mercoledì 14 settembre 2016

La suoneria che non può diventare un marchio

La Stampa
simone vazzana

Il Tribunale dell’Unione europea ha bocciato il ricorso della Globo, società brasiliana: «È troppo banale»



Troppo banale per diventare un marchio. È questa la motivazione addotta dal Tribunale dell’Unione europea per giustificare la respinta del ricorso della Globo, società brasiliana che aveva richiesto all’Euipo (Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale) di poter registrare come marchio una breve suoneria per tablet e smartphone.

L’Euipo si era opposto, contestando al marchio sonoro in questione una eccessiva ordinarietà. Secondo l’Ufficio sarebbe passato inosservato, senza poter essere memorizzato dal consumatore. La Globo ha quindi deciso di appellarsi al Tribunale dell’Unione, forte del fatto che, secondo la normativa, i suoni possano costituire un marchio a condizione di essere riprodotti anche graficamente. Cosa avvenuta nel caso della Globo, dato che il marchio richiesto è stato rappresentato attraverso note musicali su un pentagramma.

Caratteristica essenziale, ma non unica. Il Tribunale ha infatti respinto il ricorso della Globo sentenziando che,quella suoneria sarebbe stata percepita dal grande pubblico come una mera funzionalità dei prodotti e dei servizi e non come un’indicazione della loro origine commerciale. In sostanza, un suono standard di un telefono non può essere registrato se troppo banale e anonimo. Decisione che va letta come una tutela per il consumatore: deve essere in grado, senza previa conoscenza, di identificare una determinata suoneria come una caratteristica distintiva e iconica di una società (si pensi al famosissimo “Hello” di Motorola).

I due “sol diesis” ripetuti, scelti dalla Globo, non presentano questa peculiarità. Il gruppo brasiliano avrà comunque due mesi di tempo per impugnare la sentenza e presentarsi dinanzi alla Corte.

Arrivano iOS10 per iPhone e iPad e WatchOS3: ecco come prepararsi all’aggiornamento

La Stampa
bruno ruffilli

Apple lancia oggi le nuove versione dei sistemi operativi per smartphone, tablet e e smartwatch. Dal backup alla scelta del momento in cui scaricare il software, tutto quello che c’è a sapere prima di installare gli update



L’orario non è stato comunicato, ma si immagina che possa essere intorno alle 19. Allora in California saranno le 10 del mattino, e Apple pubblicherà contemporaneamente le nuove versioni del sistema operativo per iPhone e iPad, oltre a quella per Apple Watch (Sierra, il sistema operativo per Mac, arriverà invece il 20 settembre). Sono aggiornamenti importanti, quelli di iOS 10 e WatchOS3, con decine di nuove funzioni, anche se le novità nella grafica non saranno veramente rilevanti. Li analizzeremo nel dettaglio con video e articoli, ma intanto ecco qualche consiglio su come preparare iPhone, iPos, iPad, Apple Watch alle novità in arrivo.

FARE PULIZIA
A meno che non abbiate intenzione di acquistare il nuovo iPhone 7 in arrivo venerdì, avrete già un dispositivo pieno di dati: foto, video, app, messaggi. Così i l passaggio a iOS 10, come sempre con gli update, può anche essere l’occasione per fare pulizia tra app, foto, documenti e cancellare quello che non serve: per poter aggiornare è indispensabile infatti avere un certo spazio libero nella memoria dell’apparecchio. Il nuovo sistema operativo si potrà utilizzare anche su iPhone, iPod touch e iPad datati senza rallentarli, ma le funzioni aggiuntive saranno disponibili a seconda dell’hardware, e se il processore consente di ottenere prestazioni accettabili funzioneranno, altrimenti non verranno installate. Apple ha anche aggiunto un’utile funzione che permette di eliminare le app più ingombranti per fare spazio e poi scaricarle di nuovo automaticamente, conservando tutti i dati. E finalmente si possono cancellare le app di Apple (ma con una limitazione). 

SEMPRE IL BACKUP
I puristi consigliano di reinstallare completamente il sistema riportando le impostazioni a zero, una precauzione non indispensabile, ma che potrebbe aiutare a risolvere problemi o malfunzionamenti già esistenti. Prima di aggiornare comunque è opportuno disporre un backup il più recente possibile; si può usare iCloud, ma il computer è meglio, perché il trasferimento dati sarà più veloce e sicuro. La soluzione più comoda è il backup criptato (è un’opzione che si attiva su iTunes), che conserva anche le password di siti web, app, reti wi-fi. Attenzione, poi: la batteria deve essere carica; in alternativa è necessario collegare l’apparecchio all’alimentatore altrimenti il processo non si avvia. possibile anche attivare il portachiavi iCloud: un metodo veloce ed efficiente per sincronizzare i dati di login e password dei vari siti col Mac o altri dispositivi iOS.

CI VUOLE PAZIENZA
Per il resto valgono le solite precauzioni: controllare se l’apparecchio è compatibile (si parte da iPad 4 e iPhone 5), non affrettarsi a scaricare l’aggiornamento appena disponibile, perché domani l’operazione sarà più veloce e minore il rischio di trovarsi bloccati a metà del processo. E non aspettarsi che tutto funzioni perfettamente fin dall’inizio: qualche app non sarà completamente compatibile, le prestazioni dei modelli più vecchi potrebbero peggiorare, con rallentamenti e intoppi più o meno frequenti. Una strategia saggia è quella di aspettare un po’ prima di fare il grande salto, magari fino alla versione 10.0.1, che Apple sta già testando e potrebbe essere disponibile entro qualche settimana.

APPLE WATCH
A differenza degli apparecchi iOS, il sistema operativo dello smartwatch Apple va aggiornato attraverso l’app che lo controlla. Bisogna aprirla e andare sotto Impotazioni/Generali /Aggiornamento Software. WatchOS2 arriverà con ogni probabilità insieme a iOS 10 questa sera, e l’app stessa segnalerà la disponibilità del nuovo software. Bisogna scaricare l’update sull’iPhone; completato il download l’Apple Watch va sistemato sulla basetta di ricarica e tenuto vicino al telefono. L’aggiornamento non parte se l’Apple Watch non è carico almeno al 50 per cento, Se va tutto bene, saranno necessari una decina di minuti per installare WatchOS3.

La riforma europea del copyright è quasi pronta (a far discutere)

La Stampa
innocenzo genna*

Nei prossimi giorni la Commissione presenta la direttiva: molti i punti critici



I giornali potranno chiedere una remunerazione a coloro che rendono disponibili in Internet i loro articoli (ad esempio un motore di ricerca, ma anche un semplice blog); le piattaforme social (Youtube o Facebook) dovranno concludere contratti di licenza per i contenuti postati dai loro utenti, nonché sviluppare programmi per meglio identificare i contenuti non autorizzati; gli artisti potranno chiedere maggiori informazioni sull’andamento commerciale delle loro opere ed eventualmente, in caso di un inaspettato successo, chiedere agli editori una revisione del compenso pattuito quando erano giovani e sconosciuti.

Questi sono alcuni esempi delle novità introdotte dalla direttiva sulla riforma del Copyright che la Commissione Europea proporrà il 15 settembre. Trattandosi di una proposta, il testo legislativo finale e vincolante verrà adottato tra non meno di un anno, previe discussioni e possibili emendamenti da parte di Parlamento europeo e Stati Membri (questi ultimi riuniti nel c.d. Consiglio).

Il cammino della riforma non sarà facile, anche perché le critiche si sono già levate da tempo man mano che trapelavano le indiscrezioni. L’intento originale della Commissione era quello di modernizzare l’intero framework del diritto d’autore ma la proposta sul tavolo sembra meno ambiziosa delle aspettative e, per di più, è accusata di pendere dalla parte di quell’industria degli editori e dei contenuti che da tempo indica Internet (ed in particolare alcuni grandi operatori americani) come la principale causa del declino dei loro ricavi.

Internet ha effettivamente sconvolto alcuni tradizionali modelli di business, così che notizie e contenuti vengono ora scambiati e consumati dagli utenti principalmente e sempre di più attraverso le piattaforme online, senza più remunerare direttamente chi li ha prodotti (ad esempio comprando un giornale o un film). Le piattaforme online hanno così creato un nuovo ecosistema economico basato su pubblicità e profilazione degli utenti, mentre agli editori tradizionali resta ben poco e lamentano il c.d. value gap.

Le piattaforme online, Google in testa, fanno però notare che i loro servizi forniscono gratis agli editori una visibilità ed un’accessibilità impensabili. Lo stesso dicasi per i contenuti usufruibili tramite piattaforme come Youtube e DailyMotion. La stessa Facebook è diventato il principale collettore ed aggregatore di notizie e contenuti. Occorre pertanto chiedersi se il problema siano gli operatori Internet oppure la tecnologia in sé.

La proposta del Commissario Oettinger mira pertanto a bilanciare lo strapotere delle piattaforme online, ma non è chiaro se si tratti dello strumento giusto. In Spagna e Germania, dove iniziative locali erano già state intraprese, Google ha reagito “deindicizzando” (cioè oscurando dai risultati del motore di ricerca) le notizie degli editori, in modo da non dover pagare il copyright. Questi ultimi, terrorizzati di non essere più visibili su Internet attraverso le ricerche, si sono subito mostrati disponibili a rinunciare ai nuovi diritti.

Inoltre, le misure per compensare lo strapotere di Google & Co potrebbero ritorcersi contro i piccoli operatori e le start-up che non hanno la stessa capacità di negoziare con editori e content provider. Insomma, ne potrebbe fare le spese l’innovazione, anche europea.

In tutto questo, è rimasto ignorato un tema che invece era stato fortemente discusso durante le consultazioni pubbliche che hanno preceduto la nuova proposta: il copyright sul panorama. Pertanto, in alcuni paesi europei alcuni fotografi dovranno ancora stare bene attenti allo sfondo delle loro fotografie, perché un architetto o un ingegnere potrebbe chiedere loro il conto.

Viste le premesse, il dibattito a Bruxelles sull’approvazione di questa direttiva si preannuncia infuocato.

*esperto di telecomunicazioni (radiobruxelleslibera.com)

Tenerife, l’isola italiana. Consigli per chi vuole trasferirsi o per chi punta a una vacanza

La Stampa
chiara todesco



L’Eden a poco più di 4 ore di volo dal Nord Italia: clima secco e sole anche in inverno, bagni in mare quasi tutto l’anno e prezzi contenuti. Tenerife è un’isola che piace agli italiani, ma non solo. In tanti scendono dalle fredde terre del Nord per venire qui a svernare, mentre sempre più giovani italiani fanno armi e bagagli e si trasferiscono.

Ma è così facile mollare tutto e vivere alle Canarie?
Lo abbiamo chiesto a chi conosce bene la situazione sull’isola, Antonina Giacobbe, editore nonché direttore di ViviTenerife, il periodico più letto sull’isola, pensato proprio per gli italiani (consultabile anche online www.vivitenerife.com; www.vivilecanarie.com).



Sono davvero così tanti gli italiani che scelgono di vivere qui?
Si ormai si parla di migliaia: un po’ arrivano qui per scelta (forzata) e un po’ per curiosità.

Quali sono i vantaggi?
La spesa costa un 20-30% in meno. In più si risparmia sul riscaldamento perché grazie al clima mite non ce n’è bisogno, ma se si sale una quindicina di chilometri verso la montagna il discorso cambia: lì il riscaldamento nelle case serve. L’IGIC (che equivale all’IVA) è al 7%, le tasse dal 15 al 40%



Gli stipendi vanno dagli 800 ai 1200 euro al mese ovviamente in relazione alle ore di lavoro. E non sempre la paga oraria è alta. C’è gente che prende 3 euro l’ora. Per quanto riguarda gli affitti bisogna stare attenti: ormai non si trovano case a buon mercato neanche nelle zone meno turistiche. La richiesta case per residenti è alta e quindi c’è chi ci gioca sopra”.

È così facile cambiare vita e trasferirsi a Tenerife o è meglio prima assicurarsi un lavoro?
Assicurarsi un lavoro se non si è sul posto è praticamente impossibile. Quasi impossibile se non parli inglese e spagnolo: anche una cameriera di piano deve conoscere l’inglese.



Cosa consiglierebbe a chi intende partire?
Se ti impegni, dimostri la tua professionalità, se ci metti la passione, la voglia e soprattutto l’umiltà l’isola alla fine ti accetta, ti accoglie. Tenerife conosce la professionalità di noi italiani, ma noi dobbiamo avere rispetto per i canari. Non possiamo arrivare qui con l’arroganza e la presunzione di far adattare loro a noi.

Siamo noi italiani che dobbiamo adeguarci alla terra che ci ospita.Sin qui le dritte per chi pensa di emigrare. Se ancora non intendete mollare tutto e trasferirvi ma avete qualche giorno di vacanza e volete passarlo sull’Oceano ecco cosa non dovete perdervi…



Si fa vita di mare tutto l’anno (solo gli inglesi non si schiodano mai dalla piscina!). Ci sono gli spot dei surfisti con il vento teso e le onde giuste, come a El Mèdano, e ci sono le baie tranquille, riparate, con la sabbia dorata come Playa de Las Vistas (tra le più conosciute e turistiche), Playa del Duque o Las Teresitas nel nord dell’isola

Il vulcano
Il bello di Tenerife è che si passa da 0 a 3700 metri di quota in un solo giorno: dal mare alla montagna, o meglio al vulcano. È il Teide a dominare l’isola (è la cima più alta di Spagna, nonché Patrimonio Mondiale dell’Unesco), un vulcano potente, che ha generato intorno a sé un ambiente unico, tutto da vedere: un altopiano fatto di lava, rocce e pinnacoli. Sembra di essere sulla Luna. E in inverno c’è pure la neve.

Masca
È un pittoresco villaggio che si raggiunge con una stradina tortuosa, ma ne vale la pena. Ancora un paesaggio diverso, simile alla cordigliera delle Ande.



Il Drago
Non una mostruosa creatura ma un bellissimo albero millenario che si trova a Icod de los Vinos, nella parte nord dell’isola. È stato dichiarato monumento nazionale.



I balconi caratteristici
Un’altra sosta va fatta a La Orotava, piccolo borgo caratteristico dove si trova la Casa de Los Balcones, un bell’esempio del barocco canario.

Papas arrugadas e Pimiento de Padròn
E ora qualche suggerimento in tavola. Patate cotte con buccia e sale grosso e peperoni verdi arrostiti: sono due specialità canarie da assaggiare assolutamente. Accompagnate dal mojo, tipica salsina all’aglio. Ovviamente super saporita. Tutto questo come contorno a un buon pesce ma anche a una bella grigliata. La carne è molto buona. Per una cena al ristorante, al massimo si spendono 20 euro (a voler esagerare).

Così la lobby dello zucchero ha mentito per anni"

Claudio Torre - Mar, 13/09/2016 - 13:11

Per 50 anni le industrie hanno mentito sugli effetti dello zucchero sul cuore e sulle patologie legate ai problemi cardiaci



A lanciare le accuse è una ricerca pubblicata dalla rivista Jama Internal Medicine in cui emergono alcuni documenti che potrebbero ribaltare quanto sappiamo degli effetti collaterai dello zucchero che ingeriamo tutti i giorni magari col caffè o con i dolci. "Sono stati in grado di sviare il dibattito sullo zucchero per decenni", ha detto al New York Times, Stanton Glantz, professore di medicina e autore del report. Il "depistaggio" si sarebbe verificato a partire dagli anni '60. Secondo la ricerca la "Sugar Association", avrebbe pagato alcuni ricercatori di Harvard circa 50.000 dollari a testa per pubblicare sul New England Journal of Medicine uno studio che distruggesse l'immagine dello zucchero come causa di problemi cardiaci.

In più, sempre secondo la ricerca dell'Università della California, le aziende avrebbero anche fatto pressione perché le ricerche si focalizzassero sui rischi per il colesterolo e grassi saturi senza accennare agli effetti cardiaci. Gli scienziati si adoperarono per sottovalutare pubblicamente il ruolo dello zucchero nel causare malattie cardiovascolari. "Questo incidente di cinquant'anni fa potrebbe sembrare storia antica - spiega in un editoriale Marion Nestle, professoressa di 'food policy' alla New York University - ma è rilevante perché risponde ad alcune domande che ci poniamo ancora oggi.

È vero che le lobby dello zucchero hanno manipolato la ricerca in loro favore? Sì, è vero, e la pratica continua". "Il nostro studio mette in luce il bisogno di fare più attenzione e non dare la ricerca sempre per scontata - spiegano gli autori -. Ci sono molti modi in cui uno studio può essere manipolato, dalle domande che pone e si pone al come le informazioni vengono analizzate fino al modo in cui le conclusioni vengono riportate nel testo".

Dai lingotti alle banconote, i tesori dimenticati (e mai valutati) nei caveaux della Banca d’Italia

ilfattoquotidiano.it
di Anna Morgantini

Ci sono i beni dei Savoia, ma anche il tesoretto sequestrato a Benito Mussolini e alla moglie Rachele. Sacchi di denaro, candelieri e posate d’argento con lo stemma della casa reale, lingotti d’oro e di platino. E poi, gemme e rubini, bottoni in oro, collier, spille, anelli, onorificenze militari e cavalleresche tempestate di brillanti. Tutto ancora da inventariare e valutare. Dopo decenni di trascuratezze, attesa per la risposta del governo in commissione Finanze

Dai lingotti alle banconote, i tesori dimenticati (e mai valutati) nei caveaux della Banca d’Italia

Finalmente il governo darà una risposta. O almeno si spera. Sui sacchi di banconote. Insegne smaltate, placchette in avorio, monili, candelieri e posate d’argento con lo stemma dei Savoia. Orologi di pregio. Francobolli. Lingotti d’oro e di platino. E, ancora, su gemme e rubini, bottoni in oro, collier, spille, anelli, onorificenze militari e cavalleresche tempestate di brillanti. Insomma, una risposta sul tesoro dimenticato nei caveaux della Banca d’Italia: 419 plichi «contenenti beni di diversa natura e provenienza» che dal 1999 riposano nei sotterranei della succursale di via dei Mille, suddivisi in 2.087 bisacce di dimensioni variabili tra i 2 e i 50 litri.

Cosa c’è lì dentro? E quanto vale? «Con esattezza non lo sa nessuno», assicura il senatore Giuseppe Vacciano, ex M5S, che da mesi interroga il ministro Piercarlo Padoan per sapere «quali iniziative intenda assumere» per garantire l’inventario di tutto quel ben di dio. Oggi pomeriggio (13 settembre ndr), finalmente, in commissione Finanze forse il Mef fornirà qualche chiarimento prendendo anche degli impegni. Rispondendo proprio all’interrogazione di Vacciano.

PEZZO DI STORIA - E già, non si tratta di bruscolini ma di reperti di grande valore. Non solo economico: «C’è per esempio il tesoretto sequestrato a Mussolini mentre fuggiva in Svizzera, nell’aprile del ’45, insieme a Claretta Petacci», spiega l’ex parlamentare grillino. «C’è la tuta da meccanico che indossava Claretta quando i partigiani l’hanno catturata. Ci sono i gioielli e i beni sequestrati a donna Rachele Mussolini, anche lei in fuga, a Villa Manterio a Como. Ci sono i beni dei gerarchi fascisti arrestati dopo l’8 settembre, gli argenti lasciati dai Savoia quando hanno lasciato il Quirinale, l’oro donato alla patria… In quei 419 plichi c’è un pezzo di storia d’Italia che i cittadini hanno il diritto di poter vedere valorizzato in un museo».

MISTERO APERTO - Su 419 depositi, finora, ne sono stati aperti e catalogati solo 59. Cosa ci sia negli altri 360 è più o meno un mistero. Gli oltre 2000 sacchi, tutti regolarmente muniti dei sigilli del Mef, si sono accumulati a via dei Mille a partire dal 1999, quando il servizio di tesoreria dello Stato è passato alla Banca d’Italia. Alcuni plichi, secondo Vacciano, recavano quantomeno delle «indicazioni approssimative» sul contenuto. E sono stati i primi a essere aperti e catalogati quando, tra il 2005 e il 2006, nei sotterranei è stato autorizzato a scendere in ricognizione un team di funzionari di Bankitalia, del Mef e Mibact.

AVANTI SAVOIA - Da quei sacchi è uscito un mondo intero: «Oro donato alla patria, beni appartenuti ai prigionieri di guerra e alla comunità italiana di Salonicco, corpi di reato, effetti personali rinvenuti tra le macerie del terremoto di Reggio Calabria del 1908» oltre a «titoli azionari della costruenda Baghdadban, la ferrovia Berlino-Costantipoli-Baghdad», documenti sul prestito Morgan, orologi di marca, lingotti e diamanti. A colpire l’immaginazione sono però soprattutto i resti delle argenterie di casa Savoia (servizi da tavola, vassoi, candelieri, portasigarette, astucci, posate più o meno scompagnate) e i tesoretti sequestrati ai gerarchi fascisti in fuga.

A partire da quello di Mussolini, che oltre al collare della Santissima Annunziata, massima onoreficenza di casa Savoia, portava con sé (come da elenco Bankitalia) una «decorazione ritenuta persiana in oro, argenti brillanti rosette di diamanti e smalto», un’altra « in oro platino brillanti del terzo Reich», una «decorazione tedesca dell’aquila con spade, in oro platino brillanti e rosette», una decorazione con aquila bicipite con stella in brillanti oro e platino e relativa collana», più una «medaglia in argento dorato con Gesù bambino». Non meno ricco, in oro e gioielli, il bottino sequestrato a donna Rachele e depositato nel 1945 alla filiale di Como della Banca d’Italia.

MANCANZA D’ETICHETTA - «Durante il lavoro di catalogazione il reale valore di molti cimeli, a partire dalle pietre preziose, non è neanche stato stimato», scuote però la testa il senatore Vacciano. Il motivo? Le stringenti procedure di sicurezza per l’accesso ai sotterranei corazzati di via dei Mille rendevano troppo complicato l’accesso ad eventuali esperti in grado di stimare il tesoro. Ancora oggi, dopo dieci anni, non se ne conosce il valore: andata in pensione, nel 2007, la dirigente del Mef che aveva avviato la catalogazione, si è fermato tutto. E di ben 50 depositi privi di etichetta e di documentazione non si ha nemmeno la più vaga idea del contenuto.

MINISTERO DORMIENTE - Ma come scoprirlo? Chi può far ripartire la ricognizione e decidere sul futuro di quei sacchi? La Banca d’Italia ha solo il dovere di custodire i beni, «per cui non può disporre del contenuto dei plichi e nemmeno avanzare richieste in merito», spiega a ilfattoquotidiano.it Claudio Sperandio, il funzionario del Dipartimento del tesoro che, scartabellando tra le vecchie pratiche del Mef, si è appassionato all’idea di rendere fruibile quel fantastico materiale storico.

Mentre Vacciano combatteva sul fronte parlamentare, nei mesi scorsi Sperandio ha scritto perfino al Quirinale, all’ufficio per la conservazione del patrimonio artistico, «nella speranza che un intervento della presidenza della Repubblica sbloccasse la situazione»: niente da fare, è stato rinviato al ministero dei Beni Culturali, che a sua volta si è chiamato fuori perché ogni competenza sui famosi sacchi spetta al Mef. Ed eccoci finiti di nuovo al punto di partenza: tutto bloccato.

«Solo il ministero dell’Economia può decidere su apertura, ricognizione, catalogazione, possibile destinazione a un museo o messa in vendita del materiale meno interessante dal punto di vista storico», denuncia Vacciano. E il Mef, in questi dieci anni, ha preferito dormirci su.