lunedì 19 settembre 2016

La falsa polemica sul San Marzano

La Stampa

I campani hanno perso da tempo la loro tutela. Restano solo le lobby agricole a battersi contro l'Europa e i mulini a vento. E una parte della politica a dar loro una mano.



Far nulla è spesso difficile, perché richiede di essere presenti e decidere di non agire. Il concetto, elaborato dall'artista britannico Robert Fripp, spiega perché qui sotto c'è un articolo scritto da un altro giornalista. E' un pezzo costruito da Angelo di Mambro e apparso sull'Informatore Agrario. E' fatto talmente bene che sarebbe stato inutile riscriverlo daccapo. Spiega perché il primato del pomodoro San Marzano campano è perso da tempo. E perché l'energia messa nella polemica da Coldiretti e simili dovrebbe essere più saggiamente rivolta altrove. 

"La varietà di Pomodoro San Marzano menzionata nella denominazione composta in questione può essere coltivata fuori della zona geografica delimitata e non costituisce pertanto una prerogativa dei produttori italiani". Su questa frase, parte saliente della risposta scritta del commissario all'agricoltura Phil Hogan all'interrogazione dell'eurodeputata della Lega Nord Mara Bizzotto, negli ultimi giorni si è scatenato un putiferio a mezzo stampa. Si è scritto di "schiaffo all'Italia", di "Ue che non difende le DOP" e di tutela ex officio - quella che blocca la vendita di un prodotto falsamente denominato, conquista del pacchetto qualità UE del 2012 - che non funziona. La realtà è piuttosto diversa.

La vicenda comincia da un articolo de La Stampa del 1 settembre 2015 dal titolo "San Marzano Made in Belgio - i produttori italiani contro l'UE". L'articolo partiva da una foto di una confezione di pomodori crudi San Marzano prodotti dalla cooperativa fiamminga Flandria, e spiegava anche perché i pomodori in questione rispettassero le regole europee. Qualche giorno dopo, l'eurodeputato PD Paolo De Castro presentava una prima interrogazione al commissario Hogan sul San Marzano fiammingo. Nella risposta, arrivata in ottobre, Hogan chiedeva tempo per reperire informazioni. Nel frattempo una seconda interrogazione sullo stesso tema era partita dall'ufficio di Mara Bizzotto.

La replica all'eurodeputata della Lega, di cui si discute in questi giorni, è arrivata il 21 dicembre 2015. Eppure, curioso caso di notizia "bomba" a scoppio ritardato, la polemica si è scatenata la settimana scorsa, con tanto di servizio del TG1 in prima serata del 7 febbraio. Ma "La Denominazione d'Origine Protetta (DOP) "Pomodoro S. Marzano dell'Agro Sarnese-Nocerino" senza altra qualificazione, è riservata al pomodoro pelato ottenuto da piante delle varietà S. Marzano 2 e KIROS (ex Selezione Cirio 3)", si legge nell'articolo 2 del disciplinare. In altre parole, la denominazione di origine protetta copre il pelato - il prodotto "industriale" - e non il frutto, la cui coltivazione non ha alcuna delimitazione geografica.

Come la varietà Cuore di Bue, cultivar di origine italiana coltivata un po' ovunque (in Belgio con il nome inglese beefsteak tomato o il francese Cœur de bœuf). La tutela - se si ritiene necessaria - in casi come questo non andrebbe assicurata dalla legislazione sui prodotti a indicazione geografica quanto da quella sui semi. "Cosa dobbiamo pensare che diamo fastidio alle grandi industrie, che con la qualità dei nostri prodotti stiamo occupando spazi sempre più ampi di mercato?", ha attaccato su Il Sole 24 Ore on-line Edoardo Ruggiero, presidente di Danicoop, presidio Slow Food che riunisce 50 produttori di San Marzano.

Salvo poi aggiungere: "Noi non possiamo proibire ad altri di produrre pomodori freschi di qualsiasi tipo ma se quel pomodoro poi finisce in bottiglia nessuna etichetta può definirlo San Marzano, men che meno può contenere il marchio della Comunità europea". "Stiamo vendendo solo frutta e verdura provenienti dai nostri soci per il mercato del fresco - racconta Luc Peeters della cooperativa Belorta, che possiede il marchio Flandria - perché siamo specializzati nel fresco e non prevediamo alcun inscatolamento, congelamento o altra attività di trasformazione". "San Marzano - spiegano fonti della Commissione - si riferisce ad una varietà di pomodoro creato in Italia, ma legalmente prodotto per molti anni già in altri Stati membri.

Ci sono molti prodotti registrati nell'UE che contengono il nome di una varietà che non può essere protetta". La tutela della DOP non copre il nome San Marzano ma "Pomodoro S. Marzano dell'Agro Sarnese-Nocerino". Un esempio analogo è la mela spagnola "Manzana Reineta del Bierzo", una renetta che ha la DOP. Anche qui il meccanismo di tutela non copre la mela renetta in quanto tale, coltivabile ovunque, Italia compresa. E si potrebbe immaginare lo sconcerto se i produttori francesi, dove pare questa varietà abbia avuto origine, pretendessero di imporre agli italiani di non coltivare renette.

Si può essere sconcertati dal fatto che una varietà da salsa nota in tutto il mondo sia venduta al supermercato come un pomodoro per condire l'insalata. Ma il prodotto belga non confonde il consumatore, l'origine è indicata in etichetta e posta sul fronte della confezione e non gioca con bandiere tricolori o altre evocazioni di italianità posticcia. Se l'Italia si impuntasse con il Belgio potrebbe forse ottenere il blocco del prodotto. La tutela ex officio - che funziona eccome, con centinaia di prodotti bloccati ogni anno dall'ICQRF del ministero delle politiche agricole - coinvolge le autorità degli Stati. "Finora - dicono dall'Esecutivo UE - non è stata inviata nessuna notifica alla Commissione su eventuali violazioni in materia di etichettatura e di Pomodoro S. Marzano dell'Agro Sarnese-Nocerino".

Per proteggersi nel futuro, i produttori campani potrebbero chiedere una tutela rinforzata anche sul genotipo, il pomodoro San Marzano in quanto tale, come prodotto a indicazione geografica dell'area della Campania da dove ha origine. A patto di proporre una delimitazione dell'areale di coltivazione che dovrebbe riguardare tutti in Europa, anche i produttori dell'Emilia Romagna o della Puglia. Insomma, i San Marzano fiamminghi riflettono le scelte fatte nel sistema agricolo nazionale, che vede l'Italia leader del pomodoro da industria ma indietro rispetto a belgi e olandesi (e spagnoli) quando si tratta di forza commerciale di orticole fresche.


E le aziende di orticole fiamminghe sono per lo più realtà di tipo familiare dalle dimensioni contenute (2-3 ettari), non molto diverse da quelle italiane. Sono "solo" più organizzate. C'è un comparto dell'agricoltura in cui, grazie a una norma specifica, il nome della varietà di per sé può dare luogo a una protezione come quella delle DOP e delle IGP ed è il settore del vino. Sulla modifica di quella norma (allegato XV del reg. CE n. 607/2009) c'è tensione tra Roma e Bruxelles. E il fatto che la risposta della Commissione sul San Marzano non faccia riferimento al fatto che la tutela sia riservata al pelato e al prodotto inscatolato, ma insista sulla "impossibilità" di "proteggere le varietà" non è un buon segnale.

Sulla questione si è mobilitato l'intero mondo del vino e agricolo italiano a tutti i livelli istituzionali e di rappresentanza perché adottare lo stesso principio per Lambrusco e Barbera potrebbe avere un impatto economico enorme. Aspettiamo, almeno, un servizio del TG1. 

Foto pixellate, un software riconosce gli elementi oscurati

repubblica.it
di PAOLA CORONA

Una ricerca della Cornell University ha testato l'algoritmo contro tutti i metodi di offuscamento delle immagini: ha un'accuratezza del 71%. Rischio privacy online, i tutorial del programma sono semplici da usare

Foto pixellate, un software riconosce gli elementi oscurati

QUALSIASI immagine elaborata al computer per nascondere qualche dettaglio potrà tornare nella versione originale. Non c'è Photoshop che tenga per mimetizzare i particolari tutelati dalla privacy. I volti pixellati torneranno riconoscibili, le targhe leggibili, e così via.

A inventare il software ''cancella pixel'' sono stati due ricercatori della Cornell University, e il loro metodo, raccontato in uno studio scientifico (intitolato ''Defeating image obfuscation with deep learning'') pubblicato sul Arxiv.org. Ma come hanno fatto i ricercatori a 'insegnare' al software a cancellare le zone pixellate di una foto digitale?

Il procedimento per istruire il programma passa attraverso due fasi. Durante la prima, un'immagine di campione è stata inserita nel sistema in originale. Subito dopo, la stessa figura è stata oscurata in alcune parti con dei pixel. Ripetendo questo procedimento tante volte, il software, predisposto ad arte dai programmatori, è riuscito a estrapolare un algoritmo presente in tutte le modifiche. Grazie a questo comune denominatore elettronico, è stato dunque possibile elaborare un procedimento inverso. Cioè, passare dalle immagini pixellate a quelle originali.

Testato con successo. L'algoritmo del software è in grado di svelare tutti gli attuali metodi di oscuramento delle immagini: il 'pixellamento', l'effetto sfocatura e il sistema P3, considetato tra i più efficaci per tutelare la privacy delle foto. È stato testato contro una serie di immagini offuscate in modo standard, con le quali l'uomo ha appena lo 0,19% di probabilità di riconoscere un volto. Il risultato? Un'accuratezza nel ricostruire le parti nascoste del 71%, dato che sale all'83% dopo cinque tentativi. "Adesso gli esseri umani - sostengono i ricercatori, tra cui Richard McPherson, scienziato informatico dell'Università del Texas - non sono i più bravi a elaborare con i loro occhi ciò che vedono. L'intelligenza artificiale di questo software, in grado di ricostruire i particolari che si vogliono mantenere segreti, supera ora l'intelligenza degli esseri umani".

I rischi per la privacy. I ricercatori avvertono che il programma può comportare serie conseguenze in termini di protezione dei dati personali. "Le tecniche che abbiamo usato - spiega Vitaly Shmatikov, uno degli autori della ricerca - sono veramente semplici nel campo del riconoscimento delle immagini. Il metodo di apprendimento della macchina che abbiamo sfruttato ha persino dei tutorial e dei manuali online, e quindi sarebbe possibile anche per un malintenzionato con poche conoscenze di base effettuare questo tipo di attacchi". Ciò significa, ad esempio, che le persone che appaiono nelle riprese di Google Street View, oscurate in un secondo momento, potrebbero essere identificate nonostante la sfocatura dell'immagine. Come dire: basta un algoritmo e la vostra privacy, per quanto riguarda le immagini, sfuma.

La grande impunità italiana

Corriere della sera
di Ernesto Galli della Loggia



Novantanove volte su cento, infatti, con il tempo, con gli appelli, i contrappelli e la Cassazione, anche le condanne iniziali vengono poi cancellate. Sicché alla fine solo gli extracomunitari, gli infimi spacciatori, gli emarginati a vario titolo, gli appartenenti alle classi povere, popolano le nostre galere.

Nei Paesi che ci piacerebbe emulare non è così. In Germania, non molto tempo fa, il ricco e potente presidente del Bayern Monaco, condannato per evasione fiscale a due anni e poco più di prigione, ne varcò i cancelli nel giro di un paio di giorni. Un altro esempio: negli Usa i responsabili dei fallimenti bancari e assicurativi del 2008 sono da tempo dietro le sbarre con condanne pesantissime che, c’è da giurarci, sconteranno in grandissima parte. Il famoso finanziere Madoff, colpevole di aver ingannato e spogliato centinaia di ricchi e avidi gonzi che gli avevano affidato i loro capitali, si è beccato una condanna all’ergastolo.

Tutte cose in Italia impensabili: anche se nessuno sembra farci caso, nessuno solleva il problema. Meno che meno l’ineffabile Consiglio superiore della magistratura, pur così instancabilmente sollecito delle sorti della giustizia. E dire che proprio i magistrati, invece, sarebbero i più titolati a spiegarci il perché della vasta impunità italiana. A spiegarci, ad esempio, perché in mano ad avvocati abili, che però solo le persone agiate possono permettersi, le procedure assurde e i codici malfatti che ci governano consentono, attraverso tutto un sistema di rinvii, di prescrizioni e ricorsi, di vanificare indagini e sentenze. Chi lo sa meglio di loro? A quel che ricordo, invece, solo il presidente dell’Anm, Pier Camillo Davigo, vi ha in varie circostanze dedicato qualche attenzione.

Eppure — c’è bisogno di dirlo? — questo doppio standard nell’amministrazione della giustizia ha conseguenze vaste e gravissime. La prima conseguenza è la vanificazione di fatto, prima che del senso della legalità nei cittadini, della legalità effettiva in quanto tale. Una legge che non valga per tutti, infatti, non è più una legge: è un provvedimento arbitrario. Rispetto poi a chi dovrebbe obbedire, ai cittadini, è difficile immaginare che una qualunque legge sia davvero rispettata se sulla base dell’esperienza si diffonde la convinzione che a qualcuno è consentito non rispettarla senza essere sanzionato.

Da ciò la seconda conseguenza: il discredito dell’intera sfera pubblica, a cominciare dalla magistratura per finire con la politica e con il governo: le loro leggi non valgono nulla dal momento che chi sa e soprattutto chi può le viola senz’alcun danno, e dunque anche quei poteri che le emanano e le amministrano non valgono nulla, non meritano alcun rispetto. Anche perché, siano essi di destra o di sinistra, pur sapendo bene come stanno le cose non muovono un dito per cambiarle.

Il modo d’essere della giustizia è così divenuto la manifestazione forse più importante della placida doppiezza morale che domina la società italiana. La quale quando parla (specie se parla in pubblico) s’inebria dei nobili concetti di solidarietà e di progresso, mostra regolarmente d’ispirarsi ai più alti principi dell’equità e della benevolenza sociale, ma quando invece si muove nella realtà d’ogni giorno, allora si scopre ferocemente classista, assuefatta ai privilegi come poche, spudorata cultrice di una vasta impunità.

18 settembre 2016 (modifica il 18 settembre 2016 | 20:46)

Come è stato ucciso il Movimento 5 Stelle”. L’introduzione del libro “Supernova”

La Stampa
nicola biondo, marco canestrari



Pubblichiamo in anteprima l’introduzione al libro Supernova, il volume che racconta «come è stato ucciso il Movimento», scritto da Nicola Biondo e Marco Canestrari. Il libro uscirà tra due mesi, sul sito www.supernova5stelle.it e sarà finanziato non da un editore tradizionale, ma attraverso la piattaforma di crowdfunding Produzioni dal Basso. Biondo è l’ex capo della comunicazione del M5S alla Camera. Canestrari è stato per quattro anni nella Casaleggio Associati.

Italia, 2005.
Un Paese stremato da due decenni di berlusconismo, con
un’opposizione inesistente e complice.
Un comico a fine carriera apre un blog, per gridare contro tutto
quello che non va.
Inizia una rivoluzione.
E’ un percorso lento, ma contagioso, che in poco tempo mobilita
decine di migliaia di persone desiderose di un reale
cambiamento.

Italia, 8 Settembre 2007.
Il blog da virtuale diventa reale: a Bologna si tiene il primo V Day.
V sta per Vaffanculo. La piazza è allegra, senza bandiere, ci sono
migliaia di persone, sentono finalmente un profumo nuovo,
come di pulito, in mezzo al pantano che è l’Italia.
Questa è la vera storia del primo vincente esperimento politico
mai nato in Rete.

Ma anche la storia del più grande raggiro di massa mai messo
in atto in una democrazia occidentale.
Una rivoluzione allegra, pulita, sincera. Fallita nel più triste
degli inganni, come un incubo che prende vita giorno dopo
giorno.

Milano, Via Morone 6, secondo piano.
Casaleggio Associati. E’ un’azienda di strategie digitali.
I vaffa, i post, l’uno vale uno, lo streaming, la piattaforma, il
meetup, il non statuto:
tutto nasce, si sviluppa, viene deciso lì.
Tutto accade, lì.
Noi ci siamo stati.
Abbiamo visto.

Sappiamo.
E adesso, raccontiamo. 
Lo facciamo per quelle persone, tantissime, che hanno creduto
tanto a quello che poi si è rivelato un grande inganno. Uomini,
donne, tantissimi giovani che hanno investito in questo progetto
le migliori energie e i migliori anni della propria vita, rompendo
amicizie, litigando con le proprie famiglie, mettendo in gioco
tutto.

Loro meritano di sapere come, perché e da chi siano stati traditi.
Italia, fine 2016.

Meritano di saperlo tutti.

Per colpa della burocrazia sposto l’azienda dalla Sicilia in Piemonte»

Corriere della sera

di Alessio Ribaudo

L’imprenditore dolciario Nicola Fiasconaro si sfoga: «Sono pronto a emigrare in Piemonte perché stanco della burocrazia che non mi dà le aree per allargare la produzione». Il sindaco replica: «È ingeneroso perché noi interlocutori attenti»

Il maestro pasticcere Nicola Fiasconaro con una sua scultura di cioccolato all’interno di  un suo panettone
Il maestro pasticcere Nicola Fiasconaro con una sua scultura di cioccolato all’interno di un suo panettone Nicola Fiasconaro a colloquio con il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino

Ha spedito i suoi panettoni letteralmente sulla Luna consentendo agli astronauti di festeggiare il Natale mangiando il dolce tipico (seppur disidratato), ha fatto gustare i suoi prodotti a due papi, due presidenti della Repubblica, gli sceicchi del Qatar o cantanti come Bruce Springsteen ma a Castelbuono, nel Palermitano, non riesce a ottenere dal Comune una nuova area per aumentare la sua produzione. Protagonista della storia è Nicola Fiasconaro che, partito da una piccola pasticceria del padre nel centro dell’affascinante paese medioevale, oggi ha creato un’azienda con un fatturato di 14 milioni di euro e che dà lavoro sino a 12o dipendenti che producono oltre un milione di panettoni artigianali pluripremiati in tutto il mondo.
La decisione di trasferirsi
Un successo costruito, di anno in anno, con un processo produttivo realizzato tutto in Sicilia malgrado potesse trasferire alcune linee in altri Paesi che sono certamente più convenienti economicamente. «Ho sempre avuto l’orgoglio di dare lavoro a sempre più miei compaesani e, più in generale, ai siciliani seppure mi fanno la corte persino a New York ma ora basta così non si può andare avanti — dice il maestro Nicola Fiasconaro —perché ci sentiamo mortificati ed esasperati a dover bloccare gli ordini perché non abbiamo spazzi adeguati». Da qui la decisione. «Insieme ai miei fratelli Fausto e Martino — prosegue — abbiamo veramente in animo la possibilità di trasferire l’azienda perché a Castelbuono è tutto bloccato: l’ex area artigianale Sirap è in possesso del Comune da sei anni e abbandonata da oltre trenta ma noi non riusciamo ad ottenere uno spazio per l’ampliamento della nostra azienda».
L’invito in Piemonte
In Piemonte gli hanno già costruito ponti d’oro. «Siamo stati invitati a Velasca, nel Cuneese, al battesimo ufficiale di una nuova area produttiva di due aziende che hanno saputo superare gli intralci di una burocrazia tipicamente italiana — argomenta Fiasconaro — ed erano presenti ministri, sottosegretari e il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino. La prossima settimana i nostri tecnici visioneranno i locali. Basta non ce la facciamo più: per noi, oramai Piemonte o Sicilia c’è poca differenza».
La replica del sindaco
Lo sfogo dell’imprenditore palermitano trova la ferma replica del sindaco di Castelbuono. «Credo che quanto afferma Nicola Fiasconaro è assolutamente ingeneroso nei confronti dell’amministrazione, nella quale ha trovato un attento interlocutore — afferma in una nota il primo cittadino Antonio Tumminello — e abbiamo fatto approvare la variante della Zona artigianale. Giovedì 22 settembre è all’ordine del giorno del consiglio comunale il piano insediamenti produttivi e il nuovo regolamento della zona artigianale. Il quale prevede la cessione in vendita dei capannoni, i comparti omogenei e la possibilità per chi ne sia interessato di prendere anche tutti i capannoni».
La storia imprenditoriale
Fiasconaro però non ci sta. «Sono anni e anni che lanciamo con discrezione progetti per dare lavoro in quest’area della Sicilia — conclude Nicola Fiasconaro — ma le nostre richieste si sono infranti contro muri di gomma o ingoiate da in riunioni fiume che non hanno portato a oggi a niente di concreto. Adesso basta: non ce la facciamo più a continuare così».

18 settembre 2016 (modifica il 19 settembre 2016 | 07:27)

Referendum: dimmi con chi voti e ti dirò chi sei? No, grazie

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Uno degli argomenti più malamente frequentati alla vigilia del referendum costituzionale è: ma come, non ti vergogni della cattiva compagnia con cui ti tocca di fare branco se voti No o Sì? Ma come puoi sopportare di metterti insieme a gente che ti è stata ed è nemica (Casa Pound!)? È un argomento di forte suggestione, ma del tutto pretestuoso in occasione di un referendum dove devi raccogliere il 50% più uno dei consensi, cioè sommare per necessità il tuo voto con quello di elettori che non sono della tua parte e dunque non puoi fare a meno, per vincere, di accettare compagnie indigeste. Ma poi che argomento è quello del «dimmi con chi stai e ti dirò chi sei»?

Senza contare gli autoribaltoni, gli andirivieni, i voltafaccia, per cui magari quello che hai insultato fino al giorno prima te lo trovi inopinatamente al tuo fianco: è già successo, succederà da qui alla data del referendum. Ma poi se si applicasse questo argomento alla lettera, maturerebbero dolenti memorie sul passato della Repubblica. E non ci sarebbe bisogno di rievocare il caso estremo del segretario del Pci Enrico Berlinguer che negli anni Settanta metteva in guardia l’elettorato di sinistra dal non sottoscrivere il referendum di Marco Pannella sul finanziamento pubblico dei partiti, tuonando che «non a caso» anche Almirante fosse dalla parte dei Radicali (il leader missino che era stato con la Dc nel referendum sul divorzio quando lo stesso Berlinguer e il leader del Pli Malagodi stavano insieme, diversi ma convergenti in quella comune battaglia, come sempre nei referendum).

E si potrebbe anche ricordare la tambureggiante battaglia del Pci contro la «legge truffa» del 53. Una battaglia sbagliata perché quella legge era tutt’altro che truffaldina. Ma come avrebbero reagito i comunisti del tempo se qualcuno avesse detto loro che erano uguali ai missini perché anche i «fascisti» battagliavano contrari a quella legge? Non avrebbero dovuto combattere contro la cosiddetta «legge truffa» per non trovarsi in cattiva compagnia (peraltro rivelatasi determinante), avrebbero dovuto rinunciare a quello che pensavano per non mischiarsi con il fronte opposto? Del resto, sempre, quando si hanno due opposizioni contro una maggioranza, le convergenze non volute sono inevitabili. In un referendum, poi, il quesito vero è: cosa ne pensi? E non: quale compagnia scegli? Nel merito e non per soggiacere a geometrie politiche precostituite. Sì o No, liberamente.

18 settembre 2016 (modifica il 18 settembre 2016 | 20:14)

Così il Pd regala ai migranti i beni raccolti per i terremotati

Gabriele Bertocchi - Dom, 18/09/2016 - 14:12

Il segretario del Carrocio e di Liga Veneta di Silea, Moreno Vanzin, ha denunciato pubblicamente un caso di mala gestione dell'amministrazione comunale: "I beni per i terremotati regalati ai migranti"



Negli scatoloni bloccati nel Comune di Silea, targato Partito Democratico, ci sono alimenti e oggetti di vario genere raccolti e destinati ai terremotati del Centro Italia.



Beni di prima necessità, biscotti, cracker e giocattoli bloccati da 15 giorni, senza un motivo, nelle sale del Comune e nella vecchia casa del custode. Una situazione che sottolinea la mala gestione dell'amministrazione comunale.

Beni regalati ai migranti

"Nelle settimane scorse il Comune di Silea, su indicazione tra gli altri del sindaco Silvano Piazza, ha deciso di organizzare una raccolti fondi e beni per i terremotati di Amatrice e Accumuli colpiti dal sisma del Centro Italia" scrive Moreno Vanzin, Segretario della Lega Nord - Liga Veneta di Silea. Un gesto lodevole, ma come sottolinea il leghista è "stata organizzata alla cieca". Nella sua denuncia pubblica, Vanzin spiega che "fin da subito infatti i responsabili della Protezione Civile avevano fatto presente come nelle zone interessate dalla tragedia non ci fosse bisogno di nulla, essendo la situazione in loco ormai ben sotto controllo. 

Nonostante questo avviso - prosegue il leghista - si è andati avanti con la raccolta e ora nessuno sa cosa fare con quanto rimasto in stallo in paese".La situazione sembra già critica così, con alimenti e beni di prima necessità bloccati nelle sale comunali con il rischio di andare a male. Ma a Silea si è andati anche oltre, e lo denuncia ancora il segretario della Lega Nord - Liga Veneta: "Da giorni poi, su non si sa bene quale base, i beni raccolti stanno venendo regalati a chiamata alla popolazione o concessi direttamente agli immigrati che vengono con camion e auto a fare incetta di quanto messo a disposizione dal Comune". (Clicca qui per vedere la foto degli immigrati che portano via i beni ai terremotati)



Ebbene sì. Il cibo, i giochi e qualsiasi altro oggetto raccolto con la beneficenza dei cittadini e destinato ai terromotati colpiti duramente dal sisma del 24 agosto, è finito nella mani degli immigrati. Le Lega insiste nella sua denuncia pubblica: "Non c'è nessun controllo e parliamo di circa un container di materiale. Dove va tutto questo quindi? Perchè, si sa, il rischio che si entri nel mercato nero è facile. Non possiamo dare possibilità ai malintenzionati di guadagnare da un eventuale business illegale".

Ora la Giunta corre ai ripari. Alcuni esponenti del comune parlano di un immediato invio del materiale. O almeno di quello che è rimasto. La spedizione è prevista lunedì, come precisato da Treviso Today, ma intanto fanno sapere dal Comune che i beni per l'igiene personale sono stati comunque redistribuiti, tramite i servizi sociali, a persone bisognose sul territorio.

Salvini attacca Bergoglio: "Non mi piace chi fa entrare gli imam in chiesa"

Sergio Rame - Dom, 18/09/2016 - 11:11

A Pontida le t-shirt contro Bergoglio: "Il mio Papa è Benedetto". E Salvini: "Chi fa entrare l'imam in chiesa non mi piace"



Al raduno di Pontida 2016 ci sono anche le magliette a favore di papa Benedetto XVI e contro papa Francesco. E, come se il concetto non fosse abbastanza chiaro, ci pensa Matteo Salvini a chiarirlo appena arriva alla kermesse leghista. "Chi fa entrare l'imam in chiesa - tuona il leader del Carroccio - non mi piace".

Non appena ha messo piede sul prato di Pontida, Salvini è stato subito acclamato dal popolo leghista. Ma, prima di dare il via alla giornata conclusiva del tradizionale raduno, il leader lumbard si è fermato al gazebo dei giovani padani dove venivano vendute le t-shirt che criticano papa Francesco e che nei giorni scorsi avevano già sollevato non poche polemiche. Le magliette mostrano, infatti, il volto di Bergoglio con la scritta "Il mio Papa è Benedetto". Allo stand è stato raggiunto da Gad Lerner, che lo ha incalzato chiedendogli se approvasse quello slogan. E Salvini ha risposto: "Non mi intendo di Papi, ma sono fermo a qualche tempo fa, a papa Benedetto".

"Benedetto aveva le idee chiare sull'islam - ha, poi, chiarito Salvini - chi fa entrare l'imam in chiesa non mi piace". Il leader della Lega Nord si riferisce alla preghiera comunitaria tra musulmani e cattolici dopo il brutale omicidio di padre Jacques Hamel, sgozzato da due terroristi islamici nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray in Normandia. L'invito a parteciparte alla Santa Messa della domenica non era partito da papa Francesco, ma ne era stato condiviso l'intento. "Siamo molto grati per questa risposta pronta, tempestiva e chiara - aveva commentato il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco - se continuano su questa strada si potrà creare un vero isolamento attorno a questi fanatici omicidi".


La preghiera choc dell'imam della Mecca "I jihadisti sconfiggano i cristiani"

Robert Favazzoli - Dom, 18/09/2016 - 12:20

Un predicatore radicale invita i fedeli a combattere gli infedeli e prega per i "fratelli" che comattono il jihad



"Oh Allah, dona la vittoria, l'onore e la forza ai nostri fratelli, ai jihadisti che combattono in Siria, Yemen, Iraq e in tutto il mondo. Falli trionfare sui traditori ebrei, sui malvagi cristiani e su tutti gli infedeli". È con queste parole che Abdurrahman ibn Abdulaziz as-Sudais, imam della grande moschea della Mecca, si è rivolto ai fedeli durante una preghiera nella città santa islamica.

La predica, che è stata ripresa da una televisione egiziana e poi da diversi media di tutto il mondo, mostrano l'imam inneggiare alla guerra santa. L'imam in questione è considerato come uno degli interpreti più radicali del Corano e un appartenente al salafismo. Nel recente passato ha più volte inneggiato alla distruzione di Israele e alla persecuzione degli ebrei ed evocato una guerra contro i musulmani sciiti.

Le frasi in questione sono state ascoltate da milioni di persone che si trovavano alla Mecca per il pellegrinaggio che ogni fedele musulmano è tenuto a fare almeno una volta nella vita.