sabato 24 settembre 2016

Le culle di cartone in Venezuela segnali dal mondo che precipita

Corriere della sera

di Dacia Maraini

Il Paese è piombato nella miseria. Una cosa che sembrava impossibile qualche anno fa. Oggi manca tutto e per ogni cosa la gente fa la fila, come in tempo di guerra



Nemmeno nell’Africa nera piu povera ho mai visto dei bambini disposti in culle di cartone. Piu che culle sono scatole come quelle che si usano nei mercati per esporre i pomodori e le zucchine. Alcuni neonati, non riuscendo a starci dentro, vengono sistemati di sguincio, la testa contro lo spigolo e i due piedini all’angolo, una copertina da poco prezzo gettata addosso per tenerli caldi.

Cosa succede a un Paese ricco come il Venezuela che ha sempre vissuto con una certa euforia le sue risorse minerarie? Crollata la vendita del petrolio, non disponendo di altre risorse, è piombato nella miseria. Una cosa che sembrava impossibile qualche anno fa quando l’ho visitato io, invitata da una grande università, e ho avuto modo di frequentare i teatri e i cinema aperti tutta la settimana, con programmi moderni e costosi. Oggi nelle città venezuelane manca tutto e per ogni cosa la gente fa la fila, come in tempo di guerra. I bambini appena nati muoiono per mancanza di medicine.

Ce lo dicono, senza rabbia, ma con dignitosa desolazione, le due infermiere dell’ospedale Las Garzas di Barcelona, di cui si sono fatte circolare le foto. Tengono alto fra le mani un cartello su cui spicca la parola «Crisis Humanitaria». «Janeth»: dice un altro cartello «No hay antibióticos para su infección» (Non ci sono antibiotici per la sua infezione). E in margine, sottolineato e ripetuto: Crisi umanitaria. Ancora piu drammatico l’altro cartello che dice: «Mi paciente murió porque no había quirófano disponibile» (Il mio paziente è morto per mancanza di sala operatoria.) E ancora, ribadito e sottolineato: Crisi umanitaria.

Cosa fare? Il mondo sembra in preda a una malattia mortale: guerre incomprensibili e virali, come si dice ora di qualsiasi guaio che capiti fra capo e collo inaspettato; fame, epidemie, emigrazioni di massa. Più che mai avremmo bisogno di una classe dirigente responsabile, che unisca i cervelli per trovare soluzioni possibili, pensando in grande, con progetti a lunga scadenza. Invece sembra che la paura abbia accecato la vista, e congelato i pensieri. Tutti si affrettano a chiudere le porte di casa, senza pensare che lo tsunami spaccherà tutto e invaderà ogni piccolo angolo del pianeta se non troviamo in fretta dei rimedi comuni.

Ricordo che Cuba aveva subito qualcosa di simile quando tutti i Paesi che si rifornivano di zucchero hanno smesso di comprarlo per via delle sanzioni internazionali. L’isola era caduta nella povertà piu assoluta. E i sovietici, per mantenere un piede in quella parte del mondo, si erano impegnati a pagare un milione di dollari al giorno. Ma dubito che qualche Paese ricco venga in aiuto al Venezuela per risolvere la crisi umanitaria.

E quei teneri neonati costretti in scatole troppo strette, sono una terribile testimonianza del degrado che sta vivendo un grande Paese che non ha saputo prevenire la catastrofe differenziando la produzione, ma affidandosi alla piu facile rendita di un bene che saliva spontaneo dal sottosuolo. L’Europa diventa sempre piu piccola e terrorizzata: da grandi e popolosi Paesi si guarda a lei con occhi affamati e avidi. Come salvaguardare il proprio benessere?

Quelle povere culle di cartone con i nomi dei bimbi scritti su un foglietto di quaderno sono i segnali simbolici di un mondo che sta precipitando in una crisi che attraversa rapida i continenti. O per lo meno, a volere essere ottimisti, un mondo che sta correndo veloce verso una metamorfosi storica difficile da immaginare, in cui tutto viene messo in discussione.

Da noi il rimedio sembra trovarsi in una continua bizantina discussione su questioni di forma, mentre il linguaggio politico si abbrutisce sempre di piu sulla delegittimazione e la denigrazione dell’avversario. L’insulto domina, le idee mancano. Il solo che sembra parlare con saggezza è il Papa, ma chi lo ascolta?

23 settembre 2016 (modifica il 23 settembre 2016 | 22:15)



Lettore_10448515 24 settembre 2016 | 10:48
Davvero complimenti alla Maraini, che in un articolo di diverse centinaia di parole è riuscita a non nominare mai i responsabili di questa drammatica situazione, Chavez e Maduro, esponenti di un ennesimo, e ancora una volta disastroso, ripensamento del comunismo..

Lettore_13058228 24 settembre 2016 | 12:28
Il petrolio è crollato anche per la norvegia e altri paesi. La vera causa della miseria è l'ennesima versione del socialismo, quello chaveziano, celebrato fino a qualche anno fa dalle elites culturalmente dominanti, di cui fa parte l'autrice del pezzo che mai fa cenno a questa parola:socialismo.

Lettore_9464816 24 settembre 2016 | 11:03
articolo considerabile come il trionfo della ipocrisia che non vuole affermare chi ha ridotto in queste condizioni di fame un paese precedentemente ricco, che ha fleurtato con l'Iran, con Cuba e costretto gli imprenditori locali a fuggire.

Lettore_2982253 24 settembre 2016 | 12:56
E' il socialismo baby !

Lettore_9464816 24 settembre 2016 | 11:11
gli aiuti li chieda all'Iran degli Ayatolla suoi alleati

Lettore_956439 24 settembre 2016 | 11:47
Più che l'Europahan colpa magari quegli europei fanatici che inneggiavano ai Chavez e Maduro che saranno anche affamatori di popoli ma basta che siano anti-USA e hanno sperperato il sottosuolo anzichè creare un economia dignitosa. Aiutiamoli se cambiano idea...altrimenti saremo sempre da capo..

Lettore_2889572 24 settembre 2016 | 18:15
“Il mondo dovrebbe”? Sì, dovrebbe smetterla di esaltare, applaudire e santificare dei dittatori che si fanno eleggere solo perché alzano il pugno chiuso del comunismo. Purtroppo i risultati di Brasile, Venezuela e non solo a quanto pare, non servono a illuminare le belle menti

paperacre 24 settembre 2016 | 17:05
Curioso articolo nel quale per nascondere le responsabilità di una sinistra irresponsabile si citano cause cosmiche e vizi universali nonchè indefinite classi dirigenti; mancano le Multinazionali, la Mafia, la Destra Populista, la Monsanto, Berlusconi, le Olgettine, Il Teste Omega, ecc., ecc

Ecco le vere macchine del fango

Nicola Porro - Sab, 24/09/2016 - 19:32

Da Repubblica a L'Unità, i giornaloni difesero la Marcegaglia e ci insultarono. Ora l'assoluzione di Porro li sbugiarda e tacciono



Sono sei anni che aspettavo. Sono sei anni che tenevo nel mio archivio i ritagli dei giornali che mi descrivevano come un mostro. Due giorni fa il pm e il giudice mi hanno assolto con formula piena dal reato, poi derubricato, di tentata violenza privata nei confronti di Emma Marcegaglia.

Solo il vostro affetto e dei colleghi del giornale, in quelle ore del 7 ottobre del 2010, mi hanno dato la forza di aspettare e di tenere nota di tutto per ricordare. Il Giornale, Noi, eravamo la macchina del fango. E oggi che la giustizia ci dà ragione nessun quotidiano (tranne il Tempo) si è ricordato di fare altrettanto. Sono cose che capitano. Lo sappiamo.

A vostra e nostra memoria conviene ricordare chi sono quelli che veramente alimentano la macchina del fango, dai loro ufficetti puliti, con la loro coscienza di buon giornalismo, con quella arietta perbene da fustigatori dei corrotti, con la pretesa di essere scrittori e non travet in attesa dell'Inpgi. Ma andate tutti a quel paese.

Massimo Teodori a lungo pagato proprio dal giornale berlusconiano e che dunque dovrebbe conoscere l'aria di libertà che circola in queste stanze riesce a scrivere su Prima comunicazione:

«CASO MARCEGAGLIA E SCHIZZI DI MERDA. La merda che schizza sempre più veloce dai ventilatori induce ad amare riflessioni su una certa stampa italiana, in particolare su quella più vicina al premier». E ancora: «L'uso violento dell'informazione basato su atteggiamenti intimidatori nei confronti dei dissidenti, per quanto mascherato da giornalismo investigativo, deve far riflettere tutti coloro che hanno a cuore la stampa libera e civile».

E lo scrive sulla rivista, sia pure clandestina, che dovrebbe occuparsi di giornali e giornalisti. È la linea. Porro e gli schizzi di merda. Chissà oggi, tra una parolaccia e l'altra, se avrà la voglia questo signore frustrato e che si sente giovane grazie all'uso della volgarità di chiedere scusa non al sottoscritto, ma a chi gli ha pagato lo stipendio per anni.

Come tanti impartiva lezioni di giornalismo, senza preoccuparsi di chiedere, informarsi, conoscere prima di deliberare. Barbara Spinelli, sempre angosciata di dover meritare il suo cognome, parla, senza sapere, di «Violenza inaudita». Il Corriere della Sera e il Sole 24 ore titolano in prima pagina. «Dossier contro la Marcegaglia». Non presunto, come buona regola del giornalismo avrebbe dovuto far dire. Dossier vero e proprio. Eppure come dirà al processo il portavoce della Marcegaglia, la parola dossier non era stata mai pronunciata dal sottoscritto ed era una «libera interpretazione» proprio di Rinaldo Arpisella.

All'epoca non si poteva sapere? Eppure i giornali il giorno stesso del fattaccio disponevano di tutte le mie intercettazioni telefoniche per di più in audio. Neanche dovevano fare la fatica di leggere: erano presenti sul sito del Fatto quotidiano. Chissà da dove sono arrivate? Per l'Eco di Bergamo e tanti altri giornali fotocopia il titolo era: «Dossieraggio contro la Marcegaglia. Blitz al giornale». Caso quasi unico Filippo Facci su Libero scrive: «Quando non è di sinistra la stampa fa dossieraggio».
Repubblica e Roberto Mania colgono la palla al balzo e virgolettano la presunta vittima:«Le cose sono andate così, è stato davvero sgradevole, pago le critiche al governo».

Ma cosa sarebbe stato sgradevole non lo chiedono? Il fatto che non abbia mai fatto una telefonata, dico una, alla sciura, non lo chiedono. Antonio Polito, allora direttore del Riformista, ha coraggio e titola a tutta pagina «Metodo Woodcock». Grazie. Tra i pochi con Enrico Mentana, allora direttore del Tg de La7 e Antonello Piroso, a farsi qualche domanda. Il direttore dell'allora Tg2 e oggi direttore del Pd1, Mario Orfeo, si scatena sul suo telegiornale e accosta il caso Marcegaglia al caso Boffo. È lo stesso Orfeo che ha ordinato a Uno mattina di non intervistare mai il sottoscritto e ha censurato una mia intervista a Tv Sette.

Me ne sono fatto una ragione, e con il tempo ho capito che andare allo stadio nel posto giusto e selezionare gli ospiti in tv rende. La Marcegaglia ottiene solidarietà addirittura dal presidente della Repubblica Napolitano che fa una nota ufficiale, dai tre segretari dei sindacati, da Bersani, Enrico Letta, Giorgio Squinzi, Moratti, Emilio Riva (che nonostante ciò ho difeso per quello che poi gli succederà) Sergio Marchionne, i Garrone e tanti altri. Tra le poche eccezioni ci fu quella di Luca Cordero di Montezemolo e Diego Della Valle, che conoscevano bene il giro Marcegaglia e i loro vittimismi. All'epoca non era facile disubbidire e li ringrazio.

La campagna di fango contro il Giornale dura settimane. La sciura piagnucola: «Io vado avanti. Non riusciranno a fermarmi» e ancora: «Non cambio la mia linea». Furbetta: nessuno, come poi si è visto dal processo, si è mai sognato non solo di minacciarla, ma anche solo di pensarlo. E la stampa, il cane da guardia della libertà di informazione, tra il potente industriale e il giornalista propende per il primo: a quelle precedenti si aggiungono con il passare di giorni le favolose eccezioni come Ostellino e Pansa. Francesco Cundari su Il Foglio mi accusa di non poter scherzare al telefono e mi sfotte poiché sarei convinto «di lavorare al Corriere dei Piccoli».

Il garantismo del foglio di Ferrara si ferma ad Arcore. Per Peter Gomez sul Fatto il dossier (poi rivelatosi inesistente) era «stato chiesto dalla proprietà al giornale»: Giuseppe D'Avanzo su Repubblica pontifica: «Questo non-giornalismo è soltanto la vetrina della collera di Berlusconi. Si nutre di calunnia e di menzogna.

Diffama e pretende di distruggere ogni reputazione. Contamina ogni rispettabilità. Umilia e ferisce. È artefice di un linciaggio violento, permanente e senza vincoli che si alimenta degli odi del padrone. È soltanto lo strumento di una lotta politica declinata come guerra civile. Una guerra dichiarata unilateralmente da Berlusconi contro tutti. Oggi anche contro la Marcegaglia e Confindustria». Ma di che sta parlando? Nessuno di questi fenomeni giudiziari che si chiede per quale motivo il telefono del portavoce di Emma Marcegaglia fosse intercettato dalla procura di Napoli.

La storia finisce con una assoluzione. Sono stato fortunato, ho avuto ottimi avvocati e magistrati (anche dell'accusa) che hanno letto le carte e tirato fuori da questa macchina del fango. Orchestrata non dal Giornale, ma da fogli in circolazione che ogni giorno ci fanno la morale.

Ps: Sono stato fortunato, molti politici, amministratori, semplici cittadini, non hanno avuto la possibilità di urlare al pubblico la propria innocenza. Anche quando certificata da un magistrato che li ha prosciolti.

Facebook truffa gli inserzionisti: i 3 secondi dello scandalo

Diego Martone



Tira una brutta aria tra i top spender della pubblicità e il colosso guidato da Mark Zuckerberg. Il motivo del contendere è presto detto: dopo 2 anni (24 mesi o se volete 730 giorni) a Menlo Park si sarebbero “accorti” che i dati registrati e forniti agli inserzionisti che utilizzavano il formato video non sarebbero del tutto corretti. Si tratta di una piccola cosa: tutti i video visualizzati dagli utenti per un lasso di tempo inferiore ai 3 secondi sarebbero stati esclusi dalla media del tempo di visualizzazione fornita agli inserizionisti, quale chiave di lettura del succcesso/insuccesso delle proprie campagne, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.

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Mentre lo scandalo sta montando, la difesa del social network più famoso del mondo, che prospera grazie alla vendita di spazi pubblicitari, è affidata ad un “avevamo scritto tempo fa che funzionava così” e ad un “ora lo sistemiamo”. Peccato che per molto tempo il parametro incriminato sia stato uno dei più utilizzati. E’ chiaro agli addetti ai lavori che cosa questo significhi. Proviamo a spiegarlo a chi non lo è. Se ometto di conteggiare tutte le volte in cui il video è partito per pochi secondi, ovvero non è stato visualizzato (basta pensare a quei video che partono mentre si scorre il proprio wall), il risultato si altera e di parecchio, perchè conteggiando la media, la alzo e di parecchio.

A gran voce si richiede ancora una volta di avere degli enti “terzi” certificatori di questi dati, ma ovviamente Facebook non gradisce questa richiesta. D’altronde nell’epoca in cui quasi tutte le campagne di video adv transitano su quella piattaforma, il timore di restare esclusi è grande. E quindi in tanti hanno chiuso gli occhi o lo faranno in futuro. Ma che da oggi le statistiche autoprodotte segnino un passo indietro è un fatto. Almeno per coloro i quali hanno creduto in modo fideistico a tutto quello che la piattaforma sin qui ha “deciso” di mostrare e “autocertificare”.

Ma Zuckerberg non è un ingenuo. Affatto. E starà già preparando una strategia di conciliazione. Anzi proviamo a suggerirla noi: perchè non dare ai top spender 500.000 euro in spazi quale risarcimento. In fondo quando un terremoto così si verifica, non è quello il modo di agire?

Rom, Caput Mundi!

Nino Spirlì



Gliel’abbiamo consegnata! Roma, la Capitale d’Italia, la Testa del Mondo, la Città più bella del Pianeta è diventata, ormai, una sorta di grande campo zingaro senza legge e senza controllo. 

Sono ovunque! Ricchi sfondati, sistemati in ville da schianto, cafone quanto vuoi, ma stracariche d’oro più delle casse della banca mondiale. Oppure sciancati e puzzolenti, a imporre il pizzo a chi si avvicina alle macchinette per fare il biglietto del metrò.


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Incinte o minorenni, armati di cartone e figlidiputtanaggine, pronti a scippare, per le strade del Centro, inermi turisti o anziani senza forze. Travestite da persone normali, ma svelte come faine, a borseggiare dentro ai bus o ai vagoni della metropolitana. Spavalde e ingioiellate, a leggere la mano ai Fori Imperiali, mentre figli e mariti si intrufolano negli appartamenti di tutta la Città per svaligiarli.

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Oppure accolti in pompa magna dal papampero nelle Sale per Cristiani in Vaticano, a prescindere dal loro peccato originale: sono ladri! Violenti con le donne e i bambini. Impicciati in tutte le forme di malandrineria. Ma per il vescovo di Roma, quello venuto dai bassifondi della fine del mondo, sono da preferire a qualsiasi Vero Cristiano occidentale che, pur povero e solo, non ha più diritto di questa ciurmaglia malandrina a ricevere aiuto, sostegno, solidarietà, segni concreti di fratellanza.

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No, a Roma/Rom se non sei zingaro, vali poco più che zero. Delinqui da italiano, per necessità o indole? Crepi in galera! Se, invece, sei apolide e vivi nei campi rom (almeno sulla carta), esci subìto dalla gattabuia con mille scuse, se non rimborsato, anche se ti sei macchiato delle peggiori colpe. Violenti, ammazzi, rubi… Roba da poco, o niente. Sei rimesso in libertà, pronto a rifarlo e rifarlo e rifarlo e rifarlo e…

Non c’è un quartiere della Città Eterna che non sia ostaggio di bande zingare con mille specialità. Accattonaggio, sfruttamento della prostituzione, furto in appartamento, scippi, stupri, rapine. Omicidi, magari.

Ma guai a dirlo! Si rischia grosso. Le loro minacce ti raggiungono come schioppettate. O coltellate alla schiena. A meno che tu non ti tuteli con qualche amicizia “di quelle che contano”. Magari di quelle nel “Palazzo”. Anche quello preso d’assalto e conquistato dalle gang di nomadi potenti.

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E, così, associazioni, cooperative, aziende, amministrazioni, sono in mano a loro. Tanto che anche le poltrone più alte e più imbottite sono sotto schiaffo. Probabilmente corrotte, o consociate.

Mentre i romani pagano, versando lacrime di sangue. E, con loro, migliaia di turisti che, ogni anno, tornano a casa bestemmiando Roma. E milioni che non ci verranno mai, a causa di questa presenza imbarazzante.

Come uscirne? Qualcuno, in passato, ha spezzato i polsi a qualche piccola ladra. Ma non si fa. Qualcuno si è spinto a gonfiarle come zampogne. Ma non si fa. Qualcuno ha dato fuoco alle loro baracche. Ma non si fa. Qualcuno chiede aiuto alle mafie, qualcuno fa da sé. Ma non si fa. Qualcuno denuncia, ma non serve.

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Bisogna, comunque, reagire. Se non si vuole trasformare l’Urbe in un enorme accampamento, per metà zingaro, per metà clandestino. In ogni caso, tutto clandestino e illegale.

Provatemi il contrario.
Fra me e me. Pronto a tutto.

Adblock Plus ora vende pubblicità online

La Stampa
andrea nepori

Uno tra i più diffusi software per il blocco di banner e pop-up ha lanciato una nuova piattaforma per l’advertising. A patto che non disturbino la navigazione



Adblock Plus ha iniziato a vendere spazi pubblicitari da mostrare agli utenti che usano l’adblocker sui propri dispositivi. La Eyeo, azienda di Colonia che sviluppa il noto plugin installato su più di 100 milioni di dispositivi, ha presentato una nuova piattaforma pubblicitaria, chiamata Acceptable Ads Platform, che permette agli editori e ai blogger di integrare con facilità sul proprio sito le pubblicità già incluse nella cosiddetta Acceptable Ads whitelist. 

CONTRADDIZIONE IN TERMINI? 
Contrariamente a quanto possa sembrare, la scelta recente di Adblock Plus non contraddice la missione dell’azienda, che non mai cercato il blocco di tutte le pubblicità online a prescindere, ma solo di quelle (la maggior parte) che superano il limite della decenza: banner che coprono la pagina, video che partono a tradimento a tutto volume, pop-up, slide-up, pop-under e tutto lo scibile di porcherie che degradano l’esperienza di navigazione e giustificano l’adozione di soluzioni software per limitarne l’invadenza.

WHITELIST
Per arrivare a questo obiettivo (non privo di ritorno economico) Adblock Plus ha iniziato già negli scorsi anni ad aprire brecce nel suo stesso muro di cinta. La whitelist delle cosiddette «pubblicità accettabili» è la chiave di tutto: della lista fanno parte soltanto inserzioni pubblicitarie pre-approvate secondo le norme di un manifesto pubblico. Lo scopo della nuova piattaforma è quello di scalare la fase di approvazione, rendendola più veloce ed efficiente. Il sistema è stato fortemente criticato: nel 2015 sono finiti nella whitelist anche gli «acceptable ads» di giganti come Microsoft, Google e Amazon, che avevano accettato di pagare una tariffa per il privilegio. Il 90% delle pubblicità accettabili, si erano difesi dall’azienda al tempo, vengono tuttavia selezionate gratuitamente.

IL COMITATO
Ma selezionate da chi, precisamente? Non dalla Eyeo, ma da un comitato formato da esperti di varia estrazione che opera con decisioni pubbliche e trasparenti. In altre parole l’azienda che sviluppa Adblock Plus, dal 2015, non dovrebbe essere più responsabile di ciò che finisce nella «whitelist». Anche se ovviamente ora mantiene il controllo della piattaforma. La «lista bianca» in ogni caso è open-source: significa che gli sviluppatori di adblocker concorrenti possono utilizzarla per impostare a loro volta un sistema di filtraggio delle pubblicità sul proprio software e contribuire al popolamento dell’elenco segnalando nuovi inserzionisti «buoni».

DUE POSSIBILITÀ
Sui siti che aderiranno alla nuova Acceptable Ads Platform, per adesso ancora in beta, gli utenti privi di adblocker continueranno a vedere gli ad normali, anche quelli invadenti. Chi usa Adblock Plus, invece, vedrà solo le pubblicità approvate, che i proprietari dei siti possono pre-selezionare dalla whitelist, a meno che non venga attivata l’impostazione del plugin che permette di bloccare qualsiasi tipo di inserzione. Un’opzione drastica che, a quanto sostiene Eyeo, non verrà mai rimossa dal plugin.
«Non odiamo tutta la pubblicità», ha spiegato il PR Manager di Adblock Plus, Ben Williams. «Solo la robaccia più fastidiosa».

Una posizione abbastanza chiara con cui sembra essere d’accordo anche chi fa uso dell’adblocker. Secondo un sondaggio condotto dall’azienda, l’83% degli utenti utilizza il software per limitare solo le pubblicità troppo invadenti. Nessun problema con i banner statici, privi di animazioni o altri elementi multimediali, e incapaci di profilare l’utente, come stabilito dalle direttive degli Acceptable Ads. Per Adblock Plus banner e inserzioni rimangono un valido sistema per il sostentamento degli editori online, a patto che rispettino l’esperienza del navigatore. E che a mantenere il controllo dei filtri, ovviamente, sia una piattaforma gestita dall’azienda.

Una spia presa dai fascisti nel ’43: ecco chi era il vero James Bond

La Stampa
vittorio sabadin

Inglese, venne paracadutato a Como e usava le stesse armi dell’eroe di Fleming. La sua storia riscoperta da un italiano. Siena lo celebra con una medaglia d’oro


Richard Mallaby era giovanissimo quando venne paracadutato sul Lago di Como per la sua prima missione. Era l’agosto del 1943, fu subito catturato dai fascisti Dopo la Seconda Guerra Mondiale è rimasto a vivere in Italia. È morto nel 1981 a Verona: aveva 62 anni

James Bond è esistito davvero, e quando era in missione usava gli stessi gadget che abbiamo visto nei film di 007: coltelli nascosti, apparecchi per trasmettere a distanza, pellicole celate nelle batterie di una pila e persino tute da sub sotto le quali indossare normali vestiti, come lo smoking che Sean Connery sfoggia uscendo dall’acqua in «Goldfinger». Richard Mallaby era uno Special Operation Executive inglese, e aveva solo 24 anni quando fu paracadutato sul Lago di Como da un bombardiere Halifax.

Nell’agosto del 1943, la sua missione era prendere contatto con i gruppi partigiani, per coordinarne l’attività con il comando britannico. Prima della partenza, anche lui aveva incontrato il mister Q dell’epoca, che lo aveva dotato di una serie di dispositivi che potevano aiutarlo nella missione. Il primo era proprio una tuta a tenuta stagna che aveva protetto i suoi abiti durante il tuffo nel lago, consentendogli di arrivare a riva perfettamente asciutto.

Come sempre accade nei film di James Bond, pure nel caso di Mallaby le cose all’inizio non sono andate per il verso giusto. L’incursione nel territorio dei cattivi si è conclusa con una cattura da parte dei fascisti, che lo hanno interrogato duramente, com’è poi toccato a Daniel Craig in «Casino Royale» o a Pierce Brosnan in «La morte può attendere». Come nei film, non c’è stato però bisogno di confessare: la sua identità di agente segreto è stata scoperta dai gadget che portava con sé. Mescolati al dentifricio c’erano dei codici segreti, nel pennello da barba era nascosto un piccolo cristallo che poteva servire a costruire una radio trasmittente, nelle pile di una torcia c’erano pellicole fotografiche e sotto a un braccio l’agente segreto nascondeva un coltello. 

Mallaby rischiava di essere fucilato, ma come nei film di Bond riuscì a farsi qualche amico nel campo dei cattivi. Era nato a Ceylon da genitori inglesi che si erano poi trasferiti in una proprietà di famiglia nei pressi di Siena, Villa Poggio Pinci. Parlava perfettamente italiano e riuscì a convincere i suoi aguzzini che, visto che la guerra per loro era ormai persa, avrebbero fatto meglio a portarlo a Roma, dove c’era molto da fare. In poco tempo, Mallaby conquistò la fiducia di Badoglio e divenne il tramite tra il Maresciallo e il comando anglo-americano di Algeri nel negoziato per l’armistizio. Quando Badoglio e Vittorio Emanuele III fuggirono a Pescara e poi a Brindisi, c’era anche lui ad accompagnarli. Conclusa la sua missione, Mallaby tornò a Londra come se niente fosse, senza nemmeno una Moneypenny ad aspettarlo nell’anticamera dell’ufficio di M. 

Due anni dopo, nel 1945, l’agente segreto fu nuovamente mandato in Italia, questa volta attraverso il confine svizzero. Il nemico ora erano i tedeschi, che immancabilmente lo catturarono subito. Nelle mani delle SS Mallory rischiò di nuovo il plotone di esecuzione, ma riuscì invece a entrare in contatto con il comandante Karl Wolff, e a diventare anche questa volta l’uomo di collegamento nella trattativa con gli Alleati che portò alla resa degli 800.000 soldati tedeschi stanziati in Italia. 

Alla vita di questo nascosto eroe della Seconda guerra mondiale ha dedicato un libro lo storico italiano Gianluca Barneschi («L’inglese che viaggiò con il Re e Badoglio»), un saggio che ha avuto il merito di risvegliare anche a Londra l’interesse dei giornali e del Foreign Office per le imprese del loro agente. Mallaby è morto a Verona nel 1981, a 62 anni, ed è sepolto nella proprietà di famiglia, a Villa Poggio Pinci. Il Comune di Asciano, il suo paese in provincia di Siena, gli ha ora conferito una medaglia d’oro, consegnata ai tre figli, per ringraziarlo del coraggio e dell’eroismo dimostrati nelle sue missioni in Italia. Giorgio VI gli aveva assegnato una semplice Military Cross, la medaglia che era stata data anche a Francesco Baracca e a Gabriele D’annunzio. Questa gli farà sicuramente più piacere. 

Disattivare la pubblicità sms: viaggio nel lato oscuro degli operatori telefonici

repubblica.it
di ALESSANDRO LONGO

Disattivare la pubblicità che ci arriva via sms, dagli operatori, è facile solo in teoria. In pratica ci si scontra poi con un muro di gomma. La teoria ufficiale, dei gestori, è che "certo, è possibile disattivare gli sms pubblicitari, come vuole la legge" (a quanto riferiscono in coro a Repubblica.it). Nella pratica, invece, non è così facile perché la pubblicità nelle tecnologie digitali è una idra dalle sette teste, per di più dai confini incerti: senza un vero guinzaglio né un padrone.

L'ultima prova si è avuta con una recente "Amaca" di Michele Serra su Repubblica. Il giornalista riceve tanti sms pubblicitari sulla sim destinata all'impianto d'allarme ("persino 50 al giorno, si va da auguri per l'8 marzo alle solite offerte commerciali", specifica a Repubblica.it). E l'impianto li inoltra al cellulare. Con il risultato di consumare il credito telefonico sulla sim dell'allarme, rendendolo inutilizzabile.

Disattivare la pubblicità sms: viaggio nel lato oscuro degli operatori telefonici

Il problema non è l'inoltro dell'sms - che ha anche ragioni di sicurezza, per esempio per avvisare di malfunzionamenti - ma il fatto che arrivino messaggi inutili su quella sim. E che l'utente per altro paga (in fase di inoltro, mentre la ricezione ovviamente è gratis). Ma il problema maggiore in fondo è un altro: a Serra l'operatore ha detto che non è possibile bloccare il flusso degli sms pubblicitari. Non ha un vero controllo sul fenomeno. Non è quello che gli operatori dicono ufficialmente a Repubblica.it. Tim, Wind, Vodafone e H3G ribadiscono- con parole diverse ma la sostanza è la stessa- che certo l'utente può chiedere la disattivazione degli sms pubblicitari.

E ci mancherebbe: è quanto richiesto dalla normativa privacy, si chiama "opt out", equivale a togliere all'operatore l'autorizzazione a usare i propri dati personali per finalità di marketing.
Autorizzazione che a volte - per altro - gli operatori carpiscono con furbizia: per esempio obbligando a darla (con un'apposita spunta) per attivare l'account di gestione profilo sul sito web. Oppure lasciando la spunta attiva di default (e pochi utenti sono così esperti da capire che possono toglierla; e dovrebbero farlo, per la propria sanità mentale).

Togliere l'autorizzazione è comunque possibile, come abbiamo raccontato.
"A maggiore tutela del cliente, da novembre Vodafone limiterà la ricezione ai soli sms di servizio per le sim utilizzate nei sistemi di allarme", aggiunge quest'operatore, come misura ad hoc. Ma perché allora è così difficile ottenere la disattivazione della pubblicità? La risposta dipende da caso a caso, probabilmente. Però un indizio può arrivare guardando al mittente della pubblicità. Viene direttamente dall'operatore oppure sì a suo nome ma da un negozio della sua rete?

In questo caso- come ci è successo personalmente- l'operatore non c'entra (ma per l'utente medio è difficile capirlo). Il numero è finito in un database (creato in modo lecito oppure senza autorizzazione degli utenti), da cui i negozianti autonomamente pescano per mandare gli sms a pioggia. I numeri cambiano o sono nascosti, quindi non è facile bloccare la fonte. Una impresa anche negare l'autorizzazione: dovremmo contattare ogni singolo negozio e sbattere i pugni sul tavolo.

Ritorna in luce il problema di fondo, più volte denunciato dal Garante della Privacy: serve in Italia un registro che vieti in senso assoluto le chiamate a tutti i numeri lì presenti (a prescindere da eventuali autorizzazioni attive in parallelo). Adesso questo registro non c'è ed è possibile solo (con il "registro delle opposizioni") vietare alle aziende di prendere il nostro numero dall'elenco telefonico pubblico per messaggi pubblicitari.Nel frattempo, tocca allinearci con il pensiero di fondo, di Michele Serra: "il mercato agisce da sé solo, come il mostro di Frankenstein.

Le sim parlano in autonomia dai loro creatori, come il cervellone di Odissea dello Spazio". Già: ma se almeno ci fossero le regole giuste, e le giuste sanzioni, un tentativo di addomesticarlo si potrebbe pure farlo.

Sono gli aborigeni il popolo più antico della Terra, lo dice il Dna

repubblica.it

Hanno abitato ininterrottamente l'Australia per 40mila anni. In uno studio di Nature la ricostruzione della colonizzazione del pianeta da parte di Homo sapiens: "Tutti i nostri progenitori partirono dall'Africa 72mila anni fa"

Sono gli aborigeni il popolo più antico della Terra, lo dice il Dna

ROMA - Lo studio genomico più approfondito finora condotto sugli indigeni australiani rivela che gli uomini moderni sono tutti discendenti di un'unica ondata di intrepidi migranti che lasciarono l'Africa circa 72 mila anni fa. E conferma che gli aborigeni di oggi sono discendenti dei primi esseri umani che abitarono l'Australia e che costituiscono la più antica civilizzazione ininterrotta sulla Terra. Le conclusioni derivano da uno dei tre studi appena pubblicati su Nature, che esaminano la dispersione dell'uomo moderno, dal comune luogo di nascita evolutivo in Africa verso Europa, Asia e Oceania. Finora gli antropologi si sono divisi fra chi sostiene che noi tutti condividiamo gli stessi antenati da un singolo evento di migrazione di massa, e chi ipotizza una dispersione in ondate distinte in tempi differenti.

Lo studio guidato da Michael Westaway della Griffith University del Queensland ed Eske Willersley dell'University of Cambridge si è basato su dati genetici di persone di 280 diverse popolazioni insediate in regioni del mondo in gran parte sottostudiate. E i dati confermano la teoria dell'unica ondata. Per quanto riguarda l'Australia, l'indagine è stata effettuata con la collaborazione di anziani e di leader di varie comunità indigene. E le informazioni genetiche raccolte mostrano che le popolazioni aborigene che vivono in habitat desertici hanno sviluppato adattamenti biologici unici per sopravvivere in condizioni aride e con temperature notturne sottozero, senza mostrare gli aumenti dei tassi metabolici osservati negli europei nelle stesse condizioni.

Un tratto che secondo gli studiosi si è rafforzato con la lunga occupazione del continente. I ricercatori hanno registrato le sequenze genetiche di 83 aborigeni australiani del gruppo linguistico Pama-Nyungan, che copre il 90% del continente, e di 25 indigeni degli altipiani di Papua. Lo studio mostra evidenze di un solo evento di colonizzazione in Australia, e di una continuità di occupazione della stessa firma genetica, lungo un arco di circa 40 mila anni. Rivela inoltre che gli antenati del papuatici e degli aborigeni lasciarono l'Africa circa 72 mila anni fa e si distaccarono dal gruppo principale attorno a 58 mila anni fa.

Raggiunsero quindi il supercontinente detto Sahul, che originariamente riuniva Tasmania, Australia e Nuova Guinea attorno a 50 mila anni fa, raccogliendo lungo la strada genoma da cugini dell'Homo sapiens come Neanderthal, Denisoviani asiatici e altri ominidi poi estinti. I papuasici e gli aborigeni si separarono poi attorno a 37 mila anni fa, molto prima che i continenti si dividessero attorno a 8 mila anni fa.

Lite sulla scheda elettorale del referendum, Brunetta: "È uno spot per il Sì"

repubblica.it
di SILVIO BUZZANCA

Renzi mostra il facsimile in tv. Riporta il titolo della legge costituzionale con il taglio dei parlamentari e la riduzione dei costi

Cattura

ROMA - La data del referendum costituzionale non c'è ancora, ma già si litiga sulla scheda su cui gli italiani saranno chiamati a votare. Matteo Renzi, infatti, ieri pomeriggio ha annunciato via Twitter che la scheda era pronta e che l'avrebbe mostrata agli italiani durante il suo match televisivo con Marco Travaglio a Otto e Mezzo. Detto e fatto. L'oggetto del contendere però reca scritto sopra le fatidiche caselle del No e del Si, questa domanda:

"Approvate il testo della legge costituzionale concernente 'disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione', approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?". Un testo che secondo i critici sarebbe formulato in maniera molto "schierata" e tale da invogliare a votare Sì.

L'oggetto del contendere però reca scritto sopra le fatidiche caselle del No e del Si, questa domanda: "Approvate il testo della legge costituzionale concernente 'disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione', approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?". Un testo che secondo i critici sarebbe formulato in maniera molto "schierata" e tale da invogliare a votare Sì.

Salta, infatti, subito all'occhio la differenza con le schede con cui si votò negli analoghi referendum del 2001 e del 2006, quando il testo, molto asettico e ai più oscuro, chiedeva solo di approvare o non approvare il testo di legge di modifica costituzionale. Renato Brunetta così non perde tempo e parte all'attacco. "Il quesito che abbiamo avuto il piacere di conoscere ieri in tv è un vero e proprio spot per il Si", accusa, il capogruppo di Forza Italia alla Camera. Secondo Brunetta, siamo di fronte a "una domanda confezionata ad arte per invogliare a scrivere Si. Tutto questo è un imbroglio bello e buono".

Il dirigente di Forza Italia cita proprio il voto referendario sul testo di riforma del centrodestra poi bocciato dagli elettori. "Nel 2006 noi, che eravamo un governo serio e per bene, - dice Brunetta. - avevamo chiesto agli italiani se acconsentivano alla modifica della Parte II della Costituzione. Oggi questo governo di imbroglioni, vuole ingannare gli italiani con una scheda che altro non è che uno spot".

La risposta del governo e del Pd alle critiche di Brunetta non si fa attendere  "Il quesito referendario si limita a riprodurre il titolo della legge costituzionale", dice Maria Elena Boschi. "Caro presidente Brunetta, non c'è nessun imbroglio e nessun trucco. - aggiunge la ministra delle Riforme. - È tutto vero. Votando Sì al referendum si supera il bicameralismo paritario, si riduce il numero dei parlamentari, si contengono i costi di funzionamento delle istituzioni, si abolisce il Cnel e si rivede il titolo V.Secondo la ministra delle Riforme".

Un duro attacco al presidente dei deputati forzisti arriva anche da senatore dem Andrea Marcucci. "Brunetta scopre, dopo 2 anni e 6 mesi dalla presentazione, come si chiama il disegno di legge costituzionale Boschi, che sarà sottoposto a referendum confermativo. - dice Marcucci - Il quesito altro non è che il titolo di tale ddl, come prevede la norma. Il capogruppo di Forza Italia è non solo disattento, ma sbaglia anche.Non è solo il quesito ad essere uno spot per il Si, lo è anche il contenuto del testo".

Dunque nulla di illegittimo o illegale. E se proprio si vuole trovare un "capo di accusa" si può dire, si fa notare nella maggioranza, che due anni fa, più avvertito e scaltro, ha previsto il referendum confermativo e ha scelto un titolo della legge ad hoc da usare oggi. Ma, si ribatte, palazzo Chigi avrebbe potuto fare una scelta meno "impegnata" politicamente e più rispettosa delle neutralità delle istituzioni. Magari sarebbe stato giusto concordare il testo fra sostenitori del Sì e del No.

Usa, quei migranti italiani arsi vivi 115 anni fa. Ora l'America spezza l'oblio

repubblica.it
ALBERTO FLORES D'ARCAIS

Il memoriale. Un monumento in Michigan per le vittime di uno dei più grandi disastri ferroviari degli Usa. I loro corpi furono gettati in una fossa comune

Usa, quei migranti italiani arsi vivi 115 anni fa. Ora l'America spezza l'oblio

NEW YORK. Quel 27 novembre 1901 era la vigilia di Thanksgiving, un freddo e cupo pomeriggio d'autunno che in Michigan significa inverno inoltrato. Vicino a Seneca, piccolo villaggio a poche miglia dal confine con l'Ohio, la Wabash Railroad aveva un solo binario. Il Continental Express viaggiava spedito alla volta di Detroit con il suo carico di famiglie che andavano a celebrare la festa del Ringraziamento, il treno numero 13 invece arrivava da New York, due carrozze letto di prima classe per i ricchi passeggeri, un vagone più economico e tre carri-bagaglio. Negli ultimi due, "ammassati come sardine", c'erano un centinaio di poveri immigrati italiani (diversi con mogli e figli al seguito) che nel Midwest e nelle miniere di Colorado e California cercavano un futuro più umano.

Erano le 6 e 45 del pomeriggio, l'impatto fu terribile. I vagoni di legno, frantumati in mille pezzi, presero fuoco per le lampade a cherosene, l'incendio e i detriti impedirono la fuga, la temperatura raggiunse i mille gradi, i vagoni si trasformarono in una trappola mortale. Sul Continental, per tanta fortuna e la presenza di spirito di un macchinista, si salvarono quasi tutti. Nei carri-bagaglio del treno numero 13 gli immigrati italiani vennero ridotti in cenere, cremati senza scampo in pochi minuti. Le cronache dell'epoca parlano di "terrificante olocausto", i primi soccorritori assistono impotenti a quella scena infernale con le fiamme che consumano i rottami, un fuoco devastante che era visibile a otto chilometri di distanza.

Le case di Seneca e Sand Creek, i due paesi più vicini, vennero trasformate in ospedali di fortuna, da Adrian (il centro più grande della zona) arrivarono medici ed infermieri. Nel giro di 24 ore, con la notizia (e qualche dettaglio raccapricciante) diffusa da tutti i giornali, migliaia di curiosi invasero i binari. I dirigenti della ferrovia diedero ordine di riaprire la linea "il più velocemente possibile" e quello che negli anni divenne noto come il "Wreck on the Wabash" - uno dei più grandi disastri ferroviari nella storia degli Stati Uniti - lasciò una scia di dubbi e qualche mistero. Una rapida inchiesta stabilì che l'incidente fu colpa del Continental Express, al treno numero 13, che aveva avuto una giornata particolarmente tribolata (ore di ritardo, un motore rotto) era stata data la precedenza.

Nell'elenco ufficiale delle vittime la Wabash mise solo i 23 passeggeri con biglietti di prima e seconda classe, quel centinaio di immigranti italiani che avevano viaggiato come animali divennero morti-fantasma. Per oltre un secolo nessuno ha saputo nulla di loro. Uomini, donne e bambini spesso ai margini della società, gli immigrati italiani che nei primi anni del Novecento raggiungevano la loro Terra Promessa erano considerati dei "diversi" nell'America vittoriana. Abitudini, religione, lingua, cibo e modo di vivere erano troppo distanti da quella "società perbene" che li considerava solo carne da lavoro. Per cento di loro quella vigilia di Thanksgiving e quel treno dal numero maledetto (negli Stati Uniti il 13 equivale al 17 napoletano) fu sinonimo di oblìo definitivo.

Le ceneri e i pochi resti raccolti da qualche mano pietosa vennero ammassati in cinque piccole bare e portati - all'insaputa di tutti - nel cimitero di Oakwood ad Adrian. Nessuno si preoccupò di mettere un segno o di scrivere qualcosa su quelle casse di legno, che vennero abbandonate in una specie di fossa comune nella parte meno frequentata del cimitero (Oakwood ha oltre ventimila tombe). Ci sono voluti 115 anni. Alla fine, grazie all'impegno di una storica locale (Laurie Perkins, autrice del libro "Wreck on the Wabash"), di Kyle Griffith (sovrintendente in una scuola media della contea) che per anni ha insegnato ai suoi studenti la storia dell'immigrazione attraverso il locale disastro ferroviario, del sindaco di Adrian Jim Berryman e del consolato italiano a Detroit il mistero è stato risolto.

"Ero imbarazzato per la mancanza di rispetto verso gli uomini che hanno perso la vita in quel tragico incidente e per le loro famiglie", ha raccontato Berryman che una volta scoperto il luogo della informale sepoltura, il 7 giugno scorso ha lanciato un crowdfunding (obiettivo 12mila dollari, raccolti 13mila nel giro di poco più di due mesi) per una scultura a ricordo delle vittime. Affidata all'artista italo-americano Sergio De Giusti. Questa mattina nel cimitero di Oakwood la scultura-monumento verrà svelata durante un Memorial Service dedicato agli immigranti italiani. Il sindaco ha già pronte le parole: "Dopo 115 anni è arrivato il tempo di onorare la memoria di uomini, donne, madri, padri, figli e figlie che hanno perso la vita in uno dei più tragici incidenti della storia degli Stati Uniti".

Dentro il museo di Donaldsonville, per scoprire le origini dello schiavismo dei neri d’America

La Stampa
marco berchi



Un puntino nell’America profonda che più profonda non si può. Questa è Donaldsonville e questo è ciò che il cronista pensa quando arriva, un po’ controvoglia, sin quaggiù. Poi, un flash: ci sei venuto comodamente in pullmino con l’aria condizionata; pensa a quelli che ci sono arrivati dopo aver attraversato l’oceano nell’inferno di una nave negriera e con la prospettiva di morirci schiantato dal caldo e dalla fatica con una catena di ferro al collo. Eh sì, le cose cambiano a Donaldsonville, Louisiana, se si è turisti di passaggio o se si è residenti; e cambiano ancor più se si è residenti proprio malgrado: schiavi in una piantagione.


Il nuovo museo di Washington inaugurato

In questi giorni a Washington DC si inaugura il grandioso National Museum of African American History and Culture che, sul Mall, va a completare idealmente il percorso che comprende il Museum of American Indian e quello dedicato alla storia americana. È, quello della capitale federale, un vero e proprio monumento alla cultura degli afro-americani e si può essere sicuri che il 99% delle sue migliaia di visitatori non scenderà mai sino a Donaldsonville. Eppure è bello pensare che le radici del grande museo sono anche nel piccolissimo River Road African American Museum che abbiamo scoperto in questa remota parte del Sud dell’America del Nord.



Qui la coltura principale non era tanto il cotone quanto la canna da zucchero accompagnata, in parte, dal riso, fonte, soprattutto la prima, di enormi ricchezze tanto che Donaldsonville — a 100 km da New Orleans e a 70 da Baton Rouge — fu per qualche tempo capitale della Louisiana.



All’interno di una casa d’epoca tutta in legno, in sole tre stanze, senza effetti speciali e allestimenti multimediali, si entra e ci si immedesima nella storia, nella tragedia e nell’epopea dei neri americani all’epoca dello schiavismo. Il merito è di Kathe Hambrick (nella foto), fondatrice e direttrice del museo — dapprima ospitato presso una plantation, una piantagione e poi, dopo un incendio, trasferito qui nella cittadina. Hambrick fa notare che “prima di questo museo non esisteva alcuna documentazione sistematica della vita dei neri americani nelle contee lungo il Mississippi. Una vita che ha dato un enorme contributo allo sviluppo della nazione”.



Oggetti, strumenti di detenzione, atti di compravendita, immagini aiutano il visitatore anche più lontano per mentalità e cultura a entrare nel clima dell’epoca anche se il museo non si concentra solo sul fenomeno dello schiavismo ma analizza anche il contributo degli afro-americani alla cultura e allo sviluppo economico in anni più recenti.



Tuttavia, uno dei temi più interessanti e coinvolgenti è il poco conosciuto (da noi europei) fenomeno delle Underground Railroad, la rete di itinerari segreti percorsa dai neri in fuga dalle catene e diretti verso gli Stati dell’Unione in cui non vigeva lo schiavismo. Ancora più emozionante soffermarsi ad approfondire le storie e gli stratagemmi usati da uomini e donne che, dopo essere riusciti a fuggire e senza aver potuto approdare al nord, si rifugiavano tra la fitta vegetazione che costeggia i “bayou”, la labirintica rete di canali che avvolge il delta del Mississippi. Tra alligatori e serpenti, intere comunità di fuggiaschi si organizzarono in veri e propri villaggi clandestini, sotto la spada di damocle di essere ricatturati, allestendo un’agricoltura di sussistenza e affinando la conoscenza di piante ed erbe medicinali, spesso con la collaborazione delle tribù dei nativi locali.

Si esce dal museo con ben stampata negli occhi la frase “Meglio morire da uomini liberi che morire da schiavi” e se, con l’inaugurazione di Washington, Barack Obama sta per chiudere il suo mandato come primo presidente di colore della storia americana, qui a Donaldsonville ricordano con un pizzico di orgoglio di essere stati la prima città, nel lontano 1868, ad avere un sindaco nero.

Una colata di cemento sulla Grande muraglia. Proteste in Cina: “Una catastrofe per la civiltà”

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Il caso in una contea settentrionale del Paese. Il governo: intervento di messa in sicurezza


Una sezione restaurata della Grande Muraglia

È l’ultimo scandalo, girano online le foto di una lunga sezione della Grande muraglia “ripavimentata” con una colata di cemento. Il “restauro” del governo locale della contea di Xiaohekou, Cina settentrionale, è avvenuto già nel 2014, ma è diventato di dominio pubblico solo ieri quando le foto postate in un forum sono diventate quasi immediatamente virali su Weibo, il twitter cinese, dove non hanno esitato a definire l’evento «una catastrofe per la civiltà umana».

Il governo locale si è difeso sostenendo che aveva seguito i regolamenti di «messa in sicurezza dell’opera» ma gli utenti e i media che si sono subito affiancati all’indignazione popolare hanno ricordato che l’Ordinanza per la protezione della Grande Muraglia emessa nel 2006 prevede che «riparazioni e restauri rispettino il principio di preservazione dello scenario originale».


 (Un fermo immagine di una delle foto postate sui social cinesi)

La storia della muraglia, le cui parti più antiche vengono datate al III secolo a.C., si fa risalire al primo regno cinese quando Qin Shi Huangdi, il primo augusto imperatore per l’appunto, avendo conquistato e unificato sotto il suo domino diversi territori fece accorpare più spezzoni di mura in un’unica struttura difensiva che avrebbe difeso il nuovo Stato dalle popolazioni nomadi che lo insidiavano. Nei secoli la struttura muraria fu più volte ampliata e ricostruita e sin dai tempi più antichi è il simbolo della Cina unita.

Eppure ogni anno la situazione della Grande Muraglia, patrimonio Unesco dal 1987, peggiora. Si pensi che le stime sulla sua lunghezza variano ormai tra i 9mila e i 21mila chilometri e che, secondo la stessa Amministrazione statale per il patrimonio culturale cinese (Sach), solo il dieci per cento è ben conservato. Non è una buona media. Soprattutto se i pensa ai siti cinesi di valore artistico-archeologico meno noti. Solo i patrimoni Unesco su suolo cinese sono 50, uno in meno rispetto al record italiano.

Le nuove banconote da 5 sterline vendute su eBay a 800

La Stampa
simone vazzana

I collezionisti a caccia delle “Fiver” plastificate che valgono una fortuna. Ma le truffe non mancano



La caccia è aperta. La Bank of England ha da poco stampato la prima banconota da 5 sterline plastificata: si chiama “New Fiver”, ha il volto di Winston Churchill ed è difficile da falsificare. È stata pensata per durare almeno cinque anni (il doppio rispetto alle sorelle di carta) e per resistere persino alla lavatrice. Per i collezionisti, però, la vera peculiarità è un’altra. Le banconote il cui numero di serie inizia con “AA01”, quindi le prime ad aver visto la luce, arrivano a costare 800 sterline su eBay, ossia 160 volte il loro valore effettivo.


AP

Alla Regina è stata consegnata la numero uno, ma le “AA01” sono 999.998: insomma, in giro c’è una potenziale fortuna. In tutto le “Fiver” sono 440 milioni, anche se al momento non tutte sono state messe in circolazione. Qualcuno, allora, ha preso d’assalto i bancomat, sperando di ricevere un regalo al momento del prelievo. Altri, invece, monitorano costantemente eBay e affini, partecipando ad aste virtuali per aggiudicarsi il pezzo da collezione.

C’è chi non si cura del numero di serie e vuole semplicemente avere in mano una “Fiver”: è a queste persone che alcuni utenti stanno vendendo veri e proprio stock, anche da mille pezzi l’uno. Oppure, banalmente, ci sono venditori che sperano in compratori disattenti, proponendo loro una “Fiver” a mille sterline nonostante non abbia in calce il numero di serie “AA01”. La caccia è destinata a ripetersi nel 2020, quando entrerà in circolazione la banconota da 20 sterline, quella con il volto del pittore William Turner, uno dei protagonisti del Romanticismo inglese.



Se da una parte c’è chi fa incetta di “Fiver”, dall’altra c’è anche qualcuno che ha deciso di fare beneficenza, donando la sua prima nuova banconota per seguire la campagna lanciata sui social da John Thompson. 

La Turchia cambia fuso orario, avrà quello della Mecca

La Stampa
giordano stabile

Il 30 ottobre, data prevista per il ritorno all’ora solare, Ankara non cambierà orario. In questo modo si posizionerà sul fuso + 3 rispetto al meridiano di Greenwich, come la Russia ma soprattutto l’Iraq e l’Arabia saudita



Un piccolo gesto che però denota lo spostamento verso Oriente della Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Il 30 ottobre, data prevista per il ritorno all’ora solare, Ankara non cambierà orario. In questo modo si posizionerà sul fuso + 3 rispetto al meridiano di Greenwich, come la Russia ma soprattutto l’Iraq e l’Arabia saudita, i Paesi mediorientali vicini.

Finora la Turchia aveva lo stesso fuso orario + 2 di Grecia, Romania, Bulgaria ma anche di Libano e Siria, che invece continuano a seguire il fuso dei Paesi europei centrorientali. La motivazione per il cambio di fuso è quella di rendere permanenti i risparmi di energia elettrica derivanti dall’adozione dell’ora legale, che sposta a più tardi il tramonto e l’accensione delle luci.

Cleptomania, un disturbo per cui si rubano cose inutili e senza valore

Corriere della sera

di Paola Arosio

Ciò che conta non è l’oggetto in sé, ma ciò che si prova nell’appropriarsene in modo indebito. Lo psichiatra: «Il momento del furto è fonte di piacere e gratificazione»

(Getty Images)
(Getty Images)

La signora B. esce furtivamente da un mini market con due scatolette di sardine, che non ha pagato alle casse, nascoste nella borsa. Poco più di quarant’anni, sposata, due figli, lavora da anni in una compagnia di assicurazioni. Nessun precedente penale, circa cento euro nel portafogli al momento del taccheggio, un’avversione per il sapore del pesce. Ecco un tipico caso di cleptomania, termine che indica, letteralmente, il “furto senza necessità”. Secondo il “Diagnostic and statistical manual of mental disorders” (la “Bibbia” degli psichiatri), si tratta di un disturbo del controllo degli impulsi, simile a shopping compulsivo, gioco d’azzardo, dipendenza da alcol o droghe, che spinge ad arraffare, in modo ripetitivo e incontrollato, ciò che capita a tiro.
Oggetti senza valore
«A differenza di ladri e rapinatori, il cleptomane sottrae oggetti privi di utilità personale e a volte anche di valore -, spiega Gianluigi Mansi, psichiatra e psicoterapeuta, responsabile dell’unità operativa di Psichiatria degli Istituti clinici Zucchi, gruppo ospedaliero San Donato -, prediligendo quelli di piccole dimensioni, come rasoi, rossetti, cd, facili da occultare nelle tasche o in borsetta». Dopo averla fatta franca, chi soffre di questo disturbo accumula gli oggetti rubati o li butta via, in alcuni casi addirittura li restituisce. Perché ciò che conta non è l’oggetto in sé, ma ciò che prova nell’appropriarsene in modo indebito. Infatti, «il momento del furto, preceduto da una crescente tensione, è fonte di piacere e gratificazione, spesso intensificati dal rischio - dice Mansi -. Il sollievo però dura poco e presto sopraggiungono senso di colpa e rimorso». Che spingono a commettere nuovi furti, in un circolo vizioso sempre più pericoloso.
Una malattia in rosa
Una patologia, questa, che, secondo recenti studi, colpisce circa sei persone su mille, per la maggior parte donne. In genere comincia a manifestarsi durante l’adolescenza e si acuisce nei momenti di stress o nei periodi difficili: dopo un lutto, una separazione, la perdita del lavoro. Spesso dietro questa malattia, che può presentarsi in associazione con altri disturbi come bulimia o depressione, ci sono fragilità emotiva, instabilità affettiva, senso di vuoto. «Le cause della cleptomania ancora non sono state chiarite - spiega l’esperto -, ma si ipotizza che la difficoltà di autocontrollo sia associata ad alcune anomalie dei circuiti orbitofrontali del cervello, che regolano l’impulsività, o ad alterazioni dei lobi temporali o pre-frontali, connessi a deficit di serotonina, il cosiddetto “ormone del buonumore”».
Trattamento combinato
Comunque sia, se si suppone di avere a che fare con un familiare o un amico che soffre di cleptomania, l’importante è approcciare il problema senza accuse o rimproveri. Meglio, invece, dire qualcosa del tipo: «So che per te è difficile resistere e ti sono vicino. Sono solo un po’ preoccupato per i rischi che potresti correre…». Sì, perché, se il cleptomane viene beccato, potrebbe andare incontro a seri guai giudiziari, oltre che problemi sociali e professionali. Per evitare ciò, è importante chiedere aiuto prima possibile a uno specialista psichiatra. Il trattamento c’è e nella maggior parte dei casi dà validi risultati. «L’approccio terapeutico prevede la psicoterapia di tipo cognitivo-comportamentale - spiega Mansi -, spesso in associazione ai farmaci, come stabilizzanti dell’umore, antagonisti oppioidi, antidepressivi serotoninergici».

23 settembre 2016 (modifica il 23 settembre 2016 | 19:48)

L’ultima invenzione di Apple è una borsa di carta

La Stampa
andrea signorelli

Il brevetto è stato depositato dal colosso di Cupertino nel marzo 2015



Sarà probabilmente la “migliore di sempre”, ma è difficile non restare perplessi davanti alla notizia, riportata da Gizmodo, che l’ultimo brevetto depositato da Apple riguarda una semplicissima borsa di carta. Il documento risulta inserito all’ufficio brevetti statunitense il 9 marzo 2015 con questa descrizione: «Una borsa di carta è rivelata. Una borsa contenitore costituita da cartone bianco con almeno il 60% di materiale riciclato».

La descrizione è stata accolta nell’ironia generale dei siti specializzati, a maggior ragione per il modo poetico in cui viene rivelata una banale borsa di carta. La società che ha inventato iPod, iPhone, iPad, prosegue nel racconto così: «Le borse sono spesso utilizzate per contenere cose. Per esempio, le borse possono essere utilizzate per contenere oggetti comprati in un negozio». Magari uno Store di Apple.

Nel caso non sappiate in cosa consiste una borsa di carta, ci pensa Apple a svelare l’arcano: «Una borsa può essere formata da un contenitore e da una maniglia». Il nocciolo della questione però è un altro: «Dal momento che, a causa dell’attrazione gravitazionale dell’oggetto verso la terra, gli oggetti trasportati nella borsa applicheranno forza sul fondo della borsa, le parti che si trovano sul fondo rischiano di rompersi». Un linguaggio scientifico per dire che una borsa di carta che porta oggetti pesanti potrebbe cedere.

Nonostante le inevitabili ironie, questo è il punto del brevetto: la borsa di Apple è costituita per il 60% da materiale riciclato; vale a dire circa il 10% in più del normale. Dal momento che più alta è la percentuale di materiale riciclato più si indebolisce la borsa, la vera invenzione del colosso di Cupertino consiste in una serie di rinforzi - descritti minuziosamente dal paragrafo 35 al paragrafo 46 del brevetto - che consentiranno alla borsa di essere contemporaneamente ecologica e resistente.

Pensa

La Stampa

Solo Merkel, Hollande e Junker al vertice di mercoledì. 
Renzi: “Pensa che palle”.

I figli so’ piezz’ e coca

La Stampa
massimo gramellini

Ogni genitore affronta il diciottesimo compleanno del figlio con un po’ di preoccupazione. Sente di dovergli un regalo che sancisca l’ingresso nell’età adulta e che al tempo stesso dia il senso di un passaggio di testimone. Si narra di padri fissati con la montagna che hanno condotto in cima a un ghiacciaio il pargolo sofferente di vertigini e di una professoressa di letteratura che donò alla figlia maturanda un fine settimana a San Pietroburgo sulle tracce di Dostoevskij (la festeggiata si perse dietro quelle di un ballerino russo, ma fu comunque un weekend culturale).

Il sito «Corriere Caserta» racconta di un signore napoletano che al figlio diciottenne ha regalato una serata in macchina con tre ragazze minorenni e un sacchetto di cocaina. Per controllare l’efficacia della sorpresa vi ha partecipato egli stesso, commettendo l’errore veniale di non fermarsi a uno stop (ma forse anche quello faceva parte dell’addestramento). Si è così imbattuto in una pattuglia di carabinieri che non ha gradito i regali di maturità e lo ha spedito a meditare nel carcere di Poggioreale, da cui sicuramente uscirà presto e ancora più motivato. 

Il padre che porta il figlio maschio a bagnare la maggiore età in un bordello è una pratica che appartiene alla più schietta tradizione italica. Il sacchetto di coca rappresenta invece un tributo ai tempi nuovi e lascia dietro di sé una striscia di pesanti interrogativi. Se per liberarsi dell’ombra di un genitore bisogna compiere una bravata che egli non approverebbe mai, il figlio di cotanto padre cosa potrà mai inventarsi di trasgressivo? Forse l’iscrizione a un corso su vita e opere di Immanuel Kant, se solo sapesse chi è.

Aldo Moro, “non mossero un dito per salvarlo: ipocrisia, altro che fermezza”

ilfattoquotidiano.it
di Antonio Padellaro | 19 settembre 2016

Eternamente ingessato e austero nel suo abito in doppiopetto, sembrava sempre annoiato. Nei giorni della prigionia si liberò dell'armatura e scrisse spietate parole di verità 

Aldo Moro, “non mossero un dito per salvarlo: ipocrisia, altro che fermezza”

L’ “Affaire Moro” di Leonardo Sciascia è un libro magistrale che tratta di un delitto commesso materialmente dalle Br ma in un contesto pubblico assolutamente favorevole e complice: l’ipocrisia di Stato. L’opera è del 1978 – scritta alcuni mesi dopo il rapimento e l’uccisione del leader democristiano – e a quasi quarant’anni di distanza può ancora essere letta come il più aggiornato trattato letterario sul nostro costume politico (in stretta connessione con Leopardi e Pasolini) e quindi sulla nostra malattia nazionale: quella che riesce sempre a nascondere dietro le migliori intenzioni i peggiori delitti.

Leggiamone un passo illuminante: “Da un secolo, da più che un secolo, lo Stato italiano convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletana, col banditismo sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e l’incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli di impunite malversazioni e frodi (…) Ma ora, di fronte a Moro prigioniero delle Brigate Rosse, lo Stato Italiano si leva forte e solenne. Chi osa dubitare della sua forza, della sua solennità? Nessuno deve avere dubbio: e tanto meno Moro, nella ‘prigione del popolo’”.

Il caso Moro rappresenta l’archetipo dell’italica doppiezza: piangere calde lacrime sulla sorte dell’ostaggio ma non muovere un dito per salvarlo in nome di una presunta fermezza. E tutto questo accompagnato dalla consueta grancassa della cosiddetta grande informazione (basta rileggere le pagine dello scrittore siciliano sulla retorica di certi titoli inesorabili con la pelle degli altri, tipo: “Il Paese accetta la sfida”). Nello stesso tempo, il caso Moro suscita una domanda che riguarda la vittima stessa. Aldo Moro fu anch’egli partecipe di quella ipocrisia collettiva, fu protagonista di due vite opposte e speculari?

E se, poniamo, lo “statista”, il leader di partito, il cattedratico, insomma l’uomo di potere (di un potere probabilmente non così vasto ma percepito come tale) non fosse stato costretto dalla violenza terrorista a riflettere, solo e disperato durante quei lunghissimi 55 giorni, sull’Aldo Moro privato e sull’Aldo Moro politico, dunque l’ Aldo Moro nella sua interezza avrebbe mai scritto su se stesso e sugli uomini del suo partito e del “suo” governo (ma anche sul Vaticano e su Paolo VI) quelle famose lettere, quelle spietate parole di verità che subito fecero dire all’ipocrisia di Stato, alla retorica dei giornali e alla menzogna nazionale: no, non è l’uomo che conosciamo, quelle missive “non sono moralmente a lui ascrivibili”?

Ho conosciuto Aldo Moro da vicino, nel senso che da cronista dell’Ansa a palazzo Chigi ero costretto quotidianamente a segnalare con brevi flash l’ingresso e l’uscita dell’allora presidente del Consiglio dalla sede del governo. E non potrei, naturalmente, aggiungere una sola virgola al ritratto visivo che ne fa Sciascia: “A vederlo sullo schermo della televisione, Moro sembrava preda della più antica stanchezza, della più profonda noia. Soltanto a tratti, tra occhi e labbra, s’intravedeva un lampeggiare d’ironia e di disprezzo: ma subito appannato da quella stanchezza, da quella noia”.

Si diceva che quell’espressione di infinito tedio nascondesse una furbizia molto democristiana e molto meridionale, una sorta di strategia del ragno finalizzata a stancare e sfiancare i riottosi e petulanti alleati di governo socialisti e laici (era l’epoca del primo centrosinistra). Per questo l’uomo di Maglie (così lo chiamavano i non pochi nemici) preferiva convocare il consiglio dei Ministri la sera a ora tarda, riunioni che in caso di provvedimenti contrastati poteva slittare fino all’alba. Si diceva poi che a causa della pressione bassa il primo ministro acquistasse vigore nelle ore notturne quando agli altri si socchiudevano le palpebre.

A me (e forse non solo a me) quell’uomo eternamente ingessato nel doppiopetto grigio (che non toglieva neppure l’estate sulla spiaggia di Terracina dove qualche rara foto lo ritrae con la numerosa famiglia) dava come un’impressione di infelicità repressa. Possibile che non avesse desideri, passioni, che pur assorbito dai doveri istituzionali non si concedesse qualche innocente distrazione? L’ascolto di una canzone, la visione di un film, la lettura di un romanzo?

Di queste innocenti evasioni qualcosa trapelò dal memoriale ritrovato dagli uomini del generale Dalla Chiesa nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano. Dove Moro racconta, per esempio, di certe sue fughe al cinema e in particolare di un pellicola che lo aveva fatto riflettere sulla mutazione antropologica della Dc, dopo che aveva visto con una certa curiosità (poche settimane prima di via Fani) “Forza Italia”, il film satirico di Roberto Faenza, che all’uscita nelle sale era stato messo all’indice con somma indignazione dagli uomini di piazza del Gesù.

Mi piace pensare che forse, profondamente intriso da un permanente senso di colpa, marchio di fabbrica di un certo cattolicesimo, Moro sia alla fine riuscito a liberarsi dall’ingessatura del doppiopetto e dall’armatura interiore chiamata da preti e moralisti senso del dovere. E ciò proprio nel momento in cui più acuta si era fatta la costrizione materiale imposta dai suoi carcerieri e più cocente la delusione per il comportamento cinico e ipocrita dei suoi ex compagni di partito. La stessa ipocrisia che dopo la sua morte inabissò la Dc incapace di raccontare la verità su Tangentopoli (“il mio sangue ricadrà su di voi”). La stessa ipocrisia di Stato che oggi ammanta con la falsa parola cambiamento lo stravolgimento, per esempio, della Costituzione. Ma questa è un’altra storia.