domenica 18 settembre 2016

Una giungla di antenne del Kgb: così l’Urss spiava mezza Italia

La Stampa
domenico quirico

I documenti sottratti dall’archivista sovietico resi pubblici a Londra Intercettate le comunicazioni di politici, militari e anche magistrati


La Lubyanka, il palazzo che ha ospitato a Mosca il Kgb, i servizi segreti russi sospettati dell’omicidio di Alexander Litvinienko

Chissà se Vladimir Aleksandrovic Krjuckov ha distribuito, nel 1976 medaglie e premi per il successo dell’operazione «Start» a Roma. L’onnipotente responsabile del Primo Direttorato Centrale, il capo del Kgb insomma, forse considerò quel capolavoro dei suoi uomini in Italia attività «normale». Aveva un brutto carattere Krjuckov: già, preferiva, lui, i bassopiani della guerra continua agli altopiani della pace. I rapporti che gli raccontavano in presa diretta tutti i segreti d’Italia, perfino le conversazioni private tra i giudici del principale tribunale del Paese, li scorreva con la eterna espressione dura e decisa, con gli angoli della bocca rivolti verso il basso, da tartaro senza sorriso.

Il fedelissimo di Andropov, che aveva sollevato sconforto abolendo il mobile bar dall’arredamento e le bicchierate in onore degli ufficiali che andavano a spiare all’estero, sapeva che i sorrisi con gli americani erano commedia, commedia politica e diplomatica. Sì. Nel 1973 era stato firmato il primo degli accordi Salt sul disarmo. Ma la guerra continuava: per lui l’America restava «il Nemico principale». Come diceva benissimo il compagno Breznev «la distensione non alterava le leggi della lotta di classe». 

Semplice e geniale
Ebbene l’operazione Start fu davvero un capolavoro, un capolavoro di creatività spionistica. Pensate! Piazzare antenne, banalissime, insospettabili antenne nei luoghi chiave di un Paese per ascoltare le conversazioni militari, politiche e giudiziarie, l’intera equazione dei Poteri. Una antenna ad esempio a piazzale Clodio, sede del tribunale di Roma; e poi ad Acilia per affatturare tecnicamente i cavi dell’Italcalble utilizzati allora dalla Marina per le comunicazioni; e alla base di monte Cavo. Questa ingegneria spionistica si deposita, non bisogna dimenticarlo, in metabolismi politico terroristici furibondi, sono gli anni delle invelenite sanguinose e opacissime trame delle Brigate rosse. Con piste e orme che portano a burattinai quanto meno di Oltrecortina.

Un romanzo di spionaggio? Niente affatto: verità. E qui bisogna parlare degli archivi. Gli archivi sono miniere, filoni d’oro in cui, se riesci a trovare la vena, puoi riportare in superficie straordinari tesori. Ad esempio: gli archivi intitolati a Churchill all’Università di Cambridge, (luogo tra l’altro assonante con lo spionaggio visto che era uno dei maggiori centri di assunzione del Kgb che non lesinava nella compera delle spie). È lì che i servizi segreti di Sua Maestà hanno da poco depositato tutti i file con i segreti del Maggiore-archivista presso il deposito centrale di documentazione operativa del Kgb per lo spionaggio esterno Vassili Mitrokhin. Ancora archivi, come si vede, perché i regimi governano, reprimono: ma soprattutto scrivono. Figura archetipa dello sconquasso dell’Unione Sovietica giunta alla eutanasia, nell’ufficio di Balashika vicino a Mosca, Mitrokhin, nel 1992, cercava un cliente per il suo tradimento.

Gli americani forse convinti del collasso definitivo dell’Arcinemico lo delusero. Costringendolo a ripiegare sulla Gran Bretagna. Non sapevano a Washington che per anni, fino all’85, nascondendolo nelle scarpe, aveva portato a casa, copiato su bigliettini, il lavoro di ufficio ovvero tutti i segreti dello spionaggio di Mosca. Che si estendevano anche all’Italia con nomi purtroppo in codice più o meno fantasiosi di infiltrati e collaborazionisti. Della operazione Start a Roma parlò per primo un consulente della immancabile Commissione bicamerale di inchiesta istituita per lo scandalo, reclutato alla Università di Stanford, Mario Scaramella, che per decifrare i segreti di Mitrokhin aveva arruolato una squadra con ex ufficiali della Cia e dell’MI6 e defezionisti russi tra cui l’ex capo dell’antiterrorismo dell’Fsb colonnello Alexander Litvinienko.

Poi eliminato dai russi con una dose di polonio radioattivo che contaminò anche Scaramella. All’audizione davanti alla Commissione di inchiesta della Alta Corte inglese, e poi al processo italiano (perché nel frattempo è stato retrocesso da responsabile per le indagini all’estero della commissione a una sorta di agente provocatore), cita invano l’esistenza dei documenti sulle antenne di Roma come prova, tra le altre, della validità della sua attività investigativa. La operazione Start restò per l’Italia «una fantasia».

Le parti mancanti
A provarlo soccorreva un altro elemento: il materiale di Mitrokhin venne trasferito dai servizi inglesi a quelli italiani prima nel 1995 e poi dopo un’intesa tra Berlusconi e Blair di nuovo nel 2005. Tra i file consegnati dai Servizi alla procura di Roma e alla commissione di inchiesta quelli sulle antenne spia romane non c’erano. Fine della (falsa) storia dunque. Dieci anni dopo il dossier 251 spunta all’Università di Cambridge, disponibili per qualsiasi consultazione. Leggiamo dunque, dal cirillico dattiloscritto con preziose annotazioni a mano dello stesso Mitrokhin che in stile burocratico essicca ogni pathos ma fissa bene i particolari.

«…Pagina 114/punto 316 Start postazione radio per l’ascolto clandestino di comunicazioni in Roma, tutto il personale consiste in 5 agenti più un ingegnere radio e quattro operatori, tutti gli operatori sono donne divenute mogli di agenti del Kgb, ogni operatore ha lavorato al suo posto di ascolto per 20 ore alla settimana, la postazione funzionava 5 giorni alla settimana e lavorava circa sedici ore al giorno dalle sette del mattino alle 11 della sera e in caso di necessità per 18 o 19 ore dalle 6,30 del mattino e a volte funzionava il sabato e in giorni festivi…». Mentre dunque gli americani spendevano milioni di dollari per spedire sottomarini con sofisticate apparecchiature nel Mar di Barents per connettersi ai cavi sottomarini sovietici, i russi di Krjuckov con poche migliaia di dollari e un manipolo di affaccendate e infaticabili signore del Kgb accumulavano cassette su cassette con tutti i segreti d’Italia.

Ancora: «Pagina 115 punto 317 Start è una postazione di ascolto radio, di acquisizione di informazioni in Roma che è stata istituita e organizzata con l’obiettivo di ricercare canali di informazioni, di raccogliere e organizzare informazioni di valore relative a varie operazioni del Kgb, nel 1976 ci sono state verifiche ed indagini sul funzionamento nel distretto di Roma e una operazione per installare degli apparati che somigliassero ad antenne e le prime verifiche hanno riguardato gli edifici della Ambasciata sovietica a Roma.

Ovvero le postazioni fisse e permanenti localizzate negli edifici denominati Abamelik. I vari tipi di antenne e i sistemi sono stati verificati e il risultato è che molti apparati e canali di comunicazioni riguardavano le direttrici fra Roma, Pisa e Milano, cassette radio sono state utilizzate e 248 audiocassette con nastro magnetico sono state raccolte e sbobinate nel 1976. Il che ha costituito il punto di svolta con la creazione di ulteriori 18 nuove postazioni destinate a cercare informazioni e 37 messaggi segreti sono stati raccolti da cinque cavi telefonici denominati Ytk, ben noti…». 

«…Punto 318 la residenza romana del Kgb ha deciso di effettuare sopralluoghi visivi e fotografici… Sopralluoghi nelle seguenti città italiane di Acilia, Tenuta, Rocca Priora, per la zona Sud di Roma, Palo per l’Ovest di Roma e Fogliano, Morlupo, San Pancrazio per il Nord di Roma e il sopralluogo ha verificato che fosse rispettata la qualità delle informazioni ritrasmesse dalle antenne e delle radio localizzate nel distretto di Roma…». «…Altri nomi di luoghi dove erano installati punti di ascolto a Roma erano Inviolatella (parco a Roma Nord), Monte Mario (sopra il tribunale) e piazzale Clodio (sede del tribunale). 

«…Punto 319 postazioni radio di riascolto Start Kgb residenza in Roma, la presenza di centri operativi internazionali in questo Paese, soprattutto l’importanza del centro di Acilia ha evidenziato l’importanza dell’Italia nel sistema delle comunicazioni globali e ricopre tutti i tipi di connessioni via cavo, connessioni via reti di antenne, via radiofrequenze e Rrls e di altro tipo nei distretti fra Milano e Roma attraverso la città di Firenze.

Sistemi di controllo sono stati da noi collocati anche nei distretti fra Milano e Roma attraverso la città di Pisa, sei punti di raccolta informazioni sono localizzati e controllati nel distretto fra Roma e Napoli come in altre parti del Sud Italia, nel distretto di Roma Inviolatella e del Monte Faito (o Faete) ci sono 7 posti di raccolta informazioni con antenne di differente diametro di portata di ascolto, localizzati e controllati».

Pagina 128 paragrafo 351 «l’Ambasciatore Urss in Roma di nome Maltseev ha acconsentito alla installazione di una nuova postazione denominata Start 2 nell’edificio localizzato nella Grande Villa Balshaia e ha accettato che l’installazione sia posizionata sulla cima della stanza di soggiorno…».

Il valore politico
Tutto questo materiale ha un valore semplicemente storico? Sono passati quarant’anni e l’Urss è defunta, in fondo. Forse no, visto che il New York Times e la tv israeliana nei giorni scorsi, proprio con i file del Churchil Archive, hanno scatenato un putiferio politico svelando che tra i nomi sbianchettati c’era quello di Abu Mazen, ex agente a libro paga a Damasco. Per quanto riguarda l’operazione Start i documenti Mitrockin si fermavano all’85 e non comprendevano le operazioni ancora «in corso». Dunque potrebbe esserci a tutt’oggi un Start numero 20 o 30 visto che gli eredi del Kgb non si sono certo rassegnati a letarghi domenicali.

E resta soprattutto aperta la domanda su chi e perché nascose questi documenti alla magistratura e al Parlamento. E qui i misteri non sono più russi ma italiani.

Autunno

La Stampa
jena@lastampa.it

Ungaretti
su Virginia Raggi:
“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie”.

Il magico mondo degli Youtuber

La Stampa
domenico di sanzo

Da Claudio Di Biagio a Michele Bravi, la generazione che lavora girando dei video


Claudio Di Biagio, Youtuber romano.

Popolano l’ingresso della sala dell’auditorium Parco della Musica prima della conferenza stampa di lancio dello Youtube Space di Roma. Alcuni di loro sbucano dal sedile posteriore di un’elegante berlina in jeans, maglietta e barba incolta. Sono gli Youtuber, i “creator”, giovani che hanno fatto della propria passione di smanettare con i video un lavoro vero. Tutti under 30 autonomi da mamma e papà, altro che neet o bamboccioni. 

Matteo Bruno, alias Cane Secco, romano di 25 anni, ha aperto il suo canale Youtube nel 2006, «quando in Italia non c’era nessuno, eravamo quattro gatti, e io mi dedicavo a sperimentare per gioco. Ora ho comprato una macchina, posso metterci la benzina e questo non è poco». Matteo dice che anche su Youtube, a volte, la popolarità può arrivare subito e durare ancor meno:

«Alla lunga se non hai un messaggio o qualcosa da comunicare, e ti limiti a sbraitare, puoi avere un botto di visualizzazioni, ma non riesci a fare di Youtube un lavoro». Gli fa eco Alice Venturi, 26 anni di Lucca, che è partita nel 2009 facendo Make Up tutorial: «All’inizio si facevano video su quello che si sa fare, io ho cominciato così, ora si tende più a diventare dei personaggi, però questo tipo di celebrità può finire subito». «Si può comunicare anche il fatto che oggi è stata una giornata faticosa, ma un qualche tipo di messaggio deve esserci», continua Matteo. 

Tra i pionieri italiani di Youtube, solo in pochi sono riusciti a costruirsi una carriera. E tra di loro c’è sicuramente Claudio Di Biagio, ventottenne romano, che con il suo canale “nonapritequestotubo” è partito con le parodie di film, coltivando il sogno di diventare un regista cinematografico. «Io sono un autodidatta, voglio fare cinema, il “tubo” è stato per me uno spazio autonomo, un modo per farmi conoscere ed esprimermi». Claudio Di Biagio ha diretto, insieme a Matteo Bruno, la serie web “Freaks!”. Ed è su Radio2 con il programma “Me anziano, You tuber” condotto insieme a Claudio Sabelli Fioretti. 

Gli Youtuber collaborano spesso tra di loro, si conoscono tutti, si definiscono «una vera e propria comunità», lo dimostrano i sorrisi e i selfie scattati in questa giornata romana. Non tutti vengono dallo stesso percorso: Michele Bravi, che ha 21 anni ed è di Città di Castello, in Umbria, ha vinto X Factor. Dalla tv è passato al web «perché Internet è un dialogo, la tv è un monologo, grazie a Youtube ho imparato ad ascoltare chi mi ascolta». Michele, pur essendo un cantante e non un videomaker, fa tutto da solo: «I video sporchi, non perfetti, mi aiutano a comunicare autenticità al mio pubblico, così come i backstage dei lavori musicali e alcuni momenti della mia vita privata». 

Gli Youtuber non filmano solo, parlano tanto, e così alla fine della chiacchierata Claudio Di Biagio ha la gola secca: «Ce l’hai un bicchiere d’acqua, oh zì?».

La condanna del carcere: 7 su 10 ritornano dentro

La Stampa
andrea malaguti

Il grande fallimento delle prigioni: nonostante gli obblighi di legge, il 70% dei detenuti non lavora e solo il 5% ha un impiego qualificato. L’esperienza della cooperativa Giotto a Padova, che grazie all’occupazione riduce la recidiva al 3%. I carcerati: “L’impegno ci cambia la testa”


L’ora d’aria dei detenuti nel cortile del carcere di Regina Coeli a Roma

Carcere Due Palazzi di Padova. Sulla parete bianca del piccolo spazio dove un gruppo di detenuti prende aria durante una pausa lavoro, una scritta in portoghese dice: «Dall’amore non si fugge». Forse è vero. E dal crimine, invece? Quasi mai segnalano le incomplete statistiche del ministero della Giustizia e del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dalle quali si deduce che sette persone su dieci rilasciate dalla prigione prima o dopo ci rientrano. 

Scontano le pena, delinquono e vengono arrestate di nuovo, in una giostra senza fine che riguarda a rotazione circa duecentomila uomini e donne in Italia, 54mila dei quali sono oggi dietro le sbarre. «La situazione è disastrosa. E fa impressione vedere che non esistono numeri ufficiali sulla recidiva. Significa che il Sistema ignora uno dei dati fondamentali legati alla funzione della pena», dice Alessandro Scandurra dell’Associazione Antigone, scattando la fotografia di un ennesimo fallimento italiano. Un fallimento che costa alla collettività tra i tre e i quattro miliardi l’anno. 

Il lavoro negato
Eppure l’articolo 27 della Costituzione recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». E l’articolo 1 dell’ordinamento penitenziario ribadisce il concetto: «nei confronti dei condannati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda (...) al reinserimento sociale degli stessi». L’articolo 13, va persino oltre, tentando il triplo carpiato rovesciato della civiltà giuridica: «nei confronti dei condannati deve essere predisposta l’osservazione scientifica della personalità (...) su cui intervenire con un programma individualizzato di trattamento rieducativo».

L’idea di fondo è che se il recupero e il reinserimento falliscono il danno per la collettività è enorme in termine di costi e di sicurezza. Bene. Favoloso. Uno schema studiato in ogni angolo del pianeta e totalmente disatteso da noi. La legge c’è, ma se non ci fosse sarebbe uguale. E’ un problema irrisolvibile o a un problema che non si vuole risolvere? L’esperienza dice che il rimedio alla recidiva esiste. E quel rimedio si chiama lavoro, attività dalla quale - anche qui in totale inadempienza legislativa - il 70% della popolazione carceraria resta esclusa. Curiosamente la stessa cifra della recidiva.

Per altro servirebbe non un lavoro qualunque, ripetitivo e saltuario come quello che riguarda poco meno del 29% dei detenuti - scopini, cucinieri o lavandai, retribuiti con quello che loro stessi hanno ribattezzato «sussidio diseducativo» - ma un lavoro che prepara al ritorno all vita esterna come quello che viene appaltato a un ristretto gruppo di aziende in giro per l’Italia, a cominciare dalla cooperativa «Giotto» di Padova, che nei suoi 26 anni di attività all’interno del Due Palazzi ha formato e reinserito centinaia di carcerati. «Il tasso di recidiva di chi lavora con noi? È compreso tra il 2 e il 3%», dice Nicola Boscoletto, presidente della coop veneta. Il 2-3 contro il 70. «E i nostri calcoli dicono che ogni punto di recidiva abbattuto farebbe risparmiare allo Stato 40 milioni l’anno».

Dall’omicidio alla vita
Il Due Palazzi è una casa di reclusione, vale a dire che i suoi 604 ospiti hanno tutti subìto una condanna definitiva. Ci sono detenuti comuni, detenuti ad alta sicurezza e detenuti protetti, cioè gli uomini apparentemente più pericolosi di questo Paese e nella fiera campionaria della criminalità non manca nulla: assassini, rapinatori, pedofili, mafiosi. La Giotto dà lavoro a circa 140 di loro, in un ampio spazio al piano terra dove ci sono un laboratorio per assemblare le valigie, una pasticceria che rifornisce duecento esercizi commerciali in tutta Italia e un call center che impiega cento persone occupandosi anche di gestione di procedimenti amministrativi, di prenotazioni per gli ospedali, di digitalizzazione di documenti o di pen drive per la firma digitale. Roba piuttosto complessa. La sala del call center è rettangolare, lunga, pulita, piena di computer e su una parete c’è la riproduzione dei dipinti di Giotto alla Cappella degli Scrovegni. Il bene e il male che corrono in direzione opposta uno accanto all’altro. 

Quando Jacopo, che oggi ha 27 anni, è arrivato al Due Palazzi, era già stato nei penitenziari psichiatrici di Castiglione delle Stiviere, Aversa e Reggio Emilia. Rinchiuso nel 2009 dopo avere ammazzato un amico con crudeltà e per futili motivi. «Non mi ricordo neppure più quali fossero», dice ora con uno sguardo chiaro, apparentemente pacificato. La sua vita era piena di smorfie fasulle e di sorrisi cattivi. Nei giorni del processo la diagnosi per lui, aggressivo fin da bambino e incapace di stare con gli altri, fu: schizofrenia paranoide. Oggi per i medici non è più pericoloso. «Ma negli ospedali psichiatrici l’unico trattamento che c’era per me era farmacologico. Io chiedevo di lavorare, magari in biblioteca, e la risposta era sempre: no, fai paura. Morale: cercavo di scappare». A Padova gli è successo il contrario. La psicologa della Giotto lo è andato a cercare.

Vuoi lavorare per noi ? Jacopo l’ ha guardata strano. «Lo sai chi sono? Mi sono chiesto se il matto fosse lei». Non era matta. Gli ha aperto le porte del call center. «Stavo seduto un’ora e mi scoppiava la testa. Adesso è la mia vita. Quando mia mamma ha saputo del lavoro non è riuscita a trattenere le lacrime dalla felicità». Il lavoro per la Giotto cambia quello che ha fatto? No. Ma ha cambiato lui. «Un tempo ero convinto che tutto il mondo ce l’avesse con me. Che il problema ce l’avessero gli altri, non io. Oggi penso positivo, è la prima volta in vita mia. E quando mi siedo al computer non mi scoppia più la testa». La sua pena finirà nel 2030. E quando uscirà saprà cosa fare. «Al call center mi chiedono consigli anche uomini della Polizia, è bello». 

Apre la porta a vetri della saletta di fronte alla sua postazione e si siede a un tavolo rettangolare. Di fianco a lui ci sono Roberto, tre omicidi, fine pena 2033 (è entrato nel 2003), Mustafa, 31 anni, che in carcere è già tornato quattro volte per rapina aggravata e reati di droga e uscirà nel 2021, e tre ergastolani. Giovanni, albanese, condannato per omicidio, Guglielmo e Angelo, condannati a loro volta per omicidi commessi per conto delle cosche mafiose alle quali erano affiliati. Sono uomini magnetici e tormentati, non privi di segreti, ma con una convinzione comune. «Il lavoro ti cambia la vita». Guglielmo, fine pena mai, viene da Gela e di galere ne ha girate parecchie. Ha 44 anni. È dentro da 22. «Negli altri penitenziari la mia vita era solo aria e cella, cella e aria.

Sono un detenuto As (alta sicurezza) e con i miei compagni di braccio parlavo solo di reati». Esattamente come gli capitava in Sicilia da bambino. Quartiere piccolo. Pistole. Grandi boss da imitare. Un percorso obbligato. «Ho cominciato ad aprire un po’ gli occhi quando dietro le sbarre ho incontrato due ex terroristi. Uno dei Nar e uno delle Br. Mi hanno spinto a leggere. Balzac. Arrivato a Padova mi sono iscritto a ragioneria. Mi sono diplomato. Poi ho incontrato la Giotto. E il lavoro ha cambiato la mia mentalità. Ho scoperto che sono in grado di fare cose difficili. Ne vado fiero. E adesso in cella parlo di come affrontare il lavoro». Del passato vorrebbe cancellare tutto, come se potesse guardare le rovine di quella Torre di Babele siciliana.

«Il lavoro ti cambia». Lo dice lui, lo dice Roberto («il lavoro ti fa sentire accettato come persona»), lo dice Mustafa («Non credevo che in carcere esistesse una realtà così»), lo dice Giovanni («sono entrato in relazione con gli altri»), lo dice Angelo, che in galera è arrivato nel ’91 e non è più uscito neppure un giorno. «Il lavoro mi ha rimesso in gioco. Mi ha preso dentro. Mi fa finalmente entrare anche nella testa degli altri ». Sul tavolo pizzette e cioccolatini. Li hanno fatti colleghi pasticcieri. Boscoletto dice:

«Non serve la rivoluzione, in carcere. Basta applicare le leggi che ci sono già». Semplice. Ma su duecento carceri si contano sulle dita di due mani quelle che possono vantare esperienze simili. I detenuti che svolgono attività qualificanti sono meno del 5% del totale. Per gli altri bisogna fare affidamento ancora una volta a una frase scritta su uno dei muri bianchi del Due Palazzi. Una citazione rubata a un Peppone e Don Camillo di Guareschi, una speranza che è un meraviglioso nonsenso: «Non muoio neanche se mi ammazzano».

Rebibbia e castigo
Se il Due Palazzi di Padova è l’eccezione, il carcere romano di Rebibbia, monumento alla complessità, è la regola. Trecento detenuti al lavoro, mille e cento scaricati nell’assurdo limbo dell’ozio, ventidue ore in cella a guardare la tv, a stordirsi in un calderone di pensieri rancidi e a farsi indottrinare dai boss della criminalità organizzata. Qualcuno li spinge a lavorare? Nessuno. «Il carcere così com’è è più dannoso che utile. La legge parla di risocializzazione, ma qui io vedo solo reclusione. Rebibbia è un asilo infantile, un ospedale, una clinica per malati di mente e un concentrato di tossicodipendenti. E allora mi chiedo a che cosa serva spendere tutti questi soldi», dice don Pier Sandro Spriano, cappellano dell’istituto penitenziario dal 1989.

L’amministrazione carceraria (55mila dipendenti, 38 mila guardie, 200 istituti di pena) parla di una spesa di tre miliardi l’anno, con un costo per detenuto di 125 euro al giorno, ma nei conti non considera le spese per l’edilizia, quelle per l’istruzione e i corsi di alfabetizzazione (i soli detenuto stranieri sono oltre 18 mila, come si entra in relazione con loro?), per le strutture informatiche o per i braccialetti elettronici. Numeri che sfuggono a qualunque radar, al pari delle statistiche sulla recidiva e sulla qualità dei rari percorsi riabilitativi. «Le leggi sono lì. E non sono neanche troppo male. Ma la verità è che il recupero viene fatto dal volontariato esterno, non esiste un sistema paese che se ne occupi», aggiunge don Spriano.

Paradossalmente la politica parla con insistenza di ponti tra il dentro e il fuori, evitando però di occuparsi in maniera strutturale e non emergenziale del problema. «Questo governo ha creato un nuovo modello di pena, puntando su un cambio culturale che spinga verso una pena certa, umana e diretta a riabilitare i detenuti. Dunque anche a ridurre la recidiva», dice il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri . In galera però non si nota. «Dentro il carcere il percorso è più complicato, ma io mi impegno a raccogliere in maniera sistematica i dati sulla recidiva d’ora in avanti». Un’altra piccola promessa tardiva. E allora bisogna rifugiarsi nella speranza contenuta nella frase del carcere di Padova, quella scritta in portoghese. La pronunciò un galeotto brasiliano che dopo essere fuggito dodici volte da dodici prigioni diverse, fu mandato in una struttura gestita anche da civili. E da lì non se ne andò più. Quando il magistrato gli chiese: «perchè da qui non evadi?», lui rispose con cinque parole: «Dall’amore non si fugge».

Così Milano “perse” il vero Sant’Ambrogio

La Stampa
cinzia bovio

Assediata in questi giorni da nuovissime luci a led, la Torre del Filarete del Castello Sforzesco di Milano non è quella autentica progettata dall’architetto rinascimentale. Invece, la testa del Sant’Ambrogio originale, situato in principio nella nicchia, esiste ancora: è murata in un castello sul Lago Maggiore. E’ l’unica superstite, dopo la devastante esplosione della torre simbolo di Milano nel 1521. La scoperta è avvenuta per caso un secolo fa, in un singolare intreccio di equivoci e coincidenze.

L’intuizione di Beltrami
«Fu la mia bisnonna Maura Dal Pozzo – racconta il marchese Cassiano dal Pozzo d’Annone – a invitare Luca Beltrami nella nostra proprietà di Oleggio Castello per esaminare alcuni frammenti di scultura». In quei primi anni del Novecento, l’architetto stava ricostruendo la torre del Filarete nella sua forma rinascimentale. Fu proprio lui, in «Indagine e documenti riguardanti la torre principale del castello di Milano ricostruita in memoria di Umberto I» (pubblicato per l’inaugurazione della nuova torre nel 1905) a ricordare come tre anni prima avesse fatto l’inaspettata scoperta al castello Dal Pozzo di Oleggio Castello (Novara), complesso con storico castello più palazzo settecentesco e scuderie diventati hotel di lusso sul Lago. «Non esitai a ravvisare – scrisse Beltrami - in una testa colossale murata nell’alto della torre dominante la villa, il frammento della statua di S. Ambrogio del nostro Castello».

Si era accorto, Beltrami, che la testa rispettava le misure ipotizzate della statua originale (alta non più di quattro metri), che si trattava certamente di un vescovo e che rispecchiava lo stile del tempo in cui fu realizzata, tra il 1450 e il 1460. Beltrami, inoltre, si convinse ancora di più che potesse essere stata scolpita dallo stesso Filarete, ovvero l’artista fiorentino Antonio Averulino. Il marchese immagina lo stupore della bisnonna: «Nessuno l’aveva riconosciuta: l’avevano sempre scambiata e venerata come la testa dell’arcivescovo Ottone Visconti». 

Le coincidenze
Carica di polvere da sparo, la torre del Filarete esplose nel 1521. Secondo alcuni documenti, il Sant’Ambrogio si ridusse in pezzi, rimasti in parte nei baluardi spagnoli davanti alla fronte del Castello. Ma come è arrivata quella testa da Milano a Oleggio Castello? «Nella prima metà dell’Ottocento – dice il marchese - si trovava nel nostro castello di Cassano Magnago. Successivamente, nella seconda metà di quel secolo, è stata incastonata nella torre di Oleggio».
Come ricostruisce Beltrami, l’imprenditore che aveva costruito il castello di Cassano Magnano era lo stesso che, agli inizi del XIX secolo, aveva demolito gli avanzi dei baluardi spagnoli: con tutta probabilità ritrovò in quei fossati il capo, riproponendolo poi nella fronte del castello varesino.

A spese della marchesa
«La mia bisnonna – ricorda il marchese Cassiano – avrebbe voluto donare la testa antica per la nuova scultura, ma alla fine preferirono rifarla tutta da capo. Per il volto, però, presero a modello il nostro Sant’Ambrogio». Il monumento fu realizzato ex novo dallo scultore Luigi Secchi secondo lo stile della seconda metà del Quattrocento. Ormai Maura Dal Pozzo si era presa a cuore la sorte del santo protettore nel Castello Sforzesco di Milano. Destino vuole che furono proprio i Dal Pozzo a pagare la statua che, proprio in questi giorni, viene avvolta nella moderna illuminazione a led della torre. Un più recente Sant’Ambrogio continua così a proteggere i milanesi dalla sua nicchia: «Le costò 9500 lire nel 1902: una bella cifra!», conclude divertito il marchese Cassiano. E ha ragione: il corrispettivo supererebbe oggi i 42 mila euro.

Morto Ciampi, l'uomo che fece e inguaiò il Paese

Alessandro Sallusti - Sab, 17/09/2016 - 14:35

Ciampi ha fatto parte di quel gruppo di tecnici e politici che l'Italia la disfò, inseguendo la chimera europeista. È stato lui infatti, insieme a Prodi, a gestire l'entrata dell'Italia nell'Euro accettando condizioni da strozzini sul cambio Lira-Euro imposte dalla Germania



Carlo Azeglio Ciampi è morto ieri all'età di 95 anni. Tra gli anni Ottanta e Duemila è stato praticamente tutto: Governatore della Banca d'Italia, presidente del Consiglio, ministro del Tesoro con Prodi e, fino al 2006, presidente della Repubblica, eletto alla prima votazione, su proposta di D'Alema, anche con i voti del centrodestra.

Non ha mai avuto tessere di partito, pur essendo uomo di sinistra. Dal Quirinale ha sdoganato il tricolore, l'inno di Mameli e la parola «Patria» che fino ad allora erano considerati simboli della destra e non di tutta la nazione. Ma non è questo il principale, se pur meritevole, motivo per cui sarà ricordato.

Ciampi, pur non essendo stato un costituente, appartiene alla generazione dei Padri della Patria. Cioè a quegli uomini che l'Italia repubblicana l'hanno fatta e portata ad essere l'ottava potenza mondiale. Ma, parlandone da vivo, ha fatto parte anche di quel gruppo di tecnici e politici che l'Italia la disfò, inseguendo la chimera europeista.

È stato lui infatti, insieme a Prodi, a gestire l'entrata dell'Italia nell'Euro accettando condizioni da strozzini sul cambio Lira-Euro imposte dalla Germania. Fu quello infatti l'inizio di tutti i problemi che, a distanza di sedici anni, ancora ci troviamo a scontare. Non si è mai pentito, Carlo Azeglio Ciampi, di quella sciagurata scelta. Sbagliò visione e previsione.

Da scienziato dell'economia si fece prendere la mano dalla politica, che poco masticava, e dall'ambizione di continuare a stare seduto al tavolo dei potenti sia pubblicamente che, privatamente, in maniera riservata e personale.

Forse Ciampi credeva, come molti suoi coscritti, che l'interesse e le ambizioni dello Stato coincidono sempre con quelli dei cittadini. Una visione elitaria e tecnicistica della politica che ha provocato solo disastri. È un fatto che dal giorno in cui Ciampi e Prodi misero la firma che ci faceva entrare nell'Euro a quelle condizioni, l'Italia ha smesso di crescere e non si è più ripresa.

La sua presidenza della Repubblica fu tutto sommato scialba, rivalutazione della Patria a parte. Non amò i governi Berlusconi e fece qualche sgambetto al centrodestra. Ma se pensiamo che prima di lui c'era Oscar Luigi Scalfaro e dopo di lui venne Giorgio Napolitano, possiamo parlare di un raggio di sole al Quirinale. E di questo lo ringraziamo.


I buchi neri di una carriera: euro capestro e lira svalutata

Massimiliano Scafi - Sab, 17/09/2016 - 08:18

Carlo Azeglio Ciampi nel 1992 bruciò 63mila miliardi della vecchia moneta. E con Prodi accettò il cambio a 1936,27 che ci ha stesi

Novant'anni e sentirseli tutti addosso. Successe a Ciampi, nel 2010: «Ora che è giunto il momento dei bilanci, mi rendo conto che questo non è il Paese che sognavo». Eppure lui, da capo dello Stato forte di un mandato larghissimo, ci aveva provato. La Patria e la sfilata ai Fori, la Costituzione come «Bibbia civile» e il Quirinale «casa dei cittadini», la moral suasion e il viaggio attraverso le cento province.

Carlo Azeglio Ciampi aveva tentato in tutti modi a riunificare un'Italia divisa in bande e in crisi di fiducia verso le istituzioni, e in parte c'era pure riuscito. Ma poi era arrivata la Grande Crisi. «È la peggiore dal Dopoguerra - ha scritto nel suo ultimo libro - I giovani di oggi, per la prima volta, si vedono privati di un futuro migliore». Colpa in parte anche sua, sostengono i suoi detrattori, che non gli hanno perdonato la svalutazione della lira nel 1992, le condizioni capestro per entrare nell'euro e il via libera alla riforma del Titolo V.

Sul Colle c'era arrivato quasi per caso e un po' controvoglia ma soprattutto per mancanza di alternative, di nomi «condivisi». Era un tardo pomeriggio di maggio del 1999 e faceva ancora fresco quando Massimo D'Alema si presentò a Santa Severa con il cappello in mano. «Ora tocca a te». Ciampi tentò a resistere, prese qualche giorno di tempo, poi si lasciò convincere: dopo il settennato contrastato e divisivo di Oscar Luigi Scalfaro, serviva uno come lui, un «servitore dello Stato», un uomo fuori dai partiti. L'uomo dell'euro.

Ciampi nacque a Livorno nel 1920 e cominciò a 24 anni il suo impegno politico, quando da ufficiale del Regio esercito, in rotta dopo l'otto settembre, si rifiutò di aderire alla repubblica di Salò ed entro nel Partito d'azione. Dopo la guerra vinse un concorso alla Banca d'Italia e in trent'anni scalò tutte le posizioni. Diventò governatore nel 1979, nel momento più critico: l'istituto che era stato appena sconvolto dal caso Sindona e dall'arresto di Paolo Baffi.

Ciampi, con stile britannico, guidò Palazzo Koch fuori della tempesta creando un gruppo di lavoro che avrebbe fatto molta strada, i Ciampi-boys: tra loro il più famoso è Mario Draghi. Molti economisti però gli contestarono la difesa ad oltranza della moneta nel '92, 63mila miliardi bruciati per restare agganciati all'irrealistico cambio lira-marco a 753, una scelta che ci costò l'esclusione dallo Sme. Eppure il govenatore della Bundesbank Hans Tietmayer aveva avvertito: Berlino non avrebbe onorato il trattato di Nyborg che impegnava i Paesi membri a sostenere una valuta sotto attacco.

Un anno dopo era presidente del Consiglio. Timido, schivo, leggermente balbuziente, amante delle passeggiate in montagna e delle remate con il pattino a Santa Severa. Ciampi non aveva le carte in regola per una carriera politica, eppure nel 1993 Scalfaro scelse proprio lui per Palazzo Chigi. Il suo governo tecnico durò un anno e riuscì a dare una sistematina ai conti pubblici. Per le elezioni del 1994 si fece il suo nome come capo di una coalizione di popolari e progressisti che non venne mai alla luce.

Silvio Berlusconi diventò premier e Ciampi se ne andò a fare il vicepresidente della Banca dei regolamenti internazionali. Venne richiamato al governo due anni più tardi da Romano Prodi, che gli affidò Tesoro, Bilancio e Finanze, accorpati in un unico superministero dell'Economia. Cultore del rigore finanziario, cercò di ridurre il deficit e pilotò l'aggancio alla moneta unica: un ottimo risultato, anche se quel cambio a 1936,27, che ai tedeschi servì per finanziare la riunificazione, negli anni ci è costato moltissimo.

Nel 1999 il salto al Colle. D'Alema voleva una nomina bipartisan, quindi diede il benservito a Scalfaro, che sperava nel bis, e compilò insieme al Cavaliere una rosa di nomi: Amato, Bonino, Marini, Mancino, Russo Iervolino, nessuno però del tutto convincente. L'unica scelta possibile era Ciampi. Ma il settennato si aprì con la disfatta di D'Alema alle Regionali e la seguente crisi di governo. Dopo la parentesi Amato, il mandato di Ciampi coincise con la lunga stagione del secondo governo Berlusconi. Fu un rapporto cordialmente freddo, a volte puntuto, tra due uomini di carattere e formazione diversissimi. Ci fu qualche scontro, anche duro, ma insomma rose e fiori rispetto al periodo scalfariano.

Tutto merito della moral suasion, cioè di quel sistema introdotto da Ciampi di «assistenza istituzionale» sulle leggi più delicate per evitare sforamenti di bilancio e rischi di incostituzionalità. Il Quirinale incalzava e a volte assillava il governo nella fase della formazione dei provvedimenti, pretendeva aggiustamenti e tagli, poi però offriva una copertura al momento della presentazione ufficiale. Il meccanismo non poteva funzionare sempre, infatti Ciampi in cinque anni rimandò alla Camere una decina tra leggi e decreti del Cav, tra cui due testi chiave: la Gasparri sul riordino del sistema tv e la riforma della giustizia. Troppo per il centrodestra che parlava di «sconfinamento».
Troppo poco per il centrosinistra e per i girotondini, che pretendevano maggior durezza contro le «leggi ad personam».

Molti poi gli rimproveravano di non essersi opposto alla riforma del Titolo V, una delle cause dell'aumento del debito pubblico. Tra la gente invece Ciampi raggiunse livelli di popolarità mai viste dai tempi di Pertini. Voleva unire il Paese e trovare valori comuni, così rilanciò i valori del patriottismo e diede lustro ai simboli laici della Repubblica. Ripristinò la parata del due giugno e pretese che la nazionale di calcio cantasse l'Inno di Mameli, fece restaurare il Vittoriano e visitò tutte le province del Paese, un giro d'Italia tra bagni di folla, bandiere e gridolini. Era come una rock star, impensabile quindi alla scadenza del mandato non chiedergli di restare. Ma stavolta disse no: «Sette anni in una democrazia sono un'eternità».


"Ciampi non capiva nulla di cambi"

Luca Romano - Sab, 17/09/2016 - 16:59

Un funzionario dell'ambasciata americana a Roma lanciò l'allarme nel 1978: "Ciampi non capisce nulla di cambi"

Mentre i telegiornali incensano la carriera dell'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, morto il 16 settembre all'età di 95 anni, c'è chi mette in evidenza le colpe e tira fuori un piccolo scoop sul curriculum dell'ex governatore della Banca d'Italia.

Franco Bechis, su Libero, riporta un fonogramma strettamente confidenziale che "partì dall'ambasciata americana di Roma il 29 giugno 1978, diretto al segretario di Stato Usa dell'epoca, Cyrus Vance. All' interno un piccolo scoop: "Guardate che fra due settimane, il 16 luglio, cambierà il direttore generale della Banca d' Italia. Se ne andrà in pensione Mario Ercolani, e il suo posto verrà preso da Carlo Azeglio Ciampi, che lavora alla banca centrale italiana dal 1946 e che dal 1976 è vicedirettore generale, dopo esserne stato segretario generale e capo dell' ufficio studi. Ciampi è un esperto di economia reale, e in particolare di ristrutturazioni aziendali.

A differenza di Ercolani, Ciampi non è preparato sulle questioni internazionali, e capisce assai poco di cambi. Per questo speriamo che verrà promosso alla guida del settore estero e del mercato dei cambi, Carlo Santini, assai più ferrato di lui su queste materie".Insomma, come scrive ancora Bechis, "l' uomo che non capiva nulla di cambi secondo gli americani sarebbe passato alla storia d' Italia proprio per avere costretto il suo paese e anche gran parte dei paesi europei a cambiare la lira con l'euro".

Gli " angeli del Papa", duecento anni della Gendarmeria vaticana

repubblica.it
di MARCO ANSALDO

Il corpo nacque con il Congresso di Vienna. Più volte sciolto e ricomposto, dall'attentato a Wojtyla ha compiti sempre più ampi compresa l'intelligence, la lotta al riciclaggio di denaro e alla pedofilia. Sono i 150 uomini che controllano il Vaticano e accompagnano gli spostamenti del Pontefice

Gli " angeli del Papa",  duecento anni della Gendarmeria vaticana

Nacquero un anno dopo il Congresso di Vienna. E pur cambiando nome, accrescendo compiti e responsabilità, sono durati fino a oggi. La Gendarmeria vaticana, "gli angeli del Papa" come vengono chiamati tra le Sacre Mura - dotati però di addestramento da marine e di materiali sofisticati - compiono 200 anni. Domani nei Giardini della Santa Sede è festa grande per il Corpo di sicurezza del Pontefice, e il Comandante Domenico Giani nel suo discorso davanti a cardinali, prelati, autorità italiane e diplomatici stranieri ripercorre la lunga storia di un organismo pronto "usque ad sanguinis effusionem", fino alla morte pur di difendere la figura del capo della Chiesa.

Non facile, in questo tempo di terrorismo asimmetrico, capace di colpire in modo indiscriminato ovunque e con ciascuno, e soprattutto con un Papa come Francesco, il quale non fa mistero di volere sempre e comunque andare fisicamente incontro ai fedeli. "Santità, usi l'auto blindata...", era la preghiera dei gendarmi-angeli lo scorso anno in Centrafrica, quando Jorge Bergoglio volle ad ogni costo atterrare a Bangui in guerra durante il suo viaggio africano. E aveva ragione perché, con doti diplomatiche unite a quelle spirituali, il Papa riuscì a voltare la guerra in pace, e da allora la tregua tiene in un Paese fino a poco tempo fa dilaniato dal conflitto.

"Certo - rivela oggi Giani alla Radio Vaticana - dialoghiamo con tutti e abbiamo contatti quotidiani anche con le forze di polizia arabe, con molti Paesi musulmani". Fu Papa Pio VII, con un Motu proprio del 14 luglio 1816, a istituire un Corpo, quello dei Carabinieri pontifici, modellato, disciolto e ricomposto più volte e con nomi diversi. Ma sempre rimasto fedele a due obiettivi fondamentali: la fedeltà al Papa e la solidarietà. All'inizio dell'Ottocento la necessità era quella di mantenere la sovranità dello Stato e di assicurare la difesa del territorio che gli era stato riconosciuto nel Congresso dalle grandi Potenze.

Poi, con lo scorrere dei secoli, le responsabilità degli "angeli" si sono trasformate. A causarle il cambiamento in modo dirompente fu un avvenimento drammatico quando, il 13 maggio 1981, Giovanni Paolo II venne raggiunto in Piazza San Pietro da due colpi di pistola sparati dall'attentatore turco Mehmet Ali Agca. Karol Wojtyla fu a un passo dalla morte ma sopravvisse, però da allora la sicurezza attorno alla figura del Papa si è rafforzata, acquisendo su diretta indicazione del Pontefice polacco i metodi più moderni a disposizione delle forze di polizia internazionali. Appena in tempo: nel maggio successivo, il predecessore di Giani, Camillo Cibin, fermò a Fatima un esaltato che intendeva colpire Giovanni Paolo con una baionetta.

E fu ancora Wojtyla, nel 2000, a istituire la Direzione dei Servizi di Sicurezza e Protezione Civile, retta dal Comandante della Gendarmeria. Benedetto XVI e Francesco dotarono infine il Corpo di nuove responsabilità, facendolo confluire nell'Interpol e in tutti gli organismi internazionali di sicurezza, per contrastare anche altre forme di crimine, prima fra tutte quella del traffico di esseri umani e della schiavitù. Oggi la Gendarmeria vaticana ha uno spettro di compiti ampio, che va dalla lotta alla pedofilia, contro il riciclaggio di denaro e la tortura. C'è un gruppo di intervento rapido, un nucleo antisabotaggio, una sezione di analisi, oltre al centro operativo con una sala di coordinamento dotata di tecnologie sofisticate per il controllo del territorio.

Svolge servizio di polizia di frontiera, polizia giudiziaria e intelligence. In tutto sono 150 persone. Si alzano poco dopo l'alba, seguono il Papa in tutti i suoi spostamenti, Giani prepara accuratamente ogni viaggio del Pontefice visitando in Italia e all'estero il percorso che farà il corteo papale. La giornata di lavoro termina in palestra, dove gli "angeli" si tengono in forma per correre dietro alla papamobile ed essere pronti in caso di aggressioni. E' già capitato: la notte di Natale del 2009 il comandante saltò addosso a una cittadina italo-svizzera che dentro la Basilica di San Pietro aveva fatto cadere Joseph Ratzinger mentre procedeva verso l'altare.

Anche Giani festeggia il suo anniversario: compie dieci anni alla testa dell'organismo.Qualche tempo fa lo hanno chiamato alla Nato, subito dopo il caso Vatileaks che ha gestito in prima persona sia procedendo alle indagini sia agli arresti, ma ha rifiutato preferendo rimanere vicino al Papa. E' stato ufficiale della Guardia di Finanza, ha lavorato per i Servizi segreti italiani, è attivo nel volontariato con l'associazione Rondine cittadella della Pace di Arezzo, dov'è nato nel 1963. Vive stabilmente in Vaticano, il solo dei gendarmi a farlo, con la moglie. Ogni anno, in vista della ricorrenza del patrono del Corpo, San Michele Arcangelo, la Gendarmeria si ritrova nei Giardini vaticani con una sfilata e i fuochi d'artificio.

Ma adesso sono 200 anni. A breve un saggio di Sandro Barbagallo e Cesare Catananti ripercorrerà tutta la storia di questo gruppo di angeli con le spalle coperte dai santi, ma dotati nelle loro mani di strumenti molto, molto concreti.


Vaticano, i segreti dello Stato più piccolo del mondo

repubblica.it
di ORAZIO LA ROCCA

E' visitato ogni anno da milioni di turisti, ma è considerato tra i Paesi meno accessibili e più misteriosi. Di sicuro è quello con la più alta concentrazione artistico-spirituale della Terra. Il rito delle Porte Sante si ripeterà alle tre grandi basiliche romane: San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo Fuori le Mura

Vaticano, i segreti dello Stato più piccolo del mondo

  Il più piccolo Stato al mondo, ma anche il più "potente" dal punto di vista morale e religioso. Distribuito in appena 44 ettari racchiusi in un perimetro di 3.420 metri, è certamente il Paese tra i più conosciuti e tra i più rispettati: non c'è leader politico, capo di Stato, sovrani regnanti e non, che non l'abbiano visitato anche più volte, ricevuti solennemente dal Pontefice o in udienze riservate. Ma, pur essendo meta continua di milioni di pellegrini e turisti, viandanti e fedeli di qualsiasi orientamento religioso, sociale e culturale, è anche lo Stato ritenuto tra i più misteriosi e meno accessibili per l'esclusività dei suoi ambienti pubblici e privati.

Vaticano, i segreti dello Stato più piccolo del mondo

Ecco la Città del Vaticano, il centro della cristianità, la sede del Papa di Roma, Vicario di Cristo e successore di San Pietro, il sito che per tutto l'anno giubilare della Misericordia attirerà una affluenza di visitatori che, stando alle previsioni, dovrebbero toccare, se non superare, i 30 milioni. Un mare di moderni pellegrini on the road che dall'8 dicembre prossimo inizieranno a varcare dalle 9,30 la Porta Santa della basilica vaticana dopo la solenne inaugurazione di papa Francesco

Vaticano, i segreti dello Stato più piccolo del mondo

Rito che sarà ripetuto anche con le aperture delle Porte Sante delle altre tre grandi basiliche romane

Vaticano, i segreti dello Stato più piccolo del mondo

Il 13 dicembre alle 9,30 a San Giovanni in Laterano e nel pomeriggio alle 17 a San Paolo Fuori le Mura, in contemporanea ai vescovi di tutto il mondo che alla stessa ora faranno l'analoga inaugurazione giubilare nelle proprie cattedrali. Ancora a Roma, il primo gennaio 2016, alle 17 apertura della Porta Santa di Santa Maria Maggiore, la più grande e più antica basilica del mondo dedicata al culto della Madonna.

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Ma al di là della consistenza di cifre, pellegrinaggi e celebrazioni giubilari dentro e fuori le Sacre Mura, quando si parla del Vaticano si indica il polo religioso per eccellenza, lo Stato con la più alta concentrazione artistico-spirituale, ammirata da fedeli e semplici turisti che ogni giorno visitano la tomba di San Pietro restando sempre colpiti dagli spazi architettonici della basilica, dalla maestà del Cupolone e dalle bellezze artistiche dei Musei e della Cappella Sistina, non a caso concepiti dal genio di Michelangelo Buonarroti e dai più grandi architetti e artisti del Rinascimento da Bramante a Bernini, da Raffaello a Giuliano e Antonio da Sangallo, Peruzzi, Maderno, Botticelli, Perugini.

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Suggestioni che prendono forma appena arrivati in piazza San Pietro, nell'emiciclo dell'imponente colonnato progettato da Gianluigi Bernini nel 1637 davanti alla basilica come due grandi braccia sempre pronte ad accogliere credenti, non credenti, diversamente credenti, ma in primo luogo la cristianità intera. Il gigantesco colonnato ellittico è posto a corollario della facciata pietrina - realizzata dal Maderno che riprese in gran parte l'originario disegno di Michelangelo - dai cui lati partono le due braccia che delimitano la piazza con una quadruplice fila di 284 colonne e 88 pilastri con un effetto prospettico reso ancora più imponente e suggestivo dalle162 statue di santi, martiri e beati collocate lungo il vertice dello stesso colonnato, con gli sguardi rivolti verso il Cristo Risorto posto al centro della parte alta della facciata circondato dai 12 apostoli, realizzate da allievi del Bernini che in più soggetti intervenne direttamente, come nel caso del Cristo Risorto.

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Altrettanto imponenti le statue di San Pietro con le chiavi in mano e di San Paolo, l'apostolo delle genti, collocate a destra e a sinistra del sagrato come a voler "invitare" pellegrini e visitatori a entrare in basilica, ubicata tra il colle Vaticano e il colle Gianicolo, in un'area compresa in epoca romana tra il Circo di Nerone, la via Cornelia e una vasta zona cimiteriale chiamata Necropoli Vaticana dove fu sepolto S. Pietro dopo il martirio nel vicino circo neroniano. Suggestioni che iniziano a prendere forma appena lo sguardo si posa lungo il colonnato per concentrarsi sul gigantesco obelisco egizio di granito rosso  -  alto 25,31 metri su un basamento di 8,25 metri - voluto al centro della piazza da Sisto V. Una piazza unica nel suo genere  -  da sempre sede di grandi raduni e dei più importanti riti papali - incastonata tra due simbolici poli, la facciata di S. Pietro e via della Conciliazione, l'imponente rettilinea che collega il Tevere con piazza San Pietro realizzata, dopo lo sventramento dell'antico Borgo, dal 1936 per "celebrare" i Patti Lateranensi firmati l'11 febbraio 1929 e inaugurata da Pio XII nell'Anno Santo del 1950

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Il Vaticano, dunque, una mini Città-Stato tra le più celebrate, ma non per questo tra le più conosciute, avendo al suo interno angoli di storia rimasti in penombra, testimonianze artistico-architettoniche di grandissimo livello di epoca romana, medievale, rinascimentale e contemporanea  (come l'aula Paolo VI realizzata da uno dei più grandi architetti del Novecento, Pierluigi Nervi o la piccola chiesa di S. Anna, la parrocchia del Vaticano) quasi "oscurate" dai grandi tesori rinascimentali esposti nei Musei e in basilica, e dalla presenza del papa nelle solenni celebrazioni in piazza S. Pietro o sull'altare della Cattedra sormontato dal Baldacchino con le 4 gigantesche colonne bronzee alte 29 metri realizzate dal Bernini. La basilica  -  il più grande tempio della cristianità con 15.160 metri quadrati di superficie, 211 metri di lunghezza, compreso il Portico, e 44 metri di altezza  -  fu consacrata il 18 novembre 1626 da Urbano VIII, che commissionò al Bernini la realizzazione del Baldacchino, a "protezione" del luogo sottostante dove è sepolto S. Pietro, consacrandolo il 29 giugno 1633.

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Il nuovo San Pietro" fu edificato sulle ceneri della vecchia basilica costantiniana su decisione di papa Giulio II. Visitarla - ieri come oggi - è sempre una emozione continua, al di là dei sentimenti di fede che ognuno vi può provare. Ogni suo angolo, anche il più piccolo, "parla" di cristianesimo e di arte, ai massimi livelli. Intorno all'altare della Cattedra ruota un infinito mondo di immagini sacre, opere d'arte, cappelle modellate in uno spazio a forma di croce greca che, su progettazione di Michelangelo, dette il perimetro definitivo alla basilica.

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Prima della Tomba di San Pietro, tra le soste praticamente "obbligate", la suggestione dell'atrio di ingresso che nel Giubileo sarà particolarmente "frequentato" da quanti entreranno in basilica attraversando la Porta Santa che sarà aperta da papa Francesco l'8 dicembre prossimo. Come pure l'emozione che si prova al cospetto della statua della Pietà di Michelangelo posta all'inizio della navata di destra, e negli ultimi anni gli altari dove riposano le spoglie di due tra i più grandi ed amati pontefici degli ultimi anni, Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, santificati entrambi lo scorso anno da Bergoglio.

Ma dietro alla maestà della basilica, alla imponente scenografia della piazza o al fascino dei tesori artistici dei Musei, c'è un mondo quasi sconosciuto ai più, fatto di palazzi d'epoca, vie risalenti ad antichi tracciati storici, monumenti, giardini, fontane, abitazioni, condomini; i palazzi delle Congregazioni (i "ministeri" della Santa Sede), o i servizi come le poste, la tipografia, la farmacia, la banca, i mercati generali, il tribunale, la Radio Vaticana, la redazione dell'Osservatore Romano: vale a dire tutte quelle tipiche strutture sociali che garantiscono il funzionamento di una qualsiasi città. Strutture in gran parte di indubbio valore storico-architettonico, messe in secondo piano dal fascino della basilica o dalla suggestione della Cappella Sistina (malgrado il primo novembre 2013 abbia compiuto 500 anni di età, portati del resto benissimo)

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Volendo, però, visitare la cittadella vaticana, gli itinerari suggeriti possono partire dai due ingressi ai lati della piazza berniniana, il Portone di Sant'Anna lungo via di Porta Angelica e l'Arco delle Campane, a sinistra di San Pietro, o attraverso il cancello che dà su piazza del Sant'Uffizio. Nel colonnato di destra c'è un terzo accesso, riservato solo alle autorità, ai dipendenti della Curia e a chi è munito di uno specifico permesso per accedere nel Palazzo Apostolico, sede al terzo piano della residenza del Papa e al secondo del cardinale segretario di Stato della Santa Sede. E' il Portone di Bronzo attraverso il quale si accede nello scenografico scalone michelangiolesco, che porta ai piani alti della Curia, dell'Apsa, della Prefettura e permette l'accesso al cortile di San Damaso. Un altro ingresso, non riservato al grande pubblico, ma a invitati e a personalità, è il Portone del Perugino, lungo via Gregorio VII, diventato però molto più "frequentato" per la vicina sede dell'Ospizio di Santa Marta, la residenza di papa Francesco.

In definitiva, non è per niente azzardato immaginare che appena entrati in Vaticano, sia attraverso i grandi Portoni d'accesso controllati sempre da drappelli di Guardie Svizzere - l'esercito del Papa - che in piazza San Pietro, nessuno resti indifferente al fascino artistico-religioso che si respira all'ombra del Cupolone, da oltre 500 anni silenzioso testimone di piccole e grandi storie di papi, di vescovi e cardinali, di uomini, artisti e tesori d'arte  noti e meno noti, che fanno del più piccolo Stato del mondo la quotidiana meta privilegiata da migliaia di visitatori. E il Giubileo di papa Francesco sarà sicuramente un valore aggiunto.