martedì 6 settembre 2016

La Cassazione: masturbarsi in pubblico non è più reato, si rischia solo una multa

La Stampa

Niente più condanna al carcere per chi commette il reato di atti osceni masturbandosi nella pubblica via, anche nel caso in cui chi compie questa sgradevole e prevaricatoria interferenza con l’altrui sensibilità non lo abbia fatto «occasionalmente» ma abbia scelto il `teatro´ della sua esibizione scegliendo appositamente una strada frequentata da giovani ragazze. È questa la conseguenza pratica della depenalizzazione di alcuni reati introdotta dal dlgs n.8 del 2015, tra i quali rientrano appunto gli atti osceni ad eccezione di quelli commessi nei luoghi frequentati da minori. A beneficiare della “sanatoria” è stato un settantenne di Catania che ha ottenuto dalla Cassazione, alla quale è toccato il compito di applicare la riforma, il beneficio dell’annullamento senza rinvio della condanna «perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato».

L’uomo, Pietro L. (classe 1947), dovrà adesso solo pagare una multa amministrativa la cui entità sarà decisa dal Prefetto di Catania per una cifra che dovrà essere compresa tra i cinquemila e i 30mila euro, come stabilito dalle norme. Così è diventata carta straccia la condanna inflitta a questo molestatore dalla Corte di Appello di Catania il 14 maggio 2015. Era stato rinviato a giudizio perché, verso le diciotto e trenta del pomeriggio del sette dicembre di qualche anno fa praticava «l’autoerotismo al passaggio» delle studentesse che frequentavano la cittadella universitaria luogo delle sue performance non richieste.

Proprio questo particolare aveva portato i giudici a non tener conto della “giustificazione” avanzata dall’imputato che sosteneva che si era trattato di un fatto «occasionale», del quale nessuno si era nemmeno accorto «per la ridotta visibilità del tramonto». In primo e secondo grado, l’uomo era stato condannato a tre mesi di reclusione convertiti nella multa di 3.420 euro. Ora gli effetti penali scompaiono. Il verdetto, depositato oggi e relativo all’udienza svoltasi il 28 giugno, è stato emesso dalla Terza sezione penale, presieduta da Luca Ramacci. Anche la Procura della Suprema Corte, rappresentata dal sostituto pg Giuseppe Corasaniti aveva concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio per effetto della riforma. Pietro L. è stato difeso dall’avvocatessa Raffaella Spagnoletto. 

Cento anni fa il primo supermarket della storia

La Stampa
sara iacomussi

Il Piggly Wiggly, di Clarence Saunders, si trovava a Memphis, in Tennesee



Fu una rivoluzione nei consumi: dalla vecchia drogheria al self-service grocery store
La lista della spesa, il carrello stracolmo, il cibo nelle celle frigorifere. Oggi andare al supermercato fa parte della quotidianità. Cento anni fa, no. Era il 6 settembre del 1916 quando venne aperto a Memphis, in Tennessee, il primo vero «self-service grocery store» della storia, letteralmente la «drogheria fai-da-te», più comunemente chiamata supermarket.

La storia
Il fondatore, Clarence Saunders, lo chiamò Piggly Wiggly, nome che ancora oggi è avvolto nel mistero. Quando gli chiesero il perchè di un appellativo così particolare, rispose: «Perchè così le persone se lo chiederanno spesso». Prima dell’avvento dei supermarket, la gente faceva la spesa nelle drogherie, consegnando al commesso la famosa lista delle necessità e attendendo che questo andasse sul retro del negozio a cercarle.

L’innovazione portata da Piggly Wiggly sta proprio qui: niente più proprietario di botteghina che sceglie per il cliente, molti più acquisti dovuti alla modalità, che nessuno all’epoca si sarebbe aspettato, del «vedo qualcosa, quindi la voglio». Una rivoluzione, insomma, nei consumi.
Con il passare del tempo le dinamiche del fare la spesa si sono modificate, arrivando ai giorni nostri nelle modalità che tutti conosciamo, ma è anche grazie al Piggly Wiggly, compagnia ancora oggi presente nel sud degli Stati Uniti, se andiamo al supermercato.

20 mila artisti europei chiedono nuove regole sul copyright

La Stampa

In una lettera al presidente della Commissione Juncker, i firmatari accusano YouTube e le altre piattaforme che dominano il web: «Portano remunerazioni minime per il nostro lavoro, o addirittura nessuna»


Il regista spagnolo Pedro Almodovar

«Noi, autori di tutte le discipline artistiche, chiediamo che la vostra proposta di una legge sul copyright rifletta i bisogni dei creatori e la loro battaglia per ottenere un compenso giusto dall’uso delle nostre opere online». Così inizia la lettera sottoscritta da oltre 20 mila artisti e indirizzata al presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker. Tra i firmatari Pedro Almodóvar, Charles Aznavour, Imogen Heap, Agnieszka Holland, gli Hooverphonic, Ennio Morricone, Mikis Theodorakis.

La lettera, consegnata dopo un incontro con il vicepresidente Andrus Ansip, prosegue rilevando i vantaggi della rete per la distribuzione dei contenuti, ma sottolineando anche come «i player che dominano il mercato, ad esempio YouTube, sono piattaforme costruite su contenuti caricati o elaborati dagli utenti che portano remunerazioni minime per il nostro lavoro, o addirittura nessuna. Ancora peggio, il fatto che queste piattaforme continuino ad operare così, tende ad abbassare sempre di più il valore dell’intero mercato delle opere d’ingegno, in una cosa corsa senza fine verso il fondo». 

I firmatari dell’appello sottolineano come per l’Europa questa sarebbe l’occasione giusta per reagire allo strapotere delle piattaforme e introdurre una riforma del copyright che permetta di riequilibrare il mercato e favorire artisti, consumatori e piccole imprese. L’intento, concludono gli artisti, è di evitare questo inaccettabile impoverimento della crescita economica e della creatività in europa». 

La lettera dei è un nuovo capitolo della «guerra del value gap», in corso da mesi. La piattaforma video di proprietà di Google viene indicata come la principale responsabile del progressivo aumento nella distanza tra la quantità di musica ascoltata online (sempre di più) e i profitti generati per artisti e detentori di diritti (per singolo ascolto, sempre di meno). Il confronto è stato inaugurato dalle principali case discografiche a inizio 2016, ma pian piano ha attirato anche l’adesione degli artisti, che hanno iniziato a criticare YouTube a livello individuale (come Trent Reznor e i Black Keys) o a rivolgersi collettivamente alle istituzioni. 

Nel 2015, per la prima volta da anni, l’industria discografica ha fatto registrare un significativo rimbalzo nel fatturato globale (+3,2% per un valore complessivo di 15 miliardi di dollari), soprattutto grazie alla spinta degli abbonamenti a pagamento a servizi streaming come Spotify e Apple Music. YouTube rimane tuttavia uno dei principali distributori di musica su Internet: un jukebox fondamentalmente gratuito, contro il quale si è mossa la Gesac, che rappresenta 34 società di autori in 27 Paesi (c’è anche l’Italiana Siae), per un totale di oltre un milione di artisti.

Al precedente appello di un migliaio di artisti europei, YouTube aveva risposto sottolineando di aver versato tre miliardi di dollari in royalties all’industria discografica e che la maggior parte dei suoi contenuti è disponibile in seguito alla firma di regolari accordi con gli aventi diritto (accordi monetizzati con la pubblicità). 


L’arma di Google contro la pirateria è un algoritmo
La Stampa
bruno ruffilli

Con Content ID e altre strategie, l’azienda di Mountain View lotta contro l’uso non autorizzato di contenuti protetti da copyright su YouTube e sul web. Ma la Federazione Industria Musicale Italiana è critica: «Hanno la capacità e le risorse per fare molto di più»



Monetizzare invece di cancellare: questa è l’alternativa che offre YouTube alla pirateria. Si chiama Content ID, esiste già da qualche anno e permette di riconoscere canzoni, film, testi protetti da copyright, segnalando al legittimo titolare dei diritti che qualcuno sta usando il suo contenuto senza permesso. A questo punto, due sono le strade possibili: o rimuovere il contenuto (che può essere ad esempio uno spot con una musica non concessa legalmente, una cover di un brano famoso, ma anche un vecchio film recuperato da una cassetta Vhs), oppure inserire una pubblicità prima del video e compensare i titolari dei diritti con i proventi dello spot. 

A CACCIA DI PIRATI
Oggi Google ha presentato un aggiornamento dell’annuale rapporto How Google Fights Piracy, che illustra programmi, policy e tecnologie usate per combattere la pirateria online. «Dal lancio di Content ID - si legge - YouTube ha pagato oltre due miliardi di dollari ai detentori di diritti d’autore che hanno scelto di monetizzare i propri contenuti grazie a questo sistema. Ed è un dato di fatto che oggi oltre il 90 per cento di tutte le rivendicazioni effettuate tramite Content ID genera monetizzazione. L’industria musicale sceglie di monetizzare oltre il 95 per cento delle rivendicazioni, decidendo così di lasciare sulla piattaforma il contenuto caricato dagli utenti: la metà degli introiti dell’industria musicale su YouTube proviene dai contenuti dei fan rivendicati attraverso Content ID». Così YouTube ha generato fino a oggi oltre due miliardi di dollari per le etichette, e oltre il 98 per cento della gestione del copyright sulla piattaforma di video online di Google avviene attraverso questo strumento, mentre solo il 2 per cento viene gestito con richieste di rimozione per violazione del diritto d’autore.

GOOGLE PLAY STORE
L’acquisto di contenuti legali a un prezzo equo è una valida alternativa alla pirateria? Google ci crede, e grazie a YouTube e a Google Play, aiuta gli utenti a scoprire, acquistare e divertirsi legittimamente con musica, film, libri, riviste e app. Attraverso queste piattaforme, Google Play ha pagato più di 7 miliardi di dollari agli sviluppatori e YouTube oltre 2 miliardi di dollari all’industria musicale. Oggi Google Play rende disponibili musica in oltre 62 paesi, film in 105 paesi e libri in 75. 

I LINK
Secondo Google, la stragrande maggioranza delle domande che ogni giorno gli utenti fanno al motore di ricerca offrono risultati che includono solo link a siti legali. «Anche se può capitare che dei link problematici compaiano nei risultati in rari casi di domande “long-tail”, - spiega l’azienda di Mountain View - i nostri sistemi di elaborazione delle notifiche di rimozione per violazione del copyright gestiscono milioni di URL ogni giorno, in media in meno di 6 ore». In più, quando arriva un numero consistente di notifiche valide per lo stesso sito, gli algoritmi per il posizionamento nella ricerca lo fanno retrocedere nei risultati delle ricerche successive.

LA PUBBLICITÀ
Un’altra arma nelle mani di Google è la pubblicità. Nessuno mette online siti dove scaricare film e musica illegalmente senza trarne un beneficio, e di solito questo beneficio consiste in introiti che derivano dalla pubblicità. Introiti che passano per la maggior parte da AdSense, piattaforma di proprietà di Google, appunto. Così dal 2012 l’azienda ha bloccato più di 91.000 siti per violazione delle norme sul copyright e la maggior parte di quei siti è stata individuata dai filtri di AdSense. 

LA CRITICA DI FIMI
Eppure, secondo la Federazione Industria Musicale Italiana, «Google ha la capacità e le risorse per fare molto di più per contrastare l’incredibile quantità di musica non autorizzata che è stata caricata ed è disponibile su YouTube».Per la Fimi, «l’esperienza delle case ed etichette discografiche dimostra che il Content ID creato da Google si è dimostrato inefficiente al fine di prevenire la diffusione su YouTube di contenuti in violazione dei diritti. Editori e discografici stimano che il Content ID fallisce nell’identificazione delle registrazioni tra il 20 e il 40 per cento delle volte. Il motore di ricerca di Google continua ad indirizzare utenti online verso contenuti musicali senza licenza su ampia scala. Ben oltre 300 milioni di notifiche di `delisting´ sono state mandate dai gruppi nazionali antipirateria nel mondo di Ifpi a Google. Nonostante ciò, la quota di traffico verso siti in violazione da Google attualmente è più alta rispetto a prima che fosse modificato l’algoritmo di ricerca con l’apparente obiettivo di contrastare la pirateria».

Grecia, quest'albero è il più longevo d'Europa

La Stampa
salvo cagnazzo

Il suo nome è Adone e conta ben 1.075 anni: questo pino bosniaco potrebbe raccontare anche l'arrivo dei conquistatori ottomani...

Pinus heldreichii 
Pinus heldreichii

Sui monti Pindos, in Grecia, c'è un pino bosniaco (Pinus heldreichii) che è considerato, tra gli esseri viventi, il più longevo d'Europa. Il suo nome è Adone e conta ben 1.075 anni. E’ stato un gruppo di ricercatori tedeschi, americani e svedesi, coordinati dall'Università di Stoccolma, a scoprirlo. Adone, nato ai tempi dell'impero bizantino, ha visto passare sotto la sua superba chioma tante vicende storiche, a cominciare dall'arrivo dei conquistatori ottomani fino all'occupazione nazista, nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Oggi, gli anelli del suo tronco, sono capaci di raccontare l'evoluzione del clima del Mediterraneo registrato nel corso dei secoli.

PERCHE’ ANDARCI Benché  lontana dalle spiagge assolate, il fascino di questa terra è evidente. Si pensi, per esempio, in area balcanica, al Pindo, una catena montuosa che si estende in lunghezza, da sudest a nordovest, per circa 180 chilometri. Questa vanta il monte, sacro al dio Apollo e alle Muse, Smólikas, che, risulta la vetta più alta, con i suoi 2637 metri. Il parco nazionale del Pindo, conosciuto anche come Valia-Kalda, è un rinomato parco nazionale greco ed è situato proprio in questa catena montuosa.

DA NON PERDERE Diversi sono i punti capaci di carpire l’attenzione e l’interesse dei visitatori. Si pensi all’assoluta armonia fra le architetture costruite in legno e pietra locale e la natura circostante che regna a Métsovo. Poi alle caratteristiche chiese, come quella di Theotokos, attualmente in restauro. Degno di attenzione, poi, è anche il parco nazionale di Vikos-Aoòs, istituito nel 1973: è un luogo che sbalordisce e affascina. Infine, ecco la gola di Víkos: le enormi proporzioni del canyon che conta circa un chilometro di altezza e l’impervia pendenza delle sue pareti calcaree, avvincono ogni visitatore.

PERCHE’ NON ANDARCI Zona poco adatta agli amanti dei tramonti e delle spiagge, degli aperitivi e delle cene da immaginario italiano. Poco turistica, ma sicuramente degna di nota.

COSA NON COMPRARE In questa parte remota dell’Epiro si può praticare il rafting, un’esperienza ritenuta  tra le più elettrizzanti. L’Arachthos è un corso d’acqua fra i più spettacolari, dal tragitto vario e sorprendente.  Si incontrano lungo il suo corso, insieme agli antichi ponti di pietra, ripide gole come anche improvvise e nascoste cascate. Numerose sono le attività proposte praticabili; il kayak, il river trekking e il jeep safari risultano le più gettonate.

Le nuove tecnologie che fanno paura agli europei

La Stampa
andrea signorelli

Uno studio di Kaspersky analizza la (scarsa) fiducia nei confronti di auto che si guidano da sole, internet delle cose, realtà virtuale e altre innovazioni presenti e future. Con qualche sorpresa


L’internet delle cose e in generale le nuove tecnologie promettono di cambiare la nostra vita in meglio, rendendola più facile e più sicura. Stando a uno studio della società di cybersecurity Kaspersky, i consumatori, però, si fidano meno di quanto ci si potrebbe aspettare: «Per il nostro studio ci siamo concentrati sui consumatori tedeschi, ma le analisi dimostrano come le differenze col resto d’Europa siano minime, attorno al 5%», spiega in occasione dell’IFA di Berlino Robin Hüdepohl di Statista, la società di analisi dei dati che ha svolto l’indagine.


In molti casi, le perplessità dei cittadini non stupiscono: solo il 36% degli intervistati si sente pronto a sperimentare le self driving cars, mentre il 52% del campione pensa che non utilizzerà dispositivi per la realtà virtuale nei prossimi tre anni (anche per la scarsa notorietà delle applicazioni non videoludiche); i droni volanti sono invece malvisti dal 45% degli intervistati, a causa della notorietà legata principalmente all’utilizzo bellico.

Il 34% del campione, inoltre, non si fida ancora a fare acquisti online e a utilizzare i vari sistemi di pagamento digitale. “Non c’è solo la volontà di difendersi da hacker che potrebbero rubare i dati della carta di credito, ma anche di proteggere informazioni personali ed evitare che i nostri comportamenti di spesa vengano tracciati e divulgati”, prosegue Marco Preuss di Kaspersky.


A preoccupare, infatti, è soprattutto la raccolta dei dati personali attraverso internet: “Il 69% degli intervistati pensa che la sua vita digitale riveli troppe informazioni private, mentre il 56% ritiene che stia diventando sempre meno sicura. La consapevolezza dei rischi a cui ci espongono le attività online è in continua crescita”, spiega Marco Preuss.



Questo vale anche per tecnologie all’apparenza innocue, come gli smart-frigoriferi: solo l’8% si fiderebbe ad affidare la gestione della spesa a un dispositivo in grado di farci sapere cosa c’è in frigo, cosa manca e cosa sta per finire o per scadere. Per quale ragione? “Si tratta di informazioni sensibili sulle nostre abitudini alimentari. Questi frigoriferi connessi a internet potrebbero sapere che bevo troppa birra o che mangio troppo cioccolato; ma questi dati dove vanno a finire, chi li utilizza e con quali scopi?”, prosegue Preuss.

Le nuove tecnologie sono studiate per risolvere i problemi della vita di tutti i giorni, ma ci espongono a nuovi pericoli ancora poco conosciuti. Com’è il caso dei dispositivi IoT che monitorano i consumi energetici in tempo reale: questi dati, trasmessi via internet, potrebbero fare gola anche ad hacker-ladri in grado di capire subito se siamo fuori casa.


Al di là di questo caso specifico, sono però le grandi compagnie internet a non ottenere la fiducia dei consumatori: il 71% degli intervistati si dice preoccupato dal fatto che queste società raccolgano e sfruttino i nostri dati personali. Preoccupazioni che potrebbero essere di ostacolo all’espansione dell’internet delle cose, considerata una delle più importanti innovazioni tecnologiche degli ultimi anni: «I consumatori hanno bisogno di essere tutelati e vogliono sapere con certezza come vengono utilizzati i loro dati», conclude Preuss. «Per aumentare la fiducia, le aziende hanno una sola possibilità: devono essere completamente trasparenti».

Il battaglione Sammarco

La Stampa
massimo gramellini

La cosa grave non è tanto che la sindaca Raggi abbia nominato assessore al Bilancio un ex magistrato economico che dice «sprid» invece di spread e «down ground» invece di downgrade. E non è neanche che i conti depressi della Capitale siano finiti nelle mani di un signore che chiese, inascoltato, 351 miliardi di euro alle agenzie di rating per avere complottato contro Berlusconi e che ha dato alle stampe un saggio, ingiustamente passato sotto silenzio, dal titolo «Giulio Andreotti, Paolo Conte e Tinto Brass». Non è neppure che questo portento, il dottor De Dominicis, le sia stato segnalato dall’avvocato Sammarco, socio del berlusconiano di estrema destra Cesare Previti. Né che la Raggi, in campagna elettorale, si sia dimenticata di avere fatto pratica nel loro studio per poi minimizzare quella frequentazione imbarazzante riducendola a fugace struscio (a giudicare dalle ultime mosse, non così fugace). 

La cosa grave è che la sindaca dei Cinquestelle sia salita al Campidoglio senza uno straccio di classe dirigente, mentre il principale scopo di un movimento politico dovrebbe essere quello di selezionare le personalità da inserire nelle istituzioni. Così la Raggi ha dovuto affidarsi al bricolage, mettendo insieme pezzi della destra romana e figure discusse come quell’assessora all’Ambiente che ha tenuto nascosto per mesi un avviso di garanzia. Ricordate quando Grillo arringava i grulli profetando che in una politica liberata dall’infame presenza dei partiti avrebbe fatto gestire i bilanci dalle casalinghe di Voghera? Evidentemente le casalinghe sono finite. O non sono mai cominciate.

Il mago dei carillon fa suonare le favole

La Stampa
vincenzo amato

Sul Lago d’Orta un artista ricrea antiche giostre


QUARNA SOTTO (VERBANIA)

C’è stato un tempo in cui per sognare bastava una giostrina che si muoveva al suono di un organetto. Poi sono venuti i videogiochi e così la magia delle melodie che accompagnano i carillon è praticamente scomparsa. Eppure quel mondo fatto di dame e cavalieri in miniatura vive ancora. Bisogna andare a cercarlo, con pazienza, salendo sulle colline della sponda occidentale del Lago d’Orta e addentrandosi nelle stradine di Quarna Sotto. Un borgo a poca distanza dalla valle Strona, la «terra dei Pinocchi», dove moderni mastro Geppetto modellano ancora il legno per dare vita al burattino dal naso lungo celebre in tutto il mondo.

E così, in un filo conduttore in cui a rivivere è il fascino delle favole, il tempo sembra essersi fermato nel laboratorio di Dino Goffredo Colombani, nipote del pittore Carlo Casanova. Lui si considera un «artigiano intagliatore», mestiere difficile da definire nell’era in cui si stampa in 3D inviando da una parte all’altra del mondo un disegno al computer. In realtà Colombani è scultore, un po’ ingegnere, ma soprattutto un artista che crea i suoi carillon, non solo semplici giocattoli ma vere opere d’arte. 

Costruisce pezzetto dopo pezzetto - utilizzando legno e qualche lamierino - riproduzioni perfette delle giostre che una volta si vedevano nelle piazze per la festa del paese. «La mia è una passione, non certo una professione - spiega Dino Goffredo Colombani -. Sono rimasto legato al mondo dell’infanzia, all’arte che mio nonno mi ha trasmesso, alla poesia delle cose semplici, al piacere della manualità creativa. Ho cominciato restaurando piccole giostre che si trovano ormai solo nei musei del giocattolo e poi questo mondo in miniatura mi ha talmente preso che ho cominciato a costruirle io». Nel suo laboratorio di Quarna

Sotto Colombani utilizza attrezzi semplici: coltellini, piccoli scalpelli e un mini trapano che sembra quello del dentista. Un lavoro delicato dove è proibito sbagliare. Da un pezzo di legno lungo al massimo sette-otto centimetri nascono un cavallo o un cavaliere, una fatina o una sirena che andranno a formare i personaggi della giostra o del teatrino delle marionette per la gioia di qualche bambino o, più facilmente, ad arricchire la collezione di musei e di qualche collezionista. 

Ogni pezzo è unico, così come lo sono disegni e decorazioni di ciascuna scultura. «Acquisto solo i meccanismi dei carillon, li compro in Svizzera - prosegue Colombani -. Ogni melodia deve essere abbinata alla giostra in miniatura perché è legata alla storia dei personaggi che la animano». Poco conosciuto in Italia, Colombani è invece apprezzato in Giappone e nei Paesi del Nord Europa dove ha fatto mostre e ha una piccola clientela. «Per fare una di queste opere ci vogliono fino a 400 ore di lavoro e non posso certo farmi pagare per il tempo che ho impiegato – spiega –.

Così vendo e recupero qualcosa, più o meno quanto ho speso». La Regione Piemonte gli ha dato il riconoscimento di «Eccellenza artigiana», ma per lui la soddisfazione è vedere i bambini che osservano con occhi incantati le sue giostre in miniatura che girano al suono del carillon. «Allora anch’io torno bambino e mi rivedo nello studio del nonno, mi sembra di risentire la sua voce e i suoi racconti - conclude - storie di dame e cavalieri, di sirene che tornano dal fondo del mare. Sapere di aver regalato un sogno a un bambino è il premio più bello che posso avere e ha un prezzo impagabile».

Europol: via oltre 1600 contenuti estremisti dai social

La Stampa
carola frediani

L’agenzia, coordinandosi con quattro Stati europei, ha fatto rimuovere dalla Rete oltre mille materiali di Isis e Al Qaeda



Un’azione coordinata dell’Europol ha portato alla rimozione di 1.677 contenuti online considerati di natura violenta o di propaganda terroristica. Si tratta della prima operazione di questo genere, perché coordinata con anche quattro Stati europei - Francia, Germania, Slovenia e Gran Bretagna - in relazione a materiale presente su ben 35 piattaforme di social media o di altri fornitori di servizi internet. Sei le lingue in cui erano pubblicati i contenuti finiti nel mirino della polizia.

A darne la notizia è stata la stessa Europol, l’agenzia dell’Unione europea con sede all’Aia che aiuta i Paesi membri dell’EU a combattere forme gravi di criminalità internazionale e terrorismo. A guidare l’operazione è stata infatti una specifica unità dell’agenzia, la Internet Referral Unit (IRU), istituita nel luglio 2015 proprio per combattere la proliferazione di attività estremiste e la propaganda terroristica su internet, in particolare video, immagini di uccisioni e decapitazioni, istruzioni per realizzare bombe, appelli alla violenza religiosa o razziale.

Dunque per la prima volta dalla sua nascita, questa unità dell’Europol ha condotto un’operazione coordinata con più Paesi europei per la rimozione in blocco di oltre un migliaio di contenuti estremisti nel giro di 48 ore. Pochissimi i dettagli sulla tipologia di materiali o sulle piattaforme coinvolte che trapelano dall’Aia. «Gli specialisti dell’antiterrorismo hanno individuato materiali pubblicati online da gruppi terroristici, soprattutto Stato islamico, ma anche Al Qaeda - ha dichiarato alla Stampa un portavoce di Europol - Dunque contenuti che glorificavano o promuovevano attività terroristiche oppure che puntavano a radicalizzare e reclutare persone. Ma non possiamo fare i nomi delle piattaforme di social media interessate».

Sembra di capire però che fra quelle 35 siano inclusi anche alcuni dei social network più noti. L’Europol non ha rimosso direttamente i contenuti individuati. «Abbiamo solo valutato i materiali e li abbiamo indicati ai gestori delle piattaforme. La decisione finale sulla rimozione da parte dei social media è stata volontaria, e presa sulla base della violazione degli stessi termini di servizio dei siti da parte di chi ha caricato quei contenuti», precisa il portavoce.

La Internet Referral Unit dell’Europol è una squadra di diversi specialisti, inclusi traduttori ed esperti di antiterrorismo, il cui obiettivo è coordinare e condividere con i Paesi europei l’identificazione di contenuti online estremisti, riportandoli poi direttamente alle aziende della Rete.

Sul fronte della mera propaganda online comunque negli ultimi tempi gruppi terroristici come Isis appaiono più in difficoltà, come rilevato ancora nei giorni scorsi da uno studio che comparava la performance su Twitter di nazisti e sostenitori del Califfato. Una delle ragioni è che le stesse piattaforme - come appunto Twitter - negli ultimi anni hanno aumentato gli sforzi per rimuovere materiali di questo tipo. Basti pensare che dalla metà del 2015 a oggi il sito dei cinguetti avrebbe sospeso circa 360mila profili.

Conservazione dei cibi. Cosa tenere fuori dal frigo

La Stampa
a.l.

Non tutto va conservato nel caro elettrodomestico persino con il caldo

Frigo

Specialmente con le temperature alte, il frigo dà sicurezza in tema di conservazione dei cibi. Il suo freschetto interno, così almeno si pensa, dovrebbe assicurarli dal deterioramento dovuto al caldo e all’umidità.

Il manuale
Eppure oggi un consiglio arriva a minare le nostre certezze più radicate. Secondo una guida pubblicata dal Good Housekeeping Institute, intitolata ‘Nine Things You Shouldn’t Store In The Fridge’ , ‘Nove cose che non vanno conservate nel frigo’, non tutti gli alimenti stanno bene nel freddo del clima-frigo. Anzi alcuni di essi conservano meglio fuori. Ecco quali sono e perché.

I cibi che non vanno in frigo

1. Pane – nel frigo si asciuga e si secca prima. Il suo posto è quello del cestino del pane collocato all’esterno. Meglio se in una busta di plastica.
2. Cipolle – meglio fuori perché così non contaminano altri cibi con il forte aroma. Fuori dal frigo si conservano meglio se messe in un posto asciutto della casa e al buio per evitare che fioriscano.
3. Aglio – anche qui l’alimento ha bisogno di un posto fresco e ventilato e il frigo in questo caso si rivela inutile.
4. Miele – è il cibo che non va mai a male per antonomasia. Quindi dove lo conservate è un problema vostro e il frigo al massimo lo renderà più duro da spalmare.
E ancora…
5. Torta – salvo fatto per quelle con la crema – le torte vivranno meglio fuori dal frigo conservando il sapore originario.
6. Melone – una volta sbucciato ha bisogno del freddo, ma prima può tranquillamente essere tenuto sul ripiano della cucina.
9. Caffè – Il preparato tende ad assorbire tutti gli odori restanti del frigo. Quindi meglio tenerlo fuori senza se e senza ma!