venerdì 23 settembre 2016

La storia, la politica, la tragedia: Aldo Moro nelle pagine del Corriere

Corriere della sera
di Leda Balzarotti, Barbara Miccolupi



Il 23 settembre del 1916 nasceva Aldo Moro. Attraverso le pagine del Corriere della Sera, ripercorriamo la parabola politica e umana dello statista democristiano tra dopoguerra, boom economico, compromesso storico e anni di piombo, fino all’uccisione per mano delle Brigate rosse

«L’eroe fragile»
«È una storia che parte da lontano, da quando Moro debutta in politica con lo scopo di emancipare l’Italia dalla sua “fatale attrazione a destra”, una propensione “incarnata nel codice genetico e nella sedimentazione culturale” del ceto medio e del mondo cattolico, specie al sud. Nasce così la sua “pedagogia paziente del proselitismo democratico”, presto contrastata con aspre campagne di discredito. Moro diventa già allora “l’eroe fragile”. Il suo anticomunismo non è a prova di bomba, si dice: “Ha connotati di sensibilità a sinistra che agitano i sonni dei reazionari e dei dirigenti dello scudo crociato”». Lo scrive Marzio Breda sulle pagine di Corriere della Sera, citando Corrado Guerzoni, storico collaboratore del presidente democristiano, nonché autore di una sua biografia nel trentennale del rapimento e della morte, una condanna senza appello al mondo politico di allora e ai suoi protagonisti, colpevoli di aver abbandonato Moro al proprio drammatico destino.
«L’Italia senza Moro, un Paese incompiuto»
Insieme a Guerzoni, molti altri testimoni diretti dei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, che segnarono la storia della Prima Repubblica, hanno riletto e analizzato la parabola politica del leader democristiano, arrivando alla conclusione che la sua precoce scomparsa abbia interrotto un preciso cammino democratico dell’Italia: tra loro anche l’arcivescovo Antonello Mennini — oggi nunzio apostolico a Londra — soprannominato nel 1978 «il prete del caso Moro» per aver fatto da tramite tra i brigatisti e i familiari dello statista nella consegna di alcune lettere dal covo, coinvolto direttamente nell’inchiesta sul rapimento e l’omicidio, e poi indicato da Francesco Cossiga come il confessore di Moro prima della condanna a morte. «]...] si può condividere l’opinione di quanti ritengono che la prematura scomparsa dalla scena politica di Moro abbia posto fine a un possibile sviluppo della democrazia italiana che lui definiva “terza fase”, per un’alternanza al potere delle grandi compagini partitiche popolari».
Dalla Fuci al centrosinistra
L’attentato di via Fani e il suo tragico epilogo hanno interrotto una parabola politica iniziata a metà anni ’40, quando il giovane studente di diritto Aldo Moro inizia la militanza nell’associazionismo cattolico pugliese della Fuci e ne diventa presidente su indicazione del futuro Papa Montini, per poi approdare a fine guerra tra le fila dei Costituenti e ai vertici della neonata Democrazia Cristiana. Il partito cui rimarrà fedele fino alla scomparsa, nonostante i veleni, gli scandali e le lotte intestine tra correnti, mentre già dal 1948 è chiamato a cariche istituzionali via via di maggior rilievo, come sottosegretario agli Esteri nel governo De Gasperi, ministro della Giustizia nel governo Segni, poi dell’Istruzione con Zoli, fino allo scranno della Presidenza del Consiglio nel 1963, con un esecutivo che vede la partecipazione dei socialisti di Nenni.

Un traguardo personale, raggiunto a soli 47 anni, e soprattutto politico, dopo esser riuscito — da segretario del partito — a imporre all’interno delle correnti la formula di un governo aperto a sinistra, una linea politica a cui lavorava dalla fine degli anni ’50. Dalle pagine del Corriere, Dino Zannoni commenta così il nuovo esecutivo guidato da Moro nel 1963: «Negli ultimi tempi, la maggioranza democristiana si è evoluta sempre più risolutamente, in mezzo ad aspri travagli, verso l’incontro con il Psi, assieme ai repubblicani e ai saragatiani. [...] La grossa novità è che il socialismo entra in circolazione nel sistema sanguigno italiano, che ha funzionato sempre col ritmo del liberalismo. Si tratta di vedere in che dosi effettive avverrà l’iniezione e come reagirà l’organismo».
Il ’68, il terrorismo, le stragi e lo scacchiere internazionale
La coalizione aperta a sinistra reggerà fino al 1968, e il terzo governo Moro passerà agli annali come uno dei più longevi della vita repubblicana, portando con sé l’introduzione delle Regioni, la nazionalizzazione dell’industria elettrica e l’obbligo scolastico fino ai 14 anni. Seguirà una delle fasi politiche più delicate della storia d’Italia, segnata dal terremoto sessantottino, dall’emergere di movimenti come Potere Operaio e Lotta Continua, ma soprattutto dal virus del terrorismo, con le stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia e dell’Italicus, che scardineranno gli equilibri politici e sociali validi fino ad allora. Moro vi assiste da protagonista, in qualità di ministro degli Esteri, impegnato in parallelo sul fronte del Mediterraneo e sullo scacchiere atlantico, mantenendo ferma la partecipazione italiana

all’alleanza filo-occidentale, da lui stesso definita «punto fermo della nostra sicurezza e base di un dialogo coi Paesi dell’Est». Gianfranco Ballardin è testimone del Consiglio Nato del dicembre 1969 che apre alle trattative coi sovietici dopo i tragici fatti di Praga: «I Paesi della Nato sono disposti ad avviare trattative con il blocco sovietico, ma l’alleanza atlantica ritiene che la proposta avanzata dal patto di Varsavia di una conferenza per la sicurezza europea sia per lo meno prematura. Una conferenza così impegnativa - come ha dichiarato il ministro degli Esteri Moro - dovrà costituire il coronamento di una serie di approcci e di contatti bilaterali e multilaterali, tra la Nato e i Paesi dell’Est».
«Signor Moro, batta un colpo»
«A mio parere è un debole fortissimo; sta nella Dc da sempre, è più robusto di Rasputin, è sopravvissuto al cianuro e alle pallottole, ed è anche abbastanza ingenuo per meravigliarsi delle debolezze e cattiverie umane. [...] Aldo Moro in questo momento ha però un vantaggio: siamo tanto sfiduciati, grigi e avviliti , che potremmo adottare il motto di un famoso artista russo: “mi basta un fiammifero per riscaldarmi”. Hanno dipinto lo statista pugliese come un depresso e un abulico: ma non è necessario un ciclone perché si faccia sentire. Se c’è, batta un colpo». È l’ironico invito rivolto dalle pagine del Corriere da Enzo Biagi ad Aldo Moro nel novembre del 1974, mentre si avvicendano i governi di solidarietà nazionale e il Paese attraversa la delicatissima fase politica che sfocerà pochi mesi dopo nell’exploit del Pci alle elezioni amministrative.
Verso il compromesso storico
L’affermazione dei comunisti rappresenta per Moro un punto di svolta, e gli fa pensare sia arrivato il momento per scelte politiche radicali, che vadano oltre l’esperienza dell’apertura a sinistra vissuta con Nenni, aprendo la maggioranza anche ai comunisti, in modo da dare ai governi di solidarietà la base parlamentare più ampia possibile, tenendo ferme le istituzioni e lontane le derive autoritarie. E la prova generale di una convivenza pacifica tra Dc e Pci si avrà già nel giugno del ’76, con il terzo governo Andreotti, risultato di compromessi, equilibrismi e spartizione delle cariche tra i partiti a seguito di un esito elettorale a dir poco incerto. È il prodromo del «compromesso storico» voluto da Moro, che si realizzerà nel marzo 1978, dopo l’ennesima crisi di governo, e questa volta avrà il voto di fiducia dei comunisti di Berlinguer, che, dal canto suo, anticipa gli scettici affermando l’autonomia del suo partito comunista da Mosca, almeno in materia di politica interna.

Eppure, sia per Moro sia per Berlinguer, gli ostacoli maggiori a questa svolta politica arriveranno dall’interno, dalle file dei loro stessi colleghi di partito, come nota Alberto Ronchey sul Corriere nel 1976: «]...] è manifesta una sensibile differenza fra lui — Moro — e altri dirigenti democristiani. Costoro, consapevoli o no, tradiscono spesso il riflesso condizionato del 18 aprile 1948, come in attesa che la buona annata possa ripetersi. Tradiscono un’inclinazione tenace, benché irragionevole, alla “persistenza degli aggregati”. Invece Moro sa che il 18 aprile non si ripete senza che possano ripetersi uno stalinismo, un piano Marshall e una serie d’innumerevoli altre condizioni. Dunque lo scontro frontale è impraticabile, occorre un moderatore se non un conciliatore. Dunque perché deprecare “l’istinto delle combinazioni”?».
Moro come Allende?
La storica apertura a sinistra avrà ripercussioni anche oltre i confini della Penisola, arrivando fino a Washington, dove l’idea di un Paese d’influenza occidentale con dei comunisti nella compagine di governo fa storcere il naso e preoccupa, ad esempio, per il rischio che vengano svelati segreti militari cruciali nella lotta tra blocchi. E l’idea non convince nemmeno i sovietici, maldisposti ad accettare un atto d’emancipazione così forte da parte del Pci. Tanto basta per attirare contro Moro un clima di pericolosa diffidenza, in patria e altrove, tra i colleghi di partito come ai più alti vertici della politica internazionale: emblematica al riguardo l’opinione che il segretario di Stato americano Henry Kissinger aveva del politico democristiano, come scrive Francesco Polesella: «Considerava lo statista pugliese un pericoloso cavallo di Troia del comunismo in Italia. [...] Che Moro fosse il possibile Allende dell’Italia, e in prospettiva dell’Europa, Kissinger deve averlo creduto fermamente e tale visione rendeva estremamente difficile il rapporto fra i due».
Lo scandalo Lookheed e il fango contro Moro
Qualche tempo dopo, nel 1977, i palazzi della politica italiana tremano per gli effetti dello scandalo Lockheed, con accuse di corruzione e tangenti — versate da un’azienda aeronautica americana in cambio dell’acquisto da parte italiana di aerei militari — che varcano la soglia del Quirinale e vanno a colpire direttamente il presidente della Repubblica Giovanni Leone. Moro interverrà in difesa del proprio partito e dei ministri Luigi Gui e Mario Tanassi, al centro dell’inchiesta che si concluderà con l’assoluzione del primo e la condanna del secondo, ma sarà toccato in prima persona degli effetti dello scandalo, con l’accusa infamante di essere il fantomatico Antelope Cobbler, personaggio chiave del sistema di bustarelle che aprono il mercato italiano all’industria aeronautica americana. Un’accusa che sarà smontata dalla Corte Costituzionale il 3 marzo del 1978, a soli tredici giorni di distanza dall’agguato di via Fani.
«Il mio sangue ricadrà su di loro»
Anche Moro assiste al dibattito, e dalla prigionia non manca di far sentire la propria voce attraverso moltissime lettere, alla moglie Eleonora e ai figli naturalmente, ma anche a colleghi di partito come Andreotti, Zaccagnini, Cossiga e Misasi, e ad altri esponenti di spicco della politica come Bettino Craxi, tra i pochi a sostenere la necessità di trattare coi rapitori per salvare la vita dello statista pugliese. Nelle sue parole, pervase di amarezza, c’è la consapevolezza di esser stato lasciato solo: «Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Son convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni — Leone — che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro».
Quel bisogno di composizione
Il 9 maggio del 1978, in una Renault abbandonata in via Caetani a Roma, verrà ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro. Scrive Carlo Bo: «Più che lo sgomento e l’amarezza dell’improvvisa violenza, deve averlo toccato la resa dei conti. È allora che si è certamente chiesto se il suo operato aveva servito la verità e la giustizia. Non tocca a noi sostituirci in questa parte, per quanto ne sappiamo come spettatori l’innocenza della vittima ne risulta ancora accresciuta e questo perché nella sua storia non è mai venuto meno quel bisogno di composizione che non era solo il frutto di una rara abilità politica, ma denunciava una costante riserva, il suo modo di lasciar sempre aperto il varco all’imponderabile».

Camera dei deputati, in vigore il nuovo codice per i giornalisti: vietate le riprese dei deputati fannulloni

ilfattoquotidiano.it
di Virginia Della Sala | 22 settembre 2016

Nuovo regolamento - Dal 10 ottobre non sarà più possibile fotografare o filmare onorevoli che giocano o che dormono

Onorevoli impegnati in Aula a guardare partite e a giocare a carte

Comunicazione ufficiale dalla Camera dei deputati: ricorda ai giornalisti che a partire dal 10 ottobre, telecamere e operatori potranno entrare nella tribuna riservata alla stampa solo e soltanto se hanno firmato, e quindi accettato, il nuovo codice di autoregolamentazione.

Un testo di autodisciplina (figlio di un tentato bavaglio per legge, a cui erano scampati nel 2011) che è dei giornalisti, ma che è anche un miscuglio tra comune buon senso e bende sugli obiettivi: dai video, alle foto e fino alle registrazioni. Se è logico e giusto che si imponga di assistere “in silenzio” ai lavori dell’Assemblea standosene fermi nelle tribune riservate, appare già più strana invece la richiesta di astenersi da ogni segno di approvazione o disapprovazione: guai a fare sì con la testa o ad assecondare quanto è in discussione. In ogni caso, si raccomanda nel nuovo codice, è importante tenere “un contegno improntato al massimo rispetto dell’istituzione parlamentare”. Non venga in mente a qualche cine-operatore che è lì per lavorare di urlare durante un’interpellanza o la discussione di un emendamento.

Introdotto l’obbligo di “interrompere immediatamente le riprese a ogni sospensione di seduta”: nessuna foto a calca e assembramenti, né al fuggi fuggi verso le porte e la buvette. Niente pacche sulle spalle, abbracci, baci e saluti. Che tutto resti nel privato dell’aula. E se queste cose accadessero durante i lavori dell’aula? Peggio. È vietato diffondere “fotografie e riprese visive atte a rilevare comunicazioni telefoniche” (difficile visto che anche durante le sedute i parlamentari parlano al telefono continuamente, pur coprendosi la bocca con le mani un po’ per non farsi sentire, un po’ per non far scorgere il labiale).

putato-dorme-675

Ma, soprattutto, sarà vietato diffondere fotografie e riprese “non essenziali per l’esercizio del diritto di cronaca relativo all’attualità e allo svolgimento dei lavori in Aula”. E qui, il cine-operatore o il giornalista di turno potrebbe ritrovarsi ad essere un po’ confuso: stop a immagini ingrandite di pizzini e letterine, nessuna ripresa di schermi di tablet e smartphone, non si potrà più sapere se i deputati giocano a Candy crush o a campo minato in aula né quali siti visitino.

Addio alla pubblicazione di immagini di deputati che sonnecchiano o che riposano le tempie. Semplicemente perché, secondo una prima lettura del codice, potrebbe trattarsi di informazioni che non riguardano i lavori parlamentari. Anche se accadono durante i lavori parlamentari. “In caso di inosservanza delle disposizioni – si legge – il Collegio dei deputati Questori potrà disporre nei confronti di chi viola le regole il divieto temporaneo di accesso alle tribune”.

Inoltre, il regolamento prevede il divieto dell’utilizzo di tecniche di rielaborazione di riprese “che comportino un danno alla dignità dei deputati e membri del governo presenti in aula e al diritto alla riservatezza”. A pagare potrebbero essere blob, fotomontaggi e pure la satira visuale che usa foto e immagini. Nei Palazzi, non si può entrare.

Pensionati all’estero, dal Sud America all’Unione europea, cresce il caos sull’imposizione fiscale

ilfattoquotidiano.it
di Fiorina Capozzi | 22 settembre 2016

Con la crisi capita che un governo decida di punto in bianco di cambiare le carte in tavola. E' accaduto in Argentina nel 2001 e capita oggi in Venezuela dove, sfruttando un doppio sistema di cambio, l'esecutivo tassa pesantemente le pensioni straniere in entrata pagando agli italiani residenti solo lo stretto necessario per sopravvivere. In Brasile si applica a singhiozzo l'accordo bilaterale del 1978. E nel Vecchio Continente non mancano episodi di nazionalismo fiscale e sociale

Pensionati all’estero, dal Sud America all’Unione europea, cresce il caos sull’imposizione fiscale

Tempi duri per i pensionati italiani che hanno scelto di dimorare in lidi lontani. E anche per chi sogna di trasferirsi all’estero con una piccola pensione tassata oltreconfine meno di quanto non lo sia in patria. Da un lato c’è il rischio sempre più concreto che gli Stati europei optino per l’imposizione alla fonte sulle pensioni cassando d’un solo colpo i vantaggi di chi sceglie un Paese fiscalmente più attraente. Dall’altro c’è da fare i conti con gli accordi bilaterali sull’imposizione fiscale e gli effetti della crisi economica.

Sullo sfondo restano poi mille dubbi che si aprono in un’Europa sempre più frammentata per chi ha versato o sta versando i contributi in giro per i Paesi dell’Unione. “E’ un grosso problema di cui non si ha contezza – spiega Andrea Malpassi, sindacalista responsabile estero Inca Cgil– L’Aire (il registro degli italiani all’estero, ndr) descrive infatti solo una parte del movimento di lavoratori in Europa. Secondo le nostre stime per ogni nuova adesione all’Aire, ce ne sono almeno altre tre che sfuggono al censimento per inerzia o perché magari la permanenza lavorativa all’estero è inferiore ad un anno”.

Il tema pensioni all’estero, oggi e domani, rischia insomma di essere un gran caos. Tanto più che in Europa già si registrano episodi di “nazionalismo fiscale e sociale”. “Il Belgio sta mandando a casa nostri concittadini che, dopo aver versato i contributi nel periodo lavorativo sono poi rimasti senza lavoro e chiedono l’accesso ai sussidi di disoccupazione”, prosegue il sindacalista spiegando di aver già presentato il caso alla Corte di giustizia europea. “Per non parlare del fatto che in Europa, anche se in maniera non coordinata, i vari Stati stanno studiando come bloccare il fenomeno dei pensionati che vanno a vivere nelle aree fiscalmente più interessanti”, aggiunge.

Ma di che numeri stiamo parlando? Ad oggi i pensionati italiani all’estero sono poco meno di 400mila, una popolazione grande quasi come quella di Bologna o Firenze. E’ evidente quindi che non sono loro ad affossare i conti dell’Inps. Anche perché “generalmente chi decide di lasciare l’Italia, lo fa a causa di una pensione bassa rispetto al costo della vita”, puntualizza Malpassi. Senza contare che partire non sempre significa andare incontro a situazioni più floride. Soprattutto di questi tempi. Con la crisi economica che dilaga in ogni angolo del mondo, può accadere infatti che un governo decida di punto in bianco di cambiare le carte in tavola.

E’ accaduto in Argentina dove per un certo periodo dopo la crisi del 2001, lo Stato tassava le pensioni al pari di capitali in entrata lasciando ben pochi spicci ai nostri connazionali residenti nel Paese sudamericano. La stessa dinamica si registra oggi in Venezuela dove, sfruttando un doppio sistema di cambio, il governo nazionale tassa pesantemente le pensioni straniere in entrata pagando agli italiani residenti solo lo stretto necessario per sopravvivere. In Brasile invece accade che le pensioni degli italiani residenti vengono pagate al netto di imposte comunali e regionali del Paese d’origine. Una questione che fa discutere da anni perché fra Italia e Brasile c’è un accordo, datato 1978, finalizzato ad evitare la doppia imposizione e solo in minima parte applicato.

Insomma Paese che vai, tassazione e accordi fiscali che trovi. Soprattutto fuori dall’Europa. Per cui prima di partire, meglio informarsi degli accordi bilaterali per evitare brutte sorprese. Più complessa, invece, la situazione per i pensionati di domani. Per loro di certezze ce ne sono davvero poche. Persino all’interno dell’Unione.

Per violare la sicurezza di un iPhone bastano 100 dollari

La Stampa
lorenzo longhitano

Le apparecchiature e il metodo funzionano solo con i modelli di ultima e penultima generazione ma erano alla portata dell’FBI, che nel caso di San Bernardino ha preferito prima interpellare Apple e poi spendere un milione di dollari



Quanto è complicato violare le barriere di sicurezza di un iPhone? Tenendo traccia delle vicende che nella prima metà del 2016 sono ruotate attorno agli smartphone Apple, sbirciare nei dati di un telefono protetto come quello di Cupertino sembrerebbe una missione impossibile; un compito talmente arduo da aver messo in ginocchio perfino l’FBI, che per farcela nel corso della famosa indagine sugli attentatori della strage di San Bernardino ha chiesto (invano) al produttore di realizzare una versione del suo sistema operativo priva delle misure di protezione. Ebbene, sembra non sia più così: Sergei Skorobogatov, un ricercatore di Cambridge, ha dimostrato di poter leggere i dati contenuti in uno dei telefonini Apple avendo accesso fisico al dispositivo e usando apparecchiature acquistabili ovunque per meno di 100 euro.

La tecnica utilizzata dal ricercatore si basa sul NAND mirroring, un procedimento noto non solo agli esperti di tecnologia e sicurezza informatica, ma anche a chi ha seguito il dibattimento giuridico tra Cupertino e l’agenzia governativa: diverse personalità del mondo accademico e non solo l’avevano menzionato, accusando l’agenzia governativa di non volerlo adottare di proposito. Il funzionamento in linea teorica è semplice: separando dall’iPhone il chip che ne contiene la memoria e clonandone il contenuto su un altro chip della stessa capacità, è possibile ottenere un numero virtualmene infinito di memorie identiche da ricollegare a piacimento alla scheda logica del telefono.

In questo modo il numero di tentativi effettuabili per accedere ai dati del telefono inserendo il codice numerico aumenta: dai sei totali messi a disposizione da iOS, a tutti quelli necessari per individuare la combinazione. L’unica risorsa necessaria per forzare l’ingresso in questo modo diventa il tempo che occorre per accensione del telefono, tentativi di inserimento, spegnimento e sostituzione della memoria: un processo che può comunque essere automatizzato.

Fa specie (o è quantomeno sospetto) che l’FBI non sia riuscita ad arrivare da sola a un risultato simile: nella pratica anche Skorobogatov ha incontrato più di un ostacolo, ma alla fine è riuscito con risorse infinitamente più modeste ad avere comunque la meglio sul sistema. Gli sforzi compiuti per violarlo sono stati descritti con dovizia di particolari in un paper pubblicato pochi giorni fa per documentare la sua scoperta, e serviranno a Apple e alle altre aziende per elaborare stratagemmi di difesa più complessi per i loro prodotti. Non che la casa di Cupertino ne abbia bisogno al momento: il metodo descritto da Skorobogatov funziona solo su iPhone 6 e precedenti.

La Corea del Nord ha solamente 28 siti Internet

La Stampa
simone vazzana

Un errore in un server li ha resi momentaneamente accessibili a tutto il mondo



Non capita tutti i giorni che la Corea del Nord faccia vedere una zolla del suo giardino al mondo intero. Una concessione non spontanea, ma frutto di un errore. Il server che ospita i siti del Paese ha avuto dei problemi e ha reso i portali accessibili agli utenti di tutto il globo. La notizia è che i siti sono solamente 28. Una lista decisamente eterogenea: compagnia aerea di bandiera, cucina, film, educazione, turismo, agenzie di stampa, scienza. 



Perché sino ad oggi questi siti erano inaccessibili? La Corea del Nord ha una sua Internet indipendente, “Kwangmyong”. Si tratta di una rete isolata, non connessa a quella mondiale. Consente di inviare e ricevere email, visitare i siti di regime, leggere le news (ovviamente controllate) e di accedere a una biblioteca online. 

Il baco del server non è sfuggito alla community di GitHub, un sito per sviluppatori di software. La voce si è sparsa anche su Reddit, con tanto di screenshot e i link ai siti in questione. Appena l’errore è stato compreso anche a Pyongyang, i portali sono nuovamente stati oscurati al resto del mondo. Martyn Williams , che gestisce il blog North Korea Tech, ha spiegato al “Guardian” che in realtà la lista non contiene rivelazioni significative sulla presenza online della Corea e che il materiale più sensibile non è stato visualizzato.



Da questa vicenda, comunque, si è appreso che l’Internet della Corea del Nord non solo sia ridotta ai minimi termini, ma come sia decisamente indietro anche graficamente. Se in Corea del Nord i siti sono 28, quelli attivi nel mondo, secondo Internet Live Stats, hanno superato il miliardo due anni fa. Notizia confermata su Twitter anche dal papà di Internet, Tim Berners Lee.

I numeri diventano più interessanti se si pensa agli utenti attivi, cioè quelli che navigano su Internet. In Italia sono circa 37 milioni, ossia il 62% della popolazione: di fatto, l’1% delle persone connesse nel mondo (3 miliardi e mezzo). Non un granché a livello europeo, siamo dietro a Regno Unito, Germania, Francia e Spagna. Inoltre, secondo Eurostat, Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e Basilicata figurano tra le 17 regioni Ue in cui oltre un terzo della popolazione, nel 2015, non ha mai usato Internet (le altre dodici regioni si trovano in Romania, Bulgaria e Grecia).



Rovesciando la classifica, il Paese meno connesso del mondo è proprio la Corea del Nord. Il paradosso è che tra i 28 siti ci sia anche un social network, “Friend”, dedicato però solamente ai 7 mila nord-coreani che hanno effettivamente accesso a Internet. Rappresentano lo 0,03% della popolazione totale (25 milioni). Un’ulteriore prova di quanto il Paese sia ostaggio della censura e del controllo.

Il baciamano

La Stampa
massimo gramellini



Quesito per maschi in ascolto: riuscireste a essere galanti con una donna che il giorno prima vi ha volutamente umiliato, lasciandovi marcire in anticamera per andarsene in trattoria con gli amici, nonostante avesse un appuntamento con voi? Una donna, oltretutto, da cui non sperate di ricevere più niente, perché ciò che desideravate da lei ve lo ha già pubblicamente e definitivamente negato con toni stizziti e strafottenti? Io no. E infatti non sono Giovanni Malagò, non ho il suo sguardo sterminatore né la sua gestualità professionale, senza contare che l’unica volta in cui ho tentato il baciamano sono andato a sbattere contro un anello particolarmente acuminato. 

Questa immagine fotografa il contatto tra la Prima Repubblica democristiana e la Terza grillina. Il baciamano del presidente del Coni sa di inclusione, buone maniere e inevitabile ipocrisia, perché lui quella mano gliela mozzerebbe volentieri con un morso. Mentre negli atteggiamenti stucchevoli della sindaca di Roma - al cui confronto Hillary Clinton appare una ragazzona simpatica e spontanea - traspare il tratto fondante della setta grillina: il disprezzo per chiunque c’era prima, e che già solo per questo è una persona di cui diffidare, meglio ancora da umiliare. Per le seguaci del Dibba la galanteria è un’aggravante.

Google sfida l’iPhone 7: il 4 ottobre arrivano i nuovi smartphone Pixel

La Stampa
bruno ruffilli

Cambio di rotta per Mountain View: non più apparecchi di fascia media, ma top di gamma in competizione con Apple e Samsung



Prima un tweet, poi l’invito ufficiale: così è arrivata la conferma che Google presenterà i nuovi smartphone il prossimo 4 ottobre. Il lancio, ampiamente previsto, arriva quasi un mese dopo la presentazione dell’iPhone 7 e si terrà a San Francisco, da dove sarà trasmesso in streaming via YouTube. 

Con ogni probabilità, i nuovi apparecchi segneranno per Mountain View la fine del marchio Nexus, e infatti il tweet mostra soltanto il logo di Google. Dovrebbero chiamarsi Pixel, un nome già utilizzato per alcuni computer top di gamma, e con ogni probabilità anche caratteristiche e prezzo saranno da fascia alta. Da tempo gira voce che saranno prodotti da Htc, già responsabile del primo Nexus, e che saranno dotati del nuovo processore Qualcomm Snapdragon 821, il più potente attualmente disponibile per il mercato Android. 

I modelli dovrebbero essere due, uno chiamato semplicemente Pixel, con display da 5 pollici, l’altro (Pixel XL) con schermo da 5,5 pollici. Secondo Android Police, Gooogle punterà su design e prestazioni, e non più sul rapporto qualità-prezzo, com’era successo finora (esemplare il caso del Nexus 5, per molto tempo campione della categoria media). I nuovi smartphone potrebbero partire, secondo le ultime indiscrezioni, da 649 dollari, perfettamente in linea, dunque, con l’iPhone 7. 


(A sinistra, Pixel XL, a destra Pixel. Foto da Android Police)

Quella di Google è una piattaforma aperta e personalizzabile, al cui interno è nata una dinamica paradossale: da un lato i produttori si affannano a sviluppare una propria versione, con ritocchi nella grafica e nelle funzioni, dall’altra quasi sempre Android standard offre la migliore esperienza del sistema operativo. E in più, quando arriva una nuova versione, i produttori devono riscrivere il codice per adattarlo ad apparecchi già vecchi: economicamente non ha senso, ed è per questo che aziende anche importanti impiegano diversi mesi per distribuire gli aggiornamenti, o addirittura preferiscono rinunciare (tra le poche eccezioni, Motorola, che utilizza una versione di Android con ritocchi minimi). 

Ogni nuovo smartphone Google mostra quindi lo stato dell’arte di Android, e non è un caso se l’hardware arriva sempre con una nuova versione del sistema operativo. Succede anche quest’anno: sui Pixel sarà installato Android 7 Nougat, già disponibile come aggiornamento sui Nexus (e sul nuovo Lg v20). Il video di presentazione lascia spazio anche per un’ipotesi non ancora verificata, e cioè che insieme agli smartphone, Google possa presentare almeno un tablet, forse prodotto da Huawei. Sono attese novità anche per i Chromecast e per lo speaker intelligente Google Home, anticipato qualche mese fa.

Fertility

La Stampa
jena@lastampa.it

Meglio adottare un immigrato che mettere al mondo l’ennesimo italiano medio.

Olimpiadi

La Stampa
jena@lastampa.it

Coraggio Malagò, l’importante è partecipare.

Peccato

La Stampa
jena@lastampa.it

Secondo il Papa esiste solo il Dio della pace, peccato che da diversi anni sia disoccupato.

Paragona la comunità Lgbt ai nazisti, bufera sul vignettista

La Stampa
simone vazzana

In Australia si lavora per un referendum sulla legalizzazione dei matrimoni omosessuali e la satira di Bill Leak non è piaciuta a tutti

Tempi duri per i vignettisti satirici. Dopo i disegni di Charlie Hebdo sul terremoto del centro Italia, questa volta tocca all’Australia fare i conti con la libertà d’espressione.

Il “The Australian”, giornale in mano a Rupert Murdoch, si è presentato in edicola lunedì scorso con una vignetta firmata da uno dei suoi artisti di punta, Bill Leak. Il disegnatore ha paragonato la comunità LGBT alle truppe naziste. Ci sono dei soldati, rappresentati con i colori dell’arcobaleno (simbolo della comunità Lgbt), che marciano con tanto di mazze chiodate sulla scritta “Waffen-SSM”. Gioco di parole che collega lo sforzo per un riconoscimento del diritto al matrimonio egualitario alle azioni delle truppe (“Waffen”) delle SS (acronimo che si trasforma in “SSM”, “same-sex marriage”, ossia “matrimoni dello stesso sesso”).

Le critiche sono state tantissime e non è la prima volta che Leak diventa un bersaglio. Il 4 agosto scorso il direttore editoriale del “The Australian”, Paul Whittaker, è stato costretto a prendere pubblicamente le difese del vignettista dopo un disegno sugli indigeni, considerato razzista

Su Twitter, Leak è stato scaricato anche dai colleghi. Su tutti, David Pope. Il vignettista ha ricordato la figura di Richard Grune, artista omosessuale tedesco sopravvissuto alla marcia della morte di evacuazione di Flossenbürg. Finita la guerra, Grune ha deciso di ritrarre episodi della prigionia in numerose litografie, richiamate su Twitter proprio da David Pope, che ha aggiunto: «Richard Grune sarà ricordato molto più a lungo di Bill Leak».

I matrimoni omosessuali in Australia
La vignetta affonda in un contesto politico e sociale delicato. In Australia, infatti, si discute per legalizzare i matrimoni omosessuali. Il primo ministro Malcolm Turnbull, leader dei conservatori, aveva promesso un referendum entro la fine dell’anno in caso di successo alle elezioni. Turnbull quelle elezioni le ha vinte lo scorso luglio e sta cercando di fissare il referendum a febbraio 2017, nonostante le resistenze del Labor Party

Sembra che il governo sia disposto a spendere 15 milioni di dollari per finanziare gli attivisti pro e quelli contro, al fine di portare a termine le campagne per il sì e per il no. Ipotesi che scatenato le proteste di tante associazioni, timorose di assistere a una comunicazione da far west. Senza regole, ma con tanti insulti.

Rubati almeno 500 milioni di account di Yahoo

La Stampa
bruno ruffilli

Violati i server dell’azienda: a rischio mail e dati personali. Ad agire sarebbe stato un hacker col supporto di uno stato straniero, forse la Russia



La conferma dell’attacco era attesa da tempo, ed è arrivata oggi, rivelando una situazione molto più grave del previsto. Yahoo! ha subito un gigantesco cyber-attacco ad opera di hacker che hanno trafugato 500 milioni di account di clienti a partire dallo storico servizio mail, uno dei primi creati e a cui in tanti sono rimasti affezionati nel corso degli anni.

Il sito specializzato Recode aveva anticipato la notizia ricordando come già all’inizio dell’estate la società - guidata dal 2012 dall’ex nastro nascente di Google, Marissa Mayer - aveva aperto un’indagine su una presunta violazione d’accesso che aveva permesso a criminali informatici di accedere a centinaia di milioni di account (user id, password, nomi e date di nascita e in qualche caso indirizzi). Autore della violazione sarebbe stato un hacker di origine russa, chiamato Peace o Peace Of Mind, che poi avrebbe messo in vendita i dati online per tre Bitcoin, circa 1800 dollari. 

In giornata è giunto poi il commento ufficiale, che non solo rivela il numero degli account violati (almeno 500 milioni, forse il più grande attacco della storia), ma aggiunge un particolare inquietante. Dietro l’attacco ci sarebbe uno “state-sponsored actor”, ossia un singolo o gruppo che ha operato con l’aiuto di un governo. Che poi sia lo stesso governo americano (e dunque si possa trattare dell’NSA) o di un altro Stato, magari Russia o Cina, questo è da vedere.

«Non ci sono prove che chi ha violato i server di Yahoo sia ancora all’interno del network», prosegue il comunicato, che però non afferma esplicitamente che ne sia fuori. Ergo: potrebbe essere entrato attraverso una backdoor ed essere ancora in grado di controllare i dati personali, le mail e le chat del sistema. L’altro dato di rilievo è che l’attacco, secondo Yahoo!, è avvenuto alla fine del 2014. 

Yahoo! sta lavorando a stretto contatto con le forze dell’ordine nell’indagine, e intanto ha pubblicato online una serie di risposte alle domande più frequenti. Sembra tuttavia che tra i dati rubati non vi siano carte per il pagamento o informazioni bancarie. La precauzione da adottare al più presto, per chiunque avesse un account mail con Yahoo!, è di cambiare la password e non cliccare su link o scaricare allegati di mail sospette. L’azienda inoltre incoraggia gli utenti a verificare se ci sono state attività sospette e a usare il cosiddetto Yahoo! Account Key, uno strumento che elimina la necessità di usare una password.

La notizia potrebbe avere ripercussioni anche sulla vendita da 4,8 miliardi di dollari di Yahoo al colosso delle telecomunicazioni Verizon, che segna la fine dei uno dei primi colossi del web. Verizon ha dichiarato di avere «informazioni limitate» sull’attacco, aggiungendo che la conferma è arrivata «negli ultimi due giorni». 

Chaco, nella terra dei meteoriti da record

La Stampa
salvo cagnazzo

In Argentina rinvenuto uno dei più grandi mai trovati sulla Terra. Ma, in questo angolo del mondo, 4mila anni fa, una strana pioggia meteoritica...

Meteorite, Gancedo, Argentina

PERCHE' SE NE PARLA In Argentina, nella provincia del Chaco, rinvenuto uno dei più grandi meteoriti mai trovati sulla Terra, poco più di 1.000 km a nordovest di Buenos Aires. Pesa circa 30.800 kg e sarebbe precipitato sul pianeta 4.000 anni fa. Secondo alcuni la roccia gigante, battezzata Gancedo, è il secondo più grande meteorite intatto mai trovato sulla Terra. Ancora più grande quello rinvenuto in Namibia quasi un secolo fa, pesante 66 tonnellate, precipitato circa 80.000 anni fa. Il terzo posto, in fatto di dimensioni, spetta a El Chaco, trovata nel Campo del Cielo, pesante 37 tonnellate.

PERCHE’ ANDARCI Il Campo del Cielo è una estesa zona geografica situata in Argentina nella divisione del Chaco Austral. L'area della scoperta, chiamata Campo del Cielo, è disseminata di crateri meteoritici: se ne contano 26 in un corridoio di terra lungo 19,2 km e largo 3 km. Secondo gli studi effettuati, circa 4000 anni fa la zona è stata colpita da una pioggia meteorica dovuta dalla disintegrazione di un grosso meteorite del peso di circa 840.000 kg esploso a contatto con l'atmosfera.

DA NON PERDERE Il più grande e più studiato dei crateri è situato vicino al villaggio di Chorotis, e ha 50 metri di diametro. L'età dell'evento che ha creato i crateri è valutata a meno di 4.000 anni. I frammenti meteorici trovati nei crateri e attorno ad essi sono composti principalmente di ferro, con un 6,68% di nichel e percentuali minori di cobalto, fosforo ed altri elementi.

PERCHE’ NON ANDARCI Ben lontana dal classico turismo del Paese, rimane un luogo da scoprire. Ma solo se avete in mente lunghi tour. Purtroppo queste terre, seppur interessanti, sono consigliate prevalentemente a chi è automunito. Gli altri avranno non pochi problemi nel raggiungerle.

COSA NON COMPRARE Tra Buenos Aires e dintorni, tanti gli articoli in pelle, da indossare o da utilizzare per la casa. Con i taccuini in pelle siete sicuri di fare un figurone. E poi tessuti e coperte coloratissime. Per gli amanti del buon gusto, empanadas e vini.  Evitabili, seppur carine, le statuette di terracotta e in pietra, a meno che non abbiate proprio voglia di qualche soprammobile "attirapolvere". Sempre che riesca ad arrivare intatto al termine del viaggio...

Giancarlo Siani, il mistero durato 15 anni E quel sogno alla fine realizzato

Corriere della sera

di ANTONIO CASTALDO

Il fratello Paolo e l’amico e compagno d’avventura Antonio Irlando raccontano il cronista ucciso il 23 settembre 1985

Giancarlo Siani era un ragazzo. Aveva compiuto 26 anni quattro giorni prima di essere ucciso. Ed era un giornalista. Quella estate, la sua ultima estate, aveva fatto il suo ingresso nella redazione centrale de «Il Mattino». Non era ancora la fine della gavetta, «l’assunzione» tanto attesa, ma il primo passo concreto in quella direzione. Per il giornale di Napoli lavorava però già da qualche anno come corrispondente da Torre Annunziata. Lui, figlio della Napoli bene, spedito dal borghese Vomero al cuore vesuviano della guerra di camorra. A Torre, solo un anno prima, 8 persone sono state falciate dal fuoco di 14 killer giunti nel fortino del clan Gionta a bordo di un autobus turistico.

«E a Torre Annunzata Giancarlo sfornava una notizia dopo l’altra, fino a scrivere quasi mille articoli in pochi anni», racconta Paolo Siani, che si è speso con grande energia per mantenere accesa la stessa fiamma di energia e impegno che animava suo fratello. «Pezzo dopo pezzo - racconta l’amico e compagno di mille avventure da cronisti sul campo, Antonio Irlando - Giancarlo stava raccontando una città. Non so se consapevolmente o meno, ma l’intero corpus di tutto il suo lavoro, le notizie che cercava, quelle che trovava mettendo insieme situazioni apparentemente slegate, costruivano un’unica narrazione, ma basata sui fatti».
Il delitto
E siamo al 23 settembre 1985. Sono le 21 circa di un tranquillo lunedì di settembre. Siani ha appena terminato la sua giornata di lavoro in redazione. Sostituto estivo, abusivo come si dice in gergo. Sale a bordo della sua macchina, quella Mehari verde che annunciava il suo arrivo a decine di metri di distanza. Risale dal mare su in collina, saluta gli amici che lo aspettano in piazza, e va a parcheggiare al solito posto, sotto casa. Lì i killer lo stanno aspettando da almeno un paio di ore. Lo colpiscono alla schiena, otto proiettili. Una sentenza passata in giudicato nel 2000 ha stabilito che ad uccidere il giornalista napoletano sono stati gli affiliati del clan Nuvoletta.

Nel giugno precedente Siani aveva alluso in un suo articolo alla possibilità che i boss di Marano avessero venduto ai carabinieri il capoclan di Torre Annunziata, Valentino Gionta, per compiacere i potentissimi Alfieri e Bardellino. Un’offesa a quanto pare insopportabile: «Come? Noi mica siamo infami? Noi mica facciamo arrestare le persone?», avrebbe urlato Lorenzo Nuvoletta, poi diventato famoso per aver sciolto nell’acido svariati nemici. E dal momento che il lavoro assiduo e coraggioso di Siani dava fastidio alla stessa famiglia Gionta, arrivò l’ordine: il giornalista doveva morire.
La verità processuale
Per giungere a questa verità processuale sono stati impiegati 15 anni. L’inchiesta partita con slancio si è imbattuta lungo la strada in alibi spuntati dal nulla che hanno vanificato arresti presentati come definitivi; cambi di direzione nelle indagini dopo anni spesi su false piste; identificazioni confuse in un valzer di sosia e figuranti. Eppure in tanti anni, nonostante i molti testimoni oculari, mai neppure un identikit. Decine di sigarette certamente fumate dal killer, ma non un Dna, al massimo il gruppo sanguigno di uno dei due assassini. «C’è stato qualche intoppo», sintetizza oggi Paolo Siani con una certa eleganza. I faldoni dei tanti processi Siani occupano un grosso armadio negli archivi del tribunale di Napoli.

La vicenza giudiziaria ha avuto uno svolgimento tanto lungo e complesso da presentare più di una porosità. E i dubbi, quasi ricalcando l’andamento carsico del processo, ciclicamente si riaffacciano. «Il sangue di Giancarlo Siani è scorso in maniera diversa da quello di altre vittime di camorra». Lo scrive Roberto Paolo, giornalista del quotidiano «Il Roma», che in un libro apparso nel 2014, «Il caso non è chiuso», (edizione Castelvecchi), rianalizza l’interminabile sequenza di atti d’indagine e percorre nuove piste. O meglio, piste battute in un primo momento dagli inquirenti ma poi abbandonate. Spunti su cui anche la Procura di Napoli è tornata ad indagare, senza poter approdare, ad oggi, a nessuna altra verità possibile.
Il retaggio
Quel ragazzo che voleva fare il giornalista e che sul fondo della sua ultima estate stava per trovare il suo primo contratto, non è morto invano. Anzi, per Napoli, in un certo senso, Giancarlo Siani non è mai morto veramente: «Nei mesi successivi al delitto - racconta Paolo - incontravamo difficoltà a parlare di camorra nelle scuole. Gli insegnanti ci dicevano: che c’entra la scuola con la camorra, non è cosa nostra. Oggi io non riesco ad andare in tutte le scuole che mi chiamano». Col passare degli anni, e dell’inesausta attività dell’associazione che oggi porta il nome di Giancarlo, quella situazione è cambiata: «Giancarlo voleva cambiare il mondo», conclude Irlando. «Con i suoi articoli, i suoi dubbi, le sue continue domande. E chissà, alla fine in fondo ci è riuscito».

22 settembre 2016 | 23:42