venerdì 16 settembre 2016

Il mondo si mobilita per Fidencio, gelataio che non poteva andare in pensione

repubblica.it
di MAURIZIA MARCOALDI

Clamoroso successo per la campagna di crowdfunding nata per aiutare l'89enne di Little Village, nell'Illinois: l'obiettivo degli organizzatori erano 3 mila dollari. Ne hanno raccolti più di 300 mila

Il mondo si mobilita per Fidencio, gelataio che non poteva andare in pensione

La generosità è ancora possibile al giorno d'oggi e a testimoniarlo con certezza è Fidencio Sanchez, simpatico gelataio 89enne di Little Village, Illinois, che per 23 anni ha venduto sempre con il sorriso sulle labbra uno dei prodotti più popolari e gustosi al mondo, anche negli States.

La sua potrebbe essere una storia come tante: un uomo che per una vita intera ha svolto con dignità e serenità un lavoro umile che però ha dato da vivere a lui e alla sua famiglia. Un'attività  così 'preziosa' che neanche a 89 anni si può lasciare. Ma a fare la differenza è stata una foto, come riporta il Chicago Tribune. Uno scatto in strada che lo ritraeva piuttosto affaticato nell'intento di spingere il suo carretto di gelati per uno dei quartieri di Little Village.

Autore dello scatto un turista, Joel Cervantes, che ha deciso di gustarsi uno dei gelati di Sanchez e, colpito dalla cordialità e simpatia del personaggio ha pensato di dare il via a una campagna web di crowdfunding sulla piattaforma GoFundMe, rivelatasi poi una delle più remunerative di sempre.

L'obiettivo di Joel Cervantes era quello di raccogliere una somma di 3mila dollari per aiutare il gelataio e la sua famiglia: un regalo per permettere a Sanchez di lasciare in un angolo il suo carretto dei gelati e godersi la sua vecchiaia con maggiore tranquillità e serenità. Non avrebbe mai immaginato di arrivare a raccogliere addirittura 337 mila dollari in soli cinque giorni grazie a donazioni provenienti da sessanta nazioni.

Secondo quanto riferito dal portavoce di GoFundMe, Bobby Whithorne, questo risultato la colloca tra le 25 campagne più proficue di tutti gli Stati Uniti. Olivia Baez, uno dei donatori, ha dichiarato di essersi commossa nel vedere la foto dell'89enne gelataio che, "senza chiedere nessun aiuto ha svolto per anni un lavoro così faticoso soltanto per prendersi cura della famiglia". A colpire la donna, anche lei di Little Village, la dignità di Sanchez e quella foto che, nonostante il silenzio del gelataio che per anni non ha mai chiesto aiuto a nessuno, "vale più di tante parole".

Un ventennio di finanziamenti: così Franco pagava il Msi

La Stampa
francesco olivo

In un libro le prove dei soldi dati alla destra italiana sin dagli anni 50


Truppe fasciste a Madrid per la vittoria di Franco nella guerra civile nel maggio del 1939

Il Movimento Sociale italiano è stato finanziato dal regime di Franco. Il telegramma è chiaro: «Effettuato pagamento a favore di Vostra Eccellenza di 2.738.000 lire, che corrispondono agli aiuti menzionati nel suo viaggio. Deve chiamare con urgenza il signor Anfuso, affinché disponga del necessario con la dovuta cautela».

Il messaggio del ministero degli Esteri di Madrid, datato 28 maggio 1951, è diretto all’ambasciatore spagnolo a Roma José Antonio Sangróniz ed è il primo di una lunga serie. Il «signor Anfuso», è Filippo Anfuso, ex ambasciatore della Repubblica Sociale a Berlino, rifugiatosi, dopo due anni di carcere, in Spagna e divenuto in seguito deputato del Msi.

Le prove dei finanziamenti sono contenute in un libro in uscita la prossima settimana, «Il fascismo trasnazionale nel XX secolo» (Bloomsbury editore, in inglese) firmato da due storici, lo spagnolo Pablo del Hierro (università di Maastricht) e l’italiano Matteo Albanese (università di Lisbona). Il volume ricostruisce con dettagli inediti i legami, non solo ideologici, tra il Msi e il franchismo, i viaggi dei politici (Arturo Michelini, Franz Turchi, Ezio Maria Gray tra gli altri) «parlavano direttamente con Franco, cosa rarissima». I soldi arrivavano almeno due volte l’anno, spesso in prossimità delle elezioni, a cominciare dalle regionali siciliane del 1951 e le comunali del 1952 (si votava a Roma e Napoli).

Denaro contante, mai dichiarato, sfruttando le valigie diplomatiche. «Finanziando il Msi - spiega del Hierro, docente di Storia Europea all’università di Maastricht - la Spagna sperava di spostare l’asse del governo italiano a destra, favorendo un accordo tra il partito post fascista e la Dc. Il disegno crollò con il fallimento del tentativo di Tambroni». Il rapporto è continuato sotto altre forme, praticamente fino ai giorni nostri, per esempio nel dare rifugio a terroristi in fuga (Concutelli e Delle Chiaie per fare due esempi).

Per arrivare a stringere dei legami solidi la destra italiana si affida a una rete che ha dimostrato negli anni un funzionamento perfetto, nel Dopoguerra (le fughe per sfuggire ad alleati e partigiani), ma anche in precedenza. Il rapporto tra italiani e spagnoli si consolida con l’aiuto militare nella guerra civile spagnola che il fascismo diede ai golpisti di Franco. I primi contatti ufficiali del Dopoguerra, non a caso, Madrid li stabilisce con l’Ancis, l’associazione nazionale combattenti in Spagna, creata nel 1949 dall’ex militare e avvocato Arcanovaldo Bonaccorsi che divenne un’organizzazione legata al Msi.

Il regime, dopo una consulenza di un altro fascista italiano, Gastone Gambara, diede il via libera ai finanziamenti (formalmente per sostenere le famiglie dei cosiddetti «volontari» che Mussolini inviò in Spagna). A questo punto il canale è aperto. Passano pochi mesi e il Msi lo sfrutta. I neofascisti italiani mandano una delegazione guidata dal futuro deputato Roberto Mieville. Lo scoglio è convincere non solo gli amici falangisti (l’ala più ideologica e meno influente del regime), ma anche i conservatori cattolici.

A questa corrente appartengono il ministro degli Esteri Alberto Martín-Artajo e l’ambasciatore a Roma de Sangróniz, inizialmente poco entusiasti del dialogo con gli italiani timorosi di perdere i buoni legami con la Dc (specie con Andreotti). Ma il disegno è tutto politico: non si vuole esportare il franchismo in Italia, ma spostare a destra l’asse politico a Roma, favorendo un governo iper conservatore di forte impronta anticomunista. «Prevale l’aspetto politico - conferma Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Spirito e De Felice, uno dei massimi esperti della storia della destra politica in italia -.

Il Msi in quegli anni, dopo l’allontanamento di Almirante, optava per l’Alleanza Atlantica: per la Spagna è più strategico un alleato che abbia lasciato in secondo piano gli aspetti nostalgici». Il 1960, con la rivolta contro Tambroni, è un anno di svolta: Franco capisce che il rapporto con il Msi non serve a favorirne l’ascesa al potere (il governo gli è precluso), ma al massimo ad alimentare campagne d’opinione pro spagnole. Il rapporto si raffredda, ma si continuano a finanziare piccole pubblicazioni, ma anche il Secolo d’Italia. Le prove dei soldi spagnoli alla destra italiana esistono fino agli Anni Sessanta, «ma è lecito immaginare - conclude del Hierro - che ci si avvicini al 1975», l’anno della morte di Franco. 

Le dieci curiosità sull’Oktoberfest che vi faranno fare bella figura

La Stampa
sara iacomussi

Dal 17 settembre al 2 ottobre torna la fiera dedicata alla birra



Compie 206 anni ma li porta benissimo: l’Oktoberfest, la tradizionale festa tedesca dedicata alla birra, si svolge dal 17 settembre al 2 ottobre. Ci saranno donne dalle lunghe trecce bionde, l’abito con camicetta bianca e gonna ampia e uomini con baffone e cappello di feltro, ma anche tanto altro: ecco alcune curiosità da sapere.

1 - La festa nasce il 12 ottobre 1810 in occasione del matrimonio del principe Ludwing di Baviera (il futuro re Ludwing I) con la principessa Teresa di SaxeHildburghausen. Da allora, l’Oktoberfest si è tenuto ogni anno a Monaco di Baviera, eccetto per 24 volte in cui l’evento è saltato a causa di grandi epidemie e delle guerre mondiali. Per questi «salti» l’edizione 2016 sarà la 183esima.

2 - Ogni anno attira moltissime persone da tutto il mondo. L’edizione 2015 ha visto 5,9 milioni di visitatori. Un buon numero, se si pensa che le Olimpiadi a Londra nel 2012 hanno registrato 8,2 milioni di visite, mentre i Mondiali di calcio in Brasile nel 2014 3,4.

3 - Il top di visitatori è stato raggiunto, fino ad ora, nel 2011 con 6,9 milioni di amanti della birra.

4 - I tedeschi non lo chiamano Oktoberfest ma Wiesn, da Theresienwiese, il luogo dove si svolge la festa, in onore della principessa Teresa.

5 - Il WVPI è l’indice che registra l’andamento dei prezzi della birra all’Oktoberfest. Per l’edizione 2016 ci sarà un leggero aumento dei costi (3,7%). Un litro - che nel linguaggio «oktoberfestiano» si chiama «mass» - della bevanda fermentata più amata dai tedeschi può costare dai 10,54 euro ai 10,40.

6 - Quest’anno sono state introdotte nuove misure di sicurezza. Severamente vietati zaini o borse pesanti e controlli a tutti gli ingressi sono alla base dei provvedimenti. Il sindaco di Monaco di Baviera Josef Schmid spiega le motivazioni: «Sono misure di sicurezza regolate. Vogliamo reagire così ai recenti avvenimenti, senza però modificare la natura dell’Oktoberfest».

7 - Sarà proprio Josef Schmid ad avere l’onore di gridare «O’zapft is!» («E’ spillata!»), rito di iniziazione che precede ogni apertura dell’Oktoberfest dal 1950. Il sindaco della città, infatti, alle 12 in punto di ogni anno apre cerimoniosamente il primo barilotto di birra e solo dopo i cancelli vengono aperti ai visitatori.

8 - Il tendone più grande della fiera, il Hofbräu-Festhalle, può ospitare 11 mila persone. In totale ci sono 13 tendoni e si servono soltanto birre provenienti da sei birrifici di Monaco.

9 - Nel 1896, tra i lavoratori che resero possibile la festa, ci fu anche un giovanissimo Albert Einstein, che si occupò di avvitare le lampadine della tenda Schottenhamel.

10 - L’Oktoberfest non è per tutti. Se i ragazzi a partire dai 14 anni possono entrare serenamente - ma accompagnati da un adulto -, lo stesso non si può dire per Paris Hilton. L’ereditiera, infatti, è stata espulsa nel 2006, quando promosse una marca di vino in lattina senza il consenso degli organizzatori. 

La fossa dei soldati morti in Russia «Ci sono anche dispersi italiani»

Corriere della sera

di Claudio Del Frate

Gli scavi a Kirov, a 800 chilometri da Mosca, migliaia i corpi. L’ambasciata: verifiche in corso. Si riaccende la speranza per migliaia di famiglie da anni in cerca di notizie

Un’immagine della ritirata di Russia che costò la vita a 88mila soldati italiani

Resti umani, brandelli di abiti, qualche piastrina militare affiorano dal terreno di una località 800 chilometri a nordest di Mosca. E un dettaglio si aggiunge: «Su quelle piastrine ci sono anche nomi italiani». Dalla Russia la notizia rimbalza in Italia e riaccende la speranza dei familiari delle migliaia di militari dispersi nella campagna di Russia e che da oltre settant’anni attendono notizie. Quella che sta venendo alla luce nei pressi della città di Kirov, secondo le prime stime degli esperti, potrebbe essere una delle più grandi fosse comuni di soldati morti durante la prigionia nei terribili anni della Seconda guerra mondiale. Là sotto potrebbero esserci i resti di almeno 15mila caduti di varie nazionalità.
Passaparola dalla Russia a Gorizia
Fonti dell’ambasciata italiana a Mosca confermano l’avvenuto ritrovamento: «Abbiamo già preso contatti con le autorità di Kirov che ci parlano della possibilità che la fossa contenga anche i resti di nostri connazionali. Dire quanti siano e a quale reparto appartenessero, però, è ancora prematuro. Gli accertamenti richiederanno molto tempo». I primi a essere stati avvisati della scoperta sono stati i membri di un gruppo di speleologi di San Martino del Carso, in provincia di Gorizia, che da anni è impegnato in campagne di ricerca sui campi di battaglia.

«Siamo in contatto con altri gruppi come il nostro sparsi in tutta Europa — racconta il vicepresidente Gian Franco Simonit — e così da nostri colleghi russi siamo stati avvertiti degli scavi di Kirov e del rinvenimento delle piastrine italiane. Ci è stato chiesto di sollecitare l’intervento delle autorità italiane e così abbiamo fatto». Attraverso questo passaparola, la scoperta è entrata dunque nei canali ufficiali e ha cominciato a fare il giro delle associazioni che ancora cercano la verità sui dispersi dell’Armir, il corpo di spedizione italiano in Russia.
Cosa dicono i documenti
«La notizia riaccende le speranze di tanti e non ci sorprende — commenta Italo Cati, vicepresidente dell’Unirr (Unione nazionale reduci di Russia) — perché i documenti ufficiali dicono che nella zona di Kirov c’erano campi di prigionia dei soldati catturati dall’Armata Rossa, anche se non erano mai stati rintracciati. Dunque l’informazione ha un suo fondamento storico». Secondo le cifre ufficiali del ministero della Difesa, 88.548 italiani (su 230mila partiti) persero la vita in Russia, di questi 56.689 sono i dispersi. Ma la cifra potrebbe essere imprecisa per difetto.

«I registri che la Russia ha permesso di consultare dopo la caduta del comunismo — dice Maria Teresa Giusti, docente di storia contemporanea all’università di Chieti-Pescara ed esperta dell’Armir — contengono i nomi di 64.500 italiani rinchiusi nei campi di prigionia; ma l’elenco non tiene conto dei tanti che morirono nelle marce di trasferimento verso i campi. Kirov è lontana dal Don, dove operava l’Armir; nelle fosse ci saranno sicuramente nostri connazionali. Che però secondo me potrebbero essere sepolti in numero maggiore in altre località, come Tambov, nel sud della Russia».

TIM e Infostrada nel XX secolo: l'unico modo per inviare i contratti è via fax!

Corriere della sera
Gianfranco Giardina


Due lettori ci raccontano della loro frustrazione nel sentirsi chiedere ancora, nel 2016, l'invio di un fax addirittura per ottenere l'installazione di un collegamento in banda larga a Internet.

La premessa fondamentale è che stiamo parlando di società che vendono servizi di connettività digitale su Internet. E che società: la storia che raccontiamo riguarda TIM e Wind-Infostrada. Il paradosso – sembrerebbe uno scherzo se non avessimo un po’ tutti vissuto situazioni simili negli ultimi anni – è che queste società, per permetterti di aderire a una delle proprie offerte di connessione a Internet – ripetiamo, a Internet -, ti costringe a mandare un fax.

Sì, un “telefax”, per dirla per esteso, un processo inventato e brevettato addirittura nel 1843 (prima del jack mandato in pensione da Apple) e superatissimo sotto ogni punto di vista. Così superato che addirittura è stato espressamente vietato nelle comunicazioni tra uffici della Pubblica Amministrazione; malgrado ciò il cittadino viene ancora costretto molte volte a mandare un fax con una copia di un contratto o con addirittura la copia dei propri documenti.

Raccontiamo quello che recentemente è accaduto a due nostri lettori, che ci hanno segnalato i loro casi. Il nostro amico Roberto – tanto per fare un esempio – ha appena sottoscritto un collegamento a Internet in fibra ottica con TIM, un servizio che lo porterà ad essere all’avanguardia nello scenario digitale.



Ebbene, per concludere l’operazione deve stampare il contratto ricevuto da TIM via mail (e quindi è costretto ad avere una stampante); e lo deve stampare perché poi lo deve inviare via fax, unitamente a copia di un documento e del codice fiscale. Non c'è altro modo. Situazione analoga anche per Wind Infostrada: il nostro amico Stefano ha deciso di aderire all’offerta All Inclusive di connettività ADSL e altri servizi telefonici. Anche qui, la sottoscrizione è facile e si fa con tutti online o via call center; ma anche qui c'è il passaggio obbligato alla spedizione via fax del contratto compilato; contratto arrivato a Stefano ovviamente via mail.



Si tratta di un disagio non banale per i consumatori: se fino a qualche anno fa il fax si era diffuso come servizio integrato nelle stampanti multifunzione, oggi è molto raro che un cittadino abbia possibilità di mandarne uno da casa propria. Chi lavora in un ufficio prende d’assalto il fax aziendale (creandosi però in alcuni casi qualche tensione con il capoufficio); per gli altri non resta che la classica cartoleria o l’edicola che inviano fax a pagamento.

Qualcuno dice che la necessità di inviare contratti e documenti via fax sarebbe legata a motivi di sicurezza e verifica dell’autenticità della documentazione. Ovviamente è una falsa credenza: il fax è in bianco e nero e a una risoluzione decisamente bassa, spesso funestato da artefatti e difetti di lettura e trasmissione, assolutamente analogico.

Ma soprattutto il fax è facile da falsificare: un gioco da ragazzi cambiare il numero del mittente che compare in testa alla pagina; semplicissimo sbianchettare e modificare alcune parti dei documenti; facile completare con uno scarabocchio al posto di una firma un contratto e inviarlo per conto di un altro, tanto la leggibilità delle parti a penna è bassissima. Quindi – sia chiaro – il fax (pur utilizzato nei decenni scorsi come un surrogato di un invio postale con raccomandata) non ha alcun valore legale. Di certo, non ne ha più di una mail ordinaria; con una PEC, poi, il confronto non si pone neppure.

Se allora la rilevanza del fax non è legale, la sua “popolarità” tra le utility - viene da pensare – dipenderà almeno da una maggiore comodità dal punto di vista “procedurale”: può essere che avere un unico punto di ingresso della corrispondenza contrattuale possa far comodo alle aziende. Ma non fa un gran piacere al cittadino sapere che circola una pagina stampata con un proprio documento in bella mostra in qualche ufficio: i furti di identità – sempre più frequenti - si basano anche sulla scarsa, se non inesistente, privacy garantita dal fax.

Ammettiamo anche che la questione dell’inconsistenza del valore legale del fax conti poco e che quella legata alla privacy sia poco rilevante. Resta il fatto che, rispetto a una mail che consumerebbe zero fogli di carta, per ogni pagina di fax vengono sprecati due fogli, uno stampato dal mittente per l’invio del fax (va stampato obbligatoriamente visto che va firmato) e uno sul quale il la macchina del destinatario stampa una brutta copia della pagina inviata. Con buona pace delle frasi di circostanza che molte aziende mettono in calce alle proprie mail invitando a non stamparle per salvaguardare l’ambiente. Certo, esistono anche sistemi per l'invio di fax "virutali": ma spesso sono servizi complessi e comunque utilizzati solo da una parte minoritaria della popolazione.


Una scena dal film "Impiegati... male!" in cui viene distrutta a mazzate una macchina fax

Sì, è vero: noi vorremmo il fax morto. Se il fax uscisse dalle opzioni possibili per contattare aziende e Pubblica Amministrazione forse in pochi ne sentirebbero la mancanza. Ma di certo – lo ribadiamo con forza, come negli altri casi analoghi che abbiamo affrontato – il fax non deve e non può essere, nel 2016, la modalità esclusiva di comunicazione richiesta a un consumatore. È una cosa fuori dal tempo e quasi offensiva, che assume tinte paradossali e quasi ridicole se pensiamo che – nei casi da noi raccontati - chi sta costringendo i consumatori a mettere ancora le mani al fax sono due aziende che si occupano di telecomunicazioni digitali e che investono fior di quattrini per comunicare la propria anima hi-tech. Salvo poi – nelle pratiche amministrative di tutti i giorni – tornare all’età del fax, che ci sembra più vicina a quella della pietra che ai giorni nostri.

Strage di Vergarolla: quando si usava il tritolo per cacciare gli italiani

Marco Fornasir

La strage di Vergarolla, avvenuta domenica 18 agosto 1946, è forse la più sanguinosa (circa 100 vittime) fra quelle dell’Italia repubblicana. Volutamente nascosta per oltre cinquant’anni, viene finalmente portata alla luce in tutti i suoi aspetti grazie al libro del direttore de L’Arena di Pola Paolo Radivo.


Un’esplosione potente squarciò la spiaggia di Vergarolla alle 14:15 di domenica 18 agosto 1946.

La terra tremò per una vasta area e i vetri delle case di Pola andarono in frantumi, come le speranze di mantenere Pola in territorio italiano. Sessantaquattro sono le vittime identificate e sepolte, ma circa cento persone furono spazzate via da quello che ancor oggi a fatica viene identificato come un attentato contro la popolazione italiana e, perfino dagli attuali vertici della Comunità italiana di Pola, viene derubricato a semplice incidente. Quell’esplosione, tragicamente simile al fungo atomico di Hiroshima, ebbe anche lo stesso effetto di quelle bombe micidiali.

Si può dire che l’attentato di Vergarolla, come avvenne in Giappone, costrinse la popolazione alla resa: in quel periodo a Parigi erano in corso i negoziati per definire lo status dei territori italiani in Istria e in Dalmazia. L’italianissima Pola faceva sentire quasi quotidianamente la sua voce per manifestare la volontà di rimanere parte integrante di una ancora acerba Repubblica Italiana, magari sotto forma di enclave. Quella strage fiaccò definitivamente il morale dei nostri connazionali e da allora ci fu un lento e inesorabile abbandono di ogni speranza, fino alla firma del Trattato di Parigi (10 febbraio 1947) e all’esodo.

A settant’anni di distanza, dopo alcuni libri che hanno riacceso le luci su quel grave e criminale episodio, è stato realizzato finalmente uno studio approfondito che prende in esame tutti gli aspetti della tragedia. Il volume è: La strage d Vergarolla (18 agosto 1946) secondo i giornali giuliani dell’epoca e le acquisizioni successive (editore Libero Comune di Pola in Esilio – LCPE), l’autore è il direttore del mensile L’Arena di Pola Paolo Radivo, figlio di istriani. Inoltre è stato realizzato, sempre con il contributo determinante dell’LCPE, il documentario di Alessandro Quadretti L’ultima spiaggia.

Pola fra la strage di Vergarolla e l’esodo. Ambedue sono importanti strumenti per capire cosa è effettivamente successo in quella tragica domenica d’agosto. Il corposo volume di Radivo conta ben 648 pagine ed è uno studio completo sulla vicenda, il documentario riporta anche le testimonianze dei pochi testimoni sopravvissuti, forse l’ultima occasione di sentire dalle voci di chi c’era la verità dei fatti. Ma chi non ha mai sentito parlare di questa strage, per intenderci più sanguinosa di quella della stazione di Bologna, ha necessità di alcuni particolari e di inquadrare i fatti nel periodo storico.

Terminate ufficialmente le ostilità, Pola era rimasta territorio italiano sotto amministrazione alleata. Il maresciallo Tito pretendeva di acquisire anche l’italianissima Pola nella neonata Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia (dal 1963 Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia) e la Conferenza della Pace di Parigi era in corso. Va sottolineato che il delfino di Tito Milovan Gilas, poi caduto in disgrazia, in una intervista rilasciata al quindicinale fiumano Panorama (21 luglio 1991) dichiarò: «Nel 1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Così fu fatto.»

In questo contesto si svolsero quella domenica di agosto le gare natatorie della Pietas Julia, evento che attirò sulla spiaggia di Vergarolla buona parte della gioventù italiana di Pola e dintorni, compresa la squadra del Centro Sportivo Proletario, filo-jugoslava, che vinse una delle gare e lasciò la zona verso l’ora di pranzo. Al momento dell’esplosione (14:15) erano presenti sulla spiaggia solo italiani, per lo più giovanissimi con le rispettive famiglie. A esplodere furono degli ordigni (di vario genere, per lo più bombe di profondità) che erano stati disinnescati e accatastati sulla spiaggia.

Erano 12, 28 o 32, a seconda dei documenti del Governo Militare Alleato, e non potevano assolutamente esplodere da soli. Tanto che i ragazzini vi salivano a cavalcioni e le signore vi stendevano ad asciugare i teli da mare e i costumi da bagno. Per esplodere quegli ordigni avrebbero dovuto essere nuovamente riattivati e poi innescati, quindi in nessun modo si trattò di un incidente ma di un vero e proprio attentato. E la testimonianza di Claudio Bronzin, all’epoca un ragazzino, squarcia il muro di silenzio: ricorda che sua zia Rosmunda vide un uomo vestito (cosa un po’ strana d’estate) che aggiuntava dei fili elettrici presso la catasta dei residuati.

E’ probabile che quell’uomo, mai identificato, sia stato l’esecutore materiale della strage, magari utilizzando l’attrezzatura delle vicine miniere di carbone dell’Arsa. Il risultato della strage fu impressionante: oltre ai 64 cadaveri identificati anche se disintegrati (di una signora fu ritrovato solo un dito con la fede, piccolo ma determinante dettaglio, di uno dei figli del dottor Micheletti fu rinvenuta solo una scarpetta) ci furono circa una quarantina di altri sventurati che persero la vita in quello scoppio.

Probabilmente uomini e donne che scappavano dai territori istriani occupati dai titini e che non erano mai stati registrati come domiciliati a Pola per paura di ritorsioni contro le loro famiglie rimaste in zona B. Basandosi sulle ossa e i resti umani reperiti, il dottor Micheletti stimò insieme a un dottore inglese che i morti totali avrebbero potuto essere compresi tra 110 e 116. In una relazione ufficiale il dottor Chiaruttini dichiarò che ci furono circa 100 morti.

Pola fu annientata, il suo spirito e quello dei suoi abitanti fu completamente distrutto. Le autorità jugoslave incolparono subito il governo alleato di scarsa sorveglianza, mentre a Pola il muro di omertà ha coperto e continua a coprire mandanti ed esecutori. Da qualche anno spuntano testimonianze che portano inequivocabilmente nella direzione dell’attentato, ma ancora la prova regina non c’è (come non c’è per molte altre stragi più recenti). Il nome che ricorre più frequentemente è quello di Ivan (Nini) Brljafa, un partigiano dell’Istria interna che a Pola ebbe poi anche qualche incarico locale dal governo jugoslavo.

Brljafa si suicidò nel 1979 in seguito alla scoperta di un tumore ai reni, ma pare che lasciò un biglietto in cui confessava di aver agito su ordine di Albona (sede all’epoca di un comando dei servizi segreti jugoslavi). Altri testimoni raccontano che il giorno dopo il massacro due polesani avrebbero festeggiato insieme ai due attentatori in una trattoria di Monte Castagner, mentre dieci giorni dopo quattordici polesani brindarono alla strage in un’osteria di Monte Grande. Ma anche qui nessuna pistola fumante.

Però, grazie al libro di Radivo che compara gli articoli dell’epoca con i documenti successivamente rinvenuti e ulteriori testimonianze, sono venuti alla luce numerosi elementi, soprattutto per quello che riguarda i movimenti delle truppe alleate e delle truppe titine in zona subito prima dell’attentato. E anche ciò che avvenne subito dopo viene esaminato in profondità. Inoltre vengono messi a fuoco molti dettagli che riguardano i soccorsi dopo l’esplosione, l’assistenza ai feriti e il penoso momento dei funerali cittadini.

Tra tutti emerse la figura del dottor Geppino Micheletti (cugino del noto filosofo goriziano Carlo Michelstaedter) che operò consecutivamente fino a tarda sera tutti i feriti gravi, anche dopo aver saputo che i suoi figli Carlo e Renzo erano stati spazzati via dall’esplosione. Solo a tarda sera si recò a Vergarolla alla ricerca dei resti di uno dei due. Fu decorato con la medaglia d’argento al valor civile. Lui rimase a Pola fino al settembre 1947, quando partì per l’esilio, dicendo che mai avrebbe potuto curare qualcuno con il sospetto di curare un criminale coinvolto nella strage.

Il titolare non è responsabile per l’uso scorretto della rete wi-fi di un negozio

La Stampa
emanuele bonini

Decisione della Corte di Giustizia europea in una causa tra la Sony e un commerciante



Attenti quando vi recate a fare acquisti. Se all’interno del negozio viene messa a disposizione una rete internet senza fili gratuita, eventuali usi scorretti della rete non saranno a carico del titolare del punto vendita, il quale potrà concedere l’utilizzo del wifi solo dopo identificazione dell’interessato. In quel caso, tutte le responsabilità saranno a carico del cliente. La Corte di giustizia europea lo stabilisce in modo chiaro, nella sentenza espressa oggi. «Il gestore di un negozio che offre gratuitamente al pubblico una rete wi-fi non è responsabile delle violazioni dei diritti d’autore commesse da un utente». A patto che attui politiche di dissuasione di utilizzi impropri del web. Vuol dire obbligo di registrazione con nome e password. Ne consegue che eventuali violazioni rischiano di ricadranno su chi effettivamente naviga su internet. Quindi, fate attenzione.

Il caso
Il pronunciamento dell’organismo di giustizia di Lussemburgo si riferisce al caso che vede opposti Tobias Mc Fadden e Sony. Mc Fadden gestisce un negozio di materiali d’illuminazione e audio, in cui offre gratuitamente al pubblico una rete wi-fi al fine di attirare l’attenzione di potenziali clienti sui suoi beni e servizi. Nel 2010 un brano musicale di cui la Sony detiene i diritti d’autore è stato messa a disposizione del pubblico per essere scaricata attraverso la rete internet del negozio. Il tribunale regionale di Monaco ha ritenuto il cittadino tedesco responsabile della violazione delle leggi sui copyright. Tuttavia la direttiva europea 31 del 2000 sul commercio elettronico esclude la responsabilità dei prestatori intermediari per un’attività illecita iniziata da un terzo, e la Corte di giustizia europea ritiene che questo sia il caso in questione.

La sentenza
Mettere a disposizione del pubblico una rete wi-fi al fine di attirare l’attenzione dei potenziali clienti sui prodotti o i servizi di un negozio «costituisce un servizio della società dell’informazione». Ora, se chi offre internet si limita a fornire il solo accesso alla rete e non origina la trasmissione di dati, non seleziona destinatari di dati né le informazioni disponibili, «il titolare di diritti d’autore non può chiedere a tale prestatore un risarcimento per il motivo che tale rete è stata utilizzata da terzi in violazione», sostiene la Corte Ue, che però ritiene che i gestori di negozi possano «dissuadere gli utenti di una rete dal violare diritti di proprietà intellettuale». Come? Basterebbe fare in modo che gli utenti «siano obbligati a rivelare la loro identità prima di poter ottenere la password richiesta, così da evitare che agiscano anonimamente». Attenti, quindi. 

Quel diritto all’oblio e gli sciacalli digitali

Corriere della sera

Caterina Malavenda

Non codificato in Italia e riconosciuto a livello europeo, garantisce di essere dimenticato al protagonista di vicende non encomiabili quando la funzione informativa si è esauritaMa Tiziana voleva sparire dalla rete, del tutto e per sempre, sottraendosi a chi la vessava offrendola al pubblico ludibrio

Quanti giorni ancora dureranno, prima di affondare nel silenzio, lo stupore, l’indignazione e la pietà, quasi ostentati in questi giorni da opinionisti, giuristi e (per la verità non molti) politici, per la drammatica e definitiva scelta di Tiziana? E saranno più longevi gli sciacalli che ancora oggi, sulle spoglie della loro vittima, imbastiscono macabri scherzi, pur di esserci ancora e poter prolungare una notorietà che fa ribrezzo? Domani è un altro giorno, saranno certamente diffusi nuovi video virali e ci saranno altre vittime più o meno consapevoli: spesso, infatti, è chi subisce la gogna ad averla generata, affidando alla rete, con incredibile leggerezza, immagini che non sarà più possibile eliminare dalla realtà virtuale perché, come ha detto con disarmante sincerità il Garante, che pure dovrebbe assicurarla, la tutela di una persona che finisce sul web è praticamente impossibile, per mancanza di strumenti efficaci.

Questo, mentre viene rimossa, con un semplice clic, la foto della «Napalm girl», la bambina vietnamita che corre nuda e piangente, dopo esser stata investita dal napalm, pedopornografica per l’algoritmo — peggio fosse stato un uomo in carne ed ossa! — di Facebook, premiata con il Pulitzer per la sua evidente forza dirompente e ripristinata solo dopo forti ed autorevoli proteste. E mentre, con la stessa agile semplicità, grazie anche a sentenze poco lungimiranti o utilizzate a sproposito, un terrorista conclamato può chiedere ed ottenere, se nessuno se ne accorge, da siti e motori di ricerca la rimozione di tutte le notizie che lo riguardano; un imputato, ancora sotto processo, può esigere la eliminazione degli articoli che si sono occupati di lui; un politico può pretendere che si cancelli il suo passato criminale, così di fatto azzerando la memoria un po’ per volta.

Figli e figliastri, dunque, certo a causa delle diverse modalità di circolazione di informazioni e dati che la rete offre, ma anche per un certo disinteresse di fondo, specie se la vittima non è famosa — a chi interessa davvero, fino a che è viva, una oscura ragazza di provincia in preda al panico ed all’umiliazione? — unito ad un senso di impotenza, capace di smorzare anche gli slanci investigativi più ostinati, a causa della inadeguatezza degli strumenti approntati, compreso quello penale. In realtà, l’immissione in rete di dati personali, specie se sensibili — e quelli sessuali ovviamente lo sono — senza consenso, è condotta illecita che può essere perseguita e bloccata subito, ma solo entro i confini nazionali, salvo improbabili ed inutili rogatorie all’estero. E non è certo il diritto all’oblio, di cui molto e non sempre a proposito si parla, la panacea di tutti i mali.

Non codificato in Italia e riconosciuto a livello europeo, dal nuovo regolamento comunitario sulla protezione dei dati (Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016) garantisce al protagonista di passate vicende non encomiabili il diritto di essere dimenticato, quando la funzione informativa si è esaurita, anche mediante la rimozione di tutte le notizie che lo riguardano, se oramai prive di interesse pubblico. Non era l’oblio, dunque, che cercava Tiziana, ma voleva sparire dalla rete, del tutto e per sempre e dimenticare quelle immagini che l’avevano esposta al pubblico ludibrio: non ce l’ha fatta. Ci sarà una prossima volta e torneremo ancora ed inutilmente a stracciarci le vesti, ad immaginare improbabili leggi e forme di educazione massiva di coloro che, nativi digitali, vivono in rete, ci si trovano benissimo, al punto da considerare i ventilati interventi normativi un attentato alla libertà ai tempi di Internet e l’oblio un concetto estraneo e persino eretico, sempre che non li riguardi personalmente.

15 settembre 2016 (modifica il 16 settembre 2016 | 01:36)

Un’emoji della donna con il velo: la richiesta di una 15enne in Germania

Corriere della sera

di Alessio Lana

Rayouf Alhumedhi ha scritto a Apple e poi all’Unicode Consortium per avere una faccina che la rappresenti



Voglio un'emoji con il velo. La richiesta è arrivata da Rayouf Alhumedhi, ragazza 15enne che si accorta di una particolare carenza tra le faccine che usiamo ogni giorno nelle chat. Ci sono coppie omosessuali e donne sportive, gattini, cagnetti e ogni sorta di pupazzetto ma manca la donna col velo. E forse, presto, potrebbe arrivare. La ragazza di origini saudite residente in Germania se n'è accorta mentre creava un gruppo su Whatsapp con le sue amiche: ognuna aveva scelto un'emoji che la rappresentasse e lei non aveva trovato ciò che voleva. «Le mie amiche che non portano il velo hanno trovato qualcosa», racconta Alhumedhi al Washington Post, «Io invece sono stata costretta a non usare l'emoji di una donna che indossa il velo semplicemente perché non c'è». Dopotutto basta dare un'occhiata al nostro smartphone per vedere che le tante immagini di donne proposte sono tutte a capo scoperto.

L’importanza dell’hijab
La ragazza però non si è arresa all'evidenza. Prima ha scritto alla Apple e poi, più giustamente, si è rivolta all'Unicode Consortium, l'associazione no profit che si occupa della creazione e dell'aggiornamento delle emoji. In un documento di sette pagine spiega dettagliatamente la sua proposta e immagina delle nuove faccine da includere nei prossimi aggiornamenti: una kefiah, un hijab, un foulard e un uomo e una donna che li indossano. «Nell'era digitale, le immagini si sono dimostrate un elemento cruciale nella comunicazione», si legge nel documento, le emoji oggi sono «di forte impatto» e «più utilizzate che mai».

La ragazza ha ragione. La prima forma di comunicazione scritta dell'uomo fu il disegno. Poi arrivò la parola, il pensiero complesso e strutturato ma il digitale ci sta portando indietro alle origini. Grazie alle chat le emoji stanno diventando un mezzo espressivo sempre più importante: solo nel 1999, quando sono nate, erano 176, oggi superano quota 1.800 e nel 2015 l'Oxford Dictionary ha perfino eletto la «faccina che piange di gioia» come parola dell'anno. Non è un bene o un male, è un dato di fatto.
Cultura e faccine
«Circa 550 milioni di donne musulmane su questa Terra sono orgogliose di portare l'hijab», si legge ancora nella richiesta per la nuova emoji, «Un numero enorme di persone che non hanno neanche un piccolo spazio sulla tastiera». L'Unicode Consortium è aperto alle richieste degli utenti, tutti possono inviare richieste per nuove immagini e tante battaglie sono state condotte all'interno di quella tastiera colma di disegni. Come il linguaggio, anche la comunicazione visiva evolve per venire incontro alle nuove esigenze sociali, politiche e culturali. Nel tempo abbiamo visto arrivare la scelta del colore della pelle per i personaggi antropomorfi, le emoji di coppie omosessuali e famiglie monogenitore, il revolver trasformarsi in una pistola giocattolo dopo i fatti di sangue statunitensi e, con le olimpiadi di Rio, sono sbarcate tra i tasti anche le donne sportive. Ora però tocca all'hijab.

Non solo religione
Grazie all'email della ragazza, un componente dell'Unicode Consortium si è interessato al caso e i due sono stati affiancati dal cofondatore di Reddit, Alexis Ohanian, e dalla graphic designer Aphelandra Messer che ha realizzato i concept per le nuove emoji. La squadra sembra aver funzionato. La prima email di due pagine inviata da Alhumedhi è diventato un ricco documento di sette pagine, le nuove emoji ora sono in fase di revisione e, se tutto andrà per il verso giusto, a metà del 2017 vedremo la nascita di una kefiah, un hijab e un foulard da applicare su diverse faccine. Come sottolinea la ragazza questa non è solo una conquista per le donne musulmane. «Le donne indossano il foulard come segno di modestia in molte religioni, anche nel cristianesimo e nel giudaismo» si legge nel documento, «Anche le donne con il cancro spesso indossano un foulard. Questa emoji potrebbe essere utile anche per loro».

Paralisi olimpica

La Stampa
massimo gramellini

C’è una domanda che mi piacerebbe rivolgere a quella simpaticona della Raggi, al venezuelano Di Maio e a tutti coloro che si fanno un vanto di non volere le Olimpiadi a Roma. Se il vostro pensiero è «rinunciamo ai Giochi, altrimenti i palazzinari ci rubano pure il Colosseo», perché non vietate direttamente la costruzione di scuole, strade e ospedali? Vi assicuro che si ruba anche lì, e alla grande. Ma quelle sono opere necessarie, direte, mentre i Giochi rappresentano uno sfizio. Sì, ma uno sfizio che, oltre a rinfrescare le infrastrutture derelitte della città, e a rimettere l’Italia per qualche settimana al centro del mondo, porterebbe con sé un po’ di gioia. E Dio solo sa se la capitale depressa di questo Paese depresso non ne avrebbe bisogno. Di gioia e di quella tensione collettiva che scaturisce soltanto dalla presenza di un obiettivo comune. 

So bene che, se si esclude l’edizione radiosa di Barcellona, i Giochi si sono quasi sempre rivelati un disastro economico. E il quadro clinico di Roma è così disperato che le Olimpiadi sarebbe più facile organizzarle a Calcutta. Ma invece di un comodo «no», da una classe politica che volesse davvero liberare l’Italia dalle sue paure anziché rattrappirla in un clima di diffidenza e mestizia quaresimale, mi aspetterei che cercasse un modo per ribaltare certi verdetti scontati. Mi aspetterei che proponesse una rete efficace di controlli per evitare gli sprechi e gli impianti inutili. Mi aspetterei che dicesse: la vera sfida non consiste nel non fare le Olimpiadi per paura dei ladri, ma nel provare a farle senza rubare. 

Tra i cacciatori di crimini sul web: “Più difficile scovare i colpevoli se le vittime si vergognano”

La Stampa
maria corbi

Al lavoro 76 sezioni di polizia, innumerevoli i siti da controllare. “È decisivo agire subito, sui filmati virali siamo quasi impotenti”



Sexting, sex extortion, trolling. Il vocabolario dei pericoli della rete aumenta le sue pagine e la polizia postale aumenta il suo lavoro. Oltre alla sede centrale di Roma sono 20 i compartimenti e 76 le sezioni che in tutta Italia si occupano tra le altre cose dei crimini del web ma anche del suo utilizzo distorto. Tanti i ragazzini che denunciano un abuso, sempre di più da quando è stata incrementata l’azione di prevenzione. Cinquecentomila i ragazzi che lo scorso anno hanno partecipato a eventi informativi . 

Ma cadere nei tranelli della rete e dei social non è solo una cosa da ragazzi, tanti anche gli over 40. Aumenta il lavoro dei poliziotti che si dedicano ai crimini virtuali. E se le emergenze su cui si concentrano rimangono il terrorismo e la pedopornografia, quel che accade sui social assorbe molte delle loro energie. 

Nessun commento sulla vicenda di Tiziana «uccisa» da quel video hot che lei stessa aveva condiviso su Whatsapp. Indagini in corso. Quando invece la vittima è una minorenne la polizia postale procede immediatamente, altrimenti occorre formalizzare una denuncia. Passa del tempo, una variabile importante, e le cose si complicano. In ogni caso gli individui che hanno condiviso una foto «sensibile» oggetto di denuncia sono rintracciabili anche se il passaggio è avvenuto via Whatsapp e via Snapchat. «Il problema è che spesso le persone si vergognano e tendono a non fornire tutti gli elementi utili per darci una mano», dice uno degli ispettori che ogni giorno affronta emergenze del genere.

Tante le ragazzine vittime del sexting - neologismo derivante dai termini inglesi sex e texting (mandare messaggi a sfondo sessuale) - ma soprattutto della sex extortion, spiega Carlo Solimene, dirigente della divisione investigativa della Polizia postale, ossia «l’immissione di immagini in rete con finalità estorsive». Una ragazzina chatta con un coetaneo che le chiede, per esempio, di spogliarsi e poi la ricatta con la minaccia di diffondere quelle foto. Lo scambio può essere anche non in denari ma solo con compiti di scuola, una versione, un tema. Oppure c’è la «revenge porn», nel caso in cui un ex condivide per vendetta momenti intimi e imbarazzanti sulla rete. 

«Noi consigliamo sempre di non pagare - dice Solimene -. Siamo in grado di congelare questa immagine e di rimuoverla dalla rete solo nell’immediatezza dei fatti, quando la rete non ha prosciugato quell’immagine. Se invece la foto è viralizzata, ossia ha girato su tutti i siti, possiamo rimuoverla con un decreto di rimozione del magistrato, ma se qualcuno l’ha conservata in memoria, allora potrà sempre riuscire fuori». 

Insomma un invio di immagini alla persona sbagliata può tormentarci tutta la vita. E non c’è attività investigativa che tenga. «Per evitarlo dobbiamo non immettere in rete foto che consideriamo private e che non vogliamo che siano viste». Le ragazzine divulgano le foto senza pensare che alla fine quello scatto innocente potrà arrivare in rete attraverso una catena di clic, e magari arrivarci taroccata. 

«Il poliziotto prima di tutto fa prevenzione - insiste l’esperto -. Capire questo è fondamentale, perché quando la frittata è fatta allora non rimane che andare alla procura della Repubblica». Anche quando si tratta di trolling, ossia della «pesca alla traina» su internet di una vittima da sopraffare in gruppo. 
Molti ragazzi sulle strade del cyberbullismo credono che facendo minacce attraverso un computer, o divulgando immagini, non possano essere identificati. «Invece sicuramente verranno identificati - spiega Solimene -. E spesso quel computer porta ai loro genitori che si troveranno sulle spalle una bella denuncia». 

Un mondo in continua evoluzione, quello del web e dei social, che richiede un continuo aggiornamento di chi deve contrastarne il cattivo utilizzo o il crimine. Whatsapp e Snapchat sono ormai roba da «matusa», le nuove applicazioni di condivisione si chiamano WeChat, Tango, Hike e Yuilop. Poi c’è Hide It Pro che serve a nascondere foto, testi e video. La polizia postale «insegue» queste novità. Forse però anche i genitori dovrebbero iniziare a correre.

Cassazione: vietato lasciare il cane da solo in giardino, è reato

La Stampa
giulia merlo



Vietato lasciare i cani nel giardino senza compagnia e lontani dall’abitazione, altrimenti si rischia di incorrere nel reato di abbandono. A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna a un uomo di Thiene, che non si è occupato del proprio animale da compagnia: ora dovrà pagare 2mila euro di multa, oltre alle spese di giudizio.

Secondo i giudici, l’uomo ha inflitto “gravi sofferenze” al proprio pastore tedesco, lasciandolo in cattive condizioni di salute e abbandonato in un giardino lontano dalla casa. Addirittura, il proprietario indifferente aveva talmente “poche occasioni di stare in compagnia del cane, da non essersi nemmeno accorto della sua condizione fisica”.



I testimoni sentiti nel processo di merito, infatti, hanno raccontato che il povero animale abbandonato nel cortile non si reggeva sulle zampe, emanava cattivo odore, aveva macchie di sangue, otite e piaghe da decubito nel ventre. Anche questo elemento ha pesato, nel giudizio degli Ermellini, che hanno rimproverato all’uomo non solo l’abbandono, ma anche “l’omessa prestazione di cura e assistenza, dovuta ad un comportamento di trascuratezza colposa”.

La Corte di Cassazione vanta una giurisprudenza ormai costante che tutela gli animali domestici, ulteriormente consolidata dalla condanna a questo cattivo proprietario, che ha tentato di difendersi senza successo, sostenendo che il cane si trovava nel suo giardino e dunque non era abbandonato e che solo un veterinario era in grado di accorgersi delle malattie del pastore tedesco. 

Nessuna giustificazione è valsa, però, a evitagli la condanna. Secondo i giudici di legittimità, infatti, il reato di abbandono di animali viene commesso “non solo con comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche le condotte che incidono sulla loro sensiblità psico-fisica, procurandogli dolore e afflizione”. 

La Russia blocca Pornhub e You Porn e consiglia: “Cercate nella vita reale”

La Stampa

Vivace scambio di battute tra l'ente russo e i colossi del porno

Dopo aver bloccato Pornhub e You Porn, due dei siti pornografici più visitati al mondo, l’autorità per le telecomunicazioni russa ha sfoderato un notevole umorismo nel commentare via Twitter la notizia. Dopo la decisione presa in seguito a un pronunciamento dei tribunali di Vladivostok e della regione di Voronezh, che li avevano giudicati illegali in base alla legge russa sulla pornografia., è seguito un vivace scambio di battute tra il profilo di PornoHub e quello dell’ente russo. 

«Se diamo a voi ragazzi un abbonamento premium, ci toglierete il blocco in Russia?» , ha chiesto il portale. L’ente - in russo Roskomnadzor - ha subito ribattuto risposto: «Ci spiace, non siamo sul mercato e la demografia non è un bene di scambio», suggerendo che la preoccupazione principale delle autorità di Mosca sia una possibile correlazione tra pornografia e calo delle nascite. 

Per chiudere la discussione, l’autorità ha rilanciato un tweet di un anno fa, quando un cittadino si era lamentato per la chiusura di un altro sito per adulti: «Come alternativa, puoi cercarti qualcuno nella vita reale». Aggiungendo: «Cari amanti di internet, a proposito questo consiglio è ancora valido». 

L’albero della discordia fa litigare quaranta famiglie

La Stampa
paolo coccorese

È nato in un cortile accanto al muro che separa due condomini


Quelli del palazzo di via Principe Tommaso 42 vogliono che sia abbattuto, i dirimpettai vogliono salvarlo

Sono tre anni che dai balconi che si affacciano su quel cortile ci si guarda in cagnesco. Si bisbiglia maliziosamente ai citofoni e si rumoreggia durante le molteplici riunioni condominiali puntando il dito contro i vicini. È una battaglia paradossale quella che divide i condomini di via Morgari 11 e via Principe Tommaso 42. Quaranta famiglie divise tra i due palazzi in contenzioso lungo il muretto che divide a metà lo spazio verde condiviso sovrastato da un alberello cresciuto spontaneamente negli ultimi dieci anni. Alto una ventina di metri e con fronde verdissime, è diventato motivo di una disfida senza fine tra chi vorrebbe salvarlo e chi condannarlo all’abbattimento.

Avvolto nel silenzio e circondato dalle biciclette appoggiate ai muri, sembra quasi impossibile che un albero possa far discutere. «Ma volete scrivere un articolo sulla pianta?» domanda la signora Rosalba Durante che abita in via Morgari. La risposta positiva la lascia perplessa poi, complici le domande, aggiunge: «In effetti, sono tre anni che combattiamo per non farlo tagliare visto che è una ricchezza da preservare – racconta - Abbiamo fatto 3-4 assemblee straordinarie di condominio. E sono arrivati anche quelli del Comune». Come sarebbe a dire del Comune? «Sì, i tecnici del verde per studiare la pianta». Visita conclusa con una sentenza che ha mischiato ancora una volta le carte: gli esperti hanno svelato che non è una specie di pregio e quindi protetta, ma un alianto: albero spontaneo e infestante che può essere buttato giù.

Ma perchè abbattere un albero in città? «Perchè una parte dei miei condomini si lamenta che oscura i balconi e con le radici danneggia il muretto del cortile» risponde l’amministratore di via Principe Tommaso, Stefano Marengo. Dopo aver chiesto l’abbattimento, ricevuto la risposta negativa dai vicini di via Morgari, ha lanciato un ultimatum: la pace si può raggiungere tagliando uno dei due tronchi - quello che si avvicina di più ai «suoi» balconi - e potare radicalmente la fronda. Ultimatum che, però, rischia di danneggiare per sempre la pianta.

Così, in via Morgari prendono tempo. Ma senza accordo il destino è segnato. «C’è la possibilità che i vicini si rivolgano a un legale. Una situazione che è sempre meglio evitare visto la mole di ricorsi che nel nostro paese sono in attesa di una risposta» dice il collega-avversario, l’amministratore Aldo Armeni. Intanto la contesa dell’albero da abbattere è arrivato in Circoscrizione 8. «Ci hanno scritto i residenti - dice il coordinatore al Verde, Massimo Miano -. Secondo me, il patrimonio arboreo pubblico o no è da salvare dall’abbattimento. Farò un sopralluogo per cercare una mediazione che potrebbe passare da una bella potatura».

Reputation manager, è arrivato chi ti pulisce il tuo profilo social

Libero
Reputation manager, è arrivato chi ti pulisce il tuo profilo social

Sei alla ricerca di un nuovo lavoro e hai paura che nel web ci sia qualcosa che  possa danneggiarti? Niente paura per te è in arrivo il reputation manager. Ideato da Andrea Barchiesi, 45enne anconetano, che ha studiato e applicato al web un metodo ingegneristico per "ripulire" le identità digitali, ridando dignità alle aziende, istituzioni e personaggi pubblici. Barchiesi ha concesso un'intervista al Giorno dove ha spiegato il suo metodo di lavoro: " I nostri tempi di intervento sono molto rapidi, in poco tempo possiamo individuare la sorgente, la fonte di diffusione. Eliminare tutto è impossibile, ma più una notizia o un filmato si diffondono , più è peggio.

Quindi bisogna intervenire in fretta per togliere tutto ciò che può danneggiare la tua identità digitale. Noi utilizziamo delle tecnologie che ci consentono di sapere tutto ciò che c'è in rete.

Barchiesi ha anche commentato il caso di Tiziana, la giovane napoletana che si è uccisa per la vergogna dopo la diffusione di un video hard che la vedeva protagonista, " secondo me se si fosse rivolta a un esperto digitale quando ormai il video era diffuso sul web le cose sarebbero andate diversamente. Era giusto rivolgersi a un avvocato ma i tempi della giustizia purtroppo non seguono i tempi di internet e quindi solo un esperto digitale avrebbe potuto fare qualcosa in tempi brevi".