mercoledì 7 settembre 2016

Terrorismo, la correttezza può diventare un limite all’azione

La Stampa
stefano stefanini

Lasciamo i numeri a chi se ne occupa. Ma nella nostra coscienza sono ormai troppe le vittime, già abbastanza gli attentatori di origini arabe fattisi conoscere e instancabili gli sbarchi a cui abbiamo assistito a partire dal 1° Gennaio di quest’anno. Prima grandi metropoli ed eventi di spicco, ora frazioni sperdute e attività quotidiane. 

Si dà la colpa alla scarsa sicurezza, ma non è forse palesemente riduttivo? Come si può pensare di garantirla in ogni luogo frequentato da persone? E non si può certo dire che le vittime di una chiesa di paese siano più sacrificabili di quelle che assistono a un concerto nella capitale. Perché, dunque, non ci armiamo tutti di coraggio e ci arruoliamo in massa nelle forze armate?

Se, invece, si vuole trovare la causa degli attentati in Europa di matrice islamica nella facilità con cui si reperiscono informazioni di propaganda sul web, perché non filtriamo milioni di siti, video e immagini? Potremmo pensare di donare il nostro 5 per mille alla polizia postale. 

Entrambe potrebbero essere delle soluzioni. Ma è davvero possibile trovare solamente rimedi temporanei oppure occorre valutare scelte che vadano a contenere il problema alla radice? 
Abbiamo forse votato per legalizzare la cannabis oppure paghiamo sei mesi di tasse all’anno per reclamare il diritto a una vita sicura? Eppure questi sono gli esiti di ciò in cui abbiamo creduto e che abbiamo contribuito a creare.

Il perbenismo di cui ci siamo vestiti, infatti, non si è rivelato un pregio e dunque, forse, sarebbe meglio privarsene e guardare con occhi comuni a questa Europa che volente o no è casa nostra. Potremmo provare a unirci per davvero al fine di tutelare il più forte degli interessi: la nostra vita. Usciamo dal guscio e pretendiamo norme più stringenti perché tra poco saremo noi a richiedere asilo.
Francesca


Cara Francesca, quello che spesso impedisce di affrontare con realismo e lucidità le due emergenze, terrorismo e immigrazione, è la correttezza politica. In circostanze normali riflette sentire collettivo, rispetto di opinioni e sensibilità altrui. Dal linguaggio si è calata nella forma mentis. Rispecchia l’accresciuta maturità delle società civili occidentali.

Di fronte all’emergenza, al nuovo e al devastante questa correttezza diventa una camicia di forza intellettuale. Di conseguenza un limite all’azione. Ci sono voluti il coraggio e il buon senso comune di papa Francesco per fare eccezione al torrente di condanne sincere ma banali.

In emergenza le misure parziali sono necessarie. Quando c’è una falla si tappa come meglio si può. Dei rimedi cui lei accenna è sicuramente valido il controllo della propaganda e del proselitismo jihadista che avvengono in buona parte su Internet. E, spiace ripetermi, è necessaria anche una contro-propaganda sullo stesso medium.

Giusto pure avere forze armate e di polizia più numerose; la Francia, sotto assedio da quasi un anno, è allo stremo sicurezza. Il problema è di bilancio non di arruolamenti: le domande superano già largamente i posti. Un altro lettore suggeriva il reclutamento di volontari. L’intenzione è buona ma la difesa dal terrorismo richiede un alto livello di addestramento e professionalità. Non c’è posto per l’eroismo western dei «Magnifici Sette» o del Clint Eastwood di «Per un pugno di dollari».

I numeri sono importanti. Nelle ultime due settimane, 11 attacchi terroristici in Europa e in Asia hanno fatto 14 vittime italiane. Non si trovavano in Italia, ma che differenza fa? Siamo sulla stessa barca dei Paesi direttamente sotto attacco. Quanto alle matrici arabe di molti attentatori (non tutti: in Germania, uno era di origine afgana, un altro iraniana – non è la stessa cosa) è un dato di fatto, ma non dimentichiamo che la strage peggiore è stata quella del 3 luglio a Baghdad: 292 morti, tutti arabi e musulmani.

Opera di Isis, come Nizza, Dacca, Kabul, Istanbul e Monaco. Moltissime vittime del terrorismo sono arabe e islamiche: attenti a non farne di tutt’erba un fascio con i loro assassini. 


Stefano Stefanini, in carriera diplomatica dal 1974 al 2013, è stato consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rappresentante permanente d’Italia alla Nato e vice dell’ambasciatore d’Italia a Washington. Ha prestato servizio a New York (Onu), Mosca, Washington, Perth.

Cinquestelle

La Stampa
jena@lastampa.it

Autocombustione.

Le domande che poniamo all’aldilà

La Stampa
antonio scurati

Una donna si risveglia dopo quattro anni di coma profondo. Smentendo ogni prognosi medica, rivive. Qual è la prima domanda che le rivolgereste? Ovvio, mi direte: le chiederei cosa c’è di là. Oltre la coscienza, oltre la vita. Mica così ovvio, invece. Tra le tante idee antichissime morte a questo inizio di Ventunesimo secolo, forse l’idea dell’aldilà è la più morta di tutte.

I risvegli, i redivivi, i ritornanti popolano l’odierno immaginario mediatico eppure il fuoco del racconto si concentra quasi sempre sul difficile reinserimento nel loro mondo quotidiano più che su quell’altro mondo da cui ritornano, sul loro reintegrarsi nella vita a noi nota più che sull’ignoto di cui potrebbero farsi ambasciatori. L’aldilà trapela attraverso piccoli segni – interruzioni di corrente elettrica, ferite sui corpi – ma non interessa davvero. Pare quasi che, alla luce di questo soprannaturale crepuscolare di terzo millennio, l’elemento miracoloso sia la nostra esistenza ordinaria, rivelata al nostro sguardo cieco da questo brillio di straordinario.

Il modo in cui l’Ansa ha battuto la notizia del misterioso risveglio sembra dimostrarlo: «Dopo 4 anni di coma si risveglia e intona canzoni di Massimo Ranieri». Un altro modo per dire che non esiste altra vita oltre questa. L’intero nostro orizzonte è racchiuso nel cerchio di un cantante melodico. Alla musica leggera si limita il repertorio dell’universo. Al miracoloso, al numinoso, al portentoso, non chiediamo nulla di più di quel che già conosciamo, di quel che siamo. Forse per malinconia, forse per paura. Temiamo che, se osassimo la domanda delle domande, riceveremmo la stessa risposta ottenuta da Melisandre quando, ne Il trono di Spade, dopo averlo riportato in vita, chiede a John Snow:

«Ascolta, quando sei morto, dopo le pugnalate, dove sei andato? Che cosa hai visto?». «Nulla … assolutamente nulla», le risponde il più celebre ritornante del nostro tempo senza aldilà. La scomparsa dell’orizzonte metafisico, la «morte di Dio», il disincanto del mondo, la secolarizzazione, sono state le questioni filosofiche fondamentali dell’età moderna, i temi capitali di un’epoca oramai alle nostre spalle e non ho certo la pretesa di aggiungervi qualcosa in queste quattro righe.

Mi pare, inoltre, del tutto evidente che, almeno in Occidente, si sia conclusa anche l’epoca della cosiddetta «sopravvivenza erratica del sacro», vale a dire il periodo in cui la ricerca del senso ultimo della vita umana e della posizione dell’uomo nel cosmo, tramontata la visione religiosa del mondo, perdurava andandosene a zonzo nei miti della modernità: il progresso scientifico e sociale, le grandi ideologie totalitarie, la religione della politica da cui ci si attendeva una rinascita tutta terrena.

Rimane da chiedersi, però, che cosa ne è di noi quando gli interrogativi che hanno guidato l’umanità fin dal suo apparire sulla terra trovano posto soltanto ai margini di una breve in cronaca, quando ogni residua metafisica è lasciata alle serie di una televisione a pagamento. Quando sei morto, dove sei andato? Che cosa hai visto? Cosa c’è oltre la vita? E che cos’è la vita se non trascende la morte? Sono interrogativi in compagnia dei quali non si può vivere ma senza i quali la vita non ha senso.

Ma poi, forse, la domanda rimane la stessa ed è cambiato solo il modo di porla. Chi l’ha detto, in fondo, che un romanzo o una serie tv valgono meno di un sermone o di un trattato politico? In un suo libro di alcuni anni fa, Carlo Ginzburg osservava la somiglianza profonda che lega tutti i miti poi confluiti nel sabba. Tutti rielaborano un tema comune: andare nell’aldilà, tornare dall’aldilà; e concludeva affermando che raccontare significa sempre parlare qui e ora con un’autorità che deriva dall’essere stati, metaforicamente o letteralmente, là e allora, che la capacità di partecipare al mondo dei vivi e a quello dei morti, alla sfera del visibile e a quello dell’invisibile, proprio questo sarebbe il tratto distintivo della specie umana.

Forse resta sempre vero, qualunque sia il genere del racconto.

Il bluff del Centro Apple di Napoli: assunti solo due pupilli dei baroni

Simone Di Meo - Mer, 07/09/2016 - 08:23

Altro che 600 posti di lavoro: disertato pure il corso di formazione

Napoli - È una mela bacata, il «Centro Apple» di Napoli. Presentato in pompa magna da Renzi, nei mesi scorsi, e sbandierato da tutto il Pd campano come «segno tangibile» dell'attenzione del governo verso il Sud, si è via via dimostrato un bluff ad alto contenuto tecnologico (e propagandistico). Inizialmente, il Minculpop del presidente del Consiglio aveva addirittura lasciato intendere che il colosso di Cupertino arrivasse all'ombra del Vesuvio per finanziare la nascita di una propria filiale europea con seicento assunzioni.

Nulla di più falso: come aveva già raccontato il Giornale, l'«iOs Devolper Academy» è in realtà un corso di formazione per studenti e laureati che vogliono imparare i linguaggi di programmazione per le App. Una sorta di master di secondo livello per cervelloni amanti degli smartphone, in pratica. Due giorni fa sono iniziate le prove per selezionare i corsisti e dureranno per tutta la settimana. Chi si aspettava file chilometriche e ressa come per l'uscita dei nuovi iPhone è rimasto, però, deluso.

Nelle aule della facoltà di Biotecnologie si sono presentati poco più di cento partecipanti sui primi 250 prenotati; in pratica, ha rinunciato a entrare nel fantastico mondo di Steve Jobs il cinquanta per cento degli esaminandi. In totale, dovrebbero essere oltre 4mila i candidati ma il forfait di massa dell'esordio rischia di trasformare tutto l'evento in un flop imbarazzante. Oltre il 70 per cento degli aspiranti programmatori è di origine campana, e pochi altri provengono dal resto d'Italia o da fuori confine. L'effetto della mela d'oro, dopo l'entusiasmo delle prime ore, è già svanito.

Gli organizzatori, per smorzare la delusione e nascondere le difficoltà, stanno dando la colpa all'elevata difficoltà dei test in inglese e alle conoscenze di base non proprio alla portata di tutti. Ma è più probabile che, a lasciare i ragazzi a casa, sia stata la delusione per una iniziativa che offre poche occasioni di sbocco occupazionale nell'immediato sul territorio nonostante, nel gennaio scorso, il «Centro Apple» fosse stato esibito dal premier, in duetto con il numero uno della multinazionale Tim Cook a Palazzo Chigi, come un'occasione irripetibile per puntare sul «capitale umano, sui talenti straordinari dei nostri ragazzi» perché «Napoli e il Mezzogiorno sono luoghi fantastici per formarsi e investire».

Ma se scarseggiano i concorrenti per i quiz, altrettanto non può dirsi di quelli che saranno chiamati in cattedra durante i nove mesi del corso. Dallo staff renziano, avevano giurato che, nella fase di reclutamento, non ci sarebbero stati favoritismi nei confronti dell'Università «Federico II», partner istituzionale dell'«iOs Devolper Academy». Invece come scrive il giornalista Claudio Silvestri sul quotidiano Il Roma hanno ottenuto i punteggi più alti in graduatoria i «pupilli» di due membri della commissione esaminatrice che provengono proprio dall'ateneo napoletano: Nadia Di Paola e Pietro Nunziante. Degnissimi e preparatissimi studiosi, per carità; hanno entrambi rapporti di diretta collaborazione con i professori Roberto Vona e Mario Losasso.

I quali sono appunto componenti del pool incaricato di vagliare i curriculum degli insegnanti. Curriculum nei quali si sono imbattuti, giocoforza, nei loro stessi nomi.

Cresceva le sue scimmie come figli: condannata

Oscar Grazioli - Mer, 07/09/2016 - 09:02

La disavventura di un'ex addestratrice tedesca. Invece di una gabbia una vera casa su misura e wurstel a volontà: 11 mila euro di multa



Presentiamo gli attori di questa notizia di cronaca. Lei, innanzitutto, la signora (anzi Frau) Christiane Ursula Samel, anni 72 ben portati, come potete constatare in un filmato di tre anni fa (www.youtube.com/watch?v=IutAednWRM8) dove, capelli corvini tagliati alla maschietto, spinge il carrello al supermercato con un ospite che esce dal fondo del cestello e si arrampica, con inusuale perizia, sugli scaffali afferrando scatole di dolci ripieni di panna, biscotti al cioccolato e anche un mazzo di rose.

E qui entra il secondo attore, o meglio la star del cast: un paffuto scimpanzé, con tanto di pannolone, vestito con una maglietta turchese, che zompa dal cestello della spesa al bancone della cassa tra gli sguardi increduli dei clienti, per uscire dal supermarket con la bocca ripiena di crema e un wafer tra le labbra, solidamente tenuto da Frau Ursula con la catena del carrello.

Appena liberato, balza attraverso il finestrino aperto, all'interno di un pulmino forse guidato dalla donna. Sì, perché tre anni fa Frau Ursula, di scimpanzé ne aveva dodici, tutti allevati e tenuti in un modo talmente umano che non poteva stupire se uno di questi, alla guida del mezzo, avesse fatto cenno a un incauto autista di essere arrivato per primo al parcheggio. La tv tedesca si era già occupata di Frau Ursula, quando l'ex star di un circo dell'allora Repubblica Democratica Tedesca (DDR), assieme al marito, aveva da tempo concluso la sua carriera di addestratrice di scimmie in Usa.
Tornata a Berlino, con dodici scimpanzé, la coppia si era trovata in evidenti difficoltà di «gestione»

della ex troupe, in quanto il giardino di casa non era più sufficiente ad ospitarli e, loro stessi, cominciavano ad accusare il passare del tempo e le inevitabili difficoltà di accudire una combriccola un tantino chiassosa e non sempre obbediente. A questo punto, anche le autorità e i potenti Grünen (i Verdi) tedeschi avevano cominciato a muoversi nell'ottica di sottrarre, alle eccessive attenzioni di Frau Ursula, quelle scimmie troppo umanizzate. «Guai a chi tocca i miei bambini» aveva dichiarato Frau Ursula alla tv tedesca rea, a suo dire, di avere manipolato un documentario che faceva vedere i comportamenti tutt'altro che naturali di quei primati.

Alla fine un briciolo di buonsenso l'aveva consigliata di scendere a patti e la combattiva circense aveva stipulato un patto con lo Zoo Safari di Ravenna, davanti al cui cancello si era presentata, dopo un lungo viaggio, con tre scimmie di cui una incinta e una di pochi mesi. Viste le gabbie che dovevano ospitare i «bambini» Frau Ursula decide di riportarseli via. «Qui non va bene niente».
Le autorità però bloccano i «pargoli» e ascoltano, grattandosi le teste, il direttore della struttura, Osvaldo Paci. «Li ha portati al guinzaglio fino alla gabbia. E su un altro camion ha portato due divani, una cucina completa, una lavatrice: pretendeva di ricreare un ambiente domestico all'interno della struttura e di vivere con gli animali».

L'ambiente era talmente domestico che, sui divani e davanti al tv i «ragazzi» consumavano wurstel e birra (bavarese ça va sans dire). Il finale della storia è da thriller: tutti si rivolgono alla magistratura, compresa l'inossidabile Frau Ursula che però non dispone di Perry Mason. Il pm la condanna per maltrattamento di animali a 11.000 euro di multa. I poveri ragazzi ora piangono e guardano sconsolati un frigo pieno soltanto di banane.

Mal di test

La Stampa


Se Zap significa cifra singola divisibile per 7, Zup significa cifra singola divisibile per 5 e Zep significa cifra singola divisibile per 4, con quale scrittura può essere espresso il numero 48? a) zep zep, b) zap zap, c) zup zep, d) zep zap, e) zep zup - «Se il mandorlo è in fiore la rosa marcisce. Se la begonia marcisce il papavero sboccia. Inoltre o il mandorlo è in fiore o la begonia marcisce». In base alle precedenti affermazioni è sicuramente vero che: a) la rosa marcisce o il papavero sboccia, b) il papavero sboccia, c) il mandorlo è in fiore e il papavero sboccia, d) la rosa marcisce e il papavero sboccia, e) la rosa e la begonia marciscono - In un ipotetico linguaggio in codice, alla parola Specifica corrisponde il codice Spefecififificafa e alla parola Ignorato corrisponde il codice Ifignoforafatofo. Come si scriverà, nel medesimo codice, la parola Mail? a) mafaifil, b) mafifil, c) mafafiil, d) mfaaifil, e) mail.

Premesso che solo uno sciocco capace di sbagliare tutte le risposte come il sottoscritto oserebbe scherzarci su, dopo un’attenta analisi dei test per l’ammissione alla facoltà di Medicina affrontati ieri da migliaia di studenti si possono azzardare alcune deduzioni: a) se non hai letto i libri di Dan Brown o almeno i «Quesiti con la Susi» sulla Settimana Enigmistica, non hai alcuna probabilità di diventare medico in Italia; b) se azzecchi lo Zep ma inciampi sul papavero e, Dio non voglia, sulla Spefecififificafa, puoi al massimo riciclarti come assessore della giunta Raggi; c) se sbagli pure il Mafifil, l’unico posto a cui puoi realisticamente ambire è autore di test per l’ammissione a Medicina.