giovedì 1 settembre 2016

Violati 68 milioni di account Dropbox

La Stampa



Dopo Yahoo!, LinkedIn e MySpace lo spettro di una grossa violazione hacker che viene dal passato fa tremare anche Dropbox. Il popolare servizio di archiviazione online, che a marzo scorso ha raggiunto il traguardo del mezzo miliardo di utenti, ha chiesto ad un gruppo di iscritti di cambiare la password. Stando a quanto riporta il sito Motherboard, per Dropbox è stato individuato un problema di furto di dati (nomi utente, password ed e-mail) che riguarderebbe oltre 68 milioni di account.

«Considerando il modo in cui monitoriamo le eventuali minacce e proteggiamo le password, riteniamo che non si siano verificati accessi indesiderati ad alcun account. Tuttavia, tra le altre numerose precauzioni, richiediamo a tutti coloro che non hanno cambiato la password dalla metà del 2012 di aggiornarla la volta successiva che effettuano l’accesso», spiega il servizio lanciato nel 2008, aggiungendo di essere «dispiaciuti per quanto accaduto».

Sul blog aziendale, Dropbox mette a disposizione le indicazioni con cui cambiare le credenziali; mentre il Blog Sophos consiglia di adottare un’autenticazione e una password più complessa. Insomma, abbandonare le classiche 123456, o addirittura la stessa parola d’accesso password che secondo statistiche periodiche sono incredibilmente ancora le credenziali più usate dagli utenti nel mondo.

Secondo il sito Motherboard, il furto di Dropbox non sembra abbia ancora generato vendite di dati nel mercato del dark web, cioè il web sommerso. Agli inizi di agosto, invece, risultavano già in vendita su questo canale 200 milioni di e-mail e password di utenti di Yahoo!, bottino anche queste di un vecchio furto online.

In questo caso l’hacker che piazzava il pacchetto di dati - quotato circa 1800 dollari - è lo stesso che aveva messo in vendita, sempre recentemente, informazioni relative agli account degli utenti di LinkedIn e MySpace frutto di furti avvenuti anche in passato, per lo più fra 2012 e 2013.
Quella di Dropbox è solo l’ultima cyber-intrusione in ordine di tempo. Nei mesi scorsi sono venute alla luce le maxi violazioni subite da MySpace (360 milioni di account violati e 427 milioni di password messe in vendita), LinkedIn (164 milioni di utenti colpiti) e Tumblr, microblog di Yahoo! (65 milioni di password compromesse). 

La versione di Apple

Marco Lombardo



Quella che leggete qui sotto è la lettera spedita da Tim Cook all’Europa dopo la condanna a pagare 13 miliardi di tasse arretrate: non voglio prendere posizione pro o contro sapendo che in questi casi il Bar Sport è sempre in agguato, è un documento. E’ per chiarezza, perché spesso quando succedono cose del genere (e quando c’è Apple di mezzo) la tendenza è di archiviare tutto con un “se la sono meritata”. Dunque: se la sono meritata? Forse sì, o magari anche no, almeno secondo quanto sostiene il gran capo di Cupertino. Di certo, almeno per quanto ho cercato di capire (e penso di aver capito), ci sono alcune cose:

1) Il commissario Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager ha basato la decisione sul fatto che gli Stati membri non possono garantire benefici fiscali alle aziende che vadano contro gli interessi della Comunità Europea e che “Apple deve pagare tasse arretrate, non una multa”;

2) In realtà però non esistono leggi comunitarie specifiche e dunque la decisione entra direttamente nella legislazione di uno Stato, l’Irlanda, che tra l’altro non vuole quei soldi e farà ricorso;

3) Per stessa ammissione degli Stati membri su certe questioni ci vuole l’unanimità, che non si raggiunge mai. Per cui una legge europea sulla questione è ancora molto lontana dal realizzarsi;

4) Apple lavora in Europa da ben prima che nascesse l’Ue: non ha infranto leggi perché queste leggi fino ad ora non esistevano. E ancora non esistono, perché ora dovrebbero essere emanate seguendo il pronunciamento dell’Autorità alla concorrenza;

5) E’ dunque una sanzione retroattiva che può creare un pericoloso precedente per tutte le aziende, piccole o grandi che siano;

6) Apple si infila spesso nelle zone d’ombra delle varie legislazioni, così come fanno tutte le imprese e le persone che hanno un commercialista sveglio. Il ragionamento è: perché pagare più tasse quando posso non pagarle?;

7) Molto spesso il denaro risparmiato le grandi aziende li utilizzano per nuovi investimenti, creando tra l’altro numerosi posti di lavoro. Non è una scusante ma un dato di fatto;

8) Apple dice: siamo l’azienda che paga più tasse al mondo. Questo non vuol dire che se ne deve pagare di più sia giusto risparmiargliele;

9) Ma neanche è giusto far diventare Apple l’azienda che evade più tasse al mondo perché così non è;

10) Apple – così come Microsoft, Google, Facebook o qualsiasi altra multinazionale – non è una Onlus: l’obbiettivo primario è guadagnare. Lecitamente, ovvio;

11) Fa un po’ specie che un’azienda come Apple sia arrivata un po’ impreparata a una condanna che era nell’aria da mesi.

12) Last but non least: Apple non  ha mai detto né scritto che la decisione dell’Ue sarà causa di licenziamenti. Anzi ha detto e scritto che continuerà comunque a investire in Europa.
Quanto sopra insomma è quel che personalmente penso di aver colto dalla vicenda. Quanto sotto è la lettera di Tim Cook. A questo punto, come dicevano una volta i telecronisti di Tele+, giudicate voi…

LETTERA DI TIM COOK ALL’EUROPA
«Trentasei anni fa, ben prima di lanciare l’iPhone, l’iPod e perfino il Mac, Steve Jobs inaugurò la prima sede operativa di Apple in Europa. All’epoca, l’azienda sapeva che per servire i clienti europei avrebbe avuto bisogno di una base nel vecchio continente. Per questo, nell’ottobre 1980, Apple aprì una fabbrica a Cork, in Irlanda, con 60 dipendenti. In quegli anni Cork soffriva di un tasso di disoccupazione altissimo e di investimenti economici quasi inesistenti. 


Ma i dirigenti Apple vi riconobbero una comunità ricca di talenti, capace di sostenere la crescita dell’azienda se il futuro fosse stato favorevole. Da allora abbiamo lavorato a Cork senza soluzione di continuità, persino durante i periodi di incertezza riguardo al nostro stesso futuro, e oggi diamo lavoro a oltre 6000 persone in tutta l’Irlanda; ma è ancora a Cork che si concentra il maggior numero di dipendenti. Alcuni sono con noi fin dal primo giorno, e tutti contribuiscono con funzioni diverse al successo di Apple nel mondo. Innumerevoli multinazionali hanno seguito l’esempio di Apple scegliendo di investire a Cork, e oggi l’economia locale è più forte che mai. 

Il successo che ha spinto la crescita di Apple a Cork deriva da prodotti innovativi, capaci di conquistare i nostri clienti. È questo che ci ha permesso di creare e sostenere oltre 1,5 milioni di posti di lavoro in tutta Europa: posti di lavoro in Apple, posti di lavoro presso centinaia di migliaia di brillanti sviluppatori che distribuiscono le loro app attraverso l’App Store, e posti di lavoro negli stabilimenti dei nostri produttori e fornitori. Le aziende di piccole e medie dimensioni che dipendono da Apple sono innumerevoli, e noi siamo orgogliosi di supportarle. 

Come azienda ci comportiamo da cittadini responsabili e siamo altrettanto orgogliosi di contribuire al benessere delle economie locali in tutta Europa e delle collettività in tutto il mondo. Crescendo anno dopo anno, siamo diventati il maggior contribuente in Irlanda, il maggior contribuente negli Stati Uniti e il maggior contribuente al mondo. Negli anni, ci siamo avvalsi delle indicazioni delle autorità irlandesi per rispettare le normative fiscali del Paese; le stesse indicazioni che qualsiasi azienda attiva in Irlanda ha a disposizione. Come in tutti i Paesi in cui operiamo, in Irlanda rispettiamo la legge e versiamo allo Stato tutte le tasse che dobbiamo.

La Commissione Europea ha lanciato un’iniziativa che vuole riscrivere la storia di Apple in Europa, ignorare le normative fiscali irlandesi e sovvertire così l’intero meccanismo fiscale internazionale. Il parere della Commissione emesso il 30 agosto sostiene che l’Irlanda avrebbe riservato a Apple un trattamento fiscale di favore. È un’affermazione che non trova alcun fondamento nei fatti o nella legge. Noi non abbiamo mai chiesto, né tantomeno ricevuto, alcun trattamento speciale. Ora ci troviamo in una posizione anomala: ci viene ordinato di versare retroattivamente tasse aggiuntive a un governo che afferma che non gli dobbiamo niente più di quanto abbiamo già pagato.

La mossa senza precedenti della Commissione ha implicazioni gravi e di vasta portata. Di fatto è come proporre di sostituire la normativa fiscale irlandese con quel che la Commissione ritiene avrebbe dovuto essere tale normativa. Sarebbe un colpo devastante alla sovranità degli Stati membri in materia fiscale e al principio stesso della certezza del diritto in Europa. L’Irlanda ha dichiarato di voler ricorrere in appello contro la decisione della Commissione. Apple farà altrettanto, e siamo fiduciosi che l’ordine della Commissione verrà ribaltato. 

Il nocciolo della questione non è quante tasse debba pagare Apple, ma quale Paese debba riscuoterle. La tassazione delle aziende multinazionali è una materia complessa, ma tutto il mondo riconosce lo stesso principio fondamentale: i profitti di un’azienda devono essere tassati là dove l’azienda crea valore. Apple, l’Irlanda e gli Stati Uniti concordano su questo principio. Nel caso di Apple, quasi tutte le operazioni di ricerca e sviluppo si svolgono in California, quindi la stragrande maggioranza dei nostri profitti è tassata negli Stati Uniti. Le aziende europee che operano negli USA sono tassate secondo lo stesso principio. Eppure, oggi la Commissione sta chiedendo di modificare retroattivamente queste regole.

Oltre a evidenti ripercussioni per Apple, questa sentenza avrà effetti profondamente negativi sugli investimenti e sulla creazione di lavoro in Europa. Se valesse la teoria della Commissione, qualsiasi azienda in Irlanda e in Europa correrebbe improvvisamente il rischio di vedersi tassata in base a leggi mai esistite. Apple è da tempo a favore di una riforma delle normative fiscali internazionali, con l’obiettivo di avere più semplicità e trasparenza. Riteniamo che questi cambiamenti dovrebbero essere introdotti nel rispetto delle procedure legislative, a partire da proposte discusse dai leader e dai cittadini dei Paesi interessati. 

E come tutte le leggi, le nuove norme dovrebbero valere da quando entrano in vigore, non retroattivamente. Noi non rinunciamo al nostro impegno in Irlanda: vogliamo continuare a investire, a crescere e a servire i nostri clienti con passione immutata. Siamo fermamente convinti che i fatti e i consolidati principi giuridici su cui è fondata l’Unione Europea finiranno per prevalere».

Le confessioni di Martini a colloquio con Montanelli

Indro Montanelli - Gio, 01/09/2016 - 10:17

Ampi stralci dell'incontro raccontato sul "Giornale": il padre, il rapporto con Wojtyla, gli inizi duri a Milano



Pubblichiamo ampi stralci dell'intervista di Indro Montanelli a Carlo Maria Martini, uscita sul Giornale» del 10 maggio 1983. Alcune parti del colloquio con il biblista gesuita morto a
Gallarate il 31 agosto del 2012 sono state riprese nel film documentario «Carlo Maria Martini profeta del Novecento», di Antonia Pillosio e Giuseppe Sangiorgi.

Nel film gli anni del terrorismo, che coinvolsero l’allora direttore de «il Giornale», gambizzato nel 1977, e l’arcivescovo, al quale i brigatisti consegnarono le armi nel 1984. Prodotto da Rai e Fondazione Carlo Martini, andrà in onda il 6 settembre alle 21.30 su Rai Storia.

Eminenza, i milanesi senza eccezioni, credo hanno un enorme rispetto del loro Arcivescovo, vedono con quanto zelo e rigore assolve la sua missione pastorale, ne ammirano la cultura. Ma non sanno chi è. Voglio dire: non sanno che uomo è sul piano personale e nel rapporto umano, sanno poco di lui, della sua vita.
«Non credo che ci sia molto da sapere: la vita di un uomo di Chiesa è la Chiesa».

Certo. Ma lo è, suppongo, dal momento in cui entra al servizio della Chiesa. Prima avrà avuto anche lui una famiglia, una fanciullezza, forse delle tentazioni, forse delle esitazioni.
«Forse. Ma non è il mio caso. In questo, devo ritenermi molto fortunato perché non ho mai avuto dubbi sulla mia vocazione. Ma lei pensa che queste vicende personali (...) possano interessare a qualcuno?».

Ne sono sicuro. Posso chiederle se la sua vocazione fu favorita da un ambiente familiare particolarmente devoto e magari con tradizioni diciamo così talari?
«Oh no. La mia era una tipica famiglia del vecchio Piemonte borghese. Devota era mia madre. Mio padre, ingegnere, era molto rispettoso della Chiesa, ma quanto a frequenza si contentava del minimo. La sua religione si esprimeva soprattutto nell'onestà, nella lealtà, nel rispetto della parola data. Nell'osservanza di questi principi e valori era molto rigoroso».

E come accolse la sua decisione di prendere i voti?
«Be', non posso dire che ne fu proprio felice».

Non se l'aspettava?
«Credo di no. E credo anche che se avesse potuto immaginarlo, si sarebbe ben guardato dal mandarmi in quel collegio di gesuiti Collegio per modo di dire perché c'andavo solo per frequentare le lezioni: di sera tornavo a casa. Ma è proprio sicuro che queste cose possano interessare i suoi lettori?».

Sicurissimo, Eminenza.
«Be', se lo dice lei. Insomma, fu proprio in quel collegio dove entrai dopo le elementari, quindi ancora quasi bambino, che ebbi i primi segni della vocazione».

Fu merito di qualche suo compagno o insegnante?
«Gl'insegnanti erano molto bravi e severi. Ma non ci parlavano molto di vocazione. Quando ne vedevano qualche segno in qualcuno, preferivano sottoporlo alla prova del tempo, e mettevano in chiaro le rinunzie che la vocazione comporta Di tutti i ragazzi del mio corso, io solo poi presi i voti ed entrai nella Compagnia».

Dicevamo di suo padre, quando lei gli annunziò questo proposito.
«Sì. Rimase interdetto». «nella Compagnia non si chiede, né si rifiuta nulla. Non potei rifiutare nemmeno la nomina ad Arcivescovo di Milano (...)».

Ecco, Eminenza, su questo punto corrono tante voci, che forse non vale neanche la pena di smentire. Ma a me piacerebbe sapere com'era nata la sua grande amicizia con papa Wojtyla.
«Ho grande ammirazione per Giovanni Paolo II. Avevo conosciuto Papa Wojtyla nel 72 quando era Arcivescovo di Cracovia. Venne a visitare il Biblicum, e m'invitò nella sua città dove doveva svolgersi un convegno di biblisti, la mia materia. Ci andai con mio fratello anche per rivedere molti miei ex-allievi. L'Arcivescovo, che faceva gli onori di casa, non ebbe ovviamente molto tempo da dedicarmi. Non ebbi più con lui alcun contatto, nemmeno epistolare, fino all'autunno del 79 quando, eletto Papa, convocò in Vaticano i rettori delle Università ecclesiastiche romane.

Volle essere informato di tutto, poi ci trattenne a cena, ma non dette nessun segno di particolare attenzione nei miei riguardi. Due mesi dopo, venne a visitare la Gregoriana e fu lui, quella volta, che rimase a cena da noi, ma nemmeno allora dette segno di particolare interesse per me. In capo a due giorni venni convocato in Vaticano presso la Congregazione dei Vescovi. Credevo che si trattasse di roba d'ufficio attinente alla Gregoriana. E invece mi consegnarono la Bolla con cui il Santo Padre mi nominava Arcivescovo di Milano».

Nulla gliel'aveva lasciato presagire?
Assolutamente nulla.

E cosa provò?
«Un grande sconcerto, che tradussi in una lettera al Papa, in cui esponevo tutti i motivi che avrebbero dovuto sconsigliare la mia nomina».

Cioè?
«Innanzi tutto, il precetto di Sant'Ignazio, che fa divieto ai Gesuiti di accettare cariche ecclesiastiche, a meno che, si capisce, non si tratti di ordini del Papa, cui è dovuta obbedienza assoluta... Credo infatti che allora non vi fossero altri Vescovi gesuiti in Europa... Poi feci notare la mia scarsa preparazione ai compiti pastorali, specie dovendo svolgerli nella più vasta o popolosa diocesi italiana... Infine, chiesi al Papa di potergli esporre a voce tutti questi dubbi e timori. Due giorni dopo mi chiamò, gli aprii il mio animo...».

E lui che disse?
«Mi augurò di passare un buon Natale perché eravamo alla vigilia. Infatti lo passai tranquillamente perché credevo che il Papa si fosse anno alle mie ragioni. Invece il 28 mi comunicarono che l'indomani il Papa avrebbe reso ufficiale la mia nomina. Certamente le ragioni che gliel'avevano suggerita erano più valide di quelle mie. Ma quali siano queste ragioni, non l'ho mai saputo».

E ora, Milano...
«Bè, il primo anno e mezzo è stato duro, non perché abbia incontrato difficoltà ambientali, ma per la diversità dei problemi a cui non ero preparato. Io mi ero sempre mosso nel chiuso e nel silenzio di aule e biblioteche, e qui dovevo affrontare non solo l'aria aperta di una diocesi gremita di parrocchie, ognuna delle quali coi suoi problemi, ma anche il confronto con una realtà sociale ed economica estremamente complessa, di cui mi sono occorsi tempo e sforzi per afferrare le fila. Anche dal punto di vista esistenziale ho dovuto, per così dire, rivoluzionarmi per far fronte a una vita di relazione cui non ero abituato. Per fortuna reggo bene la fatica, non ho problemi di sonno perché dormo le mie sei ore filate, e soprattutto posso contare sull'assoluta dedizione dei miei collaboratori.

Ma mi è mancato lo studio, che per me è la rinunzia più dolorosa. Ora, per fortuna, riesco a ritagliarmi qualche fetta di tempo, specie la sera, da dedicare ai miei testi biblici. Ma la gioia ch'essi mi danno è un po' avvelenata dal rimorso. lo sono qui per servire la comunità ambrosiana, per aiutarla a difendersi dalle tentazioni che insidiano la coscienza cristiana: il compromesso, il permissivismo, un certo qualunquismo... La società lombarda è straordinariamente generosa, ma spesso si lascia sopraffare, come dire, dalla quotidianità della vita. E io sono qui per ricordarle i valori assoluti del Vangelo».

Usa, "Assange aiuta la Russia". L'attacco del Nyt al fondatore di Wikileaks

repubblica.it
FEDERICO RAMPINI

Un dossier del quotidiano demolisce il direttore del sito di riferimento del Datagate. Le cui rivelazioni sembrano avere come fonte lo spionaggio russo. Come per il materiale sottratto nei siti dei Dem. In una campagna elettorale in cui Trump ha più volte appoggiato Putin

Usa, "Assange aiuta la Russia".  L'attacco del Nyt al fondatore di Wikileaks

Julian Assange, il fondatore e direttore di WikiLeaks, si è trasformato nella "lavanderia" dei servizi segreti russi? L'accusa pesante, lanciata proprio in questi termini, non viene da un avversario qualsiasi. E' il New York Times a pubblicare un imponente e implacabile dossier contro Assange. E' una requisitoria dettagliata, documentata, dove lo stesso imputato ha la parola: Assange ha concesso un'intervista ai tre reporter del New York Times che firmano l'inchiesta, risponde alle loro accuse. Il verdetto finale su di lui però resta una condanna, secondo gli autori del rapporto investigativo.

E' la prima volta che contro il creatore di WikiLeaks scende in campo un grande quotidiano indipendente con un lavoro così sistematico di demolizione del personaggio. Alla fine Assange ne esce come una marionetta manipolata dall'intelligence di Vladimir Putin, disposto a riciclare qualsiasi notizia che gli viene data, senza interrogarsi sui moventi della fonte. Gli basta che le notizie siano "contro" il suo bersaglio numero uno: gli Stati Uniti. Riservare lo stesso trattamento ad altre potenze non lo interessa, ammette lui, perché "tutti criticano la Russia, è noioso".

Nello stesso tipo di accanimento unilaterale rientra anche il gioco che Assange sta facendo nella campagna elettorale americana. Le rivelazioni di WikiLeaks vanno di pari passo con le incursioni di hacker russi; le vittime sono sempre da una parte sola: il partito democratico, l'Amministrazione Obama, i Clinton. Si direbbe che anche dentro la politica americana Assange ha fatto una scelta di campo. La stessa di Putin, peraltro, le cui affinità con Donald Trump sono emerse più volte alla luce del sole.

L'ampio dossier del New York Times ricorda l'irruzione di WikiLeaks nella scena mediatica fin dal 2010 con la divulgazione urbi et orbi di tante comunicazioni top secret fra vari rami del governo Usa, comprese le ambasciate e il Dipartimento di Stato. Ne emergeva una descrizione "cinica" della diplomazia americana, con sullo sfondo le guerre in Afghanistan e in Iraq. Di recente Assange ha fatto sapere che "ha ancora molto da dire" sul volto oscuro dell'imperialismo americano, il suo disprezzo per i diritti umani, l'avversione a quelli come lui che osano sfidare l'autorità costituita.

Ma un bilancio dettagliato di tutte le rivelazioni di WikiLeaks porta a questa conclusione: non usa lo stesso criterio e lo stesso rigore nel mettere a nudo altri imperialismi. Certo non quello russo. Anzi, i metodi di governo usati da Putin (fino all'assassinio degli oppositori) godono di una sorta di immunità, non rientrano nei bersagli di WikiLeaks. Di più: col passare del tempo le rivelazioni di WikiLeaks sembrano avere come fonte proprio lo spionaggio russo.

E' il caso del materiale sottratto di recente nei siti del partito democratico Usa in piena campagna elettorale. Una campagna in cui Trump ha più volte appoggiato Putin, facendogli anche delle aperture di credito sull'annessione della Crimea e l'invasione dell'Ucraina e auspicando un disimpegno americano dalla Nato. La conclusione del New York Times: "Sia che questo accada per convinzione, per convenienza, o per coincidenza, le rivelazioni di documenti da parte di WikiLeaks e molte dichiarazioni di Assange hanno spesso aiutato la Russia a scapito dell'Occidente".

La risposta dell'accusato? Assange si difende accusando a sua volta i democratici Usa e la Clinton di "aizzare un'isteria neo-maccartista sulla Russia". Aggiunge che "non esistono prove concrete" che WikiLeaks riceva le informazioni da servizi segreti stranieri. Ma anche se fossero loro la fonte, dice, accetterebbe ben volentieri quel materiale. 

Roma, rivelato il messaggio di Mussolini ai posteri nascosto sotto l'obelisco del Foro Italico

repubblica.it

Due studiosi delle università di Groninga e Lovanio sono stati i primi a studiare nel dettaglio e a tradurre il cosiddetto 'Codex Fori Mussolini', sepolto sotto i blocchi di granito tirati su nel 1932

Roma, rivelato il messaggio di Mussolini ai posteri nascosto sotto l'obelisco del Foro Italico

Da sempre è l'obelisco della discordia e la scoperta che 'nasconde' un messaggio di Mussolini ai posteri è destinata a inasprire la polemica al calor bianco che circonda il colosso da 300 tonnellate eretto di fronte al Foro italico. Due studiosi, Bettina Reitz-Joosse dell'università di Groninga e Han Lamers dell'università di Lovanio sono stati i primi a studiare nel dettaglio e a tradurre il cosiddetto 'Codex Fori Mussolini'.

Anche se il messaggio resta sepolto e invisibile sotto i blocchi di granito tirati su nel 1932, i due sono riusciti a ricostruirlo attraverso tre diverse fonti emerse nelle biblioteche e negli archivi della Capitale. "Non era un messaggio pensato per i contemporanei" ha detto Reitz-Joosse alla Bbc, "Anche se l'obelisco doveva essere il più visibile possibile, non v'era quasi traccia dell'esistenza del testo, destinato ai lettori del futuro".

A scrivere in latino quello che è a tutti gli effetti un peana del dittatore fascista fu Aurelio Giuseppe Amatucci, studioso di letteratura latina cristiana e titolare della cattedra di letteratura latina alla Cattolica di Milano. Si compone di tre parti: nella prima si rende conto della genesi e dei traguardi raggiunti dal fascismo e della ascesa di Mussolini. L'Italia viene descritta come un Paese sull'orlo del baratro dopo la Prima Guerra Mondiale e di come il Duce l'avesse salvata "rigenerandola grazie alla sua risolutezza e alle sue intuizioni superomistiche".

Mussolini, dice Lamers, viene presentato come una nuova specie di imperatore, ma anche come l'uomo della Provvidenza mandato a salvare il popolo italiano.

La seconda parte riguarda l'Organizzazione della gioventù fascista e i programmi per i giovani. La terza parte racconta la costruzione del Foro Italico - all'epoca noto come Foro Mussolini - e l'erezione dell'obelisco. Sotto l'obelisco sono sepolte alcune monete d'oro, come in uso durante il Rinascimento. La curiosità, sottolineano gli studiosi, è che il messaggio era stato pensato per essere letto dopo l'abbattimento dell'obelisco e di conseguenza dopo la caduta del regime, segno che i fascisti stessi erano consapevoli del fatto che prima o poi sarebbero andati incontro al tramonto.

A guerra quasi finita un gruppo di partigiani accarezzò l'idea di tirare giù il colosso e piazzò alla sua base una carica di esplosivo. L'arrivo di un vigilante in bicicletta, però, li costrinse a spegnere di corsa la miccia: nessuno aveva voglia di provocare vittime innocenti. Molto più di recente, appena un anno e mezzo fa, la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatenò un'ondata di polemiche suggerendo di lasciarlo in piedi, ma di 'raschiare via' la scritta 'Mussolini Dux'.

Fascismo, Boldrini: "Togliere la scritta Dux dall'obelisco del Foro"

repubblica.it

Alcuni partigiani hanno chiesto al presidente della Camera di abbattere il monolite. Ma il pd Orfini replica: "L'iscrizione non va cancellata" "Si dovrebbe togliere la scritta 'Dux'" dall'obelisco del Foro Italico a Roma". A dirlo, ieri al termine della cerimonia in Aula a Montecitorio per ricordare il 70esimo anniversario della Resistenza, è stato il presidente della Camera, Laura Boldrini.

Alla fine della cerimonia il presidente Boldrini è stata avvicinata da alcuni partigiani inviati a Montecitorio. "Dopo tutto quello che ci siamo detti- ha sottolineato un partigiano- penso che dovremmo  fare qualcosa per ripulire tutte le strade d'Italia dal fascismo. E- ha proseguito il partigiano- sarebbe ora di abbattere quella colonna al Foro Italico con la vergognosa scritta 'Mussolini Dux". Un invito a cui il presidente della Camera, Laura Boldrini, ha risposto: "Per lo meno è ora di togliere la scritta".

La colonna di cui si parla è l'obelisco che venne eretto nel 1932 davanti al complesso sportivo del Foro Italico e che originariamente prese il nome da Benito Mussolini, a cui l'obelisco era dedicato. Sul fusto bianco della colonna, che accoglie ancora oggi chi reca allo Stadio Olimpico, a caratteri cubitali permane la scritta "Mussolini Dux" che ciclicamente provoca richieste di cancellazione.

Ma la proposta del presidente della Camera ha immediatamente suscitato la polemica politica. "La scritta Mussolini Dux sull'obelisco del Foro Italico? "Io la lascerei lì" ha replicato il commissario Pd Roma e presidente Pd nazionale Matteo Orfini. "Noi siamo un Paese antifascista - ha aggiunto Orfini - i principi della lotta antifascista sono scritti nella nostra Costituzione. Non abbiamo bisogno di cancellare la nostra memoria, seppur a tratti drammatica". "Credo- ha concluso - che la 'damnatio memoriae' sia un elemento di debolezza e non di forza da parte di chi la esercita".

E dalla parte di Ordini si schiera anche il leader della Destra e vicepresidente del consiglio del Lazio, Francesco Storace. "Orfini mejo de Fini. Il presidente del Pd ha dato una lezione alla Boldrini, a cui da' fastidio la storia nazionale- ha scritto in un tweet Storace- La presidente della Camera scoprirà prima o poi l'Istituto della Previdenza Sociale, fondato nel 1933, e proporrà di abolire direttamente le pensioni...".

Apple attacca l'Ue: "E' esasperante". E annuncia il rimpatrio di miliardi negli Usa

repubblica.it

Il numero uno di Apple, Tim Cook, contro la Commissione europea che ha imposto all'Irlanda di recuperare 13 miliardi di tasse non pagate: "Vinceremo il ricorso". Nel 2014 il gruppo ha pagato 800 milioni di dollari di imposte, ma si prepara a versarne molti di più negli Stati Uniti

Apple attacca l'Ue: "E' esasperante". E annuncia il rimpatrio di miliardi negli Usa
Tim Cook, ceo Apple (imagoec)

Apple torna all'attacco della Commissione europea che martedì scorso ha imposto al colosso di Cupertino il pagamento di 13 miliardi di euro di tasse arretrare in Irlanda. "La normativa europea in materia fiscale è esasperante" ha detto il numero uno del gruppo Tim Cook che poi ha definito "esasperante" l'approccio della Commissione Ue in materia di aiuti di Stato. Un concetto espresso ieri anche dal segretario americano al Tesoro, Jack Lew, secondo cui ci sarebbe un accanimento da parte di Bruxelles nei confronti delle imprese americane. Tuttavia, Cook resta "molto fiducioso" sull'esito del ricorso contro la decisione Ue: "Sono convinto che il giudizio sarà rovesciato", ha detto alla radio irlandese Rte.

Di certo la maxi sanzione decisa da Bruxelles ha acceso un nuovo faro sull'elusione fiscale. Pur difendendo a spada tratta Apple, anche il governo Usa ha annunciato un giro di vite sulla mole di denaro che le grandi compagnie Usa detengono fuori dai confini degli Stati Uniti, per evitare di pagare le tasse su quei loro tesori. Basti pensare che da Alphabet (la holding di Google) fino alla banca Wells Fargo, le 50 maggiori aziende a stelle e strisce custodiscono 1.400 miliardi di dollari al riparo dal Fisco americano, l'equivalente del Pil di un Paese come la Spagna. Come raccontato da Affari&Finanza pochi mesi fa, la stima per le maggiori 500 compagnie fatta da Ctj arrivava a parlare di 2.100 miliardi, dato da poco aggiornato a ben 2.400 miliardi, in base agli ultimi bilanci depositati.

Anche per questo, quindi, Cook ha annunciato per l'anno prossimo il rimpatrio di miliardi di dollari. Un netto cambio di strategia, quindi, per la società che con 181 miliardi di dollari detenuti all'estero, detiene il prima americano di soldi "nascosti" al Fisco. A inizio anno, addirittura, la società ha emesso un bond da 12 miliardi di euro per finanziare il suo piano di remunerazione degli azionisti - buy back e dividendi - e l'attività corrente.

Il tutto pur di non intaccare le riserve liquide che custodisce nei paradisi fiscali. Rispondendo a una domanda su quante tasse abbia pagato Apple sugli utili 2014, Cook ha risposto "800 milioni di dollari. Abbiamo pagato 400 milioni all'Irlanda e 400 agli Stati Uniti e ci prepariamo a pagarne diversi miliardi appena rimpratrieremo negli Usa i soldi all'estero".

Sulla vicenda Apple è intervenuto anche il presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi: "E' importante che l'Ue nel complesso lavori sulla web tax che deve essere uguale per tutti. Per l'Irlanda il tema è un po' diverso, cioè quando la commissione Ue può intervenire sulle decisioni di un singolo Stato che è un paradiso fiscale. Visto che dobbiamo decidere su regole uguali per tutti, anche sulla pesca o sul vitigno, mi piacerebbero regole analoghe per tutti i paesi Ue". Renzi comunque esclude che Cupertino "si rimangi gli investimenti annunciati a Napoli".


Apple, quello che Cook non dice e la sua firma sugli accordi

repubblica.it
di WALTER GALBIATI

Nella sua lettera alla comunità che compra e utilizza i prodotti Apple in Europa, Tim Cook elogia e cita quanto fatto dal gruppo in Irlanda e nel Vecchio continente, ma non descrive il ruolo avuto dalle due holding Aoi e Asi, entrambe per anni senza dipendenti e senza nessuna una residenza fiscale certa, nemmeno in Irlanda

Si scaglia contro l’Europa, ritiene giuste le tasse che ha pagato (o non pagato) in Irlanda e quelle poche che ha ugualmente versato negli Usa. Riconosce che la mente del gruppo con le sue invenzioni sta in California e che lì devono andare i profitti e gli eventuali balzelli fiscali. Tim Cook affida a una lettera tutto il suo disappunto per quanto la Ue chiede: 13 miliardi di tasse arretrate. E avanza i meriti per quanto la Apple ha fatto in Europa e in Irlanda.

Parla in generale del gruppo, delle controllate irlandesi ed europee, dei dipendenti che lavorano a Cork, ma si dimentica di citare due società irlandesi, la Apple Operation International (Aoi) che ha intermediato per la Apple Inc le vendite in America e la Apple Sales International (Asi) che ha curato la vendita dei prodotti in Europa Medio Oriente, Africa, India, Asia e il Pacifico.

E sono gli stessi americani (si badi non i commissari europei) nel rapporto di indagine del Permanent subcommitte on investigation (Psi) del Senato Usa, intitolato "Offshore Profit shifting and the Us tax code", datato 21 maggio 2013 a denunciare cosa siano la Aoi e la Asi.

E’ vero, come sostiene Cook nella sua lettera, che la Apple ha aperto diverse società in Irlanda e in diverse fasi storiche ha anche creato occupazione. Le società irlandesi sono state costituite negli Anni Ottanta e inizialmente erano veramente la sede di produzione del gruppo. Ma quello che Cook non dice è che a seguito della crisi degli anni Novanta, la Apple ha spostato la produzione in Cina, mantenendo però la stessa struttura societaria per sfruttare i relativi benefici fiscali.

E non è un caso che Cook non parli nemmeno della Aoi, per esempio, la holding a cui fanno capo molte affiliate estere del gruppo e attraverso la quale passano tutti gli incassi Usa: la filiale incorporata sotto la legislazione irlandese nel 1980, pur condividendo lo stesso indirizzo a Cork di molte altre società del gruppo, non ha qui né altrove in Irlanda alcuna presenza fisica.

Per di più, la Aoi fin dal suo sbarco in Irlanda, più di 30 anni fa “non ha mai avuto nessun dipendente”, scrivono gli investigatori Usa citando l’interrogatorio di uno dei suoi direttori Cathy Kearney (avvenuto il 19 aprile del 2013). Ai tempi dell’indagine il personale della Aoi era composto da due dipendenti, entrambi della californiana Apple Inc, Gene Levoff e Gary Wipfler, che vivevano in California e ricoprivano lo stesso ruolo di direttori per innumerevoli altre società del gruppo, e una irlandese, Cathy Kearney appunto, assunta però da un’altra società della Apple (la Adi con la qualifica di vice presidente per le operazioni europee).

Le riunioni del consiglio della Aoi si sono sempre svolte negli Stati Uniti: “Delle 33 riunioni tenutesi - si legge nel rapporto - tra gli anni 2006 e 2012, ben 32 sono avvenute a Cupertino e la Kearney ha partecipato a sole 7 di queste, a 6 delle quali è intervenuta telefonicamente”. La stessa Apple ha dichiarato che per la Aoi non esistevano conti bancari o personale in Irlanda. Eppure la Aoi, per stessa ammissione della Apple, ha ricevuto tra il 2009 e il 2012, 29,9 miliardi di dollari in dividendi dalla rete estera delle società operative della Apple.

Il rapporto del Senato Usa (a pagina 23) svela usando le dichiarazioni stesse della Apple, quanto siano fuorvianti le parole di Cook: “La Apple ha spiegato che, sebbene la Aoi sia stata incorporata in Irlanda fin dal 1980, non ha mai dichiarato la propria residenza fiscale in Irlanda o in alcun altro Paese, così che non ha mai pagato nessuna tassa a nessun governo nazionale negli ultimi 5 anni”. La società ha potuto far questo perché in Irlanda ha dichiarato di non essere una società sotto controllo di una casa madre irlandese e negli Usa ha dichiarato invece di non essere una società incorporata sotto la legge statunitense.

Nelle stessa condizione della Aoi, nessuna residenza fiscale e nessun dipendente, vi era anche la Apple Sales International (Asi), nella cui gestione ha avuto un ruolo attivo lo stesso Tim Cook, firmando il Contratto di condivisione dei costi con la Apple Inc. Se dunque è vero che dai 60 dipendenti di Cork negli anni 80 si è arrivati a 6mila persone in tutta Irlanda, perché non parlare allora di che lavoro hanno svolto le irlandesi Aoi e Asi e della loro leggerezza in fatto di personale? Un lavoro oscuro ma portato sotto i riflettori dalla Commissione del Senato Usa anche lei, come la Ue, alla caccia dei soldi evasi dalla Apple.

Oggi, grazie anche alla aggressiva pianificazione fiscale, nelle casse del gruppo ci sono quasi 230 miliardi di dollari, molti dei quali in cassaforti offshore. E di fronte ai quali impallidisce la richiesta di 13 miliardi di euro da parte della Commissione europea.

Cybersicurezza, svelata la piattaforma di spionaggio Sauron

repubblica.it

È altamente ingegnerizzata, modulare, in grado di funzionare in diversi scenari, anche reti sconnesse da internet. Prese di mira più di 30 regioni nel mondo. Ecco come funziona

Cybersicurezza, svelata la piattaforma di spionaggio Sauron

Ha il nome dell'essere mostruoso del Signore degli Anelli e in fondo un po' mostro lo è visto copia e sottrae dati di nascosto in rete. Il Progetto Sauron è un Apt (Advanced Persistent Threat) attivo sin dal 2011 e fino al 2016 e scoperto dai ricercatori di Kaspersky e di Symantec Labs. Gli esperti l'hanno descritto come una piattaforma altamente ingegnerizzata, modulare, in grado di funzionare in diversi scenari, anche air-gapped, ossia in rete sconnesse da internet.

Secondo quanto scoperto dai ricercatori - riporta Ofcs Report - Sauron utilizza un linguaggio di programmazione conosciuto come "Lua", di origine brasiliana. Il ricorso a Lua e l'elevata modularizzazione sono sintomo di un'alta scalabilità del codice che gli permette di adattarsi a contesti differenti e di riscrivere rapidamente i moduli. Lo scopo primaria di Sauron è quella di copiare e sottrarre dati in maniera nascosta. Preleva infatti in modo impercettibile informazioni e documenti degli utenti e li invia all'esterno tramite server di comando e controllo.

Sauron è stato individuato dopo aver osservato il traffico di rete anomalo presente in un'importante istituzione governativa che, per motivi di privacy, non è stata resa nota. Era registrato come Windows Lsa Password Filter in un domain controller di Windows. Il Password Filter è utilizzato per intercettare le password in chiaro degli utenti e trasmetterle all'esterno.

Sauron è in grado di accedere ai computer della rete attraverso la modifica degli script di aggiornamento dei software di sistema. Il downloader che viene installato nei computer si connette ad un IP interno o esterno al fine di scaricare ed eseguire un payload malevolo. Inoltre può operare in modalità air-gapped, ovvero in reti disconnesse da internet.

L'attività di Sauron è stata rilevata sono in alcune regioni specifiche del mondo e quindi siamo di fronte a un'Apt altamente targhettizzato. Le vittime degli attacchi sono state individuate in circa 30 regioni, specialmente in paesi che hanno l'italiano come seconda lingua. Tra le istituzioni prese di mira vi sono agenzie nazionali, istituti di ricerca, organizzazioni militari, nonché società telco e finanziarie.

Al momento, i ricercatori non sono stati in grado di attribuire la paternità del progetto Sauron. Si pensa tuttavia che si tratti di un software sviluppato da un governo per svolgere attività di spionaggio o per scopi economici. Il ricorso poi al linguaggio Lua, porta a ritenere che l'apt sia stato disegnato in un paese di origine latina e che poi sia stato ampliato fino a comprendere anche lingue diverse.

La net neutrality ha vinto in Europa: la rete è uguale per tutti

repubblica.it
FRANCESCA DE BENEDETTI

Dopo tre anni di battaglie, l'Unione dà ragione agli attivisti. Sconfitte le telco: il Berec, l'organismo regolatorio Ue, mette a punto la vittoria della neutralità della rete

"Vittoria!", gridano - anzi twittano - i sostenitori della net neutrality d'Europa. Il Berec, l'organismo regolatore europeo per le comunicazioni elettroniche, ha pubblicato oggi le sue linee guida. Il tracciato è chiaro: sì alla neutralità della rete, no alle corsie preferenziali per internet. Vittoria, quindi, per il mezzo milione di cittadini che ha fatto sentire la sua voce nelle scorse settimane, sostenuto da nomi illustri come il "papà del web" Tim Berners-Lee.
Perché la neutralità era a rischio.

La legislazione proposta dalla Commissione europea tre anni fa avrebbe incrinato il principio di neutralità. Lo ammette oggi lo stesso commissario Gunther Oettinger, che a Bruxelles ha la delega all'economia e alla società digitali. "Il diavolo si nasconde nei dettagli - spiega lui - ed è per questo che, quando nel 2013 abbiamo proposto il "Regolamento per il mercato unico delle telecomunicazioni", da una parte per la prima volta in Europa si faceva un richiamo esplicito al principio di neutralità, impedendo il blocco o la discriminazione dei contenuti e dei servizi online; ma dall'altra, mancavano alcune precisazioni importanti" che aprivano alle ambiguità.

Per alcuni, quel testo significava la fine dell'internet aperto. Perciò è cominciato un braccio di ferro fra istituzioni, con Strasburgo che nell'aprile 2014 tentava di correggere Bruxelles, e con il compromesso raggiunto nel 2015 tra Commissione, Parlamento e Consiglio; un compromesso considerato però ancora ambiguo dai sostenitori della neutralità. Ecco allora scendere in campo il Berec, l'organismo regolatore di Bruxelles, che ha aperto a giugno una consultazione pubblica, prima di arrivare alle linee guida emanate oggi.

La mobilitazione dei cittadini. Mezzo milione di europei ha fatto sentire la sua voce partecipando alla consultazione indetta dal Berec. Uniti al grido di "Salviamo internet!" - che è anche il nome dato dagli attivisti alla campagna per la neutralità, Save the Internet - i sostenitori dell'internet uguale per tutti hanno organizzato marce nelle città del continente (sei), hanno spedito fax ai parlamentari europei (quarantamila), hanno formulato sette versioni della campagna (una per ogni tappa dell'iter legislativo).

Tre i pericoli nascosti nelle nuove norme Ue, secondo "Salva internet": "Il rischio che i servizi specializzati diventino la corsia preferenziale a pagamento per le grandi aziende, che spingeranno i 'pesci piccoli' nella corsia lenta; la gestione del traffico, ovvero la possibilità che il provider decida in autonomia quale traffico è prioritario per l'utente e quali servizi online rallentare; e lo "zero rating", che consentirebbe all'operatore di telefonia mobile di fare da guardiano abbassando il limite di traffico dati mensile".

La net neutrality ha vinto in Europa: la rete è uguale per tutti
Tim Berners-Lee e Lawrence Lessig

I "padri della rete". Anche il papà del web, Tim Berners-Lee, è sceso in campo pubblicando una lettera aperta sul sito della sua "Web Foundation". A firmarla assieme a lui, Lawrence Lessig, il fondatore delle licenze Creative Commons e animatore della "cultura libera", e la giurista Barbara van Schewick, nume tutelare della neutralità, che un anno fa lanciò l'allarme: "Con quelle norme, la libertà della rete in Europa è sotto scacco", disse. I tre hanno quindi messo in guardia l'Unione, invitando gli europei a mobilitarsi.

"Se i regolatori non chiudono le falle che ci sono nella legge per come si presenta ora, la rete aperta è a rischio. Le compagnie di telecomunicazioni lo sanno bene e stanno facendo lobbying, addirittura 17 grandi aziende (tra cui Deutsche Telekom, Nokia, Vodafone e BT, ndr.) hanno minacciato di non investire nella nuova generazione di reti 5G. Noi, gli utenti di internet, non abbiamo lobbisti ma siamo milioni: cittadini comuni, imprenditori, attivisti, ong, noi tutti conosciamo il potere dell'internet aperto e vogliamo proteggerlo".

La scelta di Bruxelles. Oggi chi si è speso per "correggere le falle" della normativa esulta vittoria: le linee guida del Berec confermano la tutela della neutralità della rete. La storia ha molte analogie con quanto è già successo negli Stati Uniti: anche in quel caso, quando la net neutrality stava incrinandosi, la Federal Communications Commission, la authority statunitense, su spinta dello stesso Barack Obama, avviò una consultazione pubblica e infine blindò la rete uguale per tutti.

Il presidente Usa ringraziò in quel caso i quattro milioni di americani che avevano sommerso la Fcc con lettere e messaggi. Ora tocca all'Unione: "L'Europa, con l'emanazione delle linee guida di Berec, diventa finalmente una apripista nella salvaguardia dell'internet aperto, competitivo e neutrale", commenta Joe McNamee, direttore di Edri, l'associazione europea per i diritti digitali. "Questa è una vittoria della società civile - festeggia la europarlamentare pirata Julia Reda - e abbiamo evitato la catastrofe.

Grazie quindi a tutti i cittadini che si sono spesi: ma sappiatelo, bisogna rimanere in guardia, temo che la lotta per la difesa della neutralità non finisca qui". Negli Usa andò proprio così: le telco, sconfitte, diedero battaglia alla Fcc - ma infine, in quel caso, la neutralità l'ha spuntata.

La folle legge italiana, tutela i delinquenti e colpisce gli onesti

Andrea Pasini



Facciamo un salto a ritroso nel tempo, esattamente a metà agosto. Siamo a Scoglitti, provincia di Ragusa, frazione del comune di Vittoria che si affaccia sulla costa del golfo di Gela. Luoghi intrisi di storia e cultura tanto da essere a due passi dalla zona archeologica di Kamarina. Purtroppo però, in questa vicenda, le bellezze paesaggistiche della nostra nazione fanno solo da sfondo. Un lontano sfondo, nel grigio di questi giorni. Ram Lubhaya, 43enne indiano senza permesso di soggiorno, con precedenti per droga e senza fissa dimora, si avvicina ad una famiglia che sta passando momenti spensierati sul lungo mare della Lanterna di Scoglitti. Li saluta, in maniera amichevole secondo quanto riportano dai giornali, ma nessuno di loro lo conosce.

Basta un attimo, la distrazione, i mille pensieri della vita e l’asiatico afferra la bambina di cinque anni, che era assieme ai genitori, la prende in braccio ed inizia a camminare. Passano pochi istanti e la coppia si accorge della situazione di pericolo, insegue l’uomo, lo raggiunge e gli strappa dalla membra la piccola. Lubhaya a questo punto fugge, scappa facendo perdere le proprie tracce. Padre e madre non perdono tempo, allertano le Forze dell’Ordine che diramano l’identikit del sospettato diffondendolo in tutto il circondario. Non ci vuole molto e l’uomo viene individuato vicino alla riviera Lanterna.

A questo punto scattano le manette da parte dalla polizia giudiziaria, con l’accusa di sequestro di persona aggravato ed avviene il trasferimento in carcere. Ma il giorno dopo viene rilasciato in seguito al rinvio dell’udienza di convalida del fermo. L’opinione pubblica si indigna, si grida allo scandalo, cosi il pubblico ministero, Giulia Bisello, chiede ai carabinieri di trovare, nuovamente, Ram Lubhaya, per interrogarlo. L’indiano in un primo momento è irrintracciabile, ma viene scovato in un casolare assieme ad un altro gruppo d’immigrati. Una volta in caserma viene interrogato, un interrogatorio fiume che dura sette ore, ma alla fine è libero. Scoppia il finimondo.

“Una massa consistente di ignoranti del diritto impazza, da giorni, sui social network lanciando offese irripetibili contro quel magistrato, Giulia Bisello, che non ha richiesto la convalida del fermo a carico di Ram Lubhaya. Il codice penale, nel caso di specie (art.605 codice penale), parla chiaro: il fermo di indiziato di delitto non è consentito. Giulia Bisello ha applicato correttamente la legge. Le polemiche non stanno in piedi”, questo è quanto scrive, su Facebook, un mio caro amico. La ragione, perfetta e limpida, che si riassume in poche parole. La madre della bambina, giustamente, asserisce: “Questa legge mi fa vomitare”. Intervistata da NewsMediaset la donna non ci sta: “Voglio solo dire che io vomito davanti alla legge italiana.

Oggi ci è stato detto che non ha concluso il reato, perché lui si doveva allontanare dalla nostra vista, lo dovevamo perdere di vista per poter dire che si stava portando via la nostra bambina. Lui si è avvicinato a noi come se conoscesse qualcuno l’ha presa con sé per portarsela via. Lui si è fermato perché noi lo abbiamo fermato”. Lo sfogo è assoluto, legittimo, sacrosanto, senza vergogna e paura. Assumendomi tutte le responsabilità del caso posso dire, essendo anch’io padre di due bambini, che se mi fossi trovato nella medesima situazione avrei, senza pietà, insegnato a modo mio riempiendolo di schiaffi per non dire altro come comportarsi a quel bordo e solo dopo lo avrei consegnato alle forze dell’ordine.

Ma è la legge ad essere caduta nel lago della follia, non gli uomini di legge che devono applicarla. Ci troviamo davanti alla mancanza di mezzi per poter rendere questo paese un luogo sicuro. La colpa non è dei magistrati e questo caso ce lo insegna. Le normative in vigore, nelle aule di tribunale italiane, sono totalmente sbagliate e non servono a nulla. Devono diventare meno interpretabili ed arrivare dritte al punto, per assicurare la certezza della pena. Questa è l’ennesima storia di malagiustizia ed immigrazione, di sbarchi e buonismo indiscriminato. In questi tre giorni 13.000 immigrati sono sbarcati sulle nostre coste. Tutti sappiamo, dati alla mano, che parte di questi individui si macchieranno di reati che andranno a colpire cittadini italiani onesti, ma alla fine nessuno pagherà.

Quante persone vediamo sbarcare sulle nostre coste senza sapere nemmeno chi sono, da dove vengono, cosa faranno. Frotte di gente a cui non viene fatta nessuna foto-segnalazione, a cui non vengono prese le impronte digitali, di cui non ci si cura di conoscere l’identità certa. Gli immigrati scappano dai centri d’accoglienza e vagano per la penisola come fantasmi, coperti dall’anonimato commettono reati e viaggiano liberi. Ed è qui che serve lo Stato, che l’Italia deve intervenire.

Certezza della pena ed espulsione per i forestieri che si macchiano di reati sul territorio nazionale ed in caso di mancato adeguamento alle disposizioni, carcere a vita. Fine pena mai. Pugno di ferro perché davanti ad extracomunitari con infiniti mandati d’espulsione solo quello deve essere usato.
Chi ha l’obbligo di lasciare l’Italia deve farlo e gli organi competenti devono assicurarsi che la procedura venga rispettata.

Bisogna smetterla con queste porcherie e colpire dritti nel punto centrale della questione, senza perdersi in futili ed inutili chiacchiere. Quante famiglie italiane, come ha rischiato di essere quella di questo caso, vengono rovinate da delinquenti immigrati? Troppe a cui viene cagionata solo sofferenza ed indifferenza da parte delle istituzioni. Tutto questo potrebbe essere evitato se la politica, del bel paese, imponesse regole ferree, senza perdersi in dabbenaggini, ed imponesse a chi vive in Italia la rigidità delle norme. Chi non le rispetta deve essere cacciato a calci nel culo e qui i mezzi termini non devono esistere.

Alcuni politici, come Roberto Calderoli, hanno attaccato, sulle colonne de Il Corriere della Sera, “l’immobilità del Csm e del ministro della Giustizia”, facendo appello direttamente al presidente della Repubblica per intervenire “di persona, nella sua qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, aprendo un procedimento disciplinare nei confronti di questo magistrato”. Ma non dobbiamo cadere in questo errore, la legge va applicata, ma se mancano i mezzi la colpa è del dicastero della Giustizia, non degli infaticabili lavoratori di questo Stato.

Vengono mandati al fronte migliaia di agenti di polizia, di carabinieri e di magistrati lasciati a combattere in solitaria senza munizioni e la certezza di un appoggio sicuro da parte dei vertici nazionali. Dobbiamo assicurare a questi uomini la completa libertà di manovra. Urgentissimamente dobbiamo riguardare ogni singola legge del codice penale, perché troppe disposizioni in vigore nel nostro paese sono ridicole e debbono essere cambiate, garantendo agli onesti di vivere serenamente. Mentre i balordi devono sapere che qualora vengano colti in fallo pagheranno caro e salato. Solo così l’Italia rinascerà.

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Non scappano: ci invadono!

Nino Spirlì



Ci siamo distratti con l’apocalittica tragedia di casa nostra, il drammatico terremoto del Centro Italia, e loro, farabutti, ne hanno approfittato! Quasi quindicimila sbarcati in quattro giorni. In verità, siamo andati a prenderli fin sul bagnasciuga libico e li abbiamo portati, sani e salvi fin dentro le nostre viscere.

Altri quindicimila (quasi, per gli amanti della precisione) vagabondi, mantenuti e viziati. Tutti armati di smartphone e agenda di indirizzi dei migliori hotel disponibili sul suolo italico. Quelli dove si dorme e si mangia bene, dove le piscine sono piene e funzionanti, le SPA attive anche nella sala massaggi, la vista è confortevole e romantica. Quelli collegati con la navetta col Centro città o che hanno vicino le villette da svuotare, gli anziani da violare e rapinare, magari uccidere. Quelli buoni, dove c’è il wifi che funziona.

Noi ci dedichiamo ai nostri Italiani morti sotto le macerie dell’ira di Dio, facciamo quadrato sui loro bisogni mettendo mano al portafogli, e lo Stato e l’UE, tartassando noi, si occupa dei clandestini: li coccolano e li vezzeggiano come fossero graziadiddio! Non può andare avanti così! Non può essere che questa Italia, questa Europa, vengano invase senza colpo ferire da interi popoli di furbastri con la fedina penale incerta… Forse sporca. Magari sporchissima.

La maggior parte di questi codardi non scappa da Paesi in guerra. Non lascia madre, sorelle, mogli e figlie, in pericolo di stupro, schiavitù e morte. E se lo fa, è merda umana! La maggior parte di questa teppa è chiamata a cancellare secoli di lotte operaie, contadine, sociali. Viene a rompere il mercato del lavoro, l’organizzazione sociale, i progetti per l’avvenire. Viene a radere al suolo tutta l’emancipazione femminile, fino a riportarla al medioevo della sua storia. La maggior parte di questi carichi di carne umana non sa nemmeno perché deve venirci, in Occidente. Sa solo che deve venire a pisciare per strada, cagare ai giardinetti, spacciare droga, sfruttare la prostituzione, fare da cane da guardia per la mafia.

O ci rendiamo conto che dobbiamo scendere in piazza e cominciare a fare barricate, oppure è finita.

La nostra Civiltà è finita
Fra me e me.

Addio multe e autovelox". Dalla Bulgaria la tecnica per beffare i vigili

Claudio Cartaldo - Gio, 01/09/2016 - 10:24

Una rete di venditori di auto con targa bulgara insegna come evitare multe e autovelox con una tecnica infallibile. Così da rendersi invisibili ad Equitalia

Se ha l'auto con targa straniera, puoi scordarti le multe da pagare. Autovelox, divieti di sosta, parcheggi sul marciapiede: puoi fare tutto, senza che costi un centesimo. Anzi: si risparmia fino all'85% pure sull'assicurazione e sul bollo auto.Il sistema di immunità, oggi molto utilizzato in Italia, nasconde una rete che porta alla penisola balcanica. Da qui si muovono i fili di questo sistema che sottrae ai Comuni italiani i possibili introiti di circa 4 milioni di multe all'anno.

Il sistema delle targhe bulgare contro le multe

A rivelarlo è il Corriere con una video-inchiesta che smaschera alcuni intermediari che "propongono il cambio della targa di una vettura italiana". Insomma, si legge nel quotidiano di Via Solferino, "pagando la somma una tantum di 1500 euro l'automobilista italiano si garantisce che la propria auto sia esportata in Bulgaria, reimmatricolata all'estero e portata nuovamente in Italia. Dopodiché pagherà le tasse in Bulgaria e sarà praticamente inesistente al fisco nostrano. L'inconveniente è che il proprietario del veicolo diventa quasi sempre una società di Sofia o dintorni".

La rete bulgara ha un giro di migliaia di dollari. E anche gli intermediari non fanno la fame. Si parla di 100 euro per chi trova il cliente, l'intermediario, e 1400 per l'organizzazione. Ovviamente l'inghippo sta nel fatto che per la polizia Stradale è quasi impossibile raggiungere all'estero una persona ed obbligarla a pagare la multa. "Pur essendo corretta la procedura italiana di inviare i verbali tramite Interpol o consolati questi vengono puntualmente disattesi - conferma al Corriere il dirigente della Polizia Stradale per la Campania e il Molise Giuseppe Salomone -. Iniziare un'attività con Equitalia in un paese straniero è praticamente impossibile".

"Potete stracciare le multe"

Nel video si vede uno degli intermediari a Napoli dire chiaramente: "Faglielo fare il verbale, non ti preoccupare. Quando il vigile se ne va tu prendi il verbale e lo stracci senza problemi". Dimitri, bulgari, ha sposato a pieno questo sistema e l'ha reso un business remunerativo in Italia. Tra i suoi clienti, infatti, ci sono moltissimi italiani che vogliono guidare senza il pensiero di incorrere in una contravvenzione. Ma pure aziende italiane che le "noleggiano" per farle diventare auto di servizio.