domenica 2 ottobre 2016

Maps si aggiorna: con “Ok Google” arrivano i comandi vocali alla guida

La Stampa

Si potranno avere anche informazioni relative al traffico, magari chiedendo in anticipo di trovare percorsi alternativi per giungere a destinazione, ma anche inviare messaggi o far partire telefonate



Google Maps sempre più vicino ai navigatori satellitari tipo Tom Tom: il servizio di mappe di Big G lancia i comandi vocali mentre si guida. In pratica chi è al volante potrà chiedere a Google di trovare distributori di benzina, ristoranti, bar o altro solo con la voce, senza distrarsi per toccare lo schermo dello smartphone.

La novità,si legge sul blog della compagnia , riguarda le ultime versioni delle applicazioni di Maps e di Google per dispositivi Android. Grazie all’aggiornamento il guidatore dell’auto non deve far altro che impostare «modalità di guida» o «di navigazione» e pronunciare la formula «Ok Google» e a seguire la ricerca da fare online.

L’opzione è attiva quando nell’applicazione viene visualizzata l’icona bianca di un microfono in alto a destra e può essere disabilitata in ogni momento dalle impostazioni. A Google Maps si potranno chiedere anche informazioni relative al traffico, magari chiedendo in anticipo di trovare percorsi alternativi per giungere a destinazione. Ma non solo, con i comandi vocali si possono anche inviare messaggi o far partire telefonate.

Amazon cresce: arriva Twitch Prime

La Stampa

Tante le novità: sconti esclusivi, contenuti aggiuntivi e l’abbonamento mensile a un canale Twitch, senza costi ulteriori

Twitch, la comunità di social video per player più importante al mondo, diventa Prime. Pensando appositamente ai videogiocatori, Amazon si allarga e mette a disposizione la versione avanzata. Con tante novità: dagli sconti esclusivi alla selezione di giochi digitali, con contenuti aggiuntivi e l’abbonamento mensile a un canale Twitch, senza costi ulteriori.

«Twitch Prime è uno di quei casi eccezionali in cui abbiamo l’opportunità di offrire un prodotto che piaccia equamente a tutti i nostri clienti, siano streamer, spettatori o sviluppatori di giochi - ha detto Emmett Shear, CEO di Twitch - Gli abbonamenti mensili con Prime consentono agli spettatori di risparmiare e contemporaneamente supportare gli streamer nel costruire la loro community».

Per celebrare il lancio di Twitch Prime, la community ha avviato una collaborazione con GameChanger Charity, un’associazione no-profit che raccoglie fondi per offrire ai bambini con malattie terminali esperienze in grado di cambiare la vita. Fra venerdì 30 settembre e mercoledì 5 ottobre, Twitch donerà 100 mila dollari alla GameChanger Charity ogni 100.000 clienti spettatori Twitch che si abboneranno a un qualsiasi canale.

Le oliere anti-rabbocco? Mai viste in tre ristoranti su quattro

La Stampa
Molti ignorano l’obbligo di legge


A sinistra quello anti goccia a destra l’anti rabbocco

Al ristorante sono fuorilegge 3 contenitori di olio su 4. Per la precisione il 76% secondo un’indagine delle Coldiretti. È da anni che esiste la legge sul tappo anti-rabbocco, ma l’obbligo viene poco rispettato. Sarà magari per la scarsa conoscenza dell’argomento: in fondo le leggi in Italia sono tante, e spesso vengono eluse, e allora che sarà mai se ignoriamo anche quella sulla bottiglietta dell’olio, che non sembra una gran cosa? Oppure capita che conosciamo bene la legge sulle oliette, ma poi al ristorante o in pizzeria non protestiamo quando ne vediamo una irregolare, perché ci sediamo al tavolo per rilassarci e star bene per un’ora, non per litigare, e allora va a finire che lasciamo perdere.

Così l’abuso perdura.
Ma è importante o no questo divieto di rabboccare i contenitori dell’olio? Dal punto di vista igienico sì, il problema che si vuole risolvere non è da poco. Il fatto è che sul tavolo del ristorante ci vengono portati dei contenitori riempiti con olio continuamente spillato dalle bottiglie, ora dopo ora e giorno dopo giorno. Ma così sul fondo dell’oliera si accumula olio vecchio che viene mescolato con quello nuovo. Da una recente indagine, fatta a campione, è risultato che in molti ristoranti le oliette vengono svuotate una sola volta al giorno, alla chiusura del ristorante. 

Ma capita che per non buttare via l’olio residuo lo si lasci lì per il giorno dopo. Qualche ristoratore ammette di non lavare l’oliera quasi mai. Si realizza l’assurdo: l’olio in bottiglia ha la data di scadenza, ma nelle oliette possono esserci residui d’olio vecchissimo. E nelle oliere poco lavate i germi si accumulano. E il problema non si risolve neanche mettendo in tavola la bottiglia originaria aperta: non è a norma di legge L’unica soluzione corretta è il contenitore col tappo anti-rabbocco. Per i trasgressori ci sono multe da mille a 8 mila euro. In teoria. 

È finita la guerra di Arduino: gli ex soci trovano un accordo sul marchio

La Stampa
andrea nepori

Massimo Banzi, uno dei padri del progetto nato a Ivrea, e Federico Musto, ad della srl rinnegata da quattro dei fondatori, hanno dichiarato di aver raggiunto un accordo per porre fine alle recenti dispute legali sul marchio

Dopo una dolorosa separazione durata quasi due anni, c’è di nuovo un solo Arduino. Si chiude nel migliore dei modi la guerra legale fra quattro dei creatori del progetto (Banzi, Cuartielles, Igoe e Mellis, legati alla società Arduino Llc) e la Arduino srl, azienda avviata nel 2014 da Gianluca Martino, il quinto membro del gruppo fondatore. A dare la buona notizia sono stati Massimo Banzi, nel suo ruolo di rappresentante di Arduino Llc, e Federico Musto, amministratore delegato della Arduino Srl, dal palco della Maker Faire di New York. I due hanno annunciato che tutte le divergenze legali sono state appianate grazie alla firma di un accordo.

UNA HOLDING E UNA FONDAZIONE
I due rami della famiglia convergeranno alla fine di quest’anno nella Arduino Holding, che diventerà l’unico riferimento per la distribuzione globale dei prodotti e per lo sviluppo di nuovi progetti. È prevista anche la creazione di una fondazione che gestirà invece tutte le attività senza fine di lucro legate alla piattaforma. Si chiamerà Arduino Foundation e si occuperà della IDE (il software open source per la programmazione dell’Arduino), delle iniziative per il settore educativo, e della gestione della della nutrita community che gravita attorno al progetto.

«Oggi è uno dei giorni migliori nella storia di Arduino«, ha commentato Massimo Banzi. «Questa novità ci permetterà di avviare un nuovo corso per Arduino, fatto di dialoghi costruttivi e innovazioni dirompenti nel settore educativo, dei maker e dell’IoT». Gli fa eco anche Federico Musto, che si rallegra dell’accordo stipulato fra le due parti e promette interessanti novità per la piattaforma, possibili grazie alla pace ritrovata fra le due parti. «Gli sviluppatori che usano Arduino vedranno ulteriori sviluppi tecnologici sensazionali, che includeranno l’NFC, Bluetooth LE, controllo vocale e molto altro, per alimentare la crescita del settore IoT e altre innovazioni».

LE ORIGINI
Il progetto Arduino è nato ad Ivrea nel 2005, nell’ambito dell’Interaction Design Institute di Ivrea. L’idea era quella di creare una piattaforma di prototipazione elettronica completamente open source che semplificasse la programmazione di un microcontrollore per studenti, insegnanti, artisti multimediali e tutti gli hobbisti con la passione per l’elettronica. La risposta globale, grazie anche al prezzo contenuto, fu straordinaria. Nel 2008 erano state già vendute più di 50.000 unità.

Al 2008 risale però anche il seme della discordia. I cinque fondatori del progetto decisero allora di creare la Arduino LLC per gestire il marchio, con l’intenzione di concedere in licenza la produzione fisica delle schede a soggetti terzi. Gianluca Martino, all’insaputa dei co-fondatori Banzi, Igoe, Cuartielles e Mellis, registrò il marchio anche in Italia a nome della sua azienda, la SmartProjects. Il problema divenne evidente all’avvio delle operazioni per l’internazionalizzazione del trademark da parte della Arduino LLC.

ARDUINO SRL VS ARDUINO LLC
Le rassicurazioni di Martino, che sosteneva di aver agito per proteggere preventivamente l’interesse di tutti, furono sufficienti perché i 5 continuassero a lavorare insieme anche negli anni a venire. Le discrepanze e le incomprensioni crebbero comunque fino a sfociare in una rottura definitiva nel novembre 2014, quando Martino fondò la Arduino SRL, società le cui quote furono subito vendute alla holding svizzera Gheo SA di Federico Musto.

Negli ultimi due anni la Arduino SRL ha cercato di strappare alla Arduino LLC il controllo del marchio anche negli Stati Uniti. Banzi, Cuartielles, Igoe e Mellis, per tutta risposta, hanno continuato a vendere le schede a marchio Arduino negli Stati Uniti e creato la versione Genuino - stesso prodotto, ma nome diverso - per la distribuzione internazionale. La Arduino SRL invece ha continuato a vendere schede con il nome originale in Italia e nel resto del mondo, Stati Uniti esclusi.

Un pasticciaccio che ha finito solo per danneggiare il buon nome del progetto, intaccandone lo spirito originale basato sui valori dell’Open Source e soprattutto alienando la grandissima comunità che negli anni vi si era raccolta attorno.

Una brutta situazione che si può finalmente archiviare nel migliore dei modi. Il lieto fine annunciato da Banzi e Musto a New York pone fine all’inutile confusione e permette a una grande eccellenza tecnologica italiana di tornare a esprimere tutto il suo grande potenziale d’innovazione.

Il lettino dei bimbi che «assomiglia» al missile Buk che colpì il volo Mh17

Corriere della sera

di Silvia Morosi

Per il produttore russo non c’è niente di strano. Ma l’oggetto arriva a pochi giorni dalla conclusione dell’inchiesta sul disastro del Boeing 777 che punta il dito contro Mosca


Un lettino da bambini a forma di missile Buk, l’arma che ha colpito e abbattuto il volo della Malaysia Airlines Mh17 sul territorio ucraino nel 2014, ha suscitato molte critiche sui social media dopo essere stato messo in vendita dal produttore russo.«E’ uno scherzo?», ha dichiarato il giornalista russo Oleg Kashin alla Bbc, mentre altri internauti suggeriscono sia una trovata pubblicitaria per vendere di più. Il produttore, una compagnia di piccole dimensioni a gestione familiare di San Pietroburgo, la CARoBUs, ha dichiarato di averne venduti «circa 10» e che non si tratta di un design «così inusuale». La collezione include anche un carroarmato e un aereo militare. Il prodotto arriva sul mercato a pochi giorni dalla conclusione delle indagini che puntano il dito contro Mosca e i separatisti: «Il volo Mh17 venne abbattuto da un missile portato in Ucraina dalla Russia e lanciato dal territorio controllato all’epoca dai ribelli filo-russi», spiegano gli investigatori olandesi.
Le rivelazioni a due anni di distanza
I dati e le immagini satellitari, messi a disposizione dagli Usa e dall’agenzia spaziale europea (Esa), hanno stabilito che il 17 luglio 2014 il Boeing 777 sulla rotta Amsterdam-Kuala Lumpur fu colpito da un missile Buk del tipo 9M38, di fabbricazione russa, lanciato da un veicolo militare speciale appostato in un campo arabile nei pressi del villaggio di Pervomiskly, a sud di Snizhne. Dopo il lancio, il campo è stato dato alle fiamme e rivoltato con i bulldozer, mentre il convoglio che era stato visto arrivare da Donetsk si è spostato a Lugansk, e da lì è «rientrato in Russia».

@MorosiSilvia
2 ottobre 2016 (modifica il 2 ottobre 2016 | 18:58)

Cortana, Siri, Alexa: perché gli assistenti digitali hanno sempre una voce femminile?

La Stampa
diletta parlangeli

Professionali ma personali, ripropongono nel mondo asettico dell’informatica il ruolo millenario della donna al servizio dell’uomo. Ma c’è chi sperimenta soluzioni alternative: ad esempio Apple, con iOS 10



Interpellarle così tante volte al giorno, da decidere di attribuire loro nomi in italiano, per suggellare la confidenza acquisita in anni di richieste (rispostacce comprese): sono Siri, Alexa, Cortana oppure Giovanna, Irma, Gina. Tanto, sempre nomi di donna saranno: perché le assistenti virtuali sono donne, e femminili sono le loro voci. Anche quando esiste un’alternativa – con l’aggiornamento di iOS 10 Siri ha anche una voce maschile - non è mai l’opzione predefinita: bisogna cercarla, aspettare che il dispositivo scarichi tutte le informazioni necessarie e cambiare impostazioni. E non solo dei dispositivi, a quanto pare. L’equazione “assistente = donna” è più radicata del previsto e sembra trovare radici perse nella notte dei tempi e confermate dalla cultura di quelli odierni.

Nel 2011, il professore dell’Università di Stanford Clifford Nass (mancato nel 2013) disse alla CNN: “È molto più facile trovare una voce femminile che piaccia a tutti, rispetto a una voce maschile che metta tutti d’accordo – È un fenomeno ben conosciuto che il cervello dell’essere umano sia strutturato per apprezzare le voci femminili”. Il cervello umano, tuttavia, può anche contemplare reazioni differenti. Una ricerca del Mit di Boston (2015), per esempio, ha illustrato la “capacità persuasiva” delle macchine nell’interazione con gli umani, e l’analisi si è concentrata su un unico fattore: il genere. 

Durante lo studio condotto al Museo di Scienza di Boston, i soggetti dovevano rispondere alla richiesta di donazione di alcuni robot – il cui genere variava – per poi compilare un questionario post esperimento. Quello che è emerso è che gli uomini donavano più volentieri ai robot di genere femminile, mentre le donne hanno mostrato preferenze meno nette. In entrambi i casi, i robot di sesso opposto sono stati indicati come più “affidabili, credibili e coinvolgenti”.

Da qualche parte, dopo Kitt di Supercar, la macchina intelligente dalla voce maschile che aiutava il protagonista della serie, qualcosa deve essere andato storto. “Siri” ha mantenuto il nome che le era stato dato in fase di progettazione, e che evoca una vittoria grandiosa. Alexa di Echo (il prodotto di Amazon), pare sia un omaggio ad Alessandria. Tutto molto poetico, ma è meglio quando a x.ai decide che oltre a Amy, ci sarà anche Andrew .

“La prima impressione è che ci sia uno stereotipo di genere classico, per cui un lavoro di assistenza, a supporto della vita quotidiana degli utenti, sia tipicamente un lavoro da donne - commenta Roberta Bartoletti, Docente di Sociologia della cultura e Sociologia dei consumi all’Università Carlo Bo di Urbino.

Ma c’è un altro aspetto: “Anche se alcuni cambiamenti si sono realizzati, non sono stati certo rivoluzionari, e quello che tende ad accadere è che compiti tradizionalmente assolti dalle donne nella vita privata vengano affidati al mercato (e solo parzialmente redistribuiti tra uomini e donne nel nucleo domestico). Gli assistenti - o meglio le assistenti vocali- possono essere viste quindi come figure femminili che si prendono cura degli utenti dei dispositivi digitali, e lo fanno secondo una logica mista di servizio professionale (quindi asettico) e di cura (intimo) che è cifra tipicamente femminile”.

Anche l’epoca iper-tecnologica quindi, sembra esporre al rischio dell’effetto Mad Men: le donne non pensassero a ruoli dirigenziali, e se mai avessero l’ardire di farlo, si armassero di santa pazienza (tanto in quello sono brave) e di carriere intrise di pregiudizi ed equivoci.Sarà interessante capire quanti, dove possibile, cambieranno le impostazioni del proprio navigatore (Waze), o avranno il piacere di sentir tuonare da una voce maschile “ciao, sono Siri”.

“Le voci femminili degli assistenti vocali possono essere viste da una duplice prospettiva, da un lato una divisione tradizionale di compiti che persiste e non ci fa tanto piacere, come donne, ma anche il riconoscimento - chissà quanto consapevole - che le donne certi lavori li svolgano meglio degli uomini, per la loro capacità di contaminare piani e sfere della vita, professionale e relazionale. Quindi bene che si possano scegliere anche voci maschili, sarebbe ora interessante osservare che tipo di scelte faranno le e gli utenti” chiude Bartoletti.

“Voglio imparare tutto di tutto”, diceva il sistema d’intelligenza artificiale con la voce di Scarlett Johannson nel film “Her”. Anche qui, c’è ancora molto da imparare.

Musica online: addio album, ora si ascoltano le playlist

Corriere della sera

di Alessio Lana

Un sorpasso storico, grazie ai servizi di streaming e alla rivoluzione «Youtube». Intanto Spotify punta SoundCloud



Sono bastati cinquant'anni per passare dai concept album alle playlist e ora queste sorpassano anche gli album. Complici Spotify, YouTube e soci, il primo decennio di questo millennio verrà ricordato per le insalate musicali che ascoltiamo ogni giorno. Secondo il recente rapporto della statunitense Music Business Association, nei servizi di streaming online le playlist hanno battuto per ascolti gli album, con un sorpasso che è impossibile non definire storico. Stando ai dati raccolti su 3.014 ascoltatori americani, le liste di brani contano per il 31 per cento degli ascolti mentre gli album pesano per il 22%. A dominare ci sono sempre però i singoli brani: un utente su due ascolta una sola traccia ma anche qui c'è un cambiamento. Se nel 2015 il 52 per cento del campione saltava da un brano all'altro, oggi lo fa il 46 per cento e quei sei punti percentuali sono stati conquistati proprio dalle playlist.

La fine dei concept
La ripercussione a livello creativo è totale, non a caso abbiamo citato i concept album. Negli anni '60 e '70 autori e gruppi musicali avevano portato la musica rock all'interno dell'Arte con la a maiuscola concependo opere che somigliavano a libri. Nei concept album c'era un filo conduttore che veniva dipanato dall'inizio alla fine solo che al posto delle pagine c'erano dei brani. «Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band», «The dark Side of the Moon», «The rise and fall of Ziggy Startdust and the Spiders from Mars», poi gli italiani «Non al denaro non all’amore né al cielo» o «Come in un’ultima cena» sono solo alcuni esempi di queste opere in musica che girano intorno a un unico tema. Le playlist invece sono l'opposto: legano tra loro brani di diversi autori e di diverse epoche con un filo conduttore spesso flebile.

Oltre il cd
Nel mondo della musica odierna esistono, per esempio, playlist basate sul «mood» del momento, su come ci sentiamo insomma. Ci sono poi liste più utilitariste legate a cosa stiamo facendo: la musica per dormire, rilassarsi, fare festa, giocare ai videogame. Per gli autori è il tripudio del singolo, quell'oggetto che il CD aveva buttato fuori dal mercato e che ora torna di prepotenza nelle nostre orecchie. Oggi non serve più pubblicare un album intero per sfondare e non è detto che sia un male. Con il CD, l'idea di album era stata spinta così avanti che gli artisti erano costretti a creare almeno 60 minuti di musica racimolando spesso brani qua e là pur di riempire lo spazio fisico offerto dal dischetto plasticoso. Con il digitale si possono impacchettare anche due canzoni, tre o una sola seguendo il flusso creativo.

Tidal punta alla qualità
Ci sono poi gli excursus storici, playlist che offrono brani diversi tra loro tracciando però una continuità nel tempo. Ecco quindi liste che da una traccia all'altra mostrano come il progressive rock sia sfociato nell'elettronica, come i Kraftwerk siano cambiati nel tempo, come Bach sia stato accolto negli anni '70. Servizi di streaming come Tidal hanno puntato proprio in questa direzione. Per farsi spazio nel mondo musicale online la piattaforma non offre solo un enorme catalogo musicale in alta qualità ma anche playlist selezionate da una redazione di esperti. Adesso, per dire, si trovano playlist dedicate alle campagne presidenziali che mettono insieme brani come «Know your rights» dei Clash e «Imagine» di John Lennon mentre «Lezioni di Prog Rock» va da «Peaches in Regalia» di Frank Zappa a «Eventide» dei Gentle Knife diffondendo anche tra i giovani un genere di cui forse non hanno mai sentito parlare.

Il predominio di Youtube
Se Tidal fa playlist redazionali, YouTube punta alle persone. Il servizio di streaming video ancora oggi rimane il punto di riferimento per la musica con il 42 per cento degli intervistati che trascorre almeno cinque minuti al giorno sul Tubo ascoltando brani. E qui le playlist abbondano: ci sono canali radio e televisivi che propongono le proprie ricette pescando i brani caricati da altri, le major della musica che creano flussi sulle ultime novità o determinati generi ma anche singole persone che creano e condividono ciò che gli è piaciuto.

Il caso SoundCloud
In questo mercato musicale votato anche al fai da te emerge SoundCloud che da tempi non sospetti diffonde la sua idea di autopromozione. È dal 2007 che consente agli autori di caricare brani e diffonderli con un'interessante funzione in più. Gli utenti possono commentare il brano non solo nella sua interezza ma segnalare sulla forma d'onda il punto che gli è piaciuto o meno, evidenziare passaggi interessanti o sbagliati. In più SoundCloud si è distinto come luogo d'elezione per i Dj, da sempre i principi delle playlist. Qui si possono caricare mixtape, remix e interi set e non a caso ora è arrivata un'offerta d'acquisto da parte di Spotify.

L’offerta di Spotify
Secondo quanto riportato dal Financial Times, l'acerrimo avversario di Apple Music è in avanzata fase di trattativa per l’acquisizione di SoundCloud. A fare gola ci sono i suoi 175 milioni di ascoltatori mensili ma anche la sua idea di autopromozione musicale. Spotify infatti offre soprattutto brani pubblicati dalle major ma prendendo SoundCloud si estenderebbe lal mondo dell'autoproduzione, a quella compagine indie sempre più importante nel panorama musicale odierno e, soprattutto, agli autori famosi che sfruttano il servizio online per rendere pubbliche opere inedite. Da David Guetta a Calvin Harris passando per Jovanotti, sono tanti gli autori che postano regolarmente su SoundCloud remix dei propri brani, live e versioni acustiche. Insomma, tanti ingredienti in più per arricchire le già golose playlist.

2 ottobre 2016 (modifica il 2 ottobre 2016 | 10:16)

Nobel strani e controversi nella scienza: una storia che dura da oltre un secolo

Corriere della sera
di Paolo Virtuani

Dall’inventore degli accumulatori di gas per boe ai futuri collaboratori di Hitler, dal mancato riconoscimento a Nicola Cabibbo alla contestata scoperta delle pulsar: tanti i premi che fanno dubitare della giuria. Donne penalizzate: nel ‘62 la scoperta della doppia elica della molecola di Dna venne «rubata» a Rosalind Franklin. Nel 2008, premiando gli scopritori dell’Hiv venne dimenticato Robert Gallo. L’errore più grave? Il Nobel a chi inventò la lobotomia

«Per l’invenzione di regolatori per gli accumulatori di gas destinati all’illuminazione automatica di fari e boe». Con questa motivazione l’Accademia reale svedese delle scienze assegnò nel 1912 il Nobel per la Fisica al connazionale Nils Gustaf Dalén, 43 anni all’epoca del premio. Forse commossa dal fatto che pochi mesi premi lo scienziato perse la vista a causa di un’esplosione di acetilene durante un test.

O forse perché non riusciva a mettersi d’accordo su altri, più prestigiosi, candidati. Tra le sensazionali scoperte su relatività, Big Bang, neutrini e quark, il Nobel della fisica del 1912 è considerato dagli storici della scienza un po’ come il «parente povero», quello meno significativo tra tutti quelli assegnati dalla prestigiosa accademia di Stoccolma.

La vigilia dei nuovi riconoscimenti
Il riconoscimento a Dalén, però, non è l’unico Nobel «controverso» nella ormai più che centenaria storia del premio. Le maggiori discussioni riguardano le attribuzioni dei tre Nobel «politico-social-artistici», quelli per la Pace e per la Letteratura, e in parte quelli assegnati per l’Economia. Non mancano tuttavia le polemiche per i tre Nobel «scientifici»: Medicina, Fisica e Chimica, che sono l’argomento di questo articolo, alla vigilia della settimana (da lunedì 3 ottobre) in cui si consegneranno i nuovi premi 2016 per Medicina (il 3 alle 11,30), Fisica (martedì 4), Chimica (mercoledì 5), Letteratura (forse giovedì 6), Pace (venerdì 7) ed Economia (lunedì 10).


Gli scienziati che si scoprirono nazisti
Nel 1905 il riconoscimento per la Fisica andò al tedesco Philipp von Lenard (foto sotto) per le sue importanti ricerche sui raggi catodici. Forse per ricompensarlo dal fatto che nel 1901 il primo premio in assoluto assegnato nella storia dall’Accademia venne dato a Wilhelm Roentgen per la scoperta dei raggi X. Scoperta contestata proprio da Lenard, che asseriva invece di essere stato lui il primo scopritore. Von Lenard anni dopo (ma questo l’Accademia non poteva prevederlo) fu tra i più entusiasti e ferventi sostenitori del nazismo, feroce oppositore di qualunque teoria avanzata da scienziati ebrei e in particolare di quelle di Einstein. Tra gli studiosi che aderirono per convinzione al nazismo (non perché costretti) Lenard fu in buona compagnia con Johannes Stark, Nobel per la Fisica nel 1919 (nella foto sopra, il francobollo dedicatogli dalle poste svedesi) per lo studio dell’effetto Doppler nei raggi canale, e sostenitore della Deutsche Physik, conosciuta anche come «Fisica ariana».


 Non c’è la Matematica
In merito ai premi Nobel c’è addirittura una controversia di base: la mancanza di un Nobel per la Matematica. I motivi sono essenzialmente due: la mancanza del riconoscimento da parte di Alfred Nobel della matematica come disciplina «scientifica» autonoma meritevole di un premio, oppure il fatto — si racconta, ma non ci sono prove — che la moglie di Nobel avesse avuto una storia extraconiugale con un matematico svedese e per questo motivo l’inventore della dinamite avesse voluto «punire» tutta una categoria di studiosi.
Mancate attribuzioni
Le polemiche riguardano soprattutto la mancata attribuzione del Nobel per importanti studi, oppure il non riconoscimento del contributo di scienziati, accanto a quelli insigniti del premio, per le loro ricerche che poi sono risultate determinanti. Un esempio è quello di Nicola Cabibbo. Nel 2008, due anni prima della scomparsa del fisico italiano, il premio fu assegnato ai giapponesi Makoto Kobayashi e Toshihide Maskawa per la scoperta della violazione della simmetria CP (parità di carica) che consente l’esistenza di tre famiglie di quark. Ma il lavoro teorico che sta alla base di questo importante sviluppo della fisica delle particelle venne concepito proprio da Cabibbo. Tanto che la matrice matematica che descrive il cambiamento di «sapore» dei quark nel decadimento della forza nucleare debole viene chiamata matrice CKM, dove K ed M sono le iniziali dei due scienziati giapponese, e la C sta per Cabibbo. Ma di Cabibbo negli annali del Nobel non c’è traccia.


Donne penalizzate
Tra le più penalizzate ci sono le donne. Per esempio nel 1974 il Nobel per la Fisica fu assegnato per la scoperta delle pulsar (particolari stelle di neutroni) ad Anthony Hewish, ma non venne co-premiata Jocelyn Bell Burnett che materialmente fece la scoperta. Hewish era il docente che le aveva assegnato lo studio e che firmò la pubblicazione meritevole del premio. Ancora più eclatante il caso del Nobel per la Medicina del 1962 per la scoperta della struttura a doppia elica della molecola del Dna, a base di tutta la vita sulla Terra.

Il premio andò al trio Crick, Watson e Wilkins, tutti uomini, che nei libri sono ricordati come gli scopritori. Ma il lavoro con i raggi X che confermò la struttura a elica venne eseguito da Rosalind Franklin (nella foto sopra). La ricercatrice morì nel 1958, prima dell’assegnazione del Nobel. Una delle regole del premio è che non può essere assegnato postumo, ma solo a persone viventi. Resta il fatto però che Franklin non venne nemmeno citata nella motivazione del premio agli altri tre.
Dimenticanze incompresibili
Nel 2008 il premio per la Medicina andò ai francesi Luc Montagnier e Françoise Barré-Sinoussi per la scoperta del virus Hiv che provoca l’Aids. Lo stesso Montaigner si disse sorpreso che il premio non fosse stato assegnato anche a Robert Gallo (foto sotto), sostenuto anche da altri 106 eminenti scienziati che scrissero una lettera a Science segnalando la «dimenticanza». Clamoroso anche il caso del 1952, quando venne premiato Selman Waksman per la scoperta del primo antibiotico attivo contro la tubercolosi, la streptomicina, dimenticandosi completamente del co-scopritore: Albert Schatz.


Quando è meglio dimenticare
Nel 1949 il Nobel per la Medicina andò al neurologo portoghese Antonio Egas Moniz, sostenitore del valore terapeutico della lobotomia in certe psicosi. La lobotomia, ora vietata in molti Paesi o usata molto raramente e con estrema cautela, è la rescissione delle connessioni della corteccia prefrontale del cervello, che comporta l’alterazione profonda della personalità dell’individuo. La lobotomia ora è considerata una pratica barbara e assolutamente non etica. Nel ’49 prese un Nobel.

2 ottobre 2016

La dura vita delle riforme, 20 anni di fallimenti tra lobby e opposizioni

La Stampa
mattia feltri

Dalla giustizia alla scuola: il Paese che non cambia



Introduzione all’attitudine italiana al cambiamento: secondo Renato Brunetta, la riforma della pubblica amministrazione di Marianna Madia è «un grande imbroglio»; secondo Marianna Madia, la riforma della pubblica amministrazione di Renato Brunetta era pensata «contro i pubblici dipendenti»; per la sintesi della Cgil, la riforma di Madia è «un aggiustamento di cosucce», quella di Brunetta il prodotto di un «megalomane paranoico».

Lo schema è perfetto: l’opposizione di destra contro la maggioranza di sinistra, l’opposizione di sinistra contro la maggioranza di destra, le corporazioni in declinazione sindacale contro tutti. In calce il lamento globale: in Italia non cambia mai niente. Infatti le riforme sono tutte necessarie e tardive «purché», «a patto che» e «a condizione che», dove patto e condizione è che riguardino gli altri.

La riforma/abolizione delle province non piaceva alle province e ai sindacati dei lavoratori delle province perché racchiusa in «interventi legislativi scoordinati», perché «un’anomalia in Europa», perché «confusa, pasticciata, sbagliata», perché «accentrerà la spesa pubblica», perché «produrrà solo caos», perché «poco coraggiosa» e soprattutto perché le province erano indispensabili per «rilanciare il valore di prossimità territoriale», qualunque cosa voglia dire.

La liberalizzazione dei taxi ha inquietato i tassisti («riforma omicida»), quella dei commercialisti ha inquietato i commercialisti medesimi («progetto scellerato»), quella delle farmacie ha inquietato i farmacisti di città («a rischio le farmacie nelle città») e i farmacisti di montagna («a rischio le farmacie montane»). E non è mai una questione egoistica, anzi, altamente sociale. La riforma dei musei va a discapito «dei visitatori», quella dei dentisti compromette la «riabilitazione masticatoria degli anziani», quella dei benzinai favorisce «la potente lobby dei petrolieri».

Il nostro capitolo preferito è sulle mille riforme della giustizia. Nel 1997 l’attuale segretario del sindacato dei magistrati (Anm), Piercamillo Davigo, spiegava che «non risolve i problemi, anzi li aggrava»; nel 2004 spiegava che «non aumenta la nostra professionalità, semmai la diminuisce». Per Antonio Di Pietro, non erano riforme ma «un colpo di mano», «una vendetta», «un inciucio», «una deformazione dello stato di diritto», «una truffa mediatica», «un provvedimento criminogeno». Per il sindacato, «inefficace», «un attentato», «punirà i giudici», «pericolo fascista», «gravissima», «regolamento di conti», «incostituzionale», «ingestibile», e per fare sintesi se ne deve pensare «tutto il male possibile» e «va rivista tutta». In genere gli avvocati si limitano a scioperare, ma soltanto se la riforma riguarda gli avvocati. 

E non è male nemmeno la storia delle riforme scolastiche. Quella di sinistra di Luigi Berlinguer non piaceva a Gianfranco Fini: «Va restituita dignità ai docenti», disse naturalmente a un incontro coi docenti. Quella di destra di Letizia Moratti aveva un obiettivo: «Si vogliono regionalizzare gli insegnanti». Quella di Stefania Giannini l’obiettivo opposto: «Si vogliono deportare gli insegnanti».

Ogni santo autunno delle nostre vite è attraversato da cortei di studenti che protestano contro qualsiasi riforma perché qualsiasi riforma fa della scuola un’azienda, e «la cultura non si commercializza». Seguono prese di posizione di Cgil, Cisl e Uil del comparto di pertinenza. «Tutto sbagliato». «E’ tutto da rifare». «Riforma da abolire». «Grosso pasticcio». «Si scommette sull’ignoranza». Perfino un «si smantella lo stato nazionale» (e una riforma non piaceva al leghista Francesco Speroni «perché non è federalista»).

Ci siamo limitati a qualche rapido virgolettato dei milioni raccolti nel corso della Seconda repubblica. Nemmeno osiamo mettere gli occhi sulle riforme del lavoro, delle pensioni, della sanità, del welfare. Non abbiamo dettagliato sulle sottocategorie cattoliche delle varie corporazioni - tipo i notai cattolici - che si sono opposte allo «stravolgimento della famiglia» in una delle tante proposte di riforma con risvolti etici. Forse è più istruttivo dare qualche spazio allo scandalo sollevato negli interessati dalla riforma del terzo settore («è senza anima»), delle guardie mediche («ha superato ogni limite»),

dell’editoria («incompleta»), della Rai («dalla padella alla brace»), della tv («pasticciata»), della polizia («precipitosa e insensata»), dell’università («effetti devastanti»), dei porti («va nella direzione sbagliata»), dei produttori di vino («inaccettabile»), dei produttori di zucchero («occorre cambiare tutto»), degli operatori del settore del tabacco («effetti dirompenti») e, siccome tocca concludere, lo scandalo sollevato dalla riforma del Coni nella Federazione autonoma pugili, che nel 1999 chiedeva «più rappresentanza» per i suoi iscritti. I pugili l’avranno spuntata, supponiamo.

Più

La Stampa
jena@lastampa.it

Una gara per la premiership tra Grillo e Renzi sarebbe fantastica: vince chi spara più cazzate. 

Casi

La Stampa
jena@lastampa.it

“E’ più criminale fondare una banca che rapinarla”. Sarà un caso ma Brecht era tedesco.

Il Commodore 64 che resiste da 25 anni

La Stampa
simone vazzana

Si trova in un’officina polacca, serve a bilanciare gli alberi di trasmissione delle auto: nemmeno la pioggia è riuscita a spegnerlo



Impolverato, sporco di grasso ma, soprattutto, ancora funzionante. La vera attrazione di un’officina di Danzica, in Polonia, è un Commodore 64 in uso da 25 anni. Entrato in officina nel 1991 ha visto i socialdemocratici al governo, il riconoscimento dei diritti civili e umani, l’ingresso del Paese nella Nato e nell’Unione Europea. 

Sono cambiate molto cose, ma quel computer, simbolo nostalgico degli anni ’80, è ancora al suo posto: serve a bilanciare gli alberi di trasmissione delle automobili. La foto scattata nell’officina è diventata virale sui social network. Bartek Gatz, la donna che ha deciso di pubblicarla su Facebook, ha raccontato come il computer abbia subìto vari “maltrattamenti”, dalla pioggia al guano degli uccelli. 

La sua resistenza è commovente. La viralità dell’immagine ha causato addirittura una crescita del prezzo del computer sui siti d’asta polacchi. La reazione d’orgoglio è arrivati direttamente dalla Commodore, attraverso il suo profilo Facebook: «Quel C64 dura da più tempo della compagnia stessa».

Il C64 è stato il computer di maggior successo nella storia dell’informatica, in termini di vendite: oltre 70 milioni di pezzi. La serie è nata nel 1982 ed è stata presente sul mercato fino al 1994. In Italia, il prezzo di lancio è stato di 973 mila lire. Non è stato il primo pc della storia, ma è stato comunque il primo ad avere una potenza di calcolo tale da permettere ai programmatori di videogiochi di esprimere il loro potenziale: forse è per questo che il Commodore 64 è ancora nel cuore di molti. 

Woolf, il braccialetto che vibra a 150 metri dagli autovelox

repubblica.it
DARIO D'ELIA

E' Bluetooth e segnala in anticipo la presenza di rilevatori e zone critiche

Woolf, il braccialetto che vibra a 150 metri dagli autovelox

SI CHIAMA Woolf e risolve problemi. Ok, battuta pulp scontata ma in effetti un braccialetto che con una vibrazione ti avverte in anticipo della presenza di autovelox, attraversamenti vicino alle scuole e punti pericolosi sembra davvero una manna. Da una parte riduce il rischio multe, dall'altra magari induce a maggiore cautela. Si tratta di un progetto italiano in crowdfunding che su KickStarter ha già raccolto più di 13mila dollari e ha ancora 13 giorni per raggiungere l'obiettivo di 45mila - soglia minima per la produzione in serie.

Nasconde al suo interno un sistema di vibrazione che si attiva a circa 150 metri da un autovelox o zona sensibile - complessivamente 7.600 in Italia. In pratica, previo abbinamento Bluetooth, con uno smartphone Android o l'iPhone, sfrutta l'app proprietaria per la geo-localizzazione e l'interrogazione del servizio SCDB - leader nel mondo per la mappatura di autovelox e punti pericolosi. A circa 150 metri da un autovelox il braccialetto inizia a vibrare con intensità crescente. L'app consente di intervenire su ogni parametro per regolare intensità e agire su altre opzioni.

Il team di Woolf, composto da Paolo Cappello, Federico Tognetti, Alice Grigoli, Simone Camporeale e Matteo Bissoli, assicura che il dispositivo può funzionare in quasi tutte le aree del mondo. L'elenco è lunghissimo e l'Italia ovviamente è inclusa. L'autonomia operativa dichiarata è di circa 15 giorni, considerate 2 ore d'uso al giorno. La ricarica completa via USB avviene in 3 ore. Woolf al momento è prenotabile al prezzo di 95 euro. La consegna è prevista per aprile 2017.

Gli Anni 70 dell’omicidio Moro Primo Levi: “È il buio del Paese”

La Stampa
marco neirotti

Così il giornale, già ferito dall’uccisione di Casalegno, racconta i 55 giorni di prigionia



Il 16 marzo 1978, poco prima delle 9,30, irrompe la notizia del rapimento di Aldo Moro e del massacro di cinque uomini di scorta. La vita della Stampa è ancora insanguinata dall’agguato al vicedirettore Carlo Casalegno quattro mesi esatti prima (morirà in ospedale il 29 novembre 1977) e la redazione sta scrivendo sull’assassinio del maresciallo Rosario Berardi, freddato sei giorni prima a una fermata del tram a Torino.

L’agguato in via Fani
La Stampa, per tutti i 55 giorni di prigionia di Moro, racconta e analizza senza lasciarsi deviare dall’orrore che l’ha da poco colpita. Scrive il direttore Arrigo Levi nel primo editoriale: «Con i terroristi non si tratta», ma ammonisce: «Sono frutto di comprensibili reazioni emotive le ipotesi di proclamazione della legge marziale, o di instaurazione della pena di morte». La cronaca è racconto e indagine: l’agguato attimo per attimo, stranezza per stranezza (i dodici uomini del commando usano una 128 con targa diplomatica venezuelana, armi particolari), la blindatura immediata della capitale, le perquisizioni a raffica, ma anche la vedova Moro china sui corpi degli agenti che accompagnavano il marito, poi lo Stato che si compatta, le reazioni nei palazzi del potere, il Paese in lutto con cinema e negozi chiusi, manifestazioni, 200 mila persone in piazza nella sola Roma.

La Renault in via Caetani
Liliana Madeo si addentra in vita e morte, ideali e sacrificio delle cinque vittime, colleghi sorvegliano le indagini e le vane ricerche di Moro prigioniero a Roma, fino al 9 maggio, quando in via Caetani, vicino alla sede del Pci, è segnalata una R4 rossa con un cadavere nel bagagliaio. In un’area subito resa inaccessibile Marco Tosatti si infila tra gli sbarramenti incollato al ministro dell’Interno Cossiga ed è lì quando aprono il portellone su quegli occhi semiaperti. Scrive Tosatti: «Sembra assopito, ma un’aria sofferente è sul volto, coperto dalla barba lunga di qualche giorno».

Accanto ai fatti via via accertati si vuol trasmettere al lettore la tensione dei passi che portano alla notizia e l’indomani, anticipando - seppur in un unico blocco - gli aggiornamenti in tempo reale di Internet, si pubblicano in fila le agenzie che minuto dopo minuto da un’auto ancora chiusa con un corpo ripiegato si avvicinano alla verità. C’è, nelle pagine del 10 maggio, l’orrore di fronte a quella lotta armata, ma ci sono la pietà per l’uomo e l’omaggio allo statista. Giovanni Spadolini racconta l’ultimo incontro: «Lo inquietava il terrorismo, ma più ancora lo inquietavano le radici e i consensi giovanili». Vittorio Zucconi analizza la strategia del sangue passo dopo passo: «E adesso uomini delle Brigate rosse?», domanda e, indagando quali strade siano aperte, scrive: «La lezione del massacro non riguarda la natura del terrorismo ma la sua condizione attuale, che è massicciamente di crisi ideologica»
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La condanna dei terroristi
La scure di Norberto Bobbio tronca l’immagine degli assassini: «Che parlino per il proletariato, vindici di quelli che soffrono e hanno sete di giustizia, ci riempie di disgusto e di orrore». Ed è Primo Levi a puntare contro il mistero che accompagna spari e vittime, parlando di «buio del Paese cominciato nel ’69 e sul quale non si è voluto o saputo fare luce». E delinea «un gioco cinico e spietato che è incominciato a Dallas e che forse non ci sarà mai dato di capire».

Le traduzioni automatiche di Google sono quasi al livello di quelle umane

La Stampa
federico guerrini

Una rete neurale per passare da una lingua all’altra permette un’accuratezza finora mai raggiunta



Nell’anniversario dei dieci anni di Google Translate, la società californiana ha annunciato un’importante passo avanti per il suo software. Usando una tecnica chiamata Google Neural Machine Translation (Gnmt) gli ingegneri di Mountain View affermano di essere stati in grado di ridurre gli errori di traduzione in un arco percentuale compreso fra il 55% e l’85%, a seconda dei linguaggi considerati. 

Il miglioramento avvicinerebbe notevolmente il livello di accuratezza di Translate a quello di un traduttore umano anche se il confronto, per il momento, resta ancora a favore del secondo. La traduzione automatizzata – spiegano due ricercatori di Google, Quoc V. Le e Mike Schuster in un post sul blog aziendale – è lungi dall’essere un problema risolto. Gnmt può ancora fare errori importanti, che un traduttore umano non farebbe mai, come lasciar cadere delle parole e interpretare male dei nomi propri o dei termini rari oppure tradurre delle frasi isolatamente invece che considerarle nel contesto di un paragrafo o di una pagina».

Nello stesso post è stato annunciato l’utilizzo della traduzione neurale per una delle accoppiate linguistiche più difficili, quella che comprende cinese e inglese. Ora tutta la massa di traduzioni automatizzate fra questi due idiomi sarà gestita tramite la tecnica Gnmt. Il che dovrebbe portare vantaggi anche per il turismo: non di rado, chi viaggia in Cina deve affidarsi a un software per superare la barriera linguistica e comunicare con tassisti e camerieri. Da oggi potrebbe diventare tutto più facile. 

Andalusia, la città divorata dalla roccia

La Stampa
flaminia giurato (nexta)

Setenil de las Bodegas vanta uno degli scenari più particolari al mondo



L’Andalusia è considerata la regione più caliente e passionale della Spagna. Qui sono nate alcune delle tradizioni più sentite dagli spagnoli, famose in tutto il mondo, tra cui il flamenco, la corrida e le tapas. Qui si svolgono le feste più caratteristiche e vivaci come la Semana Santa di Siviglia. E qui si trovano alcune delle attrazioni più maestose coma la magnifica Alhambra di Granda, l’edificio spagnolo più celebre, e le moschee e i palazzi moreschi d Cordoba. Ma andare alla scoperta dell’Andalusia significa anche immergersi in realtà poco note ma di grande impatto.



E’ il caso di Setenil de las Bordegas, nella provincia di Cadice. Si tratta di una località particolare già dal nome, che deriva dai 7 assedi che furono necessari per sottrarlo al dominio dei Mori. Quello che la caratterizza è la sua conformazione piuttosto complicata: è infatti un paese nella roccia, con le case bianche che sono inserite intorno o all’interno delle pietre. I suoi quasi tremila abitanti si sono limitati ad assecondare la natura del luogo perché l’area era ricca d’acqua e la roccia forniva una protezione naturale a qualsiasi minaccia esterna. Quando, dopo il famoso e lungo assedio tentato sette volte, i cristiani sottrassero Setenil ai Mori, nel 1484, vennero cancellate le testimonianze dell’insediamento precedente e molte moschee furono trasformate in chiese. Solo l’antica fortezza dai Nasrdidi, con le sue 40 torri, si offre agli occhi del visitatore in tutto il suo antico splendore.

Altra tappa imperdibile è quella verso la Iglesia de la Encarnacion, costruita sulla cima della collina: da qui il panorama sulle case bianche e i tetti di terracotta è davvero mozzafiato, come quelli che si godono dalla Cuevas del Sole e dalla Cuevas de la Sombra, altri punti d’osservazione per chi si addentra nel paese. A Setenil la sensazione è quella che le case siano state inglobate dalla pietra: quando si esce dalle abitazioni, infatti, è la gigantesca formazione rocciosa che corre attraverso le strade. Ovunque c’è pietra, sia si vada a lavoro, a scuola, al supermercato o al bar. E anche all’interno delle costruzioni più antiche. La cittadina si è sviluppata su più livelli, con le case che si trovano al di sopra della roccia che si presentano come costruzioni complete. Quelle inferiori condividono le loro pareti edificate con quelle naturali in pietra.

Uomini e primati: violenti per natura fin dalla preistoria

repubblica.it
di ELENA DUSI

Secondo i biologi dell'ateneo di Grenada, gli animali che vivono in gruppo e hanno un territorio da difendere risultano più propensi a scontrarsi con i propri simili. E tra tutti i mammiferi l'uomo è il killer più spietato

Uomini e primati: violenti per natura fin dalla preistoria
Un gorilla (foto: Pixabay)

ABBIAMO perso il pelo, ma non la nostra natura da lupi. L'uomo resta una delle specie più violente del pianeta, né più né meno di quanto era ai suoi albori come specie, tra 160 e 200mila anni fa. Con uno studio che sembra dare ragione a Hobbes, un gruppo di biologi dell'università di Grenada ha cercato di rispondere alla domanda: da dove viene la nostra violenza? Se la sua origine sia culturale o ancestrale è infatti un tema da sempre dibattuto fra gli antropologi. Tracciare l'albero genealogico dei mammiferi con accanto la loro propensione a uccidere i membri della stessa specie è sembrato a José Maria Gomez e colleghi la tecnica migliore per trovare una risposta.

Uomini e primati non solo siedono sullo stesso ramo dell'albero evolutivo. Sono anche fra i più spietati killer della natura, con due morti su cento attribuibili all'attacco di un proprio simile.

Sembrerebbe un'allusione al fatto che intelligenza e violenza sono legate, se non fosse che in cima alla classifica, con quasi venti "assassini" ogni cento decessi, non ci fossero una specie di mangusta e due di cercopiteco, seguiti da lupi, altre scimmie e varie specie di grandi felini. In generale, gli animali che vivono in gruppo e hanno un territorio da difendere sembrano più propensi a scontrarsi con i propri simili.

Uomini e primati: violenti per natura fin dalla preistoria


In circa 6 specie di mammiferi su 10 (i ricercatori spagnoli ne hanno studiate 1.024, censendo 4 milioni di casi di "assassinio") la pace sembra regnare indisturbata. Il tasso medio di "omicidi" fra tutti i mammiferi è di uno ogni 300 decessi: solo un sesto rispetto a noi. Ma allargare le braccia attribuendo la nostra natura violenta alla parentela con gli scimpanzé non era certo un risultato soddisfacente per i ricercatori di Grenada. Che scavando più a fondo nella nostra anima oscura hanno cercato di individuare il ruolo che giocano storia, politica e cultura nell'accentuare o mitigare gli istinti violenti.

E qui anche Rousseau sembra avere la sua parte di ragione, rispetto a Hobbes. In età preistorica le morti violente erano il 2% del totale. Le tracce più antiche di una guerra fra uomini risalgono a 10mila anni fa. Nel 2012 a Nataruk, in Kenya, vennero ritrovati i resti di 21 adulti e 6 bambini massacrati in una battaglia fra tribù di cacciatori e raccoglitori. La situazione non è migliorata nei secoli successivi, con un picco negativo tra 1.200 e 1.500. Nel medioevo si raggiunse il cupo record del 25% di morti violente. Ma da quel momento in poi la situazione è tornata a migliorare.

Oggi abbiamo recuperato l'"innocenza" dell'uomo primitivo (il tasso di violenza attuale è tornato al 2%). Ma gli stati stabili con una polizia efficiente arrivano anche allo 0,8-1%. Segno che la cultura, a volte, può avere la meglio sui nostri istinti da lupi (anzi, da scimpanzé). E che forse non ha torto nemmeno Steven Pinker, psicologo di Harvard autore nel 2011 de libro "Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l'epoca più pacifica della storia".

Pendolari di Londra in rivolta contro la spilletta che invita a parlare con i vicini in metropolitana

La Stampa
lidia catalano

Nei vagoni sono comparse le pins con la scritta “Tube chat?”. I londinesi: mostruose. E sul web compaiono centinaia di versioni personalizzate: “Don’t fu*** dare”, “Non ci provare”



Tra i pendolari della metropolitana di Londra in queste ore serpeggia un senso di fastidio e irritazione. Treni in ritardo? Lavori in corso? No, nessun disguido tecnico. È tutta colpa di una spilletta. È spuntata dal nulla, nessuno sa da dove arrivi e chi abbia partorito l’idea. L’unica certezza è che ha scatenato reazioni feroci nei vagoni della Tube e sui social network. 

Eppure il messaggio stampato sulla spilletta sembrerebbe innocuo. “Tube chat?”, “Facciamo una chiacchierata?”. Un modo per far sapere agli ignoti compagni di viaggio che si sarebbe disponibili a scambiare qualche parola piuttosto che tenere lo sguardo fisso sullo smartphone. Ma l’iniziativa non sembra aver sortito l’effetto desiderato. Anzi. C’è chi vorrebbe che venissero distribuite spillette con la scritta “Do not disturb”, “Non disturbare”, e chi parla esplicitamente di «mostruosità a cui bisogna immediatamente mettere fine». Certo, qualche entusiasta c’è, ma i brontoloni sono in netta maggioranza. 

Le pins hanno la stessa veste grafica di quelle ufficiali con la scritta “Baby on board”, “Bebè a bordo”, usate per segnalare la presenza di donne in gravidanza e invitare gli altri passeggeri a cedere il posto. A distribuirle è la società di trasporto pubblico londinese (TfL), che però chiarisce di non avere nulla a che fare con “Tube chat?”: «Stiamo cercando di capire chi abbia usato il nostro brand senza permesso - ha dichiarato un portavoce di TfL - L’iniziativa in sé è interessante ma chi l’ha ideata non può nascondersi dietro il nostro marchio. È pericoloso, può creare confusione tra i passeggeri». 

E mentre si cerca di risolvere il mistero della Tube, sul web non ha tardato a scatenarsi il proverbiale humor britannico. In centinaia si sono divertiti a ironizzare sulle spillette e a inventare varianti personalizzate. Da «svegliatemi se sale a bordo un cane» a «non pensare neppure lontanamente di rivolgermi la parola». E non manca chi usa le spillette per ribadire in modo categorico la regola numero uno per pendolari londinesi: «Mantenete la destra sulle scale mobili», «Stand on the fucking right».

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