lunedì 5 settembre 2016

L’Italia non è un Paese per consumatori: aerei, bus, Poste e servizi sono peggio che nel resto dell’Ue

La Stampa
emanuele bonini

Secondo la Commissione europea solo l’accesso all’editoria e ai prodotti tecnologici tiene il passo con il resto del continente



L’Italia non è un Paese a misura di consumatori. Questo, almeno, il loro giudizio. I prezzi sono tra i più alti della media ma la qualità dell’offerta è, rispetto agli altri Stati dell’Ue, al di sotto degli standard degli altri mercati. Spedire raccomandate o pacchi postali è più complicato che in Bulgaria, avere internet a casa è più difficile che in Grecia, Paese a cui da tempo vengono chieste riforme importanti, e guai a muoversi senza prendere la propria auto: i mezzi pubblici italiani sono percepiti e vissuti come un vero e proprio incubo, tanto da avere il più basso indici di apprezzamento d’Europa.

La Commissione europea misura il sentimento dei chi compra attraverso il Quadro di valutazione 2016 dei mercati al consumo, documento che alla voce «Italia» mette in luce un sistema Paese in ritardo. Che si tratti di viaggi aerei, prenotare vacanze, servizi telefonici o ristorazione, non fa differenza: la percezione è quella di uno punti meno conveniente dove rivolgersi rispetto agli altri Ventisette membri dell’Ue. A meno che non si voglia leggere un libro o giornale, o comprare un prodotto tecnologia: qui l’Italia riesce ancora a essere esempio virtuoso. 

Il quadro di valutazione
Dal 2008 l’esecutivo comunitario monitora le performance dei mercati, per individuarne le criticità e offrire al consumatore tutele e garanzie. La Commissione Ue utilizza l’indice Mpi, uno speciale indicatore di fiducia del consumatore, loro aspettative, la varietà e la possibilità di scelta, i disguidi (merce difettosa, consegne in ritardo) e gli annessi reclami. Tutte componenti che delineano lo stato di salute del mondo mercati-servizi nei vari Stati membri dell’Ue. Per l’Italia il responso non lascia spazio a dubbi. «Rispetto alla media comunitaria le performance di tutti i componenti dell’indice di fiducia sono negativi». Risultato: con un punteggio di 77,1 il Belpaese è il quintultimo Stato europeo per percezione di efficienza dei mercati di consumo, davanti a Polonia, Spagna, Bulgaria e Croazia, e 2,7 punti in meno ai valori Ue (79,3).

Ci sono in Italia carenze alle voci «tutti i mercati di beni» (-1,4 punti) e «tutti i mercati dei servizi» (-3,3 punti). Pesano, su quest’ultimo fronte, le valutazioni date al sistema di trasporto pubblico (indice Mpi a 66,6, -11,4 punti rispetto alla media Ue), di fornitura d’acqua (68 punti, 7,8 sotto la media Ue), e sul funzionamento delle poste (72,3 punti, 7,2 in meno della media Ue), i peggiori in termini di performance. Ma nel complesso, se raffrontato al clima di fiducia dei consumatori in Europa, il punteggio italiano in 40 dei 42 mercati a cui si applica l’indice Mpi. Le uniche eccellenze i mercati «libri e giornali» (+0,1 rispetto alla media Ue) e «servizi Ict» (+0,2).

Crescita lenta
Eppure tra il 2013 e il 2015, il clima di fiducia sull’Italia è migliorato, sia per quanto riguarda i mercati dei beni nel loro complesso (da 79 a 81 punti), sia per quanto concerne i mercati dei servizi (da 72,8 a 75,3) Miglioramenti che, a quanto pare, non sono ancora sufficienti a recuperare terreno e colmare i problemi percepiti dai clienti. Uno di questi è sicuramente il livello dei prezzi: quello italiano è visto come uno dei mercati più cari, e lo è. Se in media un bene in Europa costa 100 euro, in Italia può costare dai 101 ai 107 a seconda che si tratti di bene durevole e non durevole, mentre in Paesi quali Germania e Lussemburgo i beni durevoli costano meno.

Il livello dei listini è più alto della media europea. Ancora, l’Italia è agli ultimi posti in classifica (assieme a Croazia e Spagna), per qualità dei servizi telefonici di rete fissa: tanti problemi, pochi allacci e poca possibilità di scelta. E poi a livello nazionale si sconta ancora la questione della «povertà energetica», che la Commissione identifica come «seria» per un gruppo di Stati di membri che include anche l’Italia (Bulgaria, Cipro, Croazia, Grecia, Italia, Lituania, Romania e Ungheria). Il vero nodo è quello trasporti: quando si parla di tram, autobus e treni, in Italia l’indice di fiducia tocca il minimo di tutta l’Ue. 

Necessità di riforme
Bisogna correggere quello che va corretto. L’assunto alla base del Quadro di valutazione dei mercati al consumo è che laddove c’è meno fiducia percepita si debba intervenire, con «riforme» volte a dare più certezze e tutele a chi compra. «Norme favorevoli ai consumatori, riforme del mercato e un’efficace applicazione delle norme a tutela dei consumatori fanno crescere la fiducia dei consumatori», ha sottolineato il commissario europeo per la Giustizia e la tutela dei consumatori, Vera Jourova, nel presentare il rapporto 2016. L’invito è agli Stati membri, e non a caso Jourova ha assicurato di «aver chiesto alla autorità nazionali di rafforzare la protezione dei consumatori». Italia compresa. 

La guardiana delle SS fu assoldata dalla Cia”

La Stampa
alessandro alviani

Hildegard Lächert è stata una delle più spietate donne della Germania nazista. Dopo la guerra, secondo lo Spiegel, fu reclutata per scoprire un disertore polacco



Hildegard Lächert, una guardiana delle SS nota per la sua particolare brutalità, venne reclutata dalla Cia nel 1956 e girata in seguito al Bnd, i servizi segreti tedesco-occidentali. Lo rivelano documenti della Cia citati dallo Spiegel. 

L’obiettivo era raccogliere informazioni su un potenziale disertore dei servizi polacchi che la Lächert aveva conosciuto in prigione in Polonia. La Cia e il Bnd erano al corrente del suo passato: la reclutarono infatti dopo che aveva scontato una pena carceraria per i suoi crimini nazisti.

Nella sua funzione di guardiana nel campo di sterminio di Majdanek la Lächert, soprannominata “la sanguinaria Brygida”, picchiò tra l’altro dei bambini sui camion che li trasportavano nelle camere a gas, scagliò il suo pastore tedesco contro una donna incinta, che venne sbranata dal cane, spinse in una fossa usata come latrina due prigioniere greche, che morirono annegate nelle feci.

Da gennaio ad aprile del 1945 fu impiegata nel cosiddetto Durchgangslager Bozen, il campo di concentramento di Bolzano, dove venne soprannominata “la tigre” a causa della sua spietatezza.
Nel 1956 la Lächert venne espulsa dalla Polonia; a dicembre raggiunse Berlino Ovest. La Cia, che la sottopose tra l’altro anche al test della macchina della verità, le chiese di inviare ogni mese una lettera col suo attuale indirizzo a una casella postale, per essere sicura che fosse tutto a posto. In caso di emergenza un uomo della Cia l’avrebbe contattata, presentandosi come “un rappresentante di Herr Kappler”.

La Lächert soddisfa “molto bene” i requisiti di sicurezza, il che dipende dalla sua “formazione da parte delle SS”, notò un dipendente della Cia di Berlino. Presto, però, la donna iniziò a contattare di propria iniziativa altre agenzie statunitensi e a parlare apertamente dei suoi contatti con la Cia. La quale decise a quel punto di girarla al Bnd, che dopo l’“ottima impressione” iniziale si ritrovò a fare esperienze simili a quelle della Cia e decise di interrompere la collaborazione.

Un decennio dopo Hildegard Lächert venne arrestata dalla polizia per i suoi crimini nel campo di Majdanek. In quel momento lavorava tra l’altro come donna delle pulizie in un bordello. Prima del processo minacciò la Cia di rendere pubblici i suoi passati legami coi servizi statunitensi. Un tentativo che non ebbe successo. Nel corso del processo si candidò alle elezioni europee del 1979 nelle liste di una piccola formazione di estrema destra. Nel 1981 venne condannata a 12 anni, che non scontò a causa della detenzione cautelare e della precedente pena in Polonia. È morta nel 1995.

I vecchi brigatisti si ritrovano nell’osteria che li vide nascere

La Stampa
franco giubilei

A Reggio Emilia i reduci degli anni di piombo si trovano ogni estate dove, tra gnocco fritto e tortelli, nel 1970 fondarono la stella a 5 punte


Nel 1978 fu istituito a Milano il primo processo ai capi storici delle Brigate Rosse che, da qualche anno, stavano seminando sangue e violenza in Italia

Il locale non è cambiato granché da allora, è una trattoria come ce ne sono tante sulle colline reggiane, cucina tradizionale e ambiente rustico. Ma è proprio qui, nel borgo di Costaferrata, che nell’estate del 1970 si è cominciato a scrivere una delle storie più drammatiche della nostra storia recente: ad agosto arrivarono nella locanda, che allora era anche una pensione, gruppi di giovani della «sinistra rivoluzionaria» da Reggio, Milano, Genova, Torino, Trento. Restarono per una settimana a discutere in lunghe assemblee, alloggiando anche nella vicina parrocchia di Paullo, ospiti del prete. Fra loro Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Roberto Ognibene, Renato Curcio, Mara Cagol: nascevano le Brigate Rosse.

E’ passato quasi mezzo secolo ma quel luogo, così lontano in tutti i sensi dagli scenari urbani in cui si sarebbero scatenati gli attacchi terroristici, continua a esercitare un richiamo sugli ex brigatisti, che anche quest’estate sono tornati da Gianni, questo il nome del ristorante, per una rimpatriata fra compagni di un tempo. Lauro Azzolini, coinvolto nel delitto Moro e condannato a quattro ergastoli, che vive nelle vicinanze, ha prenotato la tavolata, poi sabato sera sono arrivati in una trentina, famiglie comprese: c’erano Roberto Ognibene, Piero Bertolazzi e Tonino Paroli. Paroli, che oggi ha 72 anni e se ne è fatti 16 in carcere per banda armata dopo aver partecipato all’evasione di Curcio, a Cuneo nel 1975, racconta:

«Sono tre-quattro anni che ogni estate, in genere in agosto, ma stavolta abbiamo tardato di qualche giorno, organizziamo queste cene. Sono incontri di persone, ecco tutto: molti compagni, alcuni dissociati, un po’ di tutto… E’ un rivedersi amichevolmente, ho anche incontrato volentieri qualcuno che avevo visto in carcere, ma niente di strano, nessuna apologia». Fra piatti di tortelli burro e salvia, cappelletti, gnocco fritto e salumi, i convitati della stella a cinque punte che fu hanno affrontato vari discorsi, come si fa normalmente a tavola, niente di nostalgico però, assicura Paroli. 

E invece fa impressione pensare che fra le stesse mura, fra un piatto di cappelletti e l’altro, 46 anni fa alcuni degli stessi commensali davano vita all’organizzazione che per più di dieci anni avrebbe insanguinato l’Italia: durante il convegno di Costaferrata si saldarono la componente reggiana, cioè i ragazzi del «gruppo dell’appartamento» transfughi dalla federazione giovanile comunista guidati da Franceschini, e quella milanese con Curcio e la Cagol, reduci dalle contestazioni del ’68 all’Università di Trento. Una formazione ancora confusa, che si ispirava a movimenti rivoluzionari come i Tupamaros in Uruguay. L’attuale gestore della trattoria, figlio dell’oste di allora, ha 53 anni e ci tiene a tenere le distanze:

«Non abbiamo mai avuto niente a che fare con quegli ambienti, è una casualità. Paroli è parente di mia madre, ma non c’è altro rapporto. L’altra sera invece è stata semplicemente una cena fra amici». 

La rivincita di Word e PowerPoint: OpenOffice rischia di chiudere

La Stampa
enrico forzinetti

Da sempre in competizione con il pacchetto di Microsoft per i programmi da ufficio, il software gratuito e liberamente modificabile sta attraversando un periodo difficile tra scarsi aggiornamenti e problemi di vulnerabilità



Per più di 15 anni è stato uno dei principali rivali gratuiti del pacchetto Microsoft Office per la suite di programmi da ufficio. Ma ora il progetto alla base del software open source OpenOffice rischia di dover chiudere i battenti, secondo quanto ipotizzato in una discussione avviata da Dennis Hamilton, vicepresidente di Apache OpenOffice.

L’ALTERNATIVA A MICROSOFT
L’idea prese piede all’inizio del millennio, quando l’azienda Sun Microsystems decise di rendere pubblici i codici sorgente di StarOffice, il primo vero prodotto in concorrenza con il pacchetto Office di Microsoft. Nacque così OpenOffice, liberamente scaricabile e modificabile da chiunque, che diventerà poi Apache OpenOffice quando nel 2011 la proprietà passò all’Apache Software Foundation.

Il pacchetto OpenOffice, disponibile per tutti i sistemi operativi, offre programmi analoghi a quelli di Microsoft Office e in certi casi anche compatibili. Ci sono Writer, l’interfaccia di video scrittura molto simile a Word, Calc e Impress, con funzioni che ricordano Excel e PowerPoint. Ma anche Base per gestire database, Draw, un programma di grafica vettoriale e Math, utile per le formule matematiche.

LE DIFFICOLTÀ DEL SOFTWARE
La differenze fondamentali tra i due pacchetti risiedono nella gratuità di OpenOffice e nella possibilità per ogni sviluppatore di proporre modifiche ai file sorgente, migliorando così il software. Con il tempo si è costituita una comunità intorno al progetto, ma ora i programmatori scarseggiano. «Devo constatare che non ci sono abbastanza sviluppatori con la capacità e la volontà di supportare il lavoro dei cinque o sei volontari che tengono in piedi il progetto» è l’amara riflessione di Hamilton.

Il vicepresidente di Apache OpenOffice, in una mail indirizzata a tutta la comunità di sviluppatori e sostenitori, ipotizza chiaramente che questa esperienza possa avere fine. Troppe le persone che ormai si dedicano esclusivamente a un nuovo software open source, LibreOffice, creato nel 2011 da alcuni programmatori sulla base dei codici sorgente di OpenOffice.

Quest’ultimo ormai non viene aggiornato da ottobre 2015, mentre il nuovo concorrente gratuito ha totalizzato durante lo scorso anno ben 14 aggiornamenti. Ma c’è di più. Secondo Ars Technica a luglio è stato rilevato un rischio vulnerabilità di OpenOffice che è stato risolto con una piccola modifica al software, ma rimangono dubbi sulla sicurezza per il futuro.

IL FUTURO
Nella mail si parla anche delle possibili conseguenze immediate della fine del progetto. Verrebbero chiusi i profili Twitter, Facebook e il blog di OpenOffice, e scomparirebbe la mailing list di tutti gli sviluppatori. Però i file sorgente rimarrebbero pubblici, chiunque potrebbe così metterci mano di propria iniziativa. Apache Software Foundation però non garantirebbe alcun nuovo aggiornamento.
La decisione non è ancora stata presa anche se le difficoltà al momento sono evidenti. Nonostante questo alcuni sviluppatori spingono per mantenere in vita la loro creatura, considerato anche il suo successo. Guardando ai numeri OpenOffice supera ancora LibreOffice.

Quest’ultimo è utilizzato da circa 100 milioni di persone, mentre secondo le statistiche pubblicate OpenOffice ha superato i 160 milioni di download nel periodo tra maggio 2012 a fine 2015.

Tenete i cretini fuori da Internet

Alessandro Sallusti - Lun, 05/09/2016 - 15:27

Non so se da qualche parte esista un interruttore di Internet. Se esistesse il mio sogno sarebbe di spegnerlo e vedere l'effetto che fa

Bravi, non c'è che dire. Il dibattito era quello sui «social network», quelle strane cose che si chiamano Facebook e Twitter, per intenderci, ma non solo. Sul palco Marco Travaglio, Pietrangelo Buttafuoco e Andrea Scanzi. Tanta roba, direbbero i giovani frequentatori di questi continenti virtuali, i cui capi sono più potenti del più potente capo di Stato.

Convitato di pietra, Enrico Mentana, il primo che ha avuto il coraggio di dire apertamente una cosa che anche io penso da tempo, esattamente che in Rete circola più spazzatura che informazione, più odio che solidarietà, più ignoranza che intelligenza, più nazisti che democratici. Non so se da qualche parte esista un interruttore di Internet. Se esistesse il mio sogno sarebbe di spegnerlo e vedere l'effetto che fa. E sono sicuro che non sarebbe un brutto effetto, al netto di problemi come non sapere le previsioni meteorologiche in tempo reale o non poter prenotare alberghi, aerei e ristoranti alle migliori condizioni possibili.
 
Che diavolo ce ne facciamo di tutta questa presunta democrazia, di questa libertà senza regole e confini? A mio modesto avviso nulla, se non illudersi di esistere postando nel mondo stupide fotografie, sfogare frustrazioni con «post» - così si chiamano in gergo - per lo più carichi di odio e rancore.

Una volta gli album fotografici di ricorrenze e viaggi restavano confinati dentro la stretta cerchia di parenti e amici stretti che dovevano sorbirsi, sforzandosi di dimostrare un interesse che ovviamente non c'era, ore di sedute conviviali. Oggi invece il mondo sa in diretta se ho giocato a tennis piuttosto che visitato un museo, può venire a conoscenza di cosa ne penso di un film, una canzone, un politico. E a nessuno viene il dubbio che in realtà a nessuno freghi nulla di cosa pensiamo e facciamo. Ci si connette per convenzione e convenienza, sperando solo di essere ricambiati.

Pensavo questo, e pensavo di essere vecchio e conservatore. Poi alla festa del Fatto ho scoperto che anche i colleghi che passano per essere i più alla moda, giovani e trasgressivi la pensano più o meno come me. Mi sono spaventato, per loro. Propongo a Marco Travaglio un Nazareno per tornare a una sana democrazia a libertà limitata e sorvegliata. I cretini, e l'uso cretino della tecnologia, per favore fuori.

La sentenza: "Lecite le dieci domande di Repubblica a Berlusconi"

repubblica.it
di LIANA MILELLA

Anche in appello i giudici danno torto al leader di Forza Italia: "Fondate su fatti veri, strano se nessuno le avesse fatte"

La sentenza: "Lecite le dieci domande di Repubblica a Berlusconi"

"Lecite". "Fondate su fatti veri". Motivate "dal pubblico interesse dei cittadini a conoscere di quale reputazione godesse all'estero Berlusconi quando era a capo del governo". In quegli anni - siamo nel giugno 2009 quando Giuseppe D'Avanzo, su Repubblica, pone all'allora premier le famose 10 domande sui casi Noemi e Ruby - "sarebbe stato strano se, alla luce di ciò che stava accadendo, nessuno le avesse fatte". Di più: quelle domande rispondevano "a un interesse di rango elevato, sicuramente tutelato dalla Costituzione, perché avevano come oggetto notizie che potevano concorrere a definire le scelte politiche individuali".

I giudici della Corte di Appello di Roma - il presidente Roberto Reali, i consiglieri Lucio Bochicchio e Riccardo Scaramuzzi - danno ragione a Repubblica e torto a Berlusconi che aveva chiesto un milione di euro per la pubblicazione "reiterata e ossessiva" delle 10 domande e per un articolo di Giampiero Martinotti che raccontava come i giornali stranieri (Nouvel Observateur, Independent, Figaro, Daily Telegraph) descrivessero "il libidinoso Silvio". In una sentenza motivata in 11 pagine il collegio rigetta l'appello del capo dell'allora Pdl e conferma la sentenza di primo grado favorevole a Repubblica . Le tesi di Berlusconi vengono bocciate come del tutto infondate, sia in fatto che in diritto.

Fu una grande battaglia di cronaca politica quella del 2009, quando, proprio grazie a Repubblica, prima si scoprì che Berlusconi aveva partecipato alla festa di compleanno dell'allora diciottenne Noemi Letizia, e poi arrivarono le durissime parole di Veronica Lario, moglie del premier, che annunciava di "non poter stare con un uomo che frequenta minorenni". Qualche mese ed ecco esplodere a Milano il caso Ruby, la giovane protagonista delle feste ad Arcore del Cavaliere, e a Bari il caso D'Addario, con le rivelazioni della escort portata a Roma dall'imprenditore Tarantini per altre feste di Silvio. In quel contesto nascono le 10 domande che, scrivono adesso i giudici romani, "non erano spuntate dal nulla, ma nascevano da avvenimenti assolutamente veri che rendevano leciti i dubbi alla base delle stesse domande". Un contesto che "abilitava qualsiasi giornalista, soprattutto se dedito alla cronaca politica, a formulare al primo ministro i quesiti in questione".

Berlusconi, nella sua azione civile, bolla quelle domande come "capziose e suggestive". Ma l'ex premier ha torto perché, come scrivono i giudici, "è lecito che una testata giornalistica reiteri domande su circostanze di grande importanza anche politica sul personaggio che guida la nazione". Nessuna responsabilità, ma anzi un merito, per Ezio Mauro, che in quegli anni dirigeva Repubblica , e che Berlusconi ha citato in giudizio. Ha fatto il suo mestiere come Martinotti quando ha riferito le critiche della stampa straniera, non inventandosi nulla ma riferendo puntualmente i contenuti di quegli articoli e ha dato conto di "un giudizio che veramente si stava diffondendo sul capo del governo italiano sulle pubblicazioni estere".

In una parola, Repubblica ha fatto corretta cronaca politica, quindi non ha colpe di sorta verso Berlusconi.

Profughi in attesa di asilo politico spacciano droga a Palinuro

Il Mattino
di Antonietta Nicodemo



Centola. Sono a Palinuro come richiedenti asilo politico e nel frattempo ammazzano il tempo spacciando sostanze stupefacenti. I carabinieri della locale stazione hanno capito il gioco e li tengono assiduamente sotto controllo. Venerdì scorso gli uomini del maresciallo Giuseppe Sanzone ne hanno beccati altri due in flagranza di reato. Due giovani del Gambia, di diciotto e vent’anni, sono stati sorpresi mentre vendevano alcune dosi di hashish. Nel corso della perquisizione, nei jeans dei due extracomunitari, sono stati rinvenuti altre dosi di droga e cinquantacinque euro, ritenuti provento dell’attività di spaccio.

Immediatamente sono stati arrestati e processati per direttissima. Entrambi sono ospiti del centro di accoglienza per richiedenti asilo, attivo da anni presso il residence L’Oasi. La coppia di africani è stata sorpresa a spacciare in via Piana, proprio di fronte al Centro. L’autorità giudiziaria ha convalidato l’arresto e disposto l’obbligo di firma per entrambi. Non è la prima volta che finisco in manette per spaccio di sostante stupefacenti profughi ospiti di Palinuro. 

Domenica 4 Settembre 2016, 21:27 - Ultimo aggiornamento: 04-09-2016 21:30

Roma, Aurelio: chiesa 'depokemonizzata'. "Potete spegnere il cellulare"

repubblica.it

Roma, Aurelio: chiesa 'depokemonizzata'. "Potete spegnere il cellulare"

Gli "esorcisti" dei Pokemon liberano i luoghi sacri di Roma. Niente di blasfemo, solo un ironico cartello appeso nella bacheca di una parrocchia. "Chiesa depokemonizzata, puoi tranquillamente spegnere il cellulare", questa la scritta, con tanto di disegni dei personaggi più inseguiti dal popolo degli smartphone, comparsa questa mattina fuori dalla chiesa di Santa Maria Immacolata di Lourdes, in via S.Bernadette (quartiere Aurelio). Un cartello che, prendendo spunto da Pokemon Go, il gioco per cellulare che ha coinvolto milioni di persone in tutto il mondo, invita i fedeli a non usare il telefonino nel luogo di culto.

(di Laura Mari)

Modica, il documento di riconoscimento? Nella cittadina siciliana si chiama da anni “carta d’idendità”

ilfattoquotidiano.it
di F. Q. | 4 settembre 2016

Modica, il documento di riconoscimento? Nella cittadina siciliana si chiama da anni “carta d’idendità”

Chissà quanti anni sarebbero ancora potuti passare prima che qualcuno si rendesse conto dell’errore, se non fosse stato per qualche cittadino un po’ più avveduto che, individuata l’inesattezza che si trova nella parte in basso del bollo da 5,16 euro, ha deciso di pubblicare tutto su Facebook

modica

Il documento di riconoscimento? A Modica, in provincia di Ragusa, è davvero esclusivo ed unico rispetto al resto del Paese. Nella città della Contea, la patria del cioccolato e culla del barocco del Val di Noto, la carta non è d’identità, ma “d’idendidà”. Si tratta di uno strafalcione banale, di poco conto, ma che segna i documenti dei modicani da almeno un decennio a questa parte senza che nessuno se n’è sia mai accorto.

Chissà quanti anni sarebbero ancora potuti passare prima che qualcuno si rendesse conto dell’errore, se non fosse stato per qualche cittadino un po’ più avveduto che, individuata l’inesattezza che si trova nella parte in basso del bollo da 5,16 euro, ha deciso di pubblicare tutto su Facebook. “Amo il mio dialetto – ha commentato Silvia sul social network– ma in alcuni casi sarebbe necessario ricorrere alla lingua italiana!!!”. Ovviamente i commenti non si sono fatti attendere, la notizia in pochissimo tempo ha fatto il giro del web e ha spopolato nelle pagine locali suscitando l’ilarità di tanti e l’indignazione di alcuni.

“Siamo molto alternativi… Noi non vogliamo essere “IDENDICI” agli altri!!!” si legge in un altro commento o, ancora, c’è Antonio che scrive: “Comunque secondo il mio “motesto” parere c’è un errore di stampa, Modica non andava scritto Motica??” Ironia a parte, in molti hanno visto la cosa in maniera più nitida. Titta, nella pagina Facebook “Modica merita un sindaco” scrive: “La vicenda sarebbe divertente, se l’intera immagine della città non ne uscisse ridicolizzata”. Lo stesso tono usa Pietro che posta: “Della serie, facciamoci conoscere nel peggiore dei modi, come gran parte della città non meriterebbe”.

Al posto della “t” c’è dunque una “d”, come se chi ha commesso l’errore si sia lasciato fregare dalla cadenza dialettale del posto. Non conosciamo di preciso l’anno in cui sono iniziate a circolare le carte di identità con l’errore, ma sappiamo per certo che già nel 2006 venivano consegnati agli utenti documenti di riconoscimento compresi di strafalcione. Un esempio è Vittorio che mostra la sua carta rilasciata dal Comune nel 2006, comprensivo di errore, cosa che viene replicata anche dopo il rinnovo del documento avvenuto nel gennaio del 2016.

Dopo aver provato a contattare senza successo il sindaco di Modica, Ignazio Abbate, per avere un suo commento in merito alla vicenda, abbiamo sentito l’assessore Salvatore Pietro Lorefice con delega al personale, Polizia municipale, autoparco e sicurezza, il quale, per curiosità, è andato a controllare la sua carta di identità rilasciata nel mese di aprile scorso e, alla conferma dell’errore, la sua reazione è stata di simpatica ironia mista ad imbarazzo: “Non so – ha affermato Lorefice- da dove parta questo errore e non mi so spiegare perché nessuno mai se ne sia accorto, so solo che da lunedì cercheremo di comprenderne l’origine e, una volta individuata, ci adopereremo per porre rimedio al più presto possibile”.

Di Carmelo Riccotti La Rocca

Improvvisamente

La Stampa
jena@lastampa.it

Noi del No eravamo quasi sicuri di vincere quando improvvisamente ci ha raggiunto D’Alema.