mercoledì 21 settembre 2016

Moralisti della domenica

La Stampa
 massimo gramellini



Gianni Morandi pubblica sulla sua pagina Facebook una foto che lo immortala con la busta della spesa e scrive tutto contento: «Buona domenica! Ho accompagnato mia moglie al supermercato».

Ignoro le ragioni per cui un uomo di mondo senta il bisogno insopprimibile di diffondere certe notizie cruciali all’umanità: forse il desiderio di mostrarsi un comune mortale. In ogni caso la reazione dei fan è feroce. Un’orchestra di critiche, tra cui «vergognati» risulta la più graziosa.

La colpa del Morandi? Essersi recato a fare la spesa di domenica, costringendo i commessi a sacrificare il giorno di riposo e l’armonia familiare per badare ai suoi comodi. La domenica, scrivono i fustigatori, non si va nei supermercati, templi del consumismo schiavista, ma a messa o a vedere un film (sorvolando sul prete e sui chierichetti, chi sta alla cassa di un cinema non ha dunque lo stesso status di chi presidia quella di un supermercato?).

Il lato tenero della vicenda sono le risposte di Morandi. Avrebbe potuto andare a lezione di sadismo web da Mentana e zittire i moralisti della domenica, ricordando loro quante volte saranno entrati in un bar o in una pizzeria nei giorni festivi. Invece, in preda alla sindrome di Stoccolma o forse solo alla sua innata gentilezza, il distruttore inconsapevole di famiglie si è scusato persino di avere augurato «buona domenica» e ha promesso che non si avvicinerà mai più a un supermercato durante le feste comandate. Conoscendolo, d’ora in poi nei concerti suggerirà alle fidanzate di farsi mandare dalla mamma a prendere il latte soltanto dal lunedì al sabato.

Salone, la somma non farà mai il totale

La Stampa
massimo gramellini

È andata come doveva andare, cioè male . La Patria degli analfabeti di ritorno, e spesso di sola andata, avrà due fiere del libro in meno di un mese e di cento chilometri. Troppa grazia, sicura disgrazia. Anche se non una tragedia. Solo una figuraccia. E un’occasione perduta. La fiera del libro di Milano si chiamerà Fabbrica, si svolgerà a fine aprile nei padiglioni di Rho ancora caldi di Expo e ospiterà i grandi editori, gli scrittori internazionali invitati dai grandi editori e i giornalisti di tutta Italia, che la illumineranno con centinaia di articoli e decine di servizi televisivi.

Quella di Torino continuerà a chiamarsi Salone, si svolgerà a maggio nel costosissimo Lingotto e ospiterà i piccoli editori, gli autori di nicchia e i giornalisti di tutto il Piemonte e delle riviste specializzate. Per gli scrittori italiani delle grandi case editrici cambierà poco: se prima i loro libri primaverili dovevano essere pronti a maggio, in tempo utile per la kermesse torinese, adesso verrà loro chiesto di anticiparli ad aprile, così da garantire a Milano lo «jus primae noctis», esaudito il quale saranno liberi di affacciarsi in seconda battuta al Lingotto.

Ci abitueremo, ci si abitua a tutto. Milano andrà avanti senza guardarsi indietro né intorno, energica ed efficiente come tutti i predatori. Torino attraverserà la fase del mugugno, accusando i milanesi di averle portato via anche i libri, dopo la moda e la pubblicità. Ma al mugugno seguirà un sussulto d’orgoglio, culminante in un’idea innovativa che in caso di successo finirà a Milano fra una trentina d’anni.

I milanesi non hanno più colpe di quante ne ebbero i visigoti nel disfacimento dell’Impero Romano. Hanno visto un vuoto e da abili imprenditori ci si sono infilati senza pietà. Ingabbiato nelle sue complesse procedure pubbliche, il Salone di Torino ha avuto almeno due anni per risolvere i problemi interni e porre rimedio allo scandalo dell’affitto dei padiglioni del Lingotto, di sei volte superiore a quello della Fiera di Milano. Un milione e duecentomila euro. A riprova che era esagerato, la nuova sindaca Appendino è riuscito a dimezzarlo in meno di due ore, ma era ancora troppo caro e soprattutto era troppo tardi. Milano aveva ormai fiutato e afferrato la preda.

I tentativi di mediazione del ministro Franceschini sono falliti di fronte alla evidente sproporzione delle forze in campo. A Torino è stata chiesta una capitolazione umiliante che non poteva accettare. I milanesi volevano tenersi tutti gli editori (e gli autori) e lasciarle soltanto i librai. Su queste colonne avevo lanciato una modesta proposta di compromesso: evitare la concomitanza delle date, letale per la più piccola Torino, dando vita a una staffetta che lasciasse a Milano la fiera e sotto la Mole lo spettacolo della lettura nelle piazze. Pur avendo ricevuto il gradimento di tanti lettori comuni, anch’essa è ovviamente naufragata nei campanilismi degli addetti ai lavori e ai livori.

Nell’emergenza ciascuno ha dato il peggio di sé, accusando la controparte di arroganza e disonestà. I milanesi si sono sentiti trattati come dei droghieri del libro attenti solo ai fatturati e adesso vorranno dimostrare di sapere organizzare una fiera culturale con lo stesso gusto dei torinesi. I quali, a loro volta, fomentati dai piccoli editori, si accingono a raccontare la prossima disfida dei due Saloni come un duello tra la gretta quantità di Milano e la raffinata qualità di Torino.

Ma il segreto del Salone del Libro, diretto da intellettuali sublimi come Beniamino Placido e Ernesto Ferrero, consisteva proprio nel riuscire a mettere insieme quantità e qualità, tappeti rossi e materia grigia, Fabio Volo e lo scrittore tunisino esordiente. Paragonandolo al cinema, era come avere la Mostra di Venezia e il Torino Film Festival nello stesso luogo e nello stesso momento. Un miracolo durato ventinove anni. Ora la dabbenaggine e l’avidità degli uomini lo hanno spaccato in due. E ci spiace contraddire il grande Totò, ma stavolta la somma non fa il totale.