mercoledì 28 settembre 2016

BlackBerry smette di produrre (direttamente) smartphone: fine di un’era

Corriere della sera
di Paolo Ottolina

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Una decisione che sancisce in maniera ufficiale la fine di un’era: la canadese BlackBerry annuncia di aver cessato la produzione e lo sviluppo interno di smartphone. Una mossa storica per un’azienda che ha introdotto il concetto di email in mobilità e che, prima dell’era di iPhone e poi di Android, ha dominato l’allora nascente mercato degli smartphone.

In verità i dispositivi con la mora sopra non spariranno del tutto perché BlackBerry ha dato in subappalto la produzione a una società indonesiana: è stata infatti siglata una joint venture con PT Tiphone Mobile Indonesia per creare PT BB Merah Putih. Toccherà a quest’ultima fabbricare i BlackBerry in Indonesia. Ma non di meno si chiude il sipario su un’epoca, così come si era chiuso quello sull’epopea di Nokia, che pure è destinata a tornare (come marchio, per lo meno) sul mercato della telefonia.

Negli ultimi anni l’ex gigante canadese ha tentato invano di imporre un suo sistema operativo (BB10) e poi ha abbracciato Android, prima con il modello Priv e poi con lo smartphone di fascia media DTEK50.  Sotto la guida del ceo John Chen (la nostra intervista del 2014) l’azienda di Waterloo, Ontario, si concentrerà sullo sviluppo di software e servizi per la sicurezza degli utenti, in ambito business. Dopo essere tornata all’utile, quest’anno nel secondo trimestre BlackBerry è ripiombata in forte rosso, perdendo 372 milioni di dollari. L’azione al Nasdaq quota poco sopra gli 8 dollari: nel 2007 arrivò sopra i 230. Ma quei tempi sono molto, molto lontani.

Le case discografiche contro l’ultima frontiera della pirateria: il download da YouTube

La Stampa
luca castelli

Parte la campagna contro lo «stream ripping»: con una doppia iniziativa legale in USA e UK, major ed etichette indipendenti denunciano un sito che trasforma i video in brani musicali



Era da un po’ di tempo che non si sentiva parlare di pirateria musicale su Internet. Non che la crociata dell’industria discografica contro la copia non autorizzata di brani online fosse conclusa, ma ci eravamo ormai abituati a veder puntati altrove i riflettori dei media e dei comunicati stampa: soprattutto sulle magnifiche sorti della musica in streaming e sulle polemiche a essa collegate, come quella del «value gap» contro YouTube. Baie dei pirati, P2P e filesharing sembravano ormai lontane suggestioni di un altro decennio, quello trascorso tra l’invenzione di Napster (1999) e la nascita di Spotify (2008).

A riportarci un po’ indietro nel tempo arriva adesso una nuova dichiarazione di guerra delle case discografiche, che tuttavia - anche questo è un inevitabile segno del cambiamento - prende di mira un bersaglio ben diverso rispetto a quelli degli anni passati: lo «stream ripping». Con questo termine si identifica la pratica di scaricare sul proprio computer o smartphone un file che in teoria sarebbe disponibile solo in streaming. Un passaggio che è reso possibile da diversi servizi gratuiti online e che viene utilizzato soprattutto in rapporto con i giganteschi archivi di YouTube: si digita l’indirizzo del video e si ottiene la versione audio in MP3. Uno di questi servizi si chiama Youtube-MP3.org (nomen omen) ed è il nuovo nemico dell’industria.

L’operazione contro Youtube-MP3.org, prima e probabilmente non ultima tappa della campagna contro lo «stream ripping», è stata annunciata dalla International Federation of Phonographic Industry (la confindustria globale della musica registrata), è promossa sia dalle major che dalle etichette indipendenti e si è per ora concretizzata con una denuncia depositata in una corte federale della California e con un procedimento avviato dalla British Phonographic Industry nel Regno Unito. In entrambi i casi, l’obiettivo è la società tedesca PMD Technologie UG, che controlla YouTube-MP3.org. Le associazioni discografiche chiedono la chiusura del sito e i danni economici. Per il responsabile della PMD Philip Matesanz non si tratta di una prima volta: nel 2012, quando aveva 21 anni, finì nel mirino di Google più o meno per la stessa ragione.

A quanto ammontino i danni economici reali dello «stream ripping» per l’industria, in un settore iper-liquido come quello della musica digitale, è difficile dirlo. Ma le dimensioni del fenomeno denunciate dalle major non sono di poco conto. Un paio di settimane fa, il Music Consumer Insight Report 2016 commissionato da IFPI riportava che nella fascia dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni il 49% degli intervistati avevo ammesso di aver utilizzato servizi di «stream ripping» negli ultimi sei mesi (in crescita rispetto al 41% dell’anno precedente). Sempre secondo l’industria discografica, Youtube-MP3.org è il pesce grosso del settore: responsabile di circa il 40% dei download in tutto il mondo, con 60 milioni di utenti unici mensili.

La passione di Silvio

La Stampa
massimo gramellini

Nell’intervista per i suoi primi ottant’anni, Berlusconi confessa che la politica non lo ha mai appassionato. Detta da uno che è stato tre volte presidente del Consiglio, ha molestato televisivamente gli italiani e fatto persino un accordo con Scilipoti pur di restare al potere, l’affermazione suonerebbe bizzarra, se non fosse la più sincera da lui mai pronunciata.
La politica lo ha sempre annoiato. Cenare parando i rutti di Bossi, raccontare barzellette al manichino di Fini, insegnare l’italiano a La Russa, trattare Alfano da statista, fregare sistematicamente D’Alema facendogli credere di essere intelligente. Un lavoraccio per chi era abituato a volteggiare da mattina a sera tra le gambe scoperte di calciatori e ballerine.

Berlusconi ha detestato la politica come Agassi il tennis. Resta da chiedersi perché si sia sottoposto a questo tormento, saltuariamente alleviato dalle cene eleganti di Arcore. Per impedire all’Italia di cadere nelle mani dei comunisti Ciampi e Prodi, dice lui. Ma è troppo modesto. A spingerlo all’estremo sacrificio è stato il dovere morale di accrescere il Pil (prodotto ingordo lordo) dell’unico italiano che gli sia mai stato veramente a cuore, a parte forse Massimo Boldi, e che ogni mattina gli sorrideva davanti allo specchio. 

Almeno

La Stampa
jena@lastampa.it

Consoliamoci così: quando il ponte sullo stretto sarà finito, almeno Renzi non sarà più premier.

Omega2, il computer microscopico da 5 dollari

La Stampa
lorenzo longhitano

A metà tra una scheda Arduino e un computer Raspberry Pi, servirà soprattutto a inventori e maker che lavorano nell’ambito dell’Internet delle Cose per connettere i loro prodotti in Rete


Nell’immagine promozionale scattata dal fotografo un piccolo chip riposa placido accanto a una ciliegia delle stesse dimensioni: si chiama Omega2 e non è un semplice microprocessore, ma un computer fatto e finito, completo di processore da 580 MHz, 64 MB di memoria RAM e 16 MB dedicati allo stoccaggio dei dati. Onion Corporation, la startup di Boston che lo produce, definisce Omega2 come un incrocio tra la scheda di sviluppo Arduino (con la quale è compatibile) e l’impostazione modulare di un altro micro computer già diventato famoso nel corso degli ultimi anni, Raspberry Pi .

Le specifiche tecniche del gadget in effetti sono risibili se comparate a quelle della maggior parte dei prodotti di elettronica di consumo, ma Omega2 non deve far girare giochi e social network su schermi ad altissima definizione: i suoi ambiti di utilizzo sono lo sviluppo di prodotti smart e l’Internet delle Cose, e tra le sue missioni c’è quella di portare online a basso costo oggetti inanimati per farli comunicare tra loro e con i loro proprietari. Online perché a bordo di Omega2 sono presenti un modulo Wi-Fi e una speciale versione di Linux, che fanno in modo che il gadget possa comunicare e ricevere comandi anche dall’altra parte del mondo; a basso costo perché il prezzo della versione base è di appena 5 dollari.



La struttura del dispositivo è modulare. Omega2 può accogliere schermi LCD, modem per il collegamento cellulare, antenne Bluetooth e GPS, e le potenzialità che offre sono numerose: oltre a supportare i linguaggi di sviluppo più diffusi include un’interfaccia grafica per inventare facilmente istruzioni e programmi. Onion Corporation ha avviato la produzione di Omega2 in questi giorni, dopo aver raccolto tramite crowdfunding la cifra di 778mila dollari: il gadget sarà disponibile a partire da dicembre.

Dio non è cattolico, ma forse neppure Papa Francesco lo è"

Camillo Langone - Mar, 27/09/2016 - 08:11

Il j'accuse del filosofo: "Bergoglio non ha aggiornato la dottrina, l'ha demolita"



Se Costanza Miriano è la mia madrina spirituale, Flavio Cuniberto è il filosofo che non sono, lo studioso coi quattro quarti di dottorale nobiltà, il professore universitario che scrive di cattolicesimo contemporaneo così come di romanticismo tedesco, l'autore di saggi su Friedrich Schlegel, di cui se mi concentro riesco a ricordare l'esistenza, e su Jacob Böhme, per il quale devo ricorrere obbligatoriamente a Wikipedia.

Non me ne vergogno: solo Dio è onnisciente. Ma sono consapevole di essere un cattolico di strada e la seconda intervista di un Cattolico Perplesso, ossia di un semplice cristiano turbato dalle contraddittorie novità che diuturnamente giungono da Roma, e perciò assetato di certezze, la faccio a un cattolico accademico.

La prima domanda è uguale per tutti. Da quando un imam ha parlato nel duomo di Parma, raccontando dal pulpito la fola di Maometto uomo di pace (col prete a fianco assentente e zittente l'unico fedele che ha osato obiettare), io non vado più a messa nel duomo di Parma: faccio bene o faccio male?
«Trovo inammissibile la presenza in cattedra di un imam, o di qualunque altro dignitario religioso non cristiano, nel corso di una liturgia cattolica. Ciò non ha a che fare col rispetto, che nel mio caso è massimo, per le religioni non cristiane, ma col rischio enorme della confusione tra le fedi religiose (chiamalo sincretismo o come vuoi). Perché allora non concelebrare la messa insieme a un rabbino, a un imam, a un pastore luterano?».

Ad Assisi, durante gli incontri ecumenici, ci sono arrivati vicino.
«Ne siano o meno consapevoli, le autorità cattoliche che promuovono queste iniziative si muovono sulla scia del famigerato Parlamento delle religioni, celebrato a Chicago nel 1893 su iniziativa della Teosophical Society. Così il culto religioso diventa una commedia dell'arte, con le varie maschere sul palcoscenico. Sulla domanda circa il duomo di Parma sono in difficoltà. Alla fine direi: la messa cattolica è la somma convergente delle due liturgie, la parola e l'eucarestia. Fino a quando non toccheranno i due capisaldi non importano né il luogo né l'omelia né il celebrante».

Tu sei corresponsabile del mio sbigottimento. In Madonna povertà. Papa Francesco e la rifondazione del cristianesimo scrivi che la Evangelii gaudium e la Laudato si' sembrano «un programma rivoluzionario nel senso più giacobino della parola: un dittico post-cristiano». Con la Amoris laetitia abbiamo un trittico?
«Certo, con la Amoris laetitia abbiamo un trittico giacobino che sovverte il vecchio ordine per aprire una nuova era. Si potrebbe introdurre un nuovo calendario: siamo nell'anno quarto dell'Era Bergoglio».

Papa Francesco ha detto che Dio non è cattolico. Questa affermazione ispira una domanda antipatica: Papa Francesco lo è?
«Ha ragione Bergoglio a dire che Dio non è cattolico (Dio non va a messa): ma neanche Bergoglio è cattolico. Naturalmente si comporta come se lo fosse, ma non lo è. Per ragioni che non è possibile riassumere in una breve intervista (i colpi di maglio che ha inferto ad alcuni punti-chiave della dottrina cattolica sono tali che non ha senso parlare di aggiornamento: si tratta di una vera e propria demolizione)».

Mi piacerebbe si riparlasse di cattocomunismo, parola che nessuno usa più proprio ora che la cosa dilaga. Tu hai scritto che la Evangelii gaudium torce il Nuovo Testamento per fargli dire ciò che si vuole dica: beati i poveri nel senso sociopolitico del termine. Se non è cattocomunismo questo...
«L'idea stravolta di povertà che esce dai documenti papali (facendo strage della Scrittura) eleva alla sfera dogmatica il vecchio pauperismo cattolico. Che si possa parlare di cattocomunismo ho qualche dubbio, il discorso di Bergoglio sull'appianamento delle disuguaglianze somiglia piuttosto alla strategia della sinistra tardo-capitalista, i cui magnati, da Bill Gates a Soros, finanziano ONG a tutto spiano. L'elemento rivoluzionario non è tanto l'ideologia marxista ma la sovversione dei vincoli tradizionali (la famiglia naturale ad esempio), la sparizione del concetto di peccato e un materialismo di fondo, corretto in senso panteistico».

Un dettaglio della Laudato si' che mi ha gettato nello sconforto è stato l'elogio della raccolta differenziata. Manca solo la maledizione contro gli inceneritori ed ecco il programma dei Cinque Stelle. Perché la Chiesa spreca le proprie energie in questioni così tecniche, così opinabili e così lontane dal cuore della fede?
«La pagina dell'enciclica ha dell'incredibile: le virtù del buon consumatore tardomoderno diventano le nuove virtù evangeliche. Temo che la Chiesa, non solo Bergoglio, si aggrappi a questi temi perché ha la sensazione di affondare e crede di trovare lì un punto d'appoggio, un surrogato identitario. In effetti sta affondando perché ha perso di vista (nei documenti papali è evidente) la propria dimensione spirituale. Non esiste più una spiritualità cristiana, se non in poche oasi marginali. L'esperienza del divino è totalmente ignorata nei documenti papali (non basta citare di qua e di là le fonti canoniche: questa è routine protocollare). Vedo, per dirla tutta, un ateismo strisciante, che arriva al vertice della gerarchia. Il discorso del papa a Cracovia è stato, in questo senso, esemplare. Non esiterei a definirlo il discorso di un papa ateo».

Tu che vivi a Perugia e insegni Estetica in quell'università, come te la spieghi la chiesa di Fuksas a Foligno, quella specie di centrale nucleare conficcata nel cuore dell'Umbria che sta facendo scappare i fedeli? Non dal punto di vista di Fuksas, che fa il suo mestiere di architetto nichilista, ma da quello dei vescovi della Cei che l'hanno approvata...
«Il problema, come giustamente sottolinei, sono i vescovi. Occupandomi di Estetica aggiungerei che lo scadimento pauroso della cosiddetta arte sacra è lo specchio di una crisi spirituale. Perché la bellezza appartiene alla dimensione spirituale. Una vecchia formula dice: Ars orandi, ars credendi (Dimmi come preghi e ti dirò quale è la tua fede). Ne propongo una parafrasi: Ars aedificandi, ars credendi (Dimmi come costruisci le tue chiese e ti dirò qual è la tua fede). Il cemento di Fuksas è una prova dell'esistenza del Maligno».

Crocefisso in TV, meno male!

Alessandro Bertirotti

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È tutta questione di… libertà.

In effetti, mi attendevo quest’altra espressione effervescente, come scrissi nei confronti della pratica dello sbattezzo, e specialmente da parte di qualche esponente politico che vive, evidentemente, di queste cose così importanti per il benessere del Paese, sloganato come #CasaItalia.

Ho scritto che è questione di libertà: sì, e della giornalista. Se è libero di fare satira contro i mussulmani un giornale francese (letto peraltro da poco più di 10.000 persone, praticamente nessuno…) che per questo tutti difendono e non si è invece d’accordo quando la satira è contro le vittime di un terremoto, sarà il caso che questi atei, davvero impegnati, si facciamo vedere in tv più spesso. Più che altro per verificare se qualcuno li ascolta. Così, anche loro avranno la possibilità di testimoniare il vuoto di cui sono legittimamente portatori. Nessuno di noi toglie loro questa possibilità, dal momento che è iniziato anche Xfactor, il Grande Fratello Vip, e tra poco inizieranno altre stupidaggini slot machine.

Ogni individuo è dunque libero di testimoniare, specialmente quanto è così evidente come nel caso della giornalista, oppure nel mio, seppure in misura alquanto minore rispetto alla televisione e in questo giornale, la propria convinzione, ossia ciò che è parte della propria storia di vita. Se qualcuno non gradisce questa convinzione, all’interno anche di una dimensione statale come nel caso della Rai, può cambiare canale, rivolgendosi ad altri canali statali che testimoniano altro. Forse, il problema è che la maggioranza degli italiani continua ad essere e rimanere cattolica, praticante e a guardare Rai Uno.

Forse, non avendo statistiche alla mano, non posso esserne certo, ma ho il vago sentore che possa essere così. E, come al solito, in questo meraviglioso paese vi sono le levate di scudi della minoranza. Che si faccia una televisione statale anche la minoranza, e che chieda sovvenzioni statali, no? Sono certo che ce la farà, legittimamente, e che avrà anche le sovvenzioni.

Le coop non fiutano più l'affare: senza soldi scaricano i migranti

Claudio Cartaldo - Mar, 27/09/2016 - 09:08

Oltre 20mila migranti potrebbero dover lasciare i centri di accoglienza. Le associazioni che gestscono i centri vantano crediti milionari con lo Stato



Vetimila migranti liberi di circolare in Italia, senza controllo e senza assistenza. Il Belpaese è sull'orlo di una crisi che può mettere a rischio la sicurezza pubblica: mancano 600 milioni di euro per i servizi di assistenza e le cooperative che gestiscono i centri di accoglienza sono pronte a "sospendere il servizio" e scaricare i profughi sulle strade delle città.

Il Viminale senza soldi per i migranti

È notizia di ieri che il ministero dell'Interno sia in deficit di risorse per la gestione dei migranti. Servono 600 milioni subito, 1 miliardo entro la fine del 2016. Il Viminale ha chiesto al Mef di sbloccare le risorse, ma ancora non è arrivata risposta: al momento sono stati erogati solo 50 milioni. Un'inezia. Da sei mesi il ministero non paga le aziende che forniscono i servizi all'interno degli Sprar e dei centri di prima accoglienza, così come sono rimaste con i rubinetti chiusi le Coop che hanno partecipato ai bandi per l'accoglienza diffusa.

Le Coop scaricano i profughi

Il debito di Alfano nei confronti delle coop ammonta a 250 miloni di euro. La gestione dei 160mila migranti attualmente ospitati è alto: tra i 25 ai 45 euro al giorno per ogni immigrato. Un salasso. Ed ora la pacchia è finita: per le coop così come per i richiedenti asilo. Il presidente delle Confcooperative ha detto al Corriere: "Non ci sono mi stati ritardi così eclatanti e oltre al rischio altissimo di non poter più provvedere assistenza, c'è anche un probema legato all'occupazione. Da oltre sei mesi i dipendenti non ricevono lo stipendio, siamo al collasso".

Nato da tre genitori. Povero Abrahim

Martin Venator



Mai mettere limiti alla Tecnica, la dea del nostro tempo; quella con la ‘T’ maiuscola tanto bistrattata dai più strenui paladini del progresso. Essi infatti non credono al quadro deterministico che spesso la realtà impone ad ognuno. Sono convinti che l’uomo sia responsabile e capace di fermarsi un attimo prima di delegare definitivamente tutto alle ‘macchine’.

Ne ho trattato ampiamente in un mio recente volume (Umanità al tramonto. Critica della ragion tecnica) e perciò non mi attardo sulle analisi filosofiche, etiche o teologiche, così come non mi soffermo sul fatto che la nostra tracotanza prima o poi sarà punita (i Greci lo avevano capito qualche millennio fa).

Restiamo ai fatti. E i fatti ci dicono che solo oggi, dopo cinque mesi dalla nascita, si è saputo che in Messico, è nato Abrahim Hassan con una procedura che permette di sostituire i mitocondri difettosi della cellula uovo della madre con quelli di una donatrice sana. In sintesi, questo essere umano è nato dal Dna di tre genitori.

Ripeto per chi si fosse distratto e non avesse compreso bene l’ultimo mio rigo: questo bambino è nato da tre genitori; un pezzo del codice genetico della madre, uno del padre e un altro di una donatrice sana sono stati tecnicamente utilizzati per creare una nuova vita, che si spera perfetta. La madre aveva infatti dei mitocondri difettosi e per evitare che il figlio ereditasse il problema hanno pensato di risolverlo in questo modo. Creando un piccolo ariano messicano, insomma.

Già negli anni ’90, si erano tentati simili esperimenti ma i bambini nacquero con ‘disordini genetici’. Sì, perché questa è la terminologia da loro usata. Poi, con la dovuta serenità, quando le acque si saranno calmate, ci spiegheranno cosa vuol dire ‘disordini genetici’. Una mezza idea credo di averla, ma meglio non approfondirla.

Un’altra certezza però l’abbiamo. Questa tecnica, per ora approvata solo nel Regno Unito, nel giro di un decennio, quando saranno superate tutte le reticenze e le perplessità, farà parte del patrimonio scientifico del pianeta perché, come diceva Jacques Ellul, <<la tecnologia non avanza mai in direzione di qualcosa […].

Dato che possiamo sbarcare sulla luna, che cosa potremmo fare lì e a quale scopo? […]. Quando i tecnici hanno raggiunto un certo livello di competenza nel settore delle comunicazioni, dell’energia, dei materiali, dell’elettronica, della cibernetica ecc., tutti questi elementi si sono combinati e hanno mostrato che avremmo potuto esplorare il cosmo ecc. Ciò è stato fatto perché poteva essere fatto. E questo è tutto>>.

Questo è purtroppo lo snodo della intera questione. Oramai non importa se una tal cosa possa avere un profilo etico riconoscibile o meno. Ciò che ci preoccupa è se può essere ‘tecnicamente fatta’ oppure no. E visto che quasi tutto può essere ‘tecnicamente fatto’, procediamo spediti verso la sparizione della ‘umanità’.

Camionisti dall’Est, fermiamo questa “tratta”

Pierluigi Bonora



La sciagura stradale che ha visto protagonista un camionista slovacco di 63 anni che, con il suo “bestione”, ha travolto una vettura uccidendo due adulti e lasciando i loro tre piccoli in condizioni disperate, deve far riflettere. L’incidente è accaduto sulla Torino-Milano. L’autista, uno dei tanti in arrivo dall’Est e pagato 500 euro al mese, era ubriaco fradicio. Allo stato pietoso in cui gli agenti della Stradale lo hanno trovato e arrestato, è da aggiungere il fatto che aveva percorso circa 1.300 chilometri in 48 ore e doveva guidare per altri 400 chilometri prima di raggiungere la meta, Pordenone.

Ancora una volta, soltanto alla luce di una tragedia, il problema torna alla ribalta. Ma quanti sono i camionisti stranieri ingaggiati per uno stipendio misero che si mettono alla guida di camion sulle nostre strade e autostrade, senza che il datore di lavoro si accerti sul loro stato psico-fisico e sul comportamento solitamente tenuto alla guida? Si parla di circa 10.000, in costante aumento negli ultimi cinque anni. Per la maggior parte proverrebbero da altri lavori. Costano poco (500 euro al mese) e non si fanno problemi a macinare chilometri su chilometri (basta manomettere il cronotachigrafo). Le provenienze: Slovacchia, Serbia, Romania, Bulgaria.

Oltre ad alzare il gomito, non osservano i normali turni di riposo. Insomma, si comportano da “fuorilegge”, nuocendo dramaticamente all’immagine della categoria, di coloro che svolgono il lavoro seriamente e rispettando le regole. Eppure viaggiano, con la complicità di chi accetta di ingaggiarli. Il problema non è nuovo. Franco Fenoglio, presidente di Unrae Veicoli Industriali, lo aveva denunciato fin dallo scorso anno attraverso lo studio “L’esodo dell’autotrasporto: cause, conseguenze e rimedi”. Un capitolo di questo studio riguardava proprio il costo del lavoro:

“Il costo di un autista in Italia supera anche quello rilevato nell’Ovest Europa, dove è già garantito il salario minimo europeo”. In Italia un autista costa 60.200 euro l’anno, nell’Ovest Europa 40.500 e nella fascia Est 26.000. Da qui l’invito di Unrae Veicoli Industriali “ad adottare un salario minio armonizzato a livello europeo onde evitare il cosiddetto dumping sociale”. Ma non se ne è fatto niente e le tragedie continuano. A regnare sono caos e anarchia. Il mondo della logistica deve cambiare strada, imboccando quella di una maggiore trasparenza.

E visto che la riforma del Codice della strada è ancora in discussione, sarebbe il caso di inserire una legge che aumenti i controlli su chi si mette alla guida dei “bestioni”, partendo proprio dalle aziende che che li assoldano, con provvedimenti severi a carico di chi sgarra, sia da una parte sia dall’altra. Questa pericolosa e vergognosa”tratta” di camionisti low cost dall’Est deve finire, per il bene di tutti.

Ma quale democrazia, gli italiani vivono sotto dittatura

Andrea Pasini



Democrazia. Che cos’è la democrazia? Mi affido al dizionario Treccani: “Forma di governo che si basa sulla sovranità popolare e garantisce ad ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico”, poi mi viene in mente la situazione italiana. In Italia il popolo non conta più nulla, gli italiani si sono dimenticati cosa vuol dire andare alle urne per la composizione del Parlamento. Abbiamo visto succedersi Mario Monti, Enrico Letta ed ora quella cariatide di Matteo Renzi assistendo ad autentici colpi di Stato. Una vera e propria volontà di estromettere la gente comune dalle decisioni della politica, il tutto effettuato in silenzio senza che nessuno alzi la testa.

Recentemente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dichiarato che la sovranità appartiene alla gente, bene era tanto tempo che le mie orecchie non sentivano un discorso del genere, ma la realtà dei fatti è diversa. Intano i poteri forti hanno deciso, grazie ai burattini che ci governano, di renderci schiavi, animali da traino verso il precipizio. Impedirci di andare a votare è un crimine, un crimine gravissimo. Così facendo le alte sfere pilotano i propri interessi disegnandosi su misura le normative, in confronto le leggi ad personam di Silvio Berlusconi sono una favola per bambini.

Pianificano e studiano le mosse migliori per tutelare i propri interessi, riuscendo liberamente ad arrivare dove vogliono senza nessun impedimento. Ci stanno togliendo tutto, la dignità in primis.
Il Premier fiorentino viene contestato, puntualmente, in ogni angolo d’Italia, ma è arrivato a dire, in maniera quantomeno supponente, che a lui la scorta non serve. Non serve perché è la gente che lo protegge, una visione che rasenta la follia. La realtà che diventa distorta, in ogni città in cui Renzi si è recato solo l’intervento delle Forze dell’ordine ha impedito che venisse linciato. Continui scontri si succedono, continui insulti piovono sul governo, ma la tracotanza dei forti non ha limiti e non conosce vergogna.

La disoccupazione dilaga e continua a salire, le tasse crescono a velocità vorticosa, Equitalia ha la spocchia di mettere spalle al muro migliaia di nostri concittadini, compresi i piccoli-medi imprenditori, privandoli anche dell’aria per respirare. I clandestini, per contro, vengono sostenuti con soldi, cibo ed alloggi. E’ di questi giorni la notizia che in provincia di Pavia, sindaci ed agenzie immobiliari commissionate dalle istituzioni sono alla ricerca di immobili da destinare agli immigrati.

Capite? Mentre gli italiani affondano, il governo volge la testa dall’altra parte. Il business dell’immigrazione non conosce latitudine, non conosce timore. Continuiamo a pagare per stranieri e rom che a loro volta non sanno neanche com’è fatta una cartella esattoriale. Vivono alla giornata e nessuno fa niente per fermare una criminalità, ogni giorno, sempre più dilagante. La politica, giocando a mosca cieca, depotenzia in maniera volontaria Polizia e Carabinieri che ad oggi hanno un solo compito, quello di evitare l’aggressione fisica da parte del popolo, esausto, ai danni dei vertici dei palazzi di cristallo. La parte vitale della nazione non conta niente.

La gente muore di fame, in senso letterale, ma il nuovo Pd, la nuova generazione di sinistra, i rottamatori del vecchio girano  per il paese parlando di referendum. Un referendum farsa, creato su misura per l’ego smisurato del nostro primo ministro. Qui manca il companatico da mettere nel piatto, manca il lavoro, le aziende chiudono, i negozi abbassano le serrande, i giovani rimarranno disoccupati a vita, gli anziani percepiscono dopo anni e anni di lavoro e sacrifici una pensione da fame, ma loro se ne fottono. Dettano legge e ci trattano come burattini, per poi essere bistrattati da Angela Merkel che impone all’Italia i suoi comodi e dall’ambasciatore americano, John Phillips, che si è permesso di dire che qualora vincesse il no, al prossimo referendum sulla Costituzione, per l’Italia sarebbe una tragedia.

Ci dicono che senza l’Europa falliremmo, che gli investitori scapperebbero e che per tutti noi sarebbe la fine. Come scavarsi la fossa con le proprie mani, in solitaria. Ma invece basta guardare l’Inghilterra, dove ha trionfato la lungimiranza del Brexit, per renderci conto di come l’Unione Europea sia la causa di ogni nostro malanno. Il paese della Regina Elisabetta è in perfetta forma ed ha ripreso il suo cammino su basi più solide, basta leggere i dati che provengono dalla borsa e dalla ripresa della sterlina. Allontanarsi da Bruxelles e soci è l’unica soluzione per salvarsi, per tornare ad essere sovrani, per tornare ad essere padroni della moneta che circola da Bolzano a Palermo.

Abbiamo bisogno che i nostri soldi rimangano tra questi confini, così da essere investiti per gli italiani, senza se e senza ma. Qui tutti ci raccontano una marea di frottole e ci prendono per stolti. Non dobbiamo farci prendere per i fondelli da quattro traditori rivoltanti. Veniamo trattati come spazzatura da chiunque e la nostra classe dirigenze non è in grado, non ha le palle, di dire NO! ad un meccanismo atto a schiacciarci. Rimaniamo inermi davanti ai capetti che hanno deciso, dall’alto di Strasburgo, che l’Italia deve fallire. Queste persone devono capire che noi non ci sottometteremo mai. Bisogna tirare fuori il coraggio e mandare a casa questi codardi da strapazzo.

A questo punto una domanda mi sorge spontanea e la rivolgo a chi sostiene questa Europa nonostante tutto. Come mai da quando siamo entrati nell’Unione Europea restiamo a crescita zero sotto tutti i punti di vista? I dati positivi sono un ricordo lontano, cancellato dal tempo, ma siamo qui a farci imporre di comprare prodotti dall’estero e, per esempio, realizzare la mozzarella con il siero congelato di latte straniero. Ma vi rendete conto? Il nostro olio, proveniente per lo più dal meraviglioso Salento, viene buttato via se non addirittura eradicati gli ulivi.

Ed in tutto questo i vari Jean-Claude Juncker ci chiedono di misurare i cetrioli da raccogliere nei campi e che al mercato le banane e le zucchine da vendere devono essere quelle esclusivamente dritte. Vi rendete conto da che pagliacci veniamo comandati? Siamo dei vigliacchi e per questo seguiamo come un cagnolino scodinzolante gli Stati Uniti d’America, rovinando ogni rapporto fruttifero con la Russia. L’embargo nei confronti di Mosca che ci è costato miliardi e miliardi di euro, rovinando imprese e i lavoratori italiani. Assurdità di quest’epoca. I nostri governanti fanno il loro gioco non il nostro ed hanno toccato il fondo. Ora spetta a noi ribellarci.

www.ilgiornale.it

Alternative al divorzio: la relazione sabbatica

La Stampa
G.M.

Un ‘congedo’ temporaneo dalla vita coniugale per salvare il rapporto: un’opzione che diverse coppie sperimentano

Separazione

L’anno sabbatico è quel periodo di pausa che ci si prende dal lavoro o dallo studio per dedicarsi a qualcos’altro. O semplicemente per riposarsi. In molti concordano nell’efficacia di un congedo temporaneo, per rinfrescare la mente, formarsi, fare nuove esperienze. E tornare alla vita di prima con rinato entusiasmo. E allora, si è chiesto qualcuno, se funziona con il lavoro perché non potrebbe far bene anche ad una relazione? La ‘relazione sabbatica‘ è una formula che sempre più coppie sperimentano quando la vita in comune non va più a gonfie vele. Un’alternativa alla separazione, o peggio al divorzio. Ne ha parlato Emma Thompson un paio di anni fa, consigliandola caldamente a tutte le coppie in crisi, e da allora la discussione sull’efficacia del ‘congedo amoroso’ si è infittita.

Relazione sabbatica: perché
Le coppie di lunga data affrontano sempre (o quasi) alcuni momenti critici. Il tran tran quotidiano, l’abitudine, la passione che affievolisce, il sentimento che si fa sempre più fraterno. Oppure sempre più astioso. Condividere gli impegni di una vita (casa, figli, obblighi vari) e allo stesso tempo rimanere uniti e innamorati come il primo giorno non è esattamente facile. Anzi, forse è la sfida più dura. Ecco che il concetto di relazione sabbatica, di congedarsi temporaneamente dalla propria routine, può essere un modo per ritrovare il legame.

Secondo la dottoressa Sonjia Kenya (fonte) il congedo “può motivare le persone a diventare partner migliori e riaccendere la scintilla”. “Stare lontano dal partner è spesso un modo di ricordare i pregi l’uno dell’altro, di sentirne la mancanzaafferma la terapista di coppia Sheri Meyers. Quando poi si torna insieme il rapporto migliora perché se ne è compresa l’importanza. E anche perché prendersi una pausa dalla propria vita a volte è semplicemente rilassante.

Partire per poi tornare, perché no? 
Partire per poi tornare, perché no?
Come funziona?
Il presupposto della relazione sabbatica è che entrambi i partner contano di tornare insieme dopo il periodo di pausa. Al contrario della separazione, il cui esito è incerto. Ovvio che nessuno può sapere cosa riserva il futuro, ma di base questa opzione la sperimentano le coppie che non vogliono lasciarsi. La gestione della separazione sta alla coppia. C’è chi si separa per un anno intero, chi per due o tre mesi l’anno va a vivere altrove, chi lo fa su base settimanale (4 giorni assieme e 3 no, per esempio).
I contro
Ci sono anche dei contro naturalmente. E se durante il ‘congedo’ uno dei due partner si rende conto di stare meglio da solo? Secondo la psicologa Jo Hemmings (fonte) la relazione sabbatica non risolve i problemi. Piuttosto li scansa “Bisogna scavare alla radice dei problemi di coppia. Se i periodi di separazione sono piacevoli, occorre farsi delle domande. Può essere una risorsa, ma anche un rischio.” Perlomeno, anche se si finisce per divorziare, spiega l’avvocato familiarista Hayley Trovato “Le decisioni prese con odio e rancore sono inevitabilmente cattive decisioni. Prendersi una pausa può anche servire a considerare tutta la questione in modo più empatico e avere un divorzio dignitoso“.

L’ultrasinistra catalana: “Via la statua di Colombo a Barcellona, è un genocida”

La Stampa
francesco olivo

I consiglieri della Cup: il navigatore genovese fu uno strumento del nazionalismo spagnolo contro i popoli indigeni



Chi arriva a Barcellona la nota subito, in fondo alla Rambla, davanti al porto c’è la statua di Cristoforo Colombo che indica il mare, l’uomo che scoprì l’America “aprendo un genocidio contro le popolazioni indigene da parte dei colonizzatori”.

Parole dei consiglieri della Cup, la formazione anticapitalista, parte della maggioranza nel parlamento catalano, che chiede di abbattere la scultura. Come fosse un dittatore sconfitto, il navigatore genovese (nessuno pare ormai contenderne i natali) più che nella lotta anti coloniale, finisce nell’esasperata polemica antispagnola della formazione dell’ultrasinistra catalana: “Colombo - si legge nella proposta di legge - fu strumento del nazionalismo spagnolo aggressivo contro tutti i popoli che ha oppresso e che opprime”.
 
La Cup non si limita a voler togliere di mezzo il monumento gli ornamenti alla base della colonna, ma pretende che il 12 ottobre, la data della scoperta, non sia più festa nazionale, in quel giorno, infatti, nel Paese iberico si celebra “la hispanidad”, “ovvero l’esaltazione di un genocidio”, secondo la Cup. L’estrema sinistra indipendentista chiede anche la ritirata del monumento del marchese di Comillas, Antonio López, discusso banchiere e filantropo della metà dell’Ottocento, che in realtà sarebbe stato coinvolto nella tratta degli schiavi nei Caraibi.

Caos valvole termosifoni. Ecco come uscirne

La Stampa
sandra riccio

Poche informazioni e preventivi gonfiati per l’installazione dei contatori. Le associazioni chiedono una proroga al governo. Molti non sanno che la spesa si può evitare



Entro fine anno le famiglie che vivono in condominio (con un riscaldamento centralizzato) dovranno installare le nuove valvole termostatiche, pena sanzioni e multe. L’obbligo è stato introdotto dalla Ue, nel 2012, con l’obiettivo di una maggiore efficienza energetica nelle case di tutti noi. E’ stato poi tradotto in norma con due decreti legislativi del 2014 e del 2016.

Occorre fare i lavori entro fine anno. Il vero termine però sarebbe ottobre quando nei palazzi parte l’impianto di riscaldamento. Sono moltissime le famiglie che si ritrovano in questi ultimi giorni a dover capire che lavori fare e quali spese affrontare. Le informazioni sono poche e la confusione è grandissima. Molti non sanno che la spesa si può evitare. I costi variano a seconda della ditta installatrice, del tipo di condominio e delle singole città.

Si parla di una spesa media per singola valvola tra gli 80 e i 100 euro a radiatore ma dalle segnalazioni che abbiamo ricevuto dai nostri lettori, sul mercato ci sono preventivi complessivi anche da 3mila euro ad appartamento, a cui tante volte si aggiungono altri lavori, riguardanti magari caldaie datate da sostituire. La cifra finale può addirittura lievitare verso i 10mila euro ad appartamento. Una somma stratosferica soprattutto se rapportato al valore dell’immobile che, in tante province italiane, dopo il crollo dei prezzi delle case, è ormai intorno ai 60-90mila euro di media. 

Tra chi ci ha scritto c’è anche qualche proprietario di immobile che si è visto costretto a chiedere un prestito in banca per poter affrontare questa spesa confusa e dubbia (non tutti gli appartamenti risparmieranno. Alcuni, per esempio gli ultimi piani, finiranno per pagare di più).

LA PROROGA
La speranza di molti è che arrivi una proroga dell’ultimo minuto. Su questo sta lavorando l’Uppi, il sindacato dei piccoli proprietari di casa, che entro fine mese è deciso a chiedere al governo un rinvio dei termini. Anche Confedilizia auspica uno spostamento in avanti dei termini: «Speriamo in una proroga ma la normativa europea non è elastica in questo senso – dice Antonio Nucera di Confedilizia -. Invece sulla disapplicazione delle sanzioni ci pare sia più facile lavorare». La legge prevede multe di importi che variano da Regione a Regione e partono da un minimo di 500 euro, fino ad arrivare a 2.500 euro a proprietario. Va detto che nel primo anno ci sarà comunque la possibilità di proseguire con il conteggio per millesimi.

LE VIE D’USCITA
Pochi sanno tuttavia che la spesa può essere evitata se i lavori risultano essere non efficienti in termini di costi e sproporzionati rispetto al risparmio energetico eventuale. E’ il caso, per esempio, di un condominio che non è coibentato e ha dispersioni di calore che rendono del tutto inefficace un lavoro sulle valvole. Vale lo stesso per le spese eccessive da affrontare, che sì prevedono detrazioni fiscali e possono essere ammortizzate negli anni, ma restano comunque eccessive rispetto all’obiettivo da raggiungere soprattutto poi se l’impianto già di per sé consuma poco perché costruito in anni in cui i consumi erano ridotti. «Le ditte che in questi mesi stanno installando gli impianti tendono a dire che il lavoro va fatto e punto – dice Rita Sabelli, esperta di normative e regolamentazioni dell’Aduc -. Occorre invece valutare bene, caso per caso, e capire se davvero ha senso procedere».

IL TESTO DI LEGGE (D.lgs.102/2014 art.16 commi 6/7 introdotti dal D.lgs.141/2016) dice che: 
6. Nei casi di cui all’articolo 9, comma 5, lettera b), il proprietario dell’unità immobiliare che non installa, entro il termine ivi previsto, un sotto-contatore di cui alla predetta lettera b), è soggetto ad una sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 2500 euro per ciascuna unità immobiliare. La disposizione di cui al presente comma non si applica quando da una relazione tecnica di un progettista o di un tecnico abilitato risulta che l’installazione del contatore individuale non è tecnicamente possibile o non è efficiente in termini di costi o non è proporzionata rispetto ai risparmi energetici potenziali.

7. Nei casi di cui all’articolo 9, comma 5, lettera c) il proprietario dell’unità immobiliare, che non provvede ad installare sistemi di termoregolazione e contabilizzazione del calore individuali per misurare il consumo di calore in corrispondenza di ciascun corpo scaldante posto all’interno dell’unità immobiliare, è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 2500 euro per ciascuna unità immobiliare. La disposizione di cui al primo periodo non si applica quando da una relazione tecnica di un progettista o di un tecnico abilitato risulta che l’installazione dei predetti sistemi non è efficiente in termini di costi.

COME FARE?
Deve essere un tecnico a stendere una relazione in cui dice che il lavoro non riesce effettivamente a soddisfare l’obiettivo previsto dalla norma. Occorre quindi rivolgersi agli esperti. 
Confedilizia, per esempio o le camere di commercio, che hanno sedi su tutto il territorio nazionale, mettono a disposizione degli esperti che possono preparare la relazione che poi dovrà essere esibita alle Regioni in caso di controlli eventuali al palazzo.