono tesi. Il no «politico» di Francia e Germania al negoziato commerciale con gli Usa, il Ttip, aggrava relazioni bilaterali ormai parecchio perturbate. Si intrecciano esigenze di consenso interno con strategie fondate sulla minimizzazione del prezzo ad ogni costo, sociale o fiscale che sia.

Attuando la politica delle Concorrenza, l’Europa delle istituzioni prova a bilanciare lo scenario. Si sostituisce alle capitali Ue che non sempre fanno il loro mestiere, insegue il rispetto delle regole che i Ventotto hanno scritto per dar loro l’importanza che meritano. La sfida a Apple, come a Google e Amazon, è parte dell’opera. L’altra, meno appariscente, si rivolge agli stessi governi europei, spaventati ex guerrieri che consumano la loro povera leadership nella paura di perdere elezioni che, così facendo, comunque non vinceranno facilmente.

La lettera di Tim Cook dopo la maxi-sanzione: “Dall’Europa un colpo alla sovranità degli Stati”

La Stampa
tim cook*

L’ad di Apple: «Così la Commissione Ue sovverte il meccanismo fiscale internazionale. Questa sentenza avrà effetti profondamente negativi sugli investimenti e sulla creazione di lavoro in Europa»



Pubblichiamo la lettera di Tim Cook apparsa sul sito di Apple intitolata «Un messaggio alla comunità Apple in Europa».

Trentasei anni fa, ben prima di lanciare l’iPhone, l’iPod e perfino il Mac, Steve Jobs inaugurò la prima sede operativa di Apple in Europa. All’epoca, l’azienda sapeva che per servire i clienti europei avrebbe avuto bisogno di una base nel vecchio continente. Per questo, nell’ottobre 1980, Apple aprì una fabbrica a Cork, in Irlanda, con 60 dipendenti.

In quegli anni Cork soffriva di un tasso di disoccupazione altissimo e di investimenti economici quasi inesistenti. Ma i dirigenti Apple vi riconobbero una comunità ricca di talenti, capace di sostenere la crescita dell’azienda se il futuro fosse stato favorevole.

Da allora abbiamo lavorato a Cork senza soluzione di continuità, persino durante i periodi di incertezza riguardo al nostro stesso futuro, e oggi diamo lavoro a oltre 6000 persone in tutta l’Irlanda; ma è ancora a Cork che si concentra il maggior numero di dipendenti. Alcuni sono con noi fin dal primo giorno, e tutti contribuiscono con funzioni diverse al successo di Apple nel mondo. Innumerevoli multinazionali hanno seguito l’esempio di Apple scegliendo di investire a Cork, e oggi l’economia locale è più forte che mai.

Il successo che ha spinto la crescita di Apple a Cork deriva da prodotti innovativi, capaci di conquistare i nostri clienti. È questo che ci ha permesso di creare e sostenere oltre 1,5 milioni di posti di lavoro in tutta Europa: posti di lavoro in Apple, posti di lavoro presso centinaia di migliaia di brillanti sviluppatori che distribuiscono le loro app attraverso l’App Store, e posti di lavoro negli stabilimenti dei nostri produttori e fornitori. Le aziende di piccole e medie dimensioni che dipendono da Apple sono innumerevoli, e noi siamo orgogliosi di supportarle.

Come azienda ci comportiamo da cittadini responsabili e siamo altrettanto orgogliosi di contribuire al benessere delle economie locali in tutta Europa e delle collettività in tutto il mondo. Crescendo anno dopo anno, siamo diventati il maggior contribuente in Irlanda, il maggior contribuente negli Stati Uniti e il maggior contribuente al mondo.

Negli anni, ci siamo avvalsi delle indicazioni delle autorità irlandesi per rispettare le normative fiscali del Paese; le stesse indicazioni che qualsiasi azienda attiva in Irlanda ha a disposizione. Come in tutti i Paesi in cui operiamo, in Irlanda rispettiamo la legge e versiamo allo Stato tutte le tasse che dobbiamo.

La Commissione Europea ha lanciato un’iniziativa che vuole riscrivere la storia di Apple in Europa, ignorare le normative fiscali irlandesi e sovvertire così l’intero meccanismo fiscale internazionale. Il parere della Commissione emesso il 30 agosto sostiene che l’Irlanda avrebbe riservato a Apple un trattamento fiscale di favore.

È un’affermazione che non trova alcun fondamento nei fatti o nella legge. Noi non abbiamo mai chiesto, né tantomeno ricevuto, alcun trattamento speciale. Ora ci troviamo in una posizione anomala: ci viene ordinato di versare retroattivamente tasse aggiuntive a un governo che afferma che non gli dobbiamo niente più di quanto abbiamo già pagato.

La mossa senza precedenti della Commissione ha implicazioni gravi e di vasta portata. Di fatto è come proporre di sostituire la normativa fiscale irlandese con quel che la Commissione ritiene avrebbe dovuto essere tale normativa. Sarebbe un colpo devastante alla sovranità degli Stati membri in materia fiscale e al principio stesso della certezza del diritto in Europa. L’Irlanda ha dichiarato di voler ricorrere in appello contro la decisione della Commissione. Apple farà altrettanto, e siamo fiduciosi che l’ordine della Commissione verrà ribaltato.

Il nocciolo della questione non è quante tasse debba pagare Apple, ma quale Paese debba riscuoterle.
La tassazione delle aziende multinazionali è una materia complessa, ma tutto il mondo riconosce lo stesso principio fondamentale: i profitti di un’azienda devono essere tassati là dove l’azienda crea valore. Apple, l’Irlanda e gli Stati Uniti concordano su questo principio.

Nel caso di Apple, quasi tutte le operazioni di ricerca e sviluppo si svolgono in California, quindi la stragrande maggioranza dei nostri profitti è tassata negli Stati Uniti. Le aziende europee che operano negli USA sono tassate secondo lo stesso principio. Eppure, oggi la Commissione sta chiedendo di modificare retroattivamente queste regole. Oltre a evidenti ripercussioni per Apple, questa sentenza avrà effetti profondamente negativi sugli investimenti e sulla creazione di lavoro in Europa. Se valesse la teoria della Commissione, qualsiasi azienda in Irlanda e in Europa correrebbe improvvisamente il rischio di vedersi tassata in base a leggi mai esistite.

Apple è da tempo a favore di una riforma delle normative fiscali internazionali, con l’obiettivo di avere più semplicità e trasparenza. Riteniamo che questi cambiamenti dovrebbero essere introdotti nel rispetto delle procedure legislative, a partire da proposte discusse dai leader e dai cittadini dei Paesi interessati. E come tutte le leggi, le nuove norme dovrebbero valere da quando entrano in vigore, non retroattivamente.

Noi non rinunciamo al nostro impegno in Irlanda: vogliamo continuare a investire, a crescere e a servire i nostri clienti con passione immutata. Siamo fermamente convinti che i fatti e i consolidati principi giuridici su cui è fondata l’Unione Europea finiranno per prevalere.

*amministratore delegato di Apple

Stangata Ue, Apple dovrà pagare 13 miliardi

La Stampa
marco bresolin

Il produttore di iPhone sanzionato per i benefici fiscali concessi dall’Irlanda: «Rappresentano aiuti di Stato». Nel 2014 l’imposta su misura sui profitti di 0,005%. Tensione Bruxelles-Washington. Sia Cupertino che Dublino pronti a fare ricorso



Stangata da 13 miliardi di euro per Apple. La commissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager annuncia la sanzione per il colosso di Cupertino, accusato di aver beneficiato di un trattamento fiscale di favore da parte del governo irlandese: «Non è una punizione - spiega -, sono tasse non pagate che vanno pagate». Ora Apple dovrà restituire la somma con tanto di interessi.

23 ANNI DI FISCO SU MISURA
L’inchiesta sul fisco su misura - in vigore dal 1991 al 2014 - è stata aperta due anni fa da Bruxelles (quando il commissario alla Concorrenza era Joaquín Almunia) e oggi è arrivato il verdetto. Soltanto ieri il documento con i dettagli dell’indagine, racchiusi in 130 pagine, è stato presentato dalla commissaria Vestager ai suoi colleghi dell’esecutivo comunitario.

IL TASSO? ZERO VIRGOLA...
Per Bruxelles, Apple e Dublino avrebbero messo in piedi un sistema che, attraverso diverse società con filiali fuori dall’Irlanda, ha permesso all’azienda americana di pagare imposte a un livello nettamente inferiore rispetto ai ricavi effettivamente sostenuti in Irlanda. Il tasso di cui Cupertino ha usufruito è dello 0,5%, nel 2014 sceso a 0,005%, anziché il 12,5%. Tutto questo in cambio di posti di lavoro (sono 5.500 gli irlandesi che lavorano per Apple). Per Bruxelles si tratta di un aiuto di Stato illegale che viola le norme Ue e crea distorsioni alla concorrenza.

I PRECEDENTI
Casi più o meno simili, anche se di entità decisamente inferiore, avevano coinvolto in passato aziende come Starbucks in Olanda e Fiat in Lussemburgo (i dossier sono all’esame della giustizia europea), mentre altre indagini sono state aperte dall’Antitrust di Bruxelles su presunti trattamenti fiscali di favore per Amazon e McDonald’s, sempre in Lussemburgo. Finora la multa più pesante era stata inflitta al colosso francese dell’energia Edf, costretto a restituire al governo di Parigi 1,37 miliardi di euro perché accusato da Bruxelles di aver beneficiato di aiuti fiscali.

IL RICORSO E LE TENSIONI UE-USA
Apple si difende respingendo le accuse di frode: «Secondo l’Ue, l’Irlanda ci ha permesso di avere un trattamento speciale – aveva detto Tim Cook in una intervista al Washington Post –, ma non è così. Tutto è stato fatto secondo la legge irlandese, che poteva essere applicata anche ad altre aziende». In quell’intervista, Cook annunciava che certamente Apple farà appello alla Corte di Giustizia in caso di condanna. Lo stesso farà anche il governo irlandese, che sostiene di aver fatto le cose in regola: «Sono in profondo disaccordo con la decisione della Commissione», ha commentato a caldo il ministro delle Finanze irlandese, Michael Noonan. «Il nostro sistema di tassazione è fondato sulla stretta applicazione della legge, come stabilito dal Parlamento, senza alcuna eccezione».

L’AVVISO DI CUPERTINO: “INVESTIMENTI E POSTI DI LAVORO A RISCHIO”
Apple reagisce con un comunicato in cui fa sapere che la decisione della Commissione Ue «avrà un effetto profondo e dannoso sugli investimenti e la creazione di posti di lavoro in Europa». Per Cook il focus del problema è altrove e riguarda le relazioni internazionali tra i Paesi. E infatti il governo statunitense è corso in aiuto della Mela, accusando l’Ue di essere diventata un’autorità fiscale sovrannazionale che ha preso di mira in particolare le grandi aziende americane. Soltanto pochi giorni fa il dipartimento del Tesoro ha pubblicato un Libro Bianco in difesa delle proprie multinazionali. Ora che è arrivata la maxi-multa, dunque, le reazioni da Washington non si faranno attendere. E gli esiti dello scontro sono imprevedibili. 

2 Domande e risposte-Tutto quello che c’è da sapere sulla “multa” a Apple

La Stampa
marco bresolin



Perché la Commissione europea ha inflitto a Apple una multa da 13 miliardi di euro?
Prima doverosa precisazione: non si tratta di una multa. L’Ue, dopo un’indagine avviata nel 2013, ha concluso che Apple ha ricevuto un trattamento fiscale di favore da parte del governo irlandese e ha quantificato in 13 miliardi l’importo delle imposte non versate.

E quindi ora quei soldi andranno a Bruxelles o a Dublino?
Ovviamente a Dublino. Praticamente Apple dovrà versare al governo irlandese tutte le tasse che, secondo la Commissione, avrebbe dovuto pagare e invece non ha pagato. Che sono 13 miliardi, più gli interessi.

Ma la sfera fiscale non è di competenza nazionale? Perché l’Europa interviene in questo ambito?
L’Ue, attraverso il suo commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager, tecnicamente non interviene sull’autorità fiscale dei singoli Stati. Ma in questo caso ha ravvisato una distorsione della concorrenza: Apple, secondo Bruxelles, sarebbe stata favorita rispetto ad altre imprese. E quei tredici miliardi – dovuti e non versati, sempre secondo l’Ue – sono da considerarsi come aiuti di Stato illegittimi. Che pertanto vanno restituiti.

Per quanto tempo Apple ha beneficiato di questo trattamento?
Dal 1991, anno in cui il governo ha siglato il primo accordo fiscale con Apple. Che poi è stato sostituito da un altro simile nel 2007.

Dunque dal 1991 a oggi Apple ha “risparmiato” 13 miliardi?
Sicuramente molti di più. Però la competenza della Commissione per chiedere la restituzione degli aiuti di Stato illegittimi arriva fino ai dieci anni precedenti l’avvio dell’indagine, che è partita nel 2013. Dunque tutto quello che è avvenuto prima del 2003 di fatto si è “prescritto”. Il periodo “incriminato” è terminato nel 2015, anno in cui Apple ha modificato le sue strutture aziendali.

L’Irlanda ora è felice di incassare quei soldi?
Tutt’altro. Così come Apple, il governo di Dublino aveva annunciato di voler fare ricorso alla Corte di Giustizia europea contro la decisione della Commissione.

Quindi rifiuterà quei 13 miliardi?
Non può farlo. La Commissione dice che uno Stato, anche nel caso in cui dovesse fare ricorso contro la decisione, dovrà comunque recuperare quei soldi. E poi, eventualmente, metterli su un conto di garanzia bloccato, in attesa della sentenza.

Qual era l’aliquota fiscale applicata dal governo irlandese ad Apple?
In Irlanda l’imposizione fiscale è del 12,5%. Secondo l’indagine della Commissione, nel 2003 le aziende collegate ad Apple – grazie al complicato meccanismo concesso dal governo di Dublino - pagavano un tasso effettivo dell’1% nel 2003, sceso allo 0,5% nel 2001 e addirittura allo 0,005% nel 2014.

Come è stato possibile?
Apple Sales International e Apple Operations Europe, detenute al 100% dal gruppo Apple e sotto il controllo di Apple Inc., sono due società di diritto irlandese che detengono i diritti d’uso della proprietà intellettuale di Apple per la vendita e la fabbricazione dei prodotti Apple fuori dal continente americano. Praticamente tutte le vendite effettuate in Europa venivano registrate in Irlanda. Ma – grazie agli accordi con Dublino - una parte di quegli utili veniva assegnata a delle “sedi centrali” che di fatto non si trovavano in nessun Paese, non avevano dipendenti né uffici. Dunque solo una piccola parte degli utili veniva tassata in Irlanda. Il resto era totalmente tax free.

È possibile dunque che quei soldi siano stati sottratti al fisco di altri Paesi?
Sì, per esempio in quei Paesi in cui sono state effettuate materialmente le vendite. La Commissione spiega di non avere competenza su questo aspetto (l’Ue non è un’autorità fiscale e in questa partita, come detto, interviene perché ha ravvisato aiuti di Stato illegittimi) e dunque non può stabilire che può rivendicare quelle somme. Però Bruxelles dice che gli altri Stati potrebbero imporre ad Apple di versare maggiori imposte nei loro Paesi per le vendite effettuate sul loro territorio. In quel caso quei soldi andrebbero a ridurre l’importo dei 13 miliardi che il governo irlandese è obbligato a esigere da Apple.

Per DotCom, fondatore di Megaupload, l’udienza sarà in streaming su YouTube

Corriere della sera

di Michela Rovelli

Il fondatore del portale di download illegale ha ottenuto dal giudice neozelandese il permesso di trasmettere sul web la decisione sulla sua estradizione negli Usa



Non bastano giornalisti e telecamere. In tribunale Kim DotCom vuole tutto il popolo del web. Il fondatore di Megavideo e Megaupload, i portali di streaming e download illegali tra i più usati al mondo, ha chiesto - e ottenuto - di poter trasmettere in diretta streaming su YouTube il suo appello contro l’estradizione negli Stati Uniti. Paese in cui dovrebbe affrontare le accuse di violazione di copyright e riciclaggio di denaro. L’appuntamento per chi vuole seguire l’udienza da mercoledì 31 agosto. DotCom ha annunciato la notizia su Twitter, citando la Nuova Zelanda come un Paese all’avanguardia nella trasparenza.

Con la diretta, spera che emergano punti che lui considera essere stati trattati con scarsa competenza. Secondo il suo legale, il permesso del giudice è una mossa «più che mai democratica. Permette a chiunque nel mondo di avere un posto in tribunale». Aggiunge che la diretta streaming avrà una leggera differita di venti minuti. Il video, fa sapere il giudice, dopo le sei settimane di udienza non potrà rimanere online. Ma tanto basta, per il popolo della rete, averlo a disposizione in streaming per poterlo registrare e diffondere sul web.
Cinque anni dopo, il ritorno
L’imprenditore tedesco DotCom ha creato Megaupload.com, un portale utilizzato da più di un milione di utenti per scaricare musica e film, nel 2005. Nel 2012 il blitz nella sua villa in Nuova Zelanda, che ha portato all’arresto del pirata informatico e di tre suoi collaboratore, così come alla chiusura del sito. Qui gli utenti registrati caricavano i propri file. Poi ricevevano un link che potevano inviare ad altri per permettere loro di vederne il contenuto o scaricarlo. L’Fbi ha spiegato che il download illegale è costato, in danni al copyright, circa 500 milioni.

Quasi quattro anni dopo l’inizio dell’iter per decidere se il caso fosse di competenza americana. Secondo i legali di DotCom, il danno economico non dipende da lui: il sito funzionava come uno spazio di memoria a disposizione degli utenti. La responsabilità è di chi sceglieva di visionare il contenuto in modalità gratuita (e quindi illegale). In luglio DotCom ha annunciato che potrebbe rilanciare Megaupload nel 2017 in un a serie di tweet. La data prevista è il 20 gennaio, il quinto anniversario dalla sua chiusura. Saranno riattivati automaticamente i profili degli utenti già registrati.

30 agosto 2016 (modifica il 30 agosto 2016 | 11:22)

Telefonini, tariffe più care: “È la stangata d’autunno”

La Stampa
sandra riccio

Già in estate alcuni operatori hanno fatto scattare aumenti automatici. L’ira dei consumatori: da settembre nuovi rincari di tutte le compagnie



Doveva essere finalmente un’estate più leggera per il telefono degli italiani. Invece, nei mesi scorsi, molte famiglie si sono ritrovate di fronte ad aumenti, rimodulazioni tariffarie, costi aggiuntivi, rincari a sorpresa e nuove fatturazioni. Altri rialzi sono appena scattati e in arrivo ce ne sono ancora molti. 

Per capire cosa è successo, occorre fare un passo indietro: in aprile la Ue ha abbattuto i costi del roaming, vale a dire quell’extra-costo che si paga per l’utilizzo (telefonate, sms, Internet) del telefono all’estero. Nel giugno del 2017 questo extra-costo sarà completamente azzerato. Nonostante la decisione della Ue di abbassare questa spesa, alcune compagnie (Tim/Telecom, Wind, H3G) non si sono adeguate e l’Agcom, l’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni, il 12 agosto è intervenuta avviando un procedimento sanzionatorio verso queste tre compagnie.

Nel frattempo, sono spuntate tutta una serie di nuove spese che prima non c’erano e che hanno indispettito molti italiani in ferie all’estero. Alcuni operatori hanno, infatti, attivato ai loro clienti, automaticamente e senza previo consenso, dei piani tariffari flat per i servizi in roaming. La sorpresa è scattata in vacanza, una volta varcato il confine, dove è più difficile cercare di capire bene quel che sta succedendo al proprio conto telefonico. Anche più difficile è disattivare le novità introdotte dalle compagnie.



Tim/Telecom, per esempio ha introdotto (e cancellato poi a luglio, su diffida dell’Agcom) la sua nuova tariffa base per l’estero (Roaming Europa Daily Basic) che faceva pagare 3 euro in automatico al primo utilizzo del telefono durante la giornata (quindi alla prima telefonata o sms ricevuti o inviati). Wind ha adottato una strategia simile con una tariffa che offre un pacchetto base per navigare e telefonare fuori dall’Italia. Costa 2 euro al giorno e scatta al primo evento in automatico. La società spiega che i 2 euro sono assolutamente competitivi e che un sms specifico ricorda all’utente che può scegliere la tariffa a consumo senza pagare i due euro. 

La tendenza è di cercare nuovi introiti. «Con la cancellazione del roaming, le compagnie che si sono viste tagliare una fetta importante dei propri guadagni – dice l’avvocato Franco Conte, responsabile settore energia e utenze di Confconsumatori -. Hanno pensato bene di compensare le perdite con nuove tariffe flat senza che ci fosse una richiesta specifica da parte degli utenti». 

Non è il solo passo delle compagnie verso telefoni più cari. Alcuni piani, anche nella telefonia fissa, sono stati rimodulati verso l’alto. Dal 1° agosto, per esempio, alcuni abbonamenti Tim/Telecom sono stati rincarati («Internet senza limiti» nella formula di 36,60 euro, costerà 39,90 euro, quello con tariffa di 24,90 euro passerà a 25,90 euro). Alcune tariffe a pagamento per famiglie di Wind (Noi Tutti nelle sue varie declinazioni) sono aumentate o stanno per aumentare di 1 euro.

Altre novità sono in arrivo: da ieri, H3G ha introdotto il 4G a pagamento. La rete superveloce di ultima generazione per navigare in Internet costerà 1 euro ogni 30 giorni. Vodafone, dal 18 settembre farà pagare i servizi 414 per richiedere l’ammontare del credito residuo (si pagherà in base al proprio piano tariffario, il costo varia a seconda del contratto). Il 404, che in automatico mandava il dato sul credito residuo dell’utente, invece non esisterà più. Su questo punto, la compagnia telefonica ci tiene a spiegare che «la scelta coincide con un sempre maggiore investimento nei canali di interazione digitale con i clienti, come la app My Vodafone, che consente di verificare in modo gratuito il proprio credito telefonico, inclusi i contatori di minuti, sms e giga».

Di contro le associazioni di consumatori sono in allarme: negli ultimi anni, i rincari introdotti da un operatore sono subito stati applicati a ruota anche dalle altre società telefoniche. «Molto probabilmente, ai rincari appena partiti seguiranno altri aumenti ancora da parte di altre società - dice Conte -. E’ già successo nel passato, per esempio con i servizi di richiamata. Erano gratuiti e dopo che uno degli operatori sul mercato ha fatto il primo passo e li ha aumentati, altri si sono subito mossi allo stesso modo». 

Lo sceicco al-Madiah

La Stampa
massimo gramellini

Con un’applicazione particolarmente zelante della riforma Madia, lo sceicco del Dubai ha licenziato in tronco nove dirigenti pubblici del suo Paese dopo una visita a sorpresa di prima mattina nei loro uffici, che come la Terra all’epoca delle grandi glaciazioni non presentavano traccia del passaggio dell’uomo. La traversata nel deserto dello sceicco mi ha riportato alla memoria la sventurata volta in cui l’avvocato Agnelli si presentò alla redazione romana de «La Stampa» verso le otto del mattino.

Nessuno di noi era ancora arrivato e il capo della segreteria, non senza qualche imbarazzo, lo condusse a zonzo tra le stanze vuote, fino a quando spalancò quella degli Spettacoli e dentro, con enorme sollievo, vi trovò un giornalista vivo. Era un collega dell’Economia, intrufolatosi agli Spettacoli per sbirciare le riviste di gossip.

L’Avvocato finse di non riconoscerlo e con una punta di sadismo gli chiese informazioni sul Festival di Sanremo, che l’altro gli diede, sia pure in modo forzatamente approssimativo. Lo sceicco è stato più sfortunato: non ha trovato nemmeno lui. La sua decisione di cacciare i funzionari dello Stato lavativi ha rivelato a Salvini che non tutte le usanze dei popoli arabi sono da disprezzare. Questa è stata commentata con grande entusiasmo e trasporto moralista su tutti i principali social network, dove non mancano di intrattenersi anche numerosi dipendenti, pubblici e privati, durante l’orario di lavoro. 

Non darò nemmeno un euro per i terremotati: ci pensi lo Stato"

Giuseppe De Lorenzo - Mar, 30/08/2016 - 15:36

Lino Ricchiuti, il leader del Popolo delle Partite Iva, si oppone all'Italia in cui "la beneficienza fa da pretesto" per non prevenire i disastri dei terremotati

In molti in Italia si sono mossi per fare qualcosa per gli sfollati del terremoto che ha colpito sei giorni fa il Centro Italia. Tantissimi hanno donato 2 euro per i terremotati attraverso il numero messo a disposizione dalla Protezione Civile. Molti, ma non Lino Ricchiuti, il leader del Popolo delle Partite Iva. Persona molto ascoltata da quelle persone vessate dal fisco e spesso minacciate da Equitalia.

"Non do una lira per i terremotati"

Una posizione scomoda e controcorrente. Che può essere apprezzata oppure no, ma comunque deve essere ascoltata. "Scusate - ha scritto - ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms".
Lino Ricchiuti va a ruota libera. Non lo hanno "impressionato" le immagini del disastro, "i palinsenti stravolti" e "il pianto in diretta" di Renzi. "Non do un euro - dice - E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare".

"Ecco perché non faccio beneficienza per il sisma"

Il motivo? L'Italia ha già i soldi per far fronte alle emergenze. Ai terremotati ci dovrebbe pensare lo Stato con le tasse che tanti italiani pagano ogni giorno. Ogni giorno. Ogni mese. Ogni anno. "Non do un euro - continua Ricchiuti - perché è la beneficenza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie".Stanco di un'Italia in cui "la beneficienza fa da pretesto" per non pensarci prima. Un Paese in cui è sempre meglio curare che prevenire, perché in fondo la beneficienza smuove i cuori di tutti. "Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro".

Uno Stato che incassa oltre il 50% di quello che produce un suo cittadino, non merita altri soldi. "Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro".
"Avrei potuto scucirlo qualche centesimo - ammette Ricchiuti - (...) ma io non sto con voi politici", perché "voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è. Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mio padre, che ha lavorato per 40 anni in campagna, prende di pensione in un anno meno di quanto un qualsiasi parlamentare guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro?".

Il ragionamento, seppur emotivo, ha una sua logica. Certo: forse le raccolte fondi per un terremoto simile le avrebbero fatte anche nella efficientissima Germania. Però lì non è sempre un'emergenza. "Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica". Un fondo di verità c'è: l'Irpinia e L'Aquila insegnano.

"Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese ogni giorno - conclude Ricchiuti-. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati". E quindi "io non do una lira", ma "il più grande aiuto possibile: la mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura".