martedì 13 settembre 2016

Incarnazioni

La Stampa
jena@lastampa.it

Ormai Renzi è più dalemiano di D’Alema.

Scuola, andata e ritorno

La Stampa
massimo gramellini

Una scuola media di Bergamo impone ai genitori l’obbligo di ritirare i figli all’uscita e scoppia un putiferio retorico. I nostalgici rimpiangono i bei tempi andati in cui, a sentire loro, finanche i bimbi delle elementari tornavano a casa da soli danzando e fischiettando. Tromboni e trombette soffiano cattiverie gratuite sugli adolescenti: smettiamola di proteggerli e consegniamoli alla vita vera! I genitori in compenso sono furenti perché non hanno né tempo né voglia di andare a prendere dei ragazzini che si vergognano di loro, come loro si vergognavano dei genitori a quell’età.

Persi tutti nei luoghi comuni, nessuno affronta il cuore della faccenda: per le leggi nostrane gli insegnanti sono responsabili di ciò che capita agli alunni lungo il tragitto fra scuola e casa, mentre in un mondo governato dal buon senso il loro ruolo dovrebbe cominciare quando si varca la soglia dell’istituto e finire quando la si oltrepassa in senso inverso. Il trasferimento va messo in carico alle famiglie, libere di dare o meno fiducia ai figli, ma senza più la possibilità di intentare causa ai professori, se lungo la strada il pupo si sbuccia un ginocchio.

La provocazione della preside di Bergamo sarebbe da applaudire, se non fosse che anche lei si è ricordata di essere italiana, stabilendo una deroga alla sua stessa circolare che ne subordina l’applicazione a un «confronto con i genitori». Buonanotte. Considerata l’ottima salute di cui godono le deroghe in Italia, c’è da supporre che questa risulterà ancora in vigore quando i ragazzini della scuola media di Bergamo non andranno a prendere all’uscita i figli loro.

La Stampa

Se Renzi cambia l’Italicum la minoranza dem che fa, vota sì e poi si suicida?

Whatsapp copia Snapchat

La Stampa
andrea nepori

L’ultima beta per Android dell’app di messaggistica controllata da Facebook introduce la possibilità di modificare le immagini con scritte a mano libera, emoji giganti e testo



Whatsapp prova a riconquistare l’utenza di Snapchat con l’aggiunta di funzioni per la modifica delle foto che ricordano molto da vicino quelle omologhe dell’app rivale. Nell’ultima beta per Android, che si può scaricare accedendo gratuitamente al programma di prova o dal sito APK Mirror, è possibile aggiungere testo da tastiera, emoji giganti oppure scrivere sulla foto a mano libera.

Per utilizzare le nuove opzioni basta scattare una foto o sceglierne una dalla galleria, poi premere il pulsante per la modifica dell’immagine. Da qui oltre alla possibilità di ritagliare l’immagine, già presente nelle versioni precedenti, si avrà accesso a tutte le funzionalità di elaborazione grafica. La nuova interfaccia implementata da Whatsapp apparirà senza dubbio familiare a chi già utilizza Snapchat: posizione e funzionamento dei bottoni sono pressoché uguali. Molto simile anche la grafica che si attiva durante l’inserimento del testo da tastiera.

Gli emoji giganti che si possono selezionare durante la modifica di una foto sono un ulteriore elemento di somiglianza con l’applicazione concorrente. Non è un impressione, perché le icone sono quelle open-source distribuite da Twemoji, ovvero le stesse che utilizzano sia Snapchat che Twitter.
I primi test di Whatsapp con la modifica delle immagini sono arrivati sulle beta dell’applicazione con pochi giorni di anticipo sul lancio di iOS 10, in cui Apple ha incluso una nuova versione rivoluzionata di Messaggi. Anche nel caso dell’app di messaggistica di iPhone e iPad alcune delle novità (come la scrittura su foto e video a mano libera) sembrano ampiamente ispirate alle soluzioni implementate da Snapchat. Una tendenza inaugurata da Instagram con l’introduzione delle “Stories” a inizio agosto.

Fra le altre novità dell’ultima beta di Whatsapp c’è anche una modalità flash per i selfie realizzati con la fotocamera frontale: lo schermo diventa bianco al momento dello scatto per illuminare meglio il volto in condizioni di scarsa luminosità. Una soluzione già adottata dall’app Fotocamera di iOS su iPhone. Infine AndroidPolice fa notare che le emoji inviate da sole in chat senza altro testo ora sono più grandi, come l’icona del cuore nelle attuali versioni dell’app, ma si rimpiccioliscono gradualmente fino a tornare alla dimensione standard quando se ne inseriscono più di quattro.

Al momento non è dato sapere quando le novità verranno estese a tutti gli utenti e soprattutto alle altre piattaforme, iOS in testa.

Riapre il castello di Novara fu la prigione della Petacci

La Stampa
marcello giordani

Trecentesco, per anni abbandonato, ora i restauri

Il castello visconteo-sforzesco realizzato fra Trecento e Quattrocento su strutture di epoca romana

Riapre dopo 45 anni il castello di Novara, dove Claretta Petacci venne incarcerata per più di un mese. Dal 1972 il castello visconteo-sforzesco è chiuso: all’inizio dell’800 era stato adibito a carcere, dopo avere subito trasformazioni a non finire e avere rischiato l’abbattimento. Realizzato fra Trecento e Quattrocento su strutture di epoca romana, doveva diventare, secondo il governo spagnolo, l’emblema di una Novara città fortificata e di confine.

La storia
I cannoni resero inutili mura e fortificazioni e il castello fu degradato a caserma. Giovanni e Galeazzo Visconti ampliarono della piazzaforte, ma già a metà Quattrocento i Refendari di Novara, gli alti dirigenti del tempo, lamentavano che i lavori erano stati fatti con lo sputo, i costruttori avevano barato sui materiali, e la rocca aveva bisogno di restauri urgenti.

Passano i secoli, Novara non è più a rischio assedio quindi cosa fare del castello? Il dibattito ha periodicamente appassionato i novaresi; a fine 700 il bastione a oriente viene trasformato in passeggio pubblico, a fine Ottocento il maniero rischia grosso. Novara ha fame di abitazioni di prestigio e l’architetto milanese Gianchi progetta la «Nuova Novara», centro residenziale su quell’area, da radere al suolo come un ferrovecchio. Ma si oppone Luigi D’Andrade, direttore dell’Ufficio per la conservazione dei monumenti di Piemonte e Liguria. 

Al castello si interessano anche archeologi spagnoli, convinti che nei sotterranei sia nascosto un cavallo d’oro, fuso per ordine di Ludovico il Moro, che qui era stato imprigionato. Nel 1910 chiedono di avviare le ricerche in esclusiva in cambio di 25 centesimi per ogni pietra del maniero. Non se ne fa nulla, e il mistero sul cavallo rimane. 

La guerra
Durante la guerra la storia del castello si incupisce: le brigate nere portano qui, prima della fucilazione o della deportazione, ebrei, partigiani e tanti cittadini antifascisti. Le loro lettere prima dell’esecuzione sono tra le testimonianze più toccanti della Resistenza. Al castello viene rinchiusa anche Claretta Petacci, l’amante di Benito Mussolini. Il 27 luglio 1943 aveva raggiunto la famiglia a Meina per passare in Svizzera. Il 12 agosto la famiglia Petacci viene arrestata per ordine di Badoglio e portata a Novara; sarà liberata il 17 settembre. 

Il futuro
Col ’72 il nuovo supercarcere manda in pensione il castello. Inizia un periodo di ulteriore degrado, fino a dieci anni fa, quando è stato avviato il restauro, caratterizzato dalle polemiche sulla decisione dell’amministrazione comunale di ricostruire una torre medioevale, bollata come kitsch. Tra un mese i restauri saranno finiti, da novembre il castello potrà essere visitato e l’anno prossimo definitivamente riaperto, parola del sindaco Alessandro Canelli, che vuole farne il polo culturale della città. Qui verranno trasferiti i musei civici e quello archeologico e, per renderlo meno vintage, nel cortile si potranno tenere concerti e cinema all’aperto. Ma sulla destinazione si apriranno nuovi dibattiti: il castello ci è abituato. 

Charlie Hebdo non arretra: “La denuncia non ci spaventa”

La Stampa
simone vazzana

Il direttore della rivista satirica a una radio francese: “Reazione sproporzionata sui social, sembra di essere in una ’cretinosfera’, in un manicomio”


Laurent Sourisseau, in arte Riss, direttore della rivista Charlie Hebdo

«Aspettiamo di vedere la denuncia, ma non ci fa nessuna paura». Posizione ferma quella di Laurent Sourisseau, in arte Riss, direttore della rivista Charlie Hebdo. La sua suona come una nuova rivendicazione della libertà di espressione dopo la notizia della denuncia al suo giornale da parte del Comune di Amatrice. 

«Ci sono state tante dichiarazioni - ha detto Riss a France Inter - la denuncia aspettiamo di vederla, vediamo di che si tratta. Ma non ci fa nessuna paura, di vignette come questa ne abbiamo fatte a decine, è una come un’altra, di umorismo nero. Trovo completamente sproporzionato tutto questo chiasso per un disegno».

La vignetta sul terremoto, pubblicata da Charlie Hebdo sul numero del 31 agosto, ha scatenato diverse reazioni in Italia. La maggior parte dell’opinione pubblica ha condannato la rivista francese attraverso i social network, appoggiata anche da personalità politiche di rilievo chiamate a esprimersi sul caso. Dal presidente del Senato, Pietro Grasso, al sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi: una sequenza di interventi istituzionali che ha immediatamente suggerito all’ambasciata francese di prendere immediatamente le distanze da Charlie Hebdo.

Ma Riss non ha apprezzato e, anzi, nel corso dell’intervista a France Inter ha attribuito implicitamente agli indignati un’ipocrisia di fondo: «Abbiamo fatto in passato vignette simili su Bruxelles, sul terremoto ad Haiti e nessuno ha protestato, nessun italiano ha protestato. La morte è un tabù, qualche volta bisogna provare a trasgredire. Quando vediamo sui social network la dimensione che preso questo caso - ha aggiunto - sembra di essere in una “cretinosfera”, in un manicomio, in un ospedale psichiatrico a cielo aperto». 


La vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto fa infuriare la rete
La Stampa
simone vazzana  02/09/2016



«Terremoto all’italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne». È questo il testo che accompagna la vignetta pubblicata dal settimanale satirico francese, Charlie Hebdo, nel suo ultimo numero. Sono ritratti feriti e vittime del sisma sporche di sangue. L’ultima, («lasagne»), presenta diverse persone sepolte da strati di pasta. Il disegno porta la firma del vignettista Felix.

Nella stessa pagina, il terremoto del centro Italia trova spazio anche in un colonnino, con una serie di battute: «circa 300 morti in un terremoto in Italia. Ancora non si sa se il sisma abbia gridato “Allah akbar” prima di tremare». La vignetta è stata pubblicata nel numero del 31 agosto. In copertina, un disegno sul burkini.

Immediate le reazioni sui social. L’hashtag #JeSuisCharlie è stato sostituito da #JeNeSuisPasCharlie: tanti gli indignati, anche se qualcuno, soprattutto su Twitter, ricorda il sostegno a Charlie Hebdo dopo l’attacco alla redazione del settimanale, rivendicando la libertà di stampa anche per la satira.

Tra gli indignati anche Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, uno dei comuni colpiti dal terremoto: «Ma come si fa a fare una vignetta sui morti! Sono sicuro che questa satira sgradevole e imbarazzante non risponde al vero sentimento dei francesi. Ben venga l’ironia - ha aggiunto - ma sulle disgrazie e sui morti non si fa satira: sapremo mostrare come il popolo italiano sia un grande popolo, lo è stato nell’emergenza e lo sarà nella ricostruzione».


ANSA

Charlie Hebdo ha ricevuto tante critiche, anche sui suoi profili social. In molti rimproverano al giornale di non aver pubblicato vignette satiriche anche in occasione dell’attentato a Nizza, lo scorso 14 luglio. In realtà, una delle disegnatrici, Coco, sul suo account Twitter aveva postato una vignetta il giorno dopo la strage in Costa Azzurra.