venerdì 9 settembre 2016

L’ente americano per l’aviazione civile: non usate il Galaxy Note 7 in aereo

La Stampa
andrea nepori

I casi di incendio legati all’ultimo smartphone Samsung hanno convinto la FAA a sconsigliarne ufficialmente l’uso in volo e l’imbarco nel bagaglio da stiva. Ma il rischio è reale?



Si abbatte un’altra tegola sul già vituperato Galaxy Note 7. Dopo l’ufficializzazione, venerdì 2 settembre, del richiamo per tutti gli smartphone già venduti, lo stop alle vendite in tutto il mondo e i nuovi casi di incendio del telefono registrati nei giorni scorsi negli Stati Uniti, la FAA (Federal Aviation Administration) ha diffuso un comunicato con cui suggerisce cautela nell’uso del dispositivo a bordo degli aerei. Il comunicato è conciso e non usa troppi giri di parole: «A seguito dei recenti incidenti e delle preoccupazioni sollevate da Samsung circa i suoi dispositivi Galaxy Note 7, l’Amministrazione Federale per l’Aviazione suggerisce fortemente ai passeggeri di non accendere o mettere in carica questi dispositivi a bordo degli aeromobili e di non riporli nei bagagli imbarcati al check-in».

I problemi del Samsung Galaxy Note 7, secondo quanto riportato nei giorni scorsi dal Korea Herald, sono legati ad un difetto delle batterie al litio prodotte da una controllata dell’azienda di Seoul, la Samsung SDI. Le unità di alimentazione del fornitore cinese ATL, presenti su circa il 30% dei dispositivi venduti, sarebbero sicure e non presentano il rischio di autocombustione. Il richiamo avviato da Samsung in ogni caso non prevede distinzioni e riguarda tutti i dispositivi, che possono essere riportati indietro e scambiati per un nuovo modello testato e sicuro.

AL BANDO IN AUSTRALIA
La FAA al momento è l’unico ente del settore ad aver emesso una nota ufficiale in merito alla sicurezza in volo del Galaxy Note 7, ma le compagnie australiane Qantas e Virgin Australia, così come le rispettive controllate Jetstar e Tiger Airways, hanno già bandito del tutto l’uso del dispositivo di Samsung sui propri aerei. È sempre possibile portare lo smartphone a bordo, ma è vietato accenderlo e soprattutto metterlo in carica, anche da spento.

VIA LIBERA IN KOREA
Nonostante molti dei casi di esplosione e incendio del Note 7 si siano registrati in Corea, dove il telefono è in vendita da fine agosto, il Ministero dei Trasporti del paese asiatico è di avvisto opposto rispetto alla FAA. «Non abbiamo visto la necessità di bandire l’uso di questi smartphone sui voli», ha dichiarato un portavoce del ministero dopo un incontro con i dirigenti di Samsung. «Non prevediamo alcun piano d’azione immediato anche se continueremo a tenere sotto controllo la situazione».

ENAC E EASA
L’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile italiano, che abbiamo contattato prima della pubblicazione non ha rilasciato comunicazioni ufficiali ma condivide la posizione dell’EASA, l’agenzia europea per la sicurezza aerea, che nella serata di venerdì 9 settembre ha diffuso una nota analoga a quella della FAA: «A seguito della comunicazione ufficiale da parte di Samsung sui problemi del Samsung Galaxy Note 7, la EASA suggerisce ai passeggeri e ai membri degli equipaggi di mantenere spenti questi dispositivi, di non caricarli a bordo degli aeromobili e di non riporli all’interno dei bagagli da stiva.

Ai passeggeri ricordiamo inoltre la necessità di avvisare il personale di cabina qualora un dispositivo si dovesse danneggiare oppure si surriscaldi, produca fumo o venisse perso o ancora nel caso cadesse all’interno della struttura del sedile». Il 2 settembre scorso, giorno della ufficializzazione del richiamo del Galaxy Note 7 da parte di Samsung, l’agenzia aveva già condiviso sulla propria pagina Facebook un video sulla sicurezza in volo dei dispositivi con batterie al litio.

QUALE RISCHIO?
Ma che cosa può succedere se la batteria di un Samsung Galaxy Note 7 o di un altro dispositivo prendesse fuoco o esplodesse in cabina? Potrebbe danneggiare cose e persone (proprio come se bruciasse su un comodino, sul letto o sul cruscotto di un’auto) ma il disastro aereo rimarrebbe comunque una conseguenza improbabile. Un caso del genere è stato registrato proprio pochi mesi fa, quando un iPhone 6 si è incendiato su un volo dall’Alaska alle Hawaii: il personale di bordo ha subito provveduto ad estinguere le fiamme. Nonostante il grande spavento nessuno è rimasto ferito, i danni sono stati minimi e il volo è proseguito senza interruzioni verso Honolulu.

MEGLIO IN CABINA
È più rischioso riporre un dispositivo acceso o in standby in un bagaglio da stiva, avvisano gli esperti. In quel caso l’esplosione della batteria - eventualità che rimane rara - potrebbe mandare a fuoco anche il contenuto della valigia, causando un incendio più difficile da controllare con i sistemi automatici di sicurezza del vettore. Il trasporto in aereo di batterie al litio rimane una questione controversa e di fatto irrisolta, su cui più o meno tutte le autorità internazionali di settore hanno preso posizione nel corso degli ultimi anni. Compresa la IATA, che sul proprio sito dedica un’intera pagina all’argomento, con link a documenti tecnici e linee guida. Non solo per i passeggeri dei voli di linea ma anche e soprattutto per gli spedizionieri che si trovano a trasportare grandi quantità di batterie.

Zuckerberg accusato di censura: Facebook elimina post con foto bimba vietnamita bruciata da Napalm

La Stampa
La denuncia è del principale quotidiano norvegese Aftenpost



Censura e abuso di potere. Sono le accuse che il principale quotidiano norvegese Aftenpost rivolge a Mark Zuckerberg. In una lettera aperta al fondatore di Facebook pubblicata in prima pagina, firmata da Espen Egil Hansen, direttore e ad del giorale, critica la scelta di aver cancellato il post di uno scrittore norvegese accompagnato dalla famosissima foto della “bimba del Napalm”, simbolo della guerra del Vietnam. Al centro dello scatto, che ritrae bambini vietnamiti in fuga da un attacco al napalm, colpisce la figura di Kim Phuk, 9 anni, che corre terrorizzata senza vestiti.

Nel post censurato lo scrittore Tom Egeland parlava delle «sette foto che hanno cambiato la narrazione della guerra». Tra le quali un posto d’onore spetta senza dubbio a quella scattata da Nick Ut nel 1972. Secondo una nota di Facebook, che ha regole molto rigide sulle immagini pornografiche, la foto è stata cancellata perché ritraeva un nudo femminile.

Ma il direttore dell’Aftenpost non ci sta e chiede al «più importante mezzo di comunicazione al mondo», di distinguere tra «pedopornografia e famose foto di guerra». «Sono preoccupato», scrive, «che invece di ampliare la libertà di informazione così la si limiti». Queste decisioni «sono il frutto di un abuso di potere e invece di rendere il mondo più aperto e connesso promuovono la stupidità», secondo il direttore del giornale che accanto al suo editoriale ha ripubblicato il post e la foto censurati. 


Dietrofront di Zuckerberg: Facebook riammette la foto censurata della bimba vietnamita bruciata dal napalm
La Stampa

Dopo la denuncia del principale quotidiano norvegese Aftenpost arriva il passo indietro del colosso di Palo Alto



Facebook ci ripensa. Il popolare social network ha deciso di riammettere la celebre foto della “bimba del napalm”, simbolo della guerra del Vietnam, censurata in un primo momento. Un passo indietro che avviene attraverso una mail: un portavoce ha spiegato a France Press che «visto lo status di icona dell’immagine e della sua importanza storica abbiamo deciso di ripostare la foto da dove era stata rimossa».

L’immagine era stata postata dallo scrittore norvegese Tom Egeland sul suo account ed era stata cancellata per via del nudo della bambina mostrata. Sull’iniziativa era intervenuto anche il premier norvegese Elna Solberg, che aveva ripostato la foto sul suo account, anche questa volta cancellata.

La censura da parte di Facebook
Censura e abuso di potere. Sono le accuse che il principale quotidiano norvegese Aftenpost rivolge a Mark Zuckerberg. In una lettera aperta al fondatore di Facebook pubblicata in prima pagina, firmata da Espen Egil Hansen, direttore e ad del giorale, critica la scelta di aver cancellato il post di uno scrittore norvegese accompagnato dalla famosissima foto della “bimba del napalm”, simbolo della guerra del Vietnam. Al centro dello scatto, che ritrae bambini vietnamiti in fuga da un attacco al napalm, colpisce la figura di Kim Phuk, 9 anni, che corre terrorizzata senza vestiti.

Nel post censurato lo scrittore Tom Egeland parlava delle «sette foto che hanno cambiato la narrazione della guerra». Tra le quali un posto d’onore spetta senza dubbio a quella scattata da Nick Ut nel 1972. Secondo una nota di Facebook, che ha regole molto rigide sulle immagini pornografiche, la foto è stata cancellata perché ritraeva un nudo femminile.

Ma il direttore dell’Aftenpost non ci sta e chiede al «più importante mezzo di comunicazione al mondo», di distinguere tra «pedopornografia e famose foto di guerra». «Sono preoccupato», scrive, «che invece di ampliare la libertà di informazione così la si limiti». Queste decisioni «sono il frutto di un abuso di potere e invece di rendere il mondo più aperto e connesso promuovono la stupidità», secondo il direttore del giornale che accanto al suo editoriale ha ripubblicato il post e la foto censurati. 

La replica di Fb: “Miglioreremo la nostra policy”
«Sebbene riconosciamo che questa foto sia un’icona, risulta difficile distinguere in quale caso sia opportuno permettere la pubblicazione di una foto di un bambino nudo». Così una portavoce di Facebook ha risposto all’accusa dell’ Aftenpost. «Cerchiamo di trovare il giusto equilibrio tra il permettere alle persone di esprimersi e il garantire alla community globale un’esperienza che sia sicura e rispettosa», spiega l’azienda di Cupertino, che poiché la foto ritrae una bambina nuda, Kim Phuc in fuga da un attacco al napalm insieme con altri ragazzini, ha deciso di eliminare la foto e il post dello scrittore norvegese Tom Egeland che l’aveva pubblicata. «Le nostre soluzioni non saranno sempre perfette, ma continueremo a cercare di migliorare le nostre policy e il modo in cui le applichiamo», conclude la portavoce. 

Il cane scomparso torna per il funerale della amica umana

La Stampa
giulia merlo



Fedele, fino all’ultimo e nonostante tutto. La settimana scorsa si sono celebrati i funerali di Dona Rosalba Quiroz, una signora messicana stroncata da un tumore incurabile. Al funerale della donna è arrivato il più inatteso degli amici: il suo cane Bayron, sparito quindici giorni prima.

Il cagnolino è stato accolto dai parenti di Dona Rosalba, che gli hanno permesso di salutare per l’ultima volta la sua amata proprietaria. «Non sappiamo come, ma deve aver capito che era la sua ultima possibilità per dirle addio», hanno raccontato increduli i figli della donna.


Durante la sua lotta contro il cancro, Dona Rosalba ha abitato in un ranch fuori dalla città di Montemorelos, insieme al suo fido cane. Quando però è stato necessario trasferirla più vicino al centro abitato, in casa di parenti per ricevere le cure, lei tornava il più spesso possibile al ranch, perché aveva dovuto lasciare lì Bayron.

La sua salute, però, è improvvisamente peggiorata e non ha più potuto fare la spola tra città e campagna. Così ha chiesto ai parenti di andare a trovare il cane, ma quando loro sono arrivati l’animale era sparito.

Purtroppo, due settimane dopo, la donna è spirata. Nessuno sapeva dove Bayron fosse finito, fino al giorno del funerale. «Normalmente non lasciamo entrare gli animali, ma siamo rimasti così stupiti di Bayron, che guaiva e grattava la porta, che abbiamo deciso di fare un’eccezione», hanno raccontato gli impresari delle pompe funebri. 



Non si sa ancora se i parenti di Dona Rosalba abbiano adottato Bayron, ma la speranza è che lo abbiano accolto in casa con loro, aiutandolo a superare insieme a loro il dolore per il lutto.

I terremotati paghino il caffè! E l’incasso andrà … ai terremotati

Libero

I terremotati paghino il caffè! E l’incasso andrà … ai terremotati

Da lunedì 5 settembre al campo terremotati di Pescara del Tronto, sul versante marchigiano, se i poveracci ospitati nelle tendopoli hanno voglia di un caffè, devono pagarselo. Il 29 agosto scorso infatti è stata installata gratuitamente una macchina distributrice di bevande calde come quelle che si trovano solitamente in ufficio: caffè, the, cappuccino, cioccolata calda. Tutti offerti dalla generosa azienda Caffematik.

Ma qualcuno nel campo ha deciso che con la prima settimana di settembre a quella pacchia bisognava mettere fine. Gratis, sì, ma solo fino al 4 settembre ha corretto qualcuno il cartello con pennarello nero. E ha aggiunto “Da oggi a pagamento, grazie”. Ma con una serie di freccette in evidenza hanno voluto segnalare che nessuno ha intenzione di speculare sui poveri terremotati che debbono tenersi svegli. Sotto al cartello infatti un “nota bene” segnalava che “i profitti ricavati dall’esercizio saranno devoluti alle varie associazioni unite per il sisma. Grazie”.

E’ la creazione dell’economia circolare in salsa marchigiana: i terremotati si pagano il caffè, e quei soldi finiscono alle associazioni che aiutano i terremotati dal giorno del sisma. Una lezione di vita, così mica devi stare lì con le mani in mano ad attendere il sussidio pubblico: ti finanzi da solo, niente storie.

L’episodio per quanto piccolo, è grottesco. Ma soprattutto è indice del grande caos che sta regnando nei campi terremotati da quando si sono spenti i riflettori mediatici e ha avuto anche un bel freno la passerella politica dei primi giorni. All’epoca ogni giorno atterrava lì in elicottero un alto papavero del governo centrale o delle istituzioni locali, e iniziava a fare promesse alla povera gente. La prima è stata “scegliete voi il vostro futuro, noi faremo quel che ci direte”. La seconda è stata: “non vi dimenticheremo”. Quest’ultima è apparsa subito pietosa bugia, soprattutto da questo versante geografico della disgrazia.

Perché ad Amatrice ancora qualche passerella accade. Lì la tragedia ha avuto proporzioni più vaste, e ancora ieri è stato recuperato un corpo che era dato per disperso, quello di un povero ragazzo afghano che era ospite di una casa crollata dove avevano sistemato uno Sprar, mini centro di accoglienza di profughi. Però se i riflettori da quelle parti sono ancora accesi, è dovuto in gran parte al grande agitarsi di un rompiscatole vero come il sindaco di quel paese, Sergio Pirozzi, che non molla la presa e ha al suo arco una freccia non da poco: il numero di telefonino privato di Matteo Renzi, che glielo ha fornito nelle prime ore.

Ma ad Arquata, Pescara del Tronto e nei comuni colpiti su quel versante del sisma non c’è il pressing di cui ancora può beneficiare Amatrice. E più di un malumore sta sorgendo fra gli sfollati, che temono anche di essere presi in giro. Le mamme che sono restate in tenda dopo le promesse della prima ora perché dicevano loro che subito sarebbe state montata una scuola a cui mandare i loro figli stanno ancora attendendo non solo il fabbricato, ma la scelta delle aree su cui posizionarlo.

Non vogliono andare via dai loro paesi, e leggono stupefatte come la maggiore parte degli sfollati le cronache dei quotidiani e vedono quelle dei Tg dove si dà per scontato che nel giro di due settimane le tendopoli verranno smantellate perché gli abitanti avrebbero accettato di portarsi via le poche cose ed essere ospitati da case popolari e alberghi messi a disposizione a molti km di distanza da lì. Non è così, e se proveranno a togliere le tende loro andranno a dormire nelle roulottes vicino ai paesi che non vogliono lasciare senza vigilanza.

E’ quel che accade già oggi, ed è il frutto della totale mancanza di dialogo fra le istituzioni e le popolazioni colpite in quella area. Di fatto gli unici veri colloqui avvenuti con loro sono stati quelli di Renzi o del capo dello Stato Sergio Mattarella durante i funerali di Ascoli Piceno e Amatrice. Nessuno di loro ad esempio sarà oggi presente nemmeno a rappresentare gli altri nell’incontro convocato dal premier a palazzo Chigi per l’elaborazione del progetto “Casa Italia” sulla ricostruzione futura.

La speranza della politica è che il maltempo e il primo avviso di inverno pieghino questa gente e li costringano a rinunciare ad ogni resistenza possibile, abbandonando quelle zone e consentendo di smantellare le strutture della protezione civile. Ma non fanno i conti con loro, che sono montanari dalla testa dura e abituati a resistere a tutto: maltempo, alluvioni, perfino il terremoto.

Roma, espulso marocchino: vuole la cittadinanza italiana, ma non accetta i principi della Costituzione

La Stampa

«Con un'altra espulsione, nella tarda serata di ieri, è stato allontanato, per motivi di sicurezza dello Stato, con volo Fiumicino - Casablanca, un marocchino di 33 anni, segretario della Comunità islamica di Treviso e provincia, oltre che, in assenza del titolare, imam supplente. Prestiamo grande attenzione all'attività di esponenti religiosi che, se in contrasto con le nostre leggi e se ostili alle nostre tradizioni, possono condizionare e orientare negativamente i loro fedeli, alimentando sentimenti di odio e di violenza».

Lo dichiara, in una nota, il Ministro dell'Interno Angelino Alfano. «In particolare - aggiunge - questa persona si era rifiutata di prestare giuramento per il conferimento della cittadinanza italiana. Decisione, questa, maturata sulla base del convincimento secondo cui c'è piena incompatibilità tra l'osservanza dei precetti salafiti e la fedeltà alla Repubblica, laddove la nostra legislazione sarebbe portatrice di valori inaccettabili per un musulmano vero: un insieme di peccati su peccatì come, per esempio, la parità tra uomo e donna.

In linea con questi sentimenti di avversione verso le nostre regole, ha disprezzato i principi fondanti la nostra Costituzione e ha invitato persino i suoi familiari e i suoi conoscenti a rifiutare la cittadinanza italiana, proprio come lui aveva fatto. A partire dal 2015 sono 12, dunque, gli imam espulsi. Complessivamente, dall'inizio del 2015, si contano 115 rimpatri forzati, dei quali 49 sono stati eseguiti nell'anno in corso».

Giovedì 8 Settembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 13:46

WhatsApp, occhio alla trappola: se vi arriva questo messaggio dovete fare attenzione

La Stampa



Da alcuni giorni sta girando una catena di Sant'Antonio che punta a depistare gli utenti, avvisa la Polizia di Stato, tramite la pagina Facebook 'Una vita da social. "Se hai almeno venti contatti manda questo messaggio a loro - si legge nel messaggio - così risulterà che sei un utilizzatore assiduo e il tuo logo diventerà blu e resterà gratuito".

#OCCHIOALLABUFALA:Da alcuni giorni sta girando una catena di Sant'Antonio che punta a depistare gli utenti. "Se hai almeno venti contatti manda questo messaggio a loro - si legge nel messaggio - così risulterà che sei un utilizzatore assiduo e il tuo logo diventerà blu e resterà gratuito". L'informazione non arriva dallo staff di Whatsapp. Ma viene veicolato come un semplice messaggio. "Whatsapp - spiega - costerà 0,01 centesimi al messaggio". Quindi suggerisce di inviare lo ...

L'informazione non arriva dallo staff di Whatsapp. Ma viene veicolato come un semplice messaggio. "Whatsapp - spiega - costerà 0,01 centesimi al messaggio". Quindi suggerisce di inviare lo stesso messaggio a dieci persone. "Salve, siamo Andy e John, i direttori di Whatsapp - si legge ancora - qualche mese fa vi abbiamo avvertito che da quest'estate Whatsapp non sarebbe stato più gratuito; noi facciamo sempre ciò che diciamo, infatti, le comunichiamo che da oggi whatsapp avrà il costo di 1 euro al mese. Se vuole continuare a utilizzare il suo account gratuitamente invii questo messaggio a 20 contatti nella sua rubrica, se lo farà, le arriverà un sms dal numero: 123#57 e le comunicheranno che whatsapp per LEI è gratis!!! Grazie".

Quindi invita a visitare il sito dell'applicazione. Dove, ovviamente, non c'è nulla di questa novità.

Cuba censura gli sms. Bloccati se contengono "democrazia" e "diritti"

Paolo Manzo - Ven, 09/09/2016 - 08:24

Decine di parole (a insaputa dei cubani) impediscono che i messaggi vengano ricevuti

«La convivenza è come il matrimonio», «la democrazia è imperfetta», «sei dimagrita, dieta o sciopero della fame?», «la dittatura del proletariato», «rispettiamo i diritti umani».

Sono solo alcuni degli esempi di frasi che, semmai un cubano volesse inviare via sms, può stare certo che non arriveranno mai a destinazione. Il motivo l'ha rivelato in un bel reportage cofirmato con il marito Reinaldo Escobar e pubblicato lo scorso 3 settembre sul sito «14 y medio» Yoani Sánchez, la dissidente cubana più famosa in Italia ma che, proprio a causa della censura digitale del castrismo, quasi nessuno conosce a Cuba.

Dopo mesi di prove Yoani ha infatti scoperto che una serie di parole, compreso «ça va sans dire» il suo nome, non c'è verso che possano essere trasmesse da Cubacel, la rete cellulare di Etecsa, compagnia cubana delle tlc di cui, sino al 2011, Telecom Italia deteneva il 27% della proprietà. Si tratta di decine di parole - al momento la Sánchez ne ha trovate 42 ma, probabilmente, sono molte di più - che vengono filtrate automaticamente dal Grande Fratello della «revolución» perché, come esplicitato nel contratto d'utenza, «è vietato attentare contro la morale, l'ordine pubblico, la sicurezza dello Stato e coadiuvare la realizzazione di attività delittuose».

Ed allora ecco che se scrivete «diritti umani» (compreso l'acronimo Ddhh in spagnolo), democrazia, convivenza - che è pure il nome di una rivista indipendente - dittatura, dissidente o sciopero della fame, ma anche «elezioni libere», plebiscito, polizia politica, repressione o «sicurezza di stato», rassegnatevi: i vostri messaggini non arriveranno mai ad amici e parenti. Inoltre, se recidivi o particolarmente sfortunati, rischierete addirittura la sospensione del servizio di telefonia mobile. Se, invece, in 160 caratteri questo il massimo consentito da Cubacel per ogni sms descriverete nel dettaglio, per esempio, un'orgia, «la morale» per i censori è salva, assicura Yoani.

Banditi dal regime anche i nomi e cognomi di tutti i principali dissidenti politici cubani, da Coco Fariñas - già vincitore del Premio Sacharov che da anni rischia la sua vita con scioperi della fame prolungati a Berta Soler, la leader delle «Damas de Blanco», il gruppo di donne che chiedono la liberazione dei loro mariti e figli prigionieri politici e che, come ogni gruppo d'opinione non in linea con il castrismo, è anch'esso censurato dalla messaggistica di regime. Inutile anche digitare sms contenenti le frasi «14 y medio» (il sito online di Yoani e Reinaldo) oppure «Cuba Posible», «Somos +», «Todos Marchamos» e «Unpacu», tutti laboratori di idee, partiti e movimenti politici alternativi alla dittatura comunista.

La Sánchez e il marito hanno anche presentato un esposto ad Etecsa per capire il perché gli sms con le parole e le frasi sopracitate non arrivino mai a destinazione ma, sinora, nessuno ha risposto. Sia chiaro, questa censura ferrea sulla messaggistica dei cellulari non deve stupire perché nonostante i peana di gran parte dei media mainstream - sinora l'apertura di Barack Obama verso Cuba ha fatto più danni che apportato benefici, soprattutto alla democrazia intesa come libertà d'espressione, un tempo cavallo di battaglia degli Stati Uniti ma, oggi, evidentemente non più. A dirlo sono i fatti.

Solo ad agosto, infatti, a Cuba gli arresti politici sono stati 517, mentre sono già almeno 7.800 da inizio 2016, oltre il doppio rispetto al periodo anteriore all'«apertura» obamiana. Un vero boom, al pari del numero dei cubani in fuga dall'isola caraibica che, negli ultimi 12 mesi, sono stati 80mila: un record di esuli che non si vedeva dal lontano 1980, ben 36 anni fa. Con l'aggravante che, dopo l'appeasement tra Obama e Raúl Castro e l'apertura delle frontiere in uscita da parte del regime, si è aperta una nuova rotta della tratta dei migranti cubani che sognano gli Stati Uniti, quella centroamericana.

Creatività

La Stampa
jena@lastampa.it

Virginia Raggi ha un’idea innovativa per risolvere la crisi: «Chi vuole fare l’assessore a Roma alzi la mano».

Figuraccia Boldrini che va in Giappone per i suoi terremotati

Libero

Figuraccia Boldrini che va in Giappone per i suoi terremotati

Dal 24 agosto scorso la presidente della Camera, Laura Boldrini, si è auto-nominata commissario per la ricostruzione del terremoto. Un po’ perché è marchigiana, un po’ perché era non lontana da lì la notte del sisma, la Boldrini non ha mollato la presa sui poveri terremotati, che ogni gionro puntualmente si vedevano sfilare il suo corteo di auto blu ora in una zona, ora in un’altra. Al terzo giorno al campo di Arquata già non ne potevano più, è partito qualche fischio, si è fatto capire che le visite non erano così gradite, e il presidente della Camera ha dirottato su Amatrice.

Anche lì visita su visita, pranzi di amatriciana in tenda, perfino il brivido di una scossa (niente di che, ma lei l’ha raccontato come fosse un fatto epico) mentre infilzava i bucatini. Poi purtroppo gli impegni istituzionali l’hanno portata via, dall’altra parte del mondo. I terremotati hanno tirato un sospiro di sollievo, e la Boldrini è volata in Giappone per la 14esima conferenza dei presidenti delle Camere basse dei paesi del G7. Si è fatta gli incontri di rito con l’imperatore giapponese Akihito e con il primo ministro giapponese Shinzo Abe.

Ma siccome non voleva mollare la presa sui poveri terremotati marchigiani, la Boldrini si è messa in agenda fin dal primo giorno un incontro con Jun Matsumoto, il ministro del governo giapponese che ha la delega sulla protezione civile e che “segue specificatamente la gestione dei disastri naturali”. Alla vigilia della partenza il presidente della Camera ha fatto inserire nell’agenda istituzionale riportata sul suo sito internet anche tre incontri ufficiali per martedì 6 settembre nella zona di Fukushima, che nel marzo 2011 ebbe il doppio disastro causato dall’esplosione della centrale nucleare e da un terremoto-tsunami che ha devastato i paesi sulle coste.

I tre incontri erano stabiliti in quella che fu la cittadina di Iwaki, dove era in agenda un appuntamento nella locale prefettura, un incontro con il direttore generale dell’Agenzia per la ricostruzione, Jun Okamoto (una sorta di Vasco Errani più tecnico che politico) e una visita alla città ricostruita. L’idea della Boldrini era di imparare in poche ore tutto quello che sarebbe servito fra Amatrice e le Marche, tornare in Italia e rendersi utile. Stranamente la sera stessa di martedì quei tre appuntamenti sono spariti dall’agenda, e anche andando indietro nei giorni non si trovano più.

Incontri saltati? Ambizioni da grande ricostruttrice archiviate? Queste di sicuro sì. I tre incontri in realtà si sono tenuti, ma quel che ha visto e sentito la Boldrini è proprio da archiviare, perché se viene qui e lo racconta ai suoi amati (che non corrispondono) terremottati, quelli le saltano addosso. Le quattro chiacchiere con Okamoto hanno subito raggelato il presidente della Camera, che avendo qualche giornalista al seguito non ha potuto tirarsi indietro da qualche dichiarazione di rito. L’Errani locale le ha spiegato che loro non hanno alcuna intenzione di ricostruire negli stessi posti dove i paesi sono stati distrutti, ma a grande distanza da lì.

Per altro a 5 anni e mezzo di distanza dal disastro i terremotati sono quasi tutti (80%) ancora ospitati nei prefabbricati provvisori messi a loro disposizione per l’emergenza. E resteranno lì ancora per qualche anno, perché anche l’efficienza e la rapidità giapponese hanno dei limiti. Con un sorriso da grande ottimista Okamoto si è augurato: “La nostra speranza è che nel 2020 le persone possano vedersi le Olimpiadi di Tokyo tranquillamente nelle loro case, e non più nei prefabbricati provvisori”.

Se una promessa così fosse fatta in Italia, saremmo praticamente certi che a casa proprio nessuno vedrebbe quelle Olimpiadi né le successive. In Giappone forse è cosa diversa. Ma certo che qualcuno possa stare a casa propria nonostante la grande efficienza nipponica solo a nove anni dal sisma, non può essere notizia in grado di rallegrare i terremotati del centro Italia.

Le terribili baracche dei terremotati giapponesi
La Boldrini ha provato a svicolare: “Qui”, ha spiegato, “hanno un sistema architettonico molto diverso dal nostro. Qui si ricostruisce tutto ogni 20-30 anni sempre per timore dei sismi e con tecniche antisismiche sempre più sofisticate, da noi invece c’è l’esigenza sul costruito, sul fabbricato, di rendere i nostri edifici storici più sicuri. Per quel che riguarda la ricostruzione è chiaro che ci sono filosofie diverse. Qui si abbatte tutto e si riedifica in modo innovativo. Questo modello purtroppo non credo sia applicabile nel caso italiano, dove ci son tanti edifici storici”. Peggio è andata con la visita al quartiere residenziale dei prefabbricati provvisori.

Sarà stato pure per i 5 anni ormnai trascorsi, ma quelle casette sembravano baracche o catapecchie che sfigurerebbero anche nelle più tristi periferie italiane. Al loro confronto le vituperate case di Silvio Berlusconi a L’Aquila sembrano Grand Hotel a 5 stelle. Povera Boldrini, il suo viaggio è stato proprio un buco nell’acqua…

La Cina non dimentica Mao ma la sua rivoluzione ora è tabù

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

A 40 anni dalla morte resta un simbolo però a dominare è l’economia di mercato



Quando quarant’anni fa la radio annunciò la morte del «grande timoniere» Mao Zedong, le note dell’Internazionale risuonarono da ogni altoparlante della città. L’intero Paese si fermò per otto giorni e migliaia di persone confluirono a piazza Tiananmen per rendergli omaggio. Nessun capo di Stato straniero fu ammesso alle cerimonie.

Il padre della Repubblica popolare cinese non appariva in pubblico dal primo maggio del 1971 e la Rivoluzione culturale aveva confinato in campagna i suoi più autorevoli compagni d’armi. Nelle teste di molti c’era una sola domanda, ma nessuno osava esprimerla: «e adesso?». Deng Xiaoping e molti altri valenti sodali della prima ora (tra cui anche il padre dell’attuale presidente) tornarono nei palazzi del potere con la convinzione che la Cina dovesse riformarsi.

Bisognava che il Paese si aprisse lentamente al mercato senza rinnegare le proprie radici. Si dava il verdetto ufficiale sull’operato di chi aveva portato il Partito comunista alla guida dello Stato più popoloso del mondo. Mao aveva fatto «giusto al 70 per cento e sbagliato al 30 per cento». Moriva l’utopia comunista e nasceva «il socialismo con caratteristiche cinesi». Mao aveva fatto bene a combattere i giapponesi, i retaggi della società feudale e le diseguaglianze. Aveva lottato perché tutti fossero alfabetizzati e nutriti, per l’emancipazione femminile, perché lo Stato garantisse un lavoro e una ciotola di riso a tutti i cinesi. Ma non era abbastanza.

E per perseguire il suo sogno, il «grande timoniere» aveva anche «sbagliato». Ad esempio quando alla fine degli Anni Cinquanta le politiche economiche imposte dal Grande Balzo in Avanti avevano fatto morire di fame almeno 40 milioni di cinesi. O più tardi con la Rivoluzione culturale che, con la scusa di eliminare «il vecchio modo di pensare», aveva messo la vita di milioni di persone nelle mani delle Guardie Rosse, fanatici teenager il cui unico compito era quello di punire chiunque non venerasse Mao come un dio. Il maoismo fu sostituito dal denghismo e lo slogan «servire il popolo» da «lasciate che alcuni si arricchiscano per primi».

A quarant’anni di distanza il feretro di Mao è ancora meta di pellegrinaggio. Il suo ritratto domina ancora la Città proibita e il suo volto compare su ogni banconota. Le sue statue accolgono gli studenti agli ingressi delle principali università del Paese, ma il suo pensiero, parte integrante della Costituzione del Partito comunista cinese, è un tabù collettivo.

Gli anziani che non hanno beneficiato del boom economico rimpiangono un’epoca «in cui si aveva meno, ma tutti». Ma Jiang Zemin e Hu Jintao, i presidenti che hanno traghettato il Paese nel Wto e lo hanno trasformato nella seconda economia mondiale, hanno sempre fatto attenzione ad omaggiarne la memoria tenendosi ben distanti dalle sue idee e dal suo modo di esercitare il potere.

Di tanto in tanto circolavano voci, immancabilmente smentite, sull’opportunità di rimuovere i riferimenti al «Mao-pensiero» dalla Costituzione e il suo feretro dal centro della città. Invece nonostante le aperture al mercato, l’attuale presidente Xi Jinping si è appropriato della sua retorica. Ha cominciato promuovendo quella che lui stesso ha definito una «campagna per la rettificazione della linea di massa»: ricerca della connessione tra i vertici e la base del Partito, lotta contro formalismi, burocrazia, corruzione, edonismo e stravaganza dei quadri.

Tutti temi cari a Mao. Anche il rinvigorito controllo sull’esercito e sull’informazione ricalcano l’esempio del grande timoniere che sosteneva che «le rivoluzioni si fanno con le pistole e le penne». «Al centro del centro della Cina, c’è un cadavere che nessuno ha il coraggio di portar via. Avvolto nella bandiera rossa del Partito, protetto in una bara di vetro, dentro un enorme mausoleo in mezzo alla piazza della Pace Celeste, il corpo imbalsamato di Mao rappresenta il legame simbolico della Cina di oggi con il suo passato, ma anche il punto di riferimento per il suo futuro», scriveva Terzani nel 1985. È ancora così.

L’ultimo volo di Elaine Harmor: gli onori al cimitero di Arlington

La Stampa
paolo mastrolilli

Per decenni alle aviatrici della Seconda Guerra Mondiale fu negato ogni riconoscimento. Ora è caduto l’ultimo tabù



Quando una di loro moriva, dovevano fare persino la colletta per spedire il cadavere a casa, perché il governo americano non pagava neppure quell’ultima pietosa spesa. Tutto è cambiato mercoledì mattina, però, quando Elaine Harmon è stata seppellita nel cimitero militare nazionale di Arlington.

La prima delle pilotesse «Wasp» a ricevere questo onore, chiudendo così il cerchio della storia.

Nell’emergenza della Seconda Guerra Mondiale mancava tutto, incluse le persone capaci di far volare gli aerei. Perciò l’aviazione militare americana creò un reparto speciale chiamato Women Airforce Service Pilots (Wasp), composto da donne disposte a sacrificarsi per la patria. Pilotavano gli aerei P-51 Mustangs, conducevano missioni logistiche, insegnavano ai colleghi uomini come stare dietro ai comandi. In totale, circa 1.100 donne parteciparono a questo programma, e per farlo dovevano persino pagarsi vitto e alloggio.

Se una di loro moriva, e accadde 38 volte, le colleghe dovevano tassarsi per poter spedire i resti alle famiglie. Quando poi la guerra finì, e con essa finì l’emergenza, il Pentagono decise di chiudere il reparto e tornare ad affidarsi solo ai piloti uomini. Le ragazze quindi furono rispedite a casa, con l’ordine di non parlare in giro della loro esperienza, e il consiglio di dedicarsi a creare famiglie.Elaine Harmon fece entrambe le cose, mettendo al mondo quattro figli, ma cancellare dal suo cuore l’avventura vissuta con le Wasp era risultato impossibile.

Aveva tenuto i contatti con le colleghe, diventando in pratica la loro segretaria, e negli Anni Settanta si era mobilitata affinché fossero ufficialmente riconosciute come veterane, ricevendo i benefici accordati agli uomini. Questa battaglia fu vinta nel 1977, e nel 2009 l’intero reparto ricevette dal presidente Obama la Congressional Gold Medal. Secondo Elaine, però, mancava ancora qualcosa. Un desiderio profondo, che aveva scritto sopra una carta intestata delle Wasp, e nascosto dentro una scatola a prova di incendio: «Quando muoio, voglio essere seppellita nel cimitero di Arlington. Anche se non ci fossero più ceneri rimaste, vorrei un’urna vuota, ma lì».

Elaine è morta l’anno scorso, a 95 anni, e la figlia ha trovato quella sua ultima lettera. Nello stesso tempo, però, ha scoperto che le pilotesse non avevano alcun diritto legale a riposare nel cimitero degli eroi americani, perché erano donne. Infuriata, lei e la nipote Erin Miller avevano informato la deputata dell’Arizona Martha McSally, prima pilotessa Usa a volare in missioni di combattimento. Subito si era messa in moto la macchina dell’indignazione, che aveva portato ad una legge approvata dal Congresso all’unanimità, e firmata nel maggio scorso dal presidente Obama, per riconoscere alle Wasp il diritto di essere seppellite ad Arlington.

La battaglia è stata ufficialmente vinta mercoledì, quando il picchetto d’onore ha dato l’ultimo saluto ad Elaine, mentre i suoi resti venivano depositati dentro un’urna al cimitero nazionale. A salutare la famiglia c’era anche la maggiore Heather Penney, pilota di F-16 che l’11 settembre del 2001 aveva volato a bordo del suo caccia sopra i cieli di Washington, con l’ordine eventuale di sacrificare la propria vita per abbattere il volo 93, se fosse arrivato a distanza utile per colpire la capitale. «Per favore - ha detto Heather - rendetevi conto di quanto Elaine abbia cambiato il mondo. Guardate qualunque aviatore donna, e capirete che lei è ancora viva».

Le Wasp sopravvissute oggi sono meno di cento, ma una di loro, Florence Reynolds, è venuta fino ad Arlington per partecipare alla cerimonia: «Finalmente, siamo arrivate all’ultimo volo. Abbiamo dovuto combattere fino alla fine, e francamente non avrei mai pensato che avremmo dovuto batterci anche per essere seppellite. Però ci siamo riuscite, e io volevo essere presente, per garantire che non rovinassero in qualche maniera la cerimonia».

Tutto è andato secondo i programmi, però, e la cappellana militare Christine Blice Baum ha chiuso il funerale leggendo la poesia «Celestial Flight», che la Wasp Elizabeth MacKethan Magid aveva scritto in ricordo di una collega: «Lei non è morta. Voi dovreste saperlo, che sta solo volando in alto, più in alto di quanto abbia mai volato».

L'indianata

Libero
Filippo Facci

Bene, ora sappiamo che cosa deve fare un clandestino per farsi espellere come la legge prevede. Deve entrare legalmente in Italia adducendo motivi di lavoro, lavoricchiare da ambulante come migliaia di altri extracomunitari, stabilirsi in un paesino dove lo conoscono tutti, essere indiano - come gli zingari sinti - e un pomeriggio intrupparsi con della gente vicino alla spiaggia e mettersi a giocare con una bambina mentre tutti se ne fregano, prenderla in braccio e, senza allontanarsi, farsela riprendere dai genitori presi dal panico, infine andarsene senza protestare e senza che nessuno denunci niente. Durata: 45 secondi.

A quel punto deve sedersi in spiaggia e attendere che scoppi l'inferno. Cioè questo: la famiglia deve incontrarlo di nuovo e, infastidita, denunciarlo per sequestro di persona (fino a 30 anni di carcere). Dopodiché deve filtrare la notizia che i giudici lasciano liberi i rapitori di bambini e deve rotolare a valle la palla mediatica, e cioè: articoli, social scatenati, interpellanze parlamentari, Guardasigilli che allertano gli ispettori, magistrati che difendono il giudice, giornali che ci fanno la prima pagina, indiano minacciato di morte, procuratore che spiega che l'indiano è solo un pirla.

Soprattutto: bisogna avere il clamoroso culo che il permesso dell'indiano stia per scadere. E mandarlo in un centro di espulsione. E continuare a parlare di un tentato rapimento mai esistito. Ed essere Alfano. Ed espellere l'indiano.

di Filippo Facci
@FilippoFacci1