sabato 10 settembre 2016

Cos’è la libertà per noi musulmani?

La Stampa
mariam belhamra

L’appello di una lettrice, una ragazza italo-marocchina, perché sui diritti delle donne si inneschi un dibattito vero: «Il burkini è un falso problema»



Quest’estate si è parlato spesso di burkini. Ho letto molti commenti di persone diverse e ciò che mi è parso chiaro in mezzo a tanto caos è che ancora una volta le battaglie si fanno sul corpo delle donne. E invece l’unico tema dovrebbe essere la libertà. 

Quindi ora da donna e da musulmana vorrei lanciare il mio grido di libertà. Ho letto di francesi che si sono vergognati del gesto dei poliziotti che a Nizza hanno costretto una donna a togliersi una tunica (non un burkini) in spiaggia e di francesi che ne hanno gioito; ho letto che molti musulmani parlano di vergogna per la libertà che (secondo loro) ci viene tolta .

Cosa spaventa quei padri, fratelli, sorelle o figli musulmani? Se viene vietato il burkini in spiaggia siamo sicuri che sia una limitazione della libertà? La paura è che molti di noi musulmani si ricordino della libertà solo quando vengono toccati i nostri usi e costumi. Ma in realtà, quanti di questi musulmani inferociti sul divieto del burkini nei loro Paesi non pretendono la stessa libertà come ora qui in Europa?

Perché in realtà lo sappiamo bene che nei Paesi d’origine non c’è libertà per le donne (spesso nemmeno per gli uomini). Ti vesti per non attirare attenzioni maschili e «voci cattive» di altre donne (che spesso invidiano il coraggio di chi sceglie). La reputazione è un’arma in quei Paesi, e in queste comunità (parlo in particolare di quella che conosco, la comunità marocchina) un’arma carica puntata alla testa delle donne.

Molti invocano libertà di costruire moschee, di chiedere corsi di nuoto per sole donne, ecc. E allora domando: cos’è la libertà per voi? Va bene solo quando fa comodo e mette in pericolo il «controllo sociale»? Il burkini o il bikini non causa problemi di ordine pubblico, quello che causa problemi è l’uso strumentale che fate del nostro corpo, del nostro essere donne. Fantasmi neri o bamboline sexy, ancora sotto il diktat maschile. Ma la libertà è un diritto!

In Francia e in Italia ci sono leggi, vanno rispettate, quindi no al viso coperto, d’altronde se vado in Marocco non pretendo io, come non lo ha mai preteso nessun turista europeo, di girare in bikini al supermercato: ogni Paese ha la sua legge e va rispettata. La libertà non è messa in pericolo né da un burkini né un bikini.

Ancora troppe donne non sanno cos’è la libertà, né le occidentali, vittime di uno standard di bellezza quasi inarrivabile, né le musulmane, costrette a vergognarsi di un corpo che Allah ha donato loro. 
Da donna italo-marocchina e musulmana, io dico basta. Noi europei non abbiamo tutte le colpe, come noi musulmani non abbiamo tutte le colpe, ma nessuno è immune da esse.

Eco aveva ragione, il Web crea stupidi intelligenti

La Stampa
guanfranco marrone

Anticipiamo l’intervento del semiologo Gianfranco Marrone al Festival di Camogli: «Siamo eroi di Borges oberati di dati»



Ireneo Funes, eroe eponimo della memoria in eccesso, non aveva corpo. O, quanto meno, lo usava il meno possibile. Ricordando tutto di tutto, sino ai più minimi dettagli della più banale delle situazioni, ogni cosa e ogni percezione delle cose, ogni parola ascoltata, ogni sentimento provato, Funes preferiva vivere nell’oscurità, pensando il meno possibile, esistendo il minimo indispensabile. Troppe cose in mente per poterne immagazzinare di nuove. E poi: con quale principio ordinatore? Con quale metodo? Finiva così per essere – nota Jorge Luis Borges, suo visionario inventore – una pura voce: alta, nasale, burlesca. Effimera.

Va tenuta presente, questa parabola iperletteraria, non foss’altro perché più volte Umberto Eco se n’è servito per spiegare il funzionamento della rete, i meccanismi di internet, gli effetti cognitivi ed estetici dei social network. Eco e Borges, i due autori massimi delle totalizzazioni impossibili – la biblioteca infinita, il labirinto semiosico, la mappa uno a uno, Menard che riscrive Cervantes… –, si sono incontrati anche così, condividendo il problema della memoria ambivalente: pochi ricordi rincretiniscono, troppi ricordi altrettanto.

Quella che è senz’altro – quanto meno dai sapienti greci ai giganteschi serbatoi delle odierne macchine pensanti, passando per i big data dei cattivissimi dell’ultim’ora – la principale prerogativa dell’intelligenza e della conoscenza, della scienza e della filosofia, la memoria appunto, si trova costretta fra due idiozie opposte e complementari: l’incapacità cognitiva dello smemorato recidivo, la boria inutile di chi rammenta oltre il necessario. 

Funes considera gli umani, inguaribili distratti, esseri a lui inferiori. Ma ne ha istintiva paura, perché, diversamente da lui, sanno più o meno come vivere. Messa così, la vexata quaestio degli stupidi in rete – che Eco, provocandoci sino all’ultimo, ha voluto consegnarci – acquista una nuova forma. Si ricorderà la polemica che lo scorso anno, pochissimi mesi prima di lasciarci, una sua dichiarazione pubblica («internet è pieno di imbecilli!») aveva scatenato. Soprattutto, manco a dirlo, in internet stessa.

Tutti a dire che non è affatto così, che il maestro una volta tanto ha toppato, che la rete è il migliore dei mondi possibili… e sorvolo sugli insulti. In una delle sue ultime «bustine» (che adesso chiude Pape Satàn Aleppe) lui aveva replicato, sornione, facendo una botta di conti: Facebook ha moltiplicato i bar dello sport, di modo che chiunque, a ogni momento, si sente in diritto di parlare a vanvera.

Ma il dibattito è tuttora aperto, e serve per riflettere, oltre che sul web e i suoi cascami, sul senso profondo della stupidità. Tutt’altro che evidente. Musil, per esempio, osservava che non c’è peggior stupido di chi ostenta la propria intelligenza. Barthes ricordava che occorre sentirsi stupidi per esserlo di meno. E già Flaubert ripeteva che la vera idiozia consiste nel voler concludere. C’è di che. Quanto alla rete, se ne è detto di tutto e il suo contrario. Salutata al suo nascere come la panacea di tutti i tutti i mal di pancia ideologici, terreno dove la libertà di parola avrebbe foraggiato il peace-and-love post-californiano, è diventata l’inferno a cielo aperto dove ignoti oligarchi succhiano il sangue biancastro del popolo bue.

Fosse soltanto cretineria. La dialettica fra apocalitti e integrati è viva e vegeta, ed è curioso che a starci dentro sembra esserci lo stesso Eco, che 50 anni fa l’aveva criticata. E qui entra in gioco un profeta poco ascoltato, quell’José Ortega y Gasset che nella Ribellione delle masse, 1930, aveva visto giusto: tutti siamo cretini e sapienti insieme. Un esperto di fisica subatomica farfuglierà scemenze sulle politiche internazionali. Un Premio Nobel in letteratura interverrà con imbarazzante cipiglio sulle scelte finanziarie planetarie.

Un maturo ingegnere palpiterà leggendo alla fidanzata poesiole da quattro soldi. Come dire che non c’è sapientone che non sia imbarazzatemene stolto al di fuori del suo terreno di ricerca scientifica, non c’è pensatore heideggerianamente autentico che sappia far funzionare uno smartphone d’ultima generazione. Tutti però, ed è questo il punto, oggi si incontrano ardentemente sui social media. E non è solo un problema di numeri. Si scompaginano faldoni polverosi.

Si riarticolano paradigmi acquisiti. Da una parte Facebook, Twitter e soci donano a chiunque la responsabilità di parola, assunta con leggerezza e insipienza, dando la stura alle opinioni più dure e più pure. D’altra parte questi cosiddetti media 2.0 ridimensionano tutti e subito, livellando ogni biodiversità culturale entro le griglie precostituite di un format adolescenziale. E tutto resta registrato, scritto, archiviato alla rinfusa ma comunque conservato. Parli chi può, gli altri dietro la lavagna: per far compagnia a quell’idiota di Funes.

Umberto Eco: “Con i social parola a legioni di imbecilli”

La Stampa

Allo scrittore la laurea honoris causa in «Comunicazione e Cultura dei media» a Torino



«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». 

Attacca internet Umberto Eco nel breve incontro con i giornalisti nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino, dopo aver ricevuto dal rettore Gianmaria Ajani la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media” perché «ha arricchito la cultura italiana e internazionale nei campi della filosofia, dell’analisi della società contemporanea e della letteratura, ha rinnovato profondamente lo studio della comunicazione e della semiotica». È lo stesso ateneo in cui nel 1954 si era laureato in Filosofia: «la seconda volta nella stessa università, pare sia legittimo, anche se avrei preferito una laurea in fisica nucleare o in matematica», scherza Eco.

La sua lectio magistralis, dopo la laudatio di Ugo Volli, è dedicata alla sindrome del complotto, uno dei temi a lui più cari, presente anche nel suo ultimo libro `Numero zero´. In platea il sindaco di Torino, Piero Fassino e il rettore dell’Università di Bologna, Ivano Dionigi. Quando finisce di parlare scrosciano gli applausi. Eco sorride: «non c’è più religione, neanche una standing ovation». La risposta è immediata: tutti in piedi studenti, professori, autorità.

«La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità», osserva Eco che invita i giornali «a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno». «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno».

Eco vede un futuro per la carta stampata. «C’è un ritorno al cartaceo. Aziende degli Usa che hanno vissuto e trionfato su internet hanno comprato giornali. Questo mi dice che c’è un avvenire, il giornale non scomparirà almeno per gli anni che mi è consentito di vivere. A maggior ragione nell’era di internet in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale». 

Imbecilli e non, tutto il mondo è social

La Stampa
juan carlos de martin

L’atto d’accusa di Eco contro il moltiplicarsi di bufale nella Rete ha suscitato vivaci reazioni tra i lettori e gli internauti. Su Facebook e Twitter regna davvero lo scemo del villaggio?



Internet? La catena di montaggio delle bufale, «il luogo in cui nascono le più assurde teorie complottistiche». Facebook e Twitter? Uno sfogatoio per quelli che «prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, e di solito venivano messi a tacere», mentre «ora chi scrive ha lo stesso diritto di parola di un Nobel». L’atto di accusa pronunciato da Umberto Eco (La Stampa ne ha riferito nel servizio sulla sua visita a Torino per la laurea honoris causa in Comunicazione e media) ha suscitato un vasto e vivace dibattito in Rete e tra i lettori. Ma davvero i social allevano «legioni di imbecilli»?

Chiarissimo professor Eco, mi dispiace contraddirla, ma su Internet si sbaglia. E si sbaglia proprio dal principio, ovvero da quando afferma che «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli». Non perché l’affermazione non sia vera - chiunque frequenti la Rete lo vede tutti i giorni - ma perché anche gli «imbecilli» hanno il diritto di esprimersi. La nostra Costituzione, infatti, non concede la libertà di espressione solo ai premi Nobel, ai «colti» o agli «intelligenti»: la libertà di parola è assicurata a tutti. Ed è assicurata a tutti perché è nell’interesse di democrazie ben funzionanti avere il più ampio spettro possibile di voci, incluse quelle che possono apparire (e magari sono) estreme o «imbecilli». Con un unico rimedio accettabile, ovvero ancora più parole: parole di chiarimento, di confutazione, di spiegazione, di informazione.

Ma anche tralasciando questo giudizio di valore, professor Eco, temo si sbagli anche su alcuni punti successivi. Gli «imbecilli» non stanno affatto «danneggiando la collettività»: stanno solo esercitando la loro libertà di parola. Solo una collettività «imbecille» si danneggia perché gli «imbecilli» parlano. Una collettività non imbecille, infatti, ha gli anticorpi per gestire le parole di tutti, incluse quelle stupide o inutili. E il fatto che gli «scemi del villaggio» possano esprimersi su Internet non implica che «Internet li abbia promossi a portatori di verità». A meno che non si voglia accusare anche Hyde Park a Londra di promuovere a «portatori di verità» tutti quelli che si fermano a parlare allo «Speaker’s corner».

Sulle sue ultime affermazioni siamo invece in totale accordo. Il modo giusto per reagire all’enorme - e per me straordinaria - espansione della libertà di espressione resa possibile da Internet è quello di dare a tutti gli strumenti critici per valutare ciò che leggono, sentono e vedono. Cinque secoli fa abbiamo dovuto imparare a valutare l’affidabilità di un libro basandoci su autore e editore (e ciò non ha impedito che le librerie, ancora oggi, siano piene di libri che diffondono «bufale» colossali). Poi abbiamo dovuto imparare a leggere i giornali, e in tempi ancora più recenti abbiamo dovuto (o avremmo dovuto) imparare a interagire criticamente con radio e, soprattutto, televisione. Ora è il momento della Rete. 

È del tutto possibile espandere gli strumenti critici validi per i mass media tradizionali e insegnare a giudicare l’attendibilità di una voce di Wikipedia o il grado di affidabilità di un determinato blog o di una notizia su Facebook. Sono competenze che alcune università hanno cominciato a insegnare ed è auspicabilmente solo questione di tempo prima che diventino un insegnamento obbligatorio. Non si può, infatti, essere cittadini a pieno titolo senza la capacità di valutare criticamente le informazioni che incrociamo ogni giorno, che provengano dalla televisione, dai giornali o da Twitter.

Certo, è urgente che queste competenze si diffondano, vista la crescente influenza dei social media. E allora ci aiuti, professor Eco: usi la sua straordinaria autorevolezza per convincere ministri e rettori a muoversi più rapidamente. Le garantisco che in tal caso scatterebbe un’altra, meritatissima «standing ovation».

Eco, i social network e le legioni di imbecilli. Difendere la verità è un lavoro che costa fatica”

La Stampa
gianluca nicoletti

Il commento di Gianluca Nicoletti: «Non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza»



Dove andremo a finire signora mia! Adesso che Umberto Eco ci ha aperto gli occhi sul fatto che l’umanità sia popolata da legioni d’imbecilli. E’ incredibile che costoro abbiano pure diritto di parola, senza che nessuno possa metterli a tacere! S’immagini che Il professore ha detto pure che hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel…Pensi signora sarebbe come se io e lei, che ci parliamo dal balcone mentre stendiamo i panni, potessimo parlare con la stessa dignità che so di un Dario Fo….Non c’è più religione veramente!

Attenzione, non è un paradosso per criticare il pensiero di quello che ritengo essere uno dei più illustri rappresentanti viventi della nostra letteratura e saggistica, anzi resto sinceramente e profondamente ammirato da tutto quello che Umberto Eco ha sinora prodotto come pensiero. Ma non riesco a reprimere la tentazione di rappresentare un’onirica ricostruzione di come potrebbe stimolare il dibattito tra due casalinghe di Voghera il pensiero che egli ha espresso in occasione del conferimento della laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media” da parte dell’Università di Torino. 

Senza nemmeno lontanamente immaginare che qualcuno possa mettere in discussione opinioni altrui su temi in fondo così legati a punti di vista personali, mi verrebbe da dire che finalmente possiamo misurarci con il più realistico tasso d’imbecillità di cui da sempre è intrisa l’umanità. Era sin troppo facile per ogni intellettuale, o fabbricatore di pensiero, misurarsi unicamente con il simposio dei suoi affini. Ora, chi vuole afferrare il senso dei tempi che stiamo vivendo è costretto a navigare in un mare ben più procelloso e infestato da corsari, rispetto ai bei tempi in cui questa massa incivilizzabile poteva solo ambire al rango di lettori, spettatori, ascoltatori. Stare buoni e zitti, leggere giornali scritti da noi, leggere libri scritti da noi, guardare programmi in tv in cui al centro eravamo noi, ascoltare lezioni che facevamo noi. 

E’ finita purtroppo l’epoca delle fortezze inespugnabili in cui la verità era custodita dai suoi sacerdoti. Oggi la verità va difesa in ogni anfratto, farlo costa fatica, gratifica molto meno, ma soprattutto richiede capacità di combattimento all’arma bianca: non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza. 

E’ vero, Internet è il libero scatenamento di ogni menzogna, consolidamento di ogni superstizione, sublimazione di ogni velleità. Proprio per questo la contemporaneità ci affascina, è una tigre da cavalcare per non essere da lei divorati. Pensare che ancora possano esistere gabbie capaci di contenerla e quanto di più lontano dalla realtà si possa immaginare. Non è questione di supporto del sapere di rango inferiore, può anche essere come dice il professor Eco che si ritornerà al cartaceo, ma equivarrà al ritorno al vinile, alle foto con la Polaroid, al cosplay steampunk che sogna un futuro d’ipertecnologia a vapore e abiti vittoriani.

Sono nostalgie che hanno la loro gloriosa rinascita nella memoria digitale, riportano ogni folle idea del passato a un funzionale stratagemma perché quei milioni d’imbecilli possano, a loro piacere, ricostruirsi un’epica individuale, senza aver mai compiuto un gesto veramente epico in tutta la loro vita…

E allora? Chi siamo noi per negare il diritto all’imbecillità di evolvere con strumenti individuali? Non credo ai comitati di saggi, ai maestri di vita digitale che fanno dai giornali l’analisi critica della rete. Le loro sentenze avrebbero quel profumino di abiti conservati in naftalina che oggi emanano le muffe lezioncine sulla buona televisione, sul servizio pubblico, sulla qualità dei programmi, su questo è buono e questo fa male. Siamo tutti intossicati, per questo oggi l’intellettuale deve fare sua la follia del funambolo. Chi vorrebbe curare gli altri e ancora si proclama sano, è in realtà (digitalmente) già morto.

Chelsea Manning annuncia lo sciopero della fame: “Non mi permettono di cambiare sesso”

La Stampa

Creata anche una petizione online: «Ho bisogno d’aiuto, non ne sto ricevendo»


Nata Bradley Edward Manning, Chelsea ha dichiarato l’intento di cambiare sesso nel 2013, dopo la condanna per il caso Wikileaks

Chelsea Manning è in sciopero della fame. La militare che fornì a Wikileaks decine di migliaia di documenti riservati ha dichiarato: «A partire dalle 12:01 del 9 settembre 2016 e fino a quando non vedrò rispettati gli standard minimi di dignità, rispetto e umanità, mi rifiuto di tagliare i capelli; consumare cibo o bere e rispettare le norme, i regolamenti, le leggi e gli ordini che non sono legati alle due cose che ho menzionato». 

Un «bullismo high tech», così ha definito il continuo e troppo zelante controllo amministrativo da parte delle guardie carcerarie, dei funzionari militari e di chi le impedisce di usufruire della terapia necessaria per cambiare sesso e la costringe ad avere abitudini maschili. Dal 2012, subito dopo la condanna con l’accusa di spionaggio, Chelsea Manning, nata Bradley Edward Manning, aveva espresso l’intento di diventare donna. Ma l’esercito e l’ambiente carcerario si sono sempre dimostrati contrari. Capelli con taglio da uomo. Cella nel settore maschile e non femminile. Sono tanti, piccoli dettagli che farebbero la differenza, se solo venissero effettuati.

«Ho bisogno d’aiuto, non ne sto ricevendo. L’ho chiesto per anni. La mia richiesta è sempre stata ignorata, ritardata, derisa». La militare ha quindi creato una petizione on line per promuovere la sua causa.

Como-Taranto, andata e ritorno: il bus dei migranti è un business

La Stampa
simone gorla

Ogni viaggio costa 5 mila euro ma i profughi risalgono al Nord



C’è un «gioco dell’oca» dei disperati che costa alle casse dello Stato oltre 20 mila euro ogni settimana. Dalla metà di luglio va in scena da Como a Taranto, e ritorno. 

I protagonisti sono centinaia di migranti in viaggio verso il Nord Europa. Uomini, donne e minori respinti alla frontiera con la Svizzera, caricati su pullman scortati dalla polizia e inviati nei centri di accoglienza del Meridione. Il tutto a spese della prefettura di Como, e quindi del Viminale, che ha reso strutturale quella che doveva essere una procedura di emergenza pensata per alleggerire nei mesi estivi la pressione sulla stazione lariana di San Giovanni. E che invece resterà attiva almeno fino alla fine del 2016, dopo l’assegnazione in appalto del servizio di «trasporto dei migranti con autista».

La prefettura di Como non commenta la vicenda, ma i documenti pubblicati nel corso dell’estate parlano chiaro: è del 15 luglio la «manifestazione di interesse» per «la conclusione di una convenzione dal 1 agosto al 31 dicembre 2016». Le aziende, si legge nel documento, avrebbero dovuto assicurare il servizio «con preavviso di 12 ore, in orari notturni, diurni e anche nel fine settimana».

La gara è vinta dalla Raspinini srl, una ditta di Fino Mornasco (Co), per la verità l’unica ad aver consegnato la busta sigillata con l’offerta. La tariffa prevista arriva a 2,18 euro più Iva al chilometro per ogni pullman da 50 posti. Una spesa superiore ai 5 mila euro per ogni mezzo che percorre i duemila chilometri di andata e ritorno da Como a Taranto. Più di 10 mila euro per ogni convoglio, ne partono un paio ogni settimana.

Costi altissimi e di fatto inutili: i migranti, caricati e fatti viaggiare per più di 20 ore senza conoscere la destinazione, una volta arrivati nell’hotspot di Taranto fuggono per tornare indietro. Non c’è posto per loro in una struttura creata per identificare e registrare chi sbarca illegalmente. Quasi tutti sono già stati qui, o in altre strutture analoghe.

Passato qualche giorno, il tempo di racimolare il denaro per il biglietto del treno, sono di nuovo in viaggio. Verso Roma, Milano e infine, di nuovo, a Como. Alla stazione San Giovanni in cerca di un treno fortunato che li porti dai parenti in Germania o in Norvegia. Se saranno scoperti e respinti ancora, li aspetta un altro pullman e un’altra notte in viaggio verso Taranto. In attesa di ripartire.

L’azienda vincitrice dell’appalto non rilascia dichiarazioni e non rende noti i dati dei trasporti effettuati. «Decine di viaggi, questo è certo, ma nessuno ne conosce il numero esatto e il costo», spiega la consigliera comunale di Como Celeste Grossi. Che non ha dubbi: «Si tratta di una scelta politica economicamente folle».

Con il paradosso che, se le partenze continuassero al ritmo attuale fino alla fine del 2016, la spesa doppierebbe quella prevista per i moduli abitativi da destinare al centro di accoglienza in costruzione in città: 122 mila euro per i container in grado di ospitare 300 persone per quattro mesi, almeno il doppio per i «trasporti speciali» verso gli hotspot. Sarebbe stato più economico costruire un altro campo profughi. 

Il caso è arrivato l’8 settembre alla Camera dei Deputati, al centro di un’interrogazione parlamentare dei deputati di Possibile Pippo Civati e Andrea Maestri, con l’europarlamentare Elly Schlein. Chiedono al Governo di «chiarire la ratio dei trasferimenti forzati» di persone «in gran parte già identificate» in strutture che «versano in condizioni di sovraffollamento» e sottolineano come i 10 mila euro spesi per ogni convoglio siano «una cifra irragionevole, che potrebbe essere impiegata per l’assistenza sulla frontiera».

Usa, via libera alle cause contro Riad per l’11/9

La Stampa
paolo mastrolilli

I parenti delle vittime potranno chiedere i danni all’Arabia Saudita. Nuovo video di Al Qaeda: colpire l’America



I famigliari delle vittime degli attentati dell’11 settembre potranno fare causa per danni all’Arabia Saudita. Questo dispone una legge approvata ieri dal Congresso americano, alla vigilia del quindicesimo anniversario, proprio mentre il leader di al Qaeda Ayman al Zawahiri incitava con un video i suoi seguaci a colpire ancora gli Stati Uniti e i loro amici. Il testo però sembra destinato a scontrarsi col veto del presidente Obama, contrario al provvedimento perché mette a rischio le relazioni con un alleato fondamentale in Medio Oriente. 

La maggior parte dei dirottatori dell’11 settembre 2001 era saudita, o aveva collegamenti con l’Arabia, e il ruolo del regno negli attentati è sempre stato oggetto di mistero e polemiche. Subito dopo gli attacchi, ad esempio, alcuni membri della famiglia reale che si trovavano negli Usa erano stati riportati in patria in gran segreto. La Commissione di inchiesta sugli attentati aveva indagato sulle eventuali complicità saudite, ma le sue conclusioni erano state secretate, restando fuori dal rapporto finale. Tutto questo aveva alimentato il sospetto che Riad avesse aiutato al Qaeda, e Washington volesse insabbiare per non compromettere il suo rapporto col principale produttore mondiale di petrolio.

Nei mesi scorsi le pagine secretate della relazione della Commissione sono state pubblicate, senza rivelare novità particolari, a parte il sospetto che un funzionario consolare saudita della California avesse fornito assistenza a un dirottatore. A maggio poi il Senato aveva approvato all’unanimità la legge per consentire ai famigliari delle vittime di fare causa all’Arabia, e ieri anche la Camera ha completato l’iter. Ora quindi il testo va sulla scrivania del presidente, che avrà dieci giorni di tempo per decidere se bloccarlo col veto.

La Casa Bianca si oppone a questa legge perché non ritiene che la complicità ufficiale del governo saudita sia stata provata, mentre portarlo in tribunale raggiungerà solo lo scopo di peggiorare i già difficili rapporti, proprio mentre l’aiuto del regno sarebbe fondamentale per fermare i terroristi sunniti dell’Isis e ricreare un po’ di stabilità in Siria e nell’intera regione. I famigliari invece vogliono fare causa non solo per ricevere compensazioni, ma anche perché così sperano di aumentare la pressione per scoprire chi aveva davvero sostenuto al Qaeda.

Obama vuole mettere il veto, ma il problema è che forse in Congresso c’è una maggioranza di due terzi favorevole alla legge, che consentirebbe di scavalcarlo. Inoltre l’amministrazione preferirebbe evitare lo scontro pubblico su un tema così delicato, proprio alla vigilia delle presidenziali di novembre. Un’opzione quindi potrebbe essere quella di aspettare che il Senato o la Camera interrompa le sue attività, per consentire ai propri membri di fare campagna elettorale, perché così Obama potrebbe rimandare lo scontro sul veto a dopo le consultazioni di novembre.

La legge è stata approvata alla vigilia del quindicesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre, che è stato segnato anche da un nuovo video di Zawahiri: «La priorità - ribadisce il successore di bin Laden - è la jihad contro l’America. Al Qaeda deve esportare la guerra santa e colpire gli Stati Uniti e i Paesi alleati. Fino a quando i vostri crimini continueranno, gli eventi come l’11 settembre dovrebbero ripetersi migliaia di volte per volontà di Allah». 

Homo politicus

La Stampa
jena@lastampa.it

De Gasperi, Togliatti, Moro, Berlinguer, Craxi, Occhetto, D’Alema, Berlusconi, Renzi, Grillo… 
L’involuzione della specie.