mercoledì 5 ottobre 2016

Cinque anni senza Steve Jobs

La Stampa
bruno ruffilli

Il fondatore di Apple è scomparso il 5 ottobre 2011: con Tim Cook oggi l’azienda è molto diversa da allora, i prodotti sono cambiati, ma le sue idee sono ancora vive



Il 4 ottobre del 2011, alla presentazione dell’iPhone 4s, in prima fila tra il pubblico c’era un posto vuoto con il cartello “reserved”. Inquadrato dalle telecamere, serviva probabilmente a lasciare qualche speranza che all’ultimo momento il fondatore di Apple comparisse. Non fu così, Jobs non si presentò: stava lottando con la morte, o addirittura aveva già lasciato questo mondo, e l’annuncio non era stato dato immediatamente per non rovinare il primo keynote di Tim Cook in veste di Ceo.

La scomparsa
La notizia arrivò il giorno dopo: Steve Jobs era morto. Come scrivemmo allora , il mondo aveva perso un grande innovatore, un genio visionario, un affabulatore straordinario. Uno stratega del marketing, un instancabile appassionato di musica, un padre attento e generoso. Milioni di persone lo omaggiarono sul web, che diventò per qualche tempo il suo cimitero virtuale , e lasciarono fiori accanto alle vetrine degli Apple Store, santuari provvisori di un culto che lo venerava come un dio e insieme una rockstar.

A cinque anni dalla morte di Jobs, nel campus Apple di Cupertino le sue fotografie accolgono ancora i visitatori e gli impiegati, ogni giorno. Mega poster di tre metri per quattro, pareti intere con il volto del fondatore da giovane e dopo. Sui muri si leggono le sue frasi, il suo ufficio è ancora lì, e ci sarà un posto per lui anche nel nuovo gigantesco campus in costruzione, che presentò al consiglio comunale di Cupertino nell’ultima apparizione pubblica, scheletrico e debolissimo.

Il sogno americano
Jobs rappresenta il sogno americano non una ma due volte, col primo fulminante successo (1976-1985) e con il suo secondo periodo, più saggio e maturo (1997-2011). Incarna di volta in volta le contraddizioni dei tardi anni Sessanta, l’etica fai da te dei Settanta, la fiducia nel futuro degli Ottanta. Nei Novanta si concentra su Pixar, ma è solo col volgere del millennio che si avvia a diventare il primo guru della società informatica. Ma Jobs non sarà ricordato per quello che ha inventato: il pc con interfaccia grafica non è una sua idea, l’iPod nemmeno; prima dell’iPhone esistevano già gli smartphone e i tablet erano stati lanciati da Microsoft con dieci anni di anticipo sull’iPad. Perfino la sua frase più famosa, “Stay hungry, stay foolish”, non è sua ma tratta da un libro simbolo della controcultura californiana, il Whole Earth Catalog, pubblicato da Stewart Brand.

L’arte del togliere
Alla fine, la sua invenzione più importante non è un gadget, ma Apple stessa , che oggi è l’azienda hi tech più grande del mondo, nata e cresciuta “all’incrocio tra arte e tecnologia”, come disse nel suo ultimo keynote. Jobs ci arriva con un instancabile lavoro di sottrazione: dai Mac elimina prima il floppy disk, poi il tubo catodico, quindi l’hard disk rotante, le prese per video e connessioni di rete. Addirittura, nel 2007, cancella la parola computer dalla ragione sociale dell’azienda, immaginando l’era del post-pc, che oggi stiamo vivendo con smartphone, smartwatch: Apple diventa un modo di immaginare le cose, un marchio che si può mettere su ogni oggetto, dalla tv all’auto. La tecnologia esce dai garage dei nerd e diventa cultura pop, definisce insieme l’identità di ognuno come singolo e di una generazione nel suo insieme. E per questo deve essere sempre più evoluta e sempre più evanescente, farsi da parte fino a scomparire. Come i cavi delle cuffie sull’ultimo iPhone

Cinque anni
Con ogni probabilità, oggi Tim Cook ricorderà la scomparsa di Jobs con una mail, come ha fatto altre volte. Spiegherà che l’azienda ancora si basa sui valori del suo fondatore, forse ribadirà il mantra della nuova Apple: “Lavoriamo per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato”.

Eppure, c’è da scommettere, Jobs non avrebbe amato questo anniversario, come non amava compleanni e ricorrenze. Quando tornò a Cupertino dopo gli anni dell’esilio in Next, fece liberare i locali del museo Apple, dove era conservato un esemplare dell’intera produzione fin dal primo computer del 1976: “Abbiamo bisogno di spazio”, disse, e gli apparecchi furono donati all’università di Stanford. Non basta aver creato un’invenzione geniale, bisogna imparare a ricominciare da capo ogni volta, perché la vita è un continuo movimento. E forse è questa la lezione più importante di Steve Jobs: non smettere mai di cambiare, di scommettere sul futuro, di cercare se stessi.

Viaggio a Point Alpha in Germania, dove la Guerra Fredda vive ancora

La Stampa
marco berchi



Vecchi rifugi antiatomici e scorte di cibo, acqua e carburanti sono tornati d’attualità nei giorni scorsi in Germania quando è trapelata la notizia di una rimodulazione dei piani di protezione civile. Tema delicato in un Paese su cui il Novecento ha lasciato ferite profonde e non rimarginate, sino alla separazione forzata con il Muro e la Cortina di Ferro.

Il bastione di cemento che divideva in due Berlino è uno dei must di qualsiasi viaggio nella capitale tedesca, con immancabile foto di fronte al Checkpoint Charlie e, dall’anno scorso, altrettanto immancabile richiamo al Tom Hanks de “Il ponte delle spie”. Ma pochi, per non dire pochissimi, sanno che in Germania c’è un posto in cui lo spiffero gelido della Guerra Fredda è sì - speriamo – un ricordo ma fa ancora rabbrividire.



Il posto si chiama Point Alpha ed è vicino ai villaggi di Rasdorf e Geisa, a una trentina chilometri dalla bella e austera cittadina di Fulda, con la sua antichissima chiesa romanica e un Duomo barocco che si ispira a san Pietro. Siamo nell’Assia, la regione di Francoforte, esattamente nel cuore del Paese ma proprio per questo fuori dalle grandi direttrici di transito turistico che a est e a ovest vanno rispettivamente verso Dresda e verso Colonia e il Reno. 



Prima di arrivare qui è quindi doppiamente utile cercare sul web una cartina che indichi lo sviluppo del confine Est – Ovest caduto nell’89, sì, proprio la Cortina di Ferro. Si vedrà che proprio tra queste ondulazioni era il punto in cui il confine tra le due Germanie — oggi confine tra Assia e Turingia — si protendeva maggiormente verso ovest. Qui perciò gli strateghi occidentali presagivano che sarebbe stato profuso il massimo sforzo offensivo da parte delle truppe del Patto di Varsavia; di più, qui avrebbero sfondato puntando al ventre molle dell’Europa, verso Francoforte e la Francia, in un inferno di battaglie tra tank e bombe nucleari tattiche. Qui si sarebbe giocato l’avvio dell’apocalisse: il Fulda gap, la breccia di Fulda; nel cui cuore c’era e c’è Point Alpha, il punto in cui tutto sarebbe iniziato e forse finito.



Nel centro visite di questo luogo che può ben dirsi unico al mondo, un ampio plastico dà ragione proprio dei war games, delle simulazioni ripetute innumerevoli volte nelle situation rooms della Nato. Voluto e gestito da una fondazione i cui scopi possono essere approfonditi qui il Point Alpha Memorial si compone infatti di tre parti: un allestimento museale interattivo, un percorso pedonale lungo un tratto della Cortina di ferro e un presidio di confine delle truppe Nato salvato dallo smantellamento in cui sino all’89 era acquartierato un battaglione di cavalleria corazzata americano.



Il primo sito ospita tre esposizioni permanenti che illustrano con immagini, oggetti e documenti la divisione delle due Germanie, il dramma del Muro e delle sue vittime, le condizioni di vita all’Est e la rivoluzione pacifica che condusse ai fatti dell’89. E’ bene che la visita inizi da qui perché poi ci si deve spostare per circa 400 metri lungo un’impressionante barriera di filo spinato e ostacoli in cemento, conservata e restaurata per mantenere viva la memoria della Cortina di ferro e delle sue vittime.


Al termine del percorso nella fascia di terra di nessuno, si giunge nell’avamposto. Qui si possono vedere le immagini dei leader mondiali – da Gorbaciov a Bush sr. e a Walesa - venuti via via in visita in questo luogo dopo il 1989 ma soprattutto si può salire su una torretta di osservazione che ne fronteggia una analoga tenuta dal Patto di Varsavia.



Impressionanti alcuni dettagli: nel campo Nato evidenti segni rossi avvertivano i conducenti dei mezzi che superarli avrebbe potuto essere interpretato come atto ostile da parte dei sovietici e tedeschi dell’est, di vedetta a poche centinaia di metri.



Tornando al punto di partenza, presso la house of the border dove avrete lasciato l’auto, si può proseguire lungo il Sentiero della speranza, tracciato sempre lungo l’ex confine. Le 14 stazioni con altrettanti gruppi scultorei si ispirano a quelle della Via Crucis.

Ci

La Stampa
jena@lastampa.it

Disse Casaleggio prima di morire: «L’intelligenza artificiale ci seppellirà».
Parlava della Raggi?

In vendita droghe, armi e bambini: l’esordio illegale di Facebook Marketplace

La Stampa
simone vazzana

Il nuovo servizio è stato lanciato da Mark Zuckerberg lunedì scorso: “Ci scusiamo, colpa di un problema tecnico”

 

Droghe, animali, armi, addirittura parti del corpo. L’esordio online di Marketplace, il servizio pensato da Facebook per consentire la compravendita di oggetti sulla piattaforma sulla falsa riga di eBay, è un concentrato di violazioni.

CatturaCattura

Lanciato lunedì scorso, in poche ore ha costretto il popolare social network alle pubbliche scuse. Gli utenti hanno dato vita a un mercatino dell’illegalità, inserendo annunci di armi e droghe illegali, prestazioni sessuali, cani e cuccioli di istrice. Insomma, una sorta di deep web alla luce del sole, senza la necessità di avere un software particolare per accedervi. «Ci scusiamo per questo problema - ha dichiarato Mary Ku, direttrice di Marketplace - controlleremo da vicino i nostri sistemi per avere la certezza che stiamo individuando e rimuovendo correttamente le violazioni, prima di dare a un numero maggiore di persone l’accesso al servizio». 

Un problema tecnico ha impedito al sistema di revisione di Facebook di identificare i post che violanti le politiche commerciali e gli standard della community. Su Twitter, poi, sono fioccate le segnalazioni degli utenti, corredate dalle foto degli oggetti in vendita. Marketplace è disponibile su iPhone e Android negli Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e Regno Unito. Nei prossimi mesi l’opzione dovrebbe essere estesa ad altri Paesi, nonché alla versione desktop di Facebook.

Marketplace è nato in virtù del fatto che almeno 450 milioni di utenti utilizzano mensilmente Facebook, in particolare la funzione dei gruppi, per comprare e vendere oggetti a livello locale. Il servizio non gestisce la transazione economica e la consegna.

La Camera revoca i vitalizi a 6 ex deputati condannati: tra loro Previti e Toni Negri

La Stampa



Toni Negri e Cesare Previti sono tra i sei ex deputati over 80 a cui l’Ufficio di presidenza della Camera ha revocato il vitalizio in quanto condannati con sentenza passata in giudicato a pene superiori a due anni di reclusione per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la reclusione fino a un massimo di sei anni. La decisione, in base ad una delibera assunta nel 2015 in materia dall’ufficio di presidenza, riguarda oltre che Negri e Previti anche gli ex deputati Giuseppe Astone, Giuseppe Del Barone, Luigi Farace e Luigi Sidoti.

La decisione di oggi è stata assunta dall’ufficio di presidenza sulla base della documentazione trasmessa alla Camera dalla presidenza della Corte di Cassazione in relazione agli ex deputati con più di ottanta anni di età: oltre gli ottanta anni, infatti il casellario giudiziario non riporta più le condanne.
Simone Baldelli (Fi) si è allontanato dalla riunione prima della votazione ricordando di essersi detto contrario alla delibera che nel 2015 aveva istituito la fattispecie per la revoca del vitalizio nei confronti degli ex deputati condannati per reati gravi. Non hanno partecipato alla votazione neanche Ferdinando Adornato (Ap), Gregorio Fontana (Fi) e Raffaello Vignali, mentre Davide Caparini della Lega si è astenuto.

In precedenza, l’Ufficio di presidenza della Camera aveva già revocato i vitalizi di altri ex deputati condannati con meno di ottanta anni di età. 


“Tengo famiglia”: 7 ex parlamentari condannati fanno ricorso contro il taglio del vitalizio
La Stampa
ilario lombardo   17/10/2015

Da Giancarlo Galan a Amedeo Matacena. Avvocato, l’ex deputato di Fi Maurizio Paniz


Dall’alto in senso orario: Francesco De Lorenzo, Giancarlo Galan, Giulio De Donato, Gianmario Pellizzari, Amedeo Matacena, Giancarlo Cito, Raffaele Mastrantuono

A luglio quando gli comunicarono l’ok alla delibera di Camera e Senato, questa fu la sua reazione: «Accetto la decisione». E così pareva che Francesco De Lorenzo, ex ministro liberale coinvolto nelle macerie di Tangentopoli, avesse accolto con un’alzata di spalle la revoca del vitalizio, in quanto condannato a 5 anni per associazione a delinquere, ben sopra i due oltre i quali gli ex parlamentari colpiti da sentenza definitiva vedono volatilizzarsi la loro pensione. Sono 18 ex deputati e senatori, tra cui nomi illustri del passato e del presente politico: Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti e appunto De Lorenzo, il quale però nel frattempo ha cambiato idea e ha fatto ricorso per tenersi il suo vitalizio di 4.013 euro mensili. Ma non è il solo.

Lo stesso hanno fatto altri ex parlamentari. Sono 7 in tutto: Giulio Di Donato e Raffaele Mastrantuono, entrambi ex Psi, Giancarlo Cito, ex Psdi, già impetuoso sindaco di Taranto, e Gianmario Pellizzari, ex Dc. Vecchie conoscenze della Prima Repubblica, a cui si sono aggiunti due volti noti delle recenti cronache politico-giudiziarie di FI: Giancarlo Galan e Amedeo Matacena, i quali, non avendo ancora maturato il diritto per la pensione, hanno pensato bene di cautelarsi con un ricorso «preventivo». L’ex ministro e governatore del Veneto, invischiato nella corruzione del Mose, ha patteggiato 2 anni e otto mesi e dai domiciliari continua a percepire lo stipendio da deputato. Matacena che in Parlamento è stato fino al 2001, e ha sul groppone 5 anni da scontare per concorso esterno in associazione mafiosa, si gode Dubai in attesa di essere estradato.

I ricorsi sono arrivati sul tavolo del Consiglio di giurisdizione, organo interno della Camera composto da tre deputati-giudici, Alberto Losacco del Pd, Antonio Marotta di Ap e Tancredi Turco, ex grillino di Alternativa libera che proprio sui vitalizi ha presentato un proposta per abbattere anche «gli ultimi privilegi rimasti ai parlamentari». Le motivazioni squisitamente giuridiche degli appelli le elenca Maurizio Paniz, avvocato ed ex deputato di Fi, che dopo essersi allenato contro i tagli dei vitalizi dei consiglieri veneti e friulani, è venuto in aiuto di De Lorenzo e Galan: «L’illegittimità è già stata dichiarata da sei costituzionalisti perché il sussidio non può essere cancellato da un semplice atto regolamentare e perché la norma è retroattiva e tocca diritti acquisiti».

«Come possiamo permettere – si chiede- che De Lorenzo, quasi ottantenne, venga privato di una risorsa di cui vive da 21 anni?». E infatti si scopre che, tra i vari richiami alla Carta, la difesa degli altri ruota soprattutto attorno a un’altra ragione, forse meno nobile ma più sincera: teniamo famiglia. Grane economiche domestiche frutto di separazioni coniugali assillano Mastrantuono e Di Donato, in quanto «la cessazione del vitalizio» (3.884 e 4.035 euro mensili a testa) non permetterebbe loro «di far fronte agli obblighi di assistenza familiare». Mentre per Pellizzari e Cito, l’assegno di 5.481 per il primo e 2.39 euro e per il secondo, rappresenterebbero «l’unica fonte di sostentamento» per se stesso e il coniuge. 

Nuova bufera su Yahoo, milioni di mail girate ai servizi segreti americani

La Stampa

L’appello di Edward Snowden: “Chiudete i vostri account”. Secondo la Reuters sarebbero coinvolti Fbi e Nsa



Non c’è pace per Yahoo. La società americana, secondo Reuters, avrebbe raccolto in gran segreto centinaia di milioni di mail dei propri utenti, mettendole a disposizione di Fbi ed Nsa. L’agenzia cita fonti vicine al dossier.

Attraverso il proprio account Twitter, Edward Snowden, la “talpa” del Datagate, ha invitato tutti i clienti di Yahoo a chiudere l’account. «Yahoo è una compagna rispettosa della legge e delle degli Stati Uniti», ha fatto sapere la società in una breve dichiarazione in risposta alle domande di Reuters sull’argomento, rifiutando ulteriori commenti.

Secondo Reuters, Yahoo, l’anno scorso, avrebbe segretamente realizzato un programma software personalizzato per filtrare tutte centinaia di milioni di mail dei propri utenti, mettendole a disposizione degli 007 statunitensi. Al momento non si sa quali informazioni cercasse l’Intelligence. Si sa però che la richiesta a Yahoo è arrivata per la ricerca di una serie di “caratteristiche”: una frase in una mail o un allegato, ha precisato la fonte.

La stessa Reuters non è stata in grado di determinare quali dati la società abbia effettivamente consegnato e se gli 007 si siano avvicinati ad altri provider di posta elettronica. Secondo due ex impiegati, la decisione dell’ad di Yahoo, Marissa Mayer, di accettare la direttiva avrebbe causato scontri con alcuni dirigenti e avrebbe portato alle dimissioni, nel giugno del 2015, del capo della sicurezza informatica Alex Stamos, che ora lavora a Facebook. 

Gli Usa negano il visto a Zerocalcare: “Sono stato in Iraq e Siria”

La Stampa

La sua presenza era prevista al New York Comicon



Gli Stati Uniti hanno negato il visto a Zerocalcare, al secolo Michele Rech, uno dei fumettisti più noti d’Italia. A raccontare quanto accaduto è lui stesso su Twitter, piazzando sul proprio profilo una delle sue vignette. All’interno della vignetta Zerocalcare ha inserito la comunicazione con cui l’ambasciata gli conferma la ricevuta di pagamenti per il visto ma al tempo stesso lo avverte che «l’autorizzazione a recarsi negli Stati Uniti ai sensi del Visa waiver Program non è stata concessa». «Il motivo», aggiunge il fumettista, «è che sono stato in Siria e in Iraq nel 2015».



La presenza di Zerocalcare era prevista al New York Comicon: «C’avevate presente che domani dovevo andare a New York a fare disegnetti al New York Comicon, la conferenza alla Columbia, e tutta quella roba fichissima che pareva una gag? -chiede retoricamente il fumettista su Facebook- Ecco, famo che è stata tutta una gag, va. Meno male che abito a Rebibbia che è sempre meglio di niente».


Perché Facebook ha oscurato la pagina di Zerocalcare
La Stampa
dario marchetti

Un messaggio dedicato a Carlo Giuliani ha trasformato la bacheca del fumettista romano in una raccolta di insulti e frasi violente. Ecco come è andata

Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è uno dei fumettisti più amati d’Italia. Con le sue tavole ricche di ironia, nostalgia, citazioni pop ma anche impegno sociale (come dimostrato, tra gli altri, dal volume Kobane Calling ), ha strappato e continua a strappare risate a un’intera generazione di internauti e lettori italiani. Almeno finché non si parla di politica, visto che dopo aver scritto su Facebook che avrebbe partecipato a un evento dedicato a Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso da un Carabiniere durante il G8 di Genova, si è scatenato il putiferio. E dalle risate si è passati agli insulti.


Il post ha dato vita a un vero e proprio linciaggio virtuale, tra lettori caduti dalle nuvole rispetto alle (arcinote) posizioni politiche del fumettista, gente indignata al grido di «torna a fare i disegnetti» e una lunga sequela di frasi violente e ingiustificabili su Carlo Giuliani, dal «mi piace ricordarlo con un buco in testa» al «vergognoso ricordare un delinquente».

Una carica di negatività e odio che, per il gran numero di segnalazioni negative fatte dagli utenti attraverso il sistema interno a Facebook, ha causato l’oscuramento prima, e la cancellazione poi, del post. Non tanto una censura quindi, ma più uno strumento automatico che entra in funzione ogni qual volta un contenuto postato sul social di Zuckerberg viene segnalato in maniera massiccia e improvvisa.

Chi è intervenuto «non sono lettori miei, punto - ha scritto Zerocalcare sulla sua pagina, commentando l’accaduto -. Eccetto una minima parte, che ha espresso in maniera pacata il proprio dissenso, tutto quel macello e quei toni l’hanno fatto altri, venuti apposta, che di sicuro non sono le categorie principali dei miei lettori: nazisti e/o poliziotti. Stop».

«Fino a stamattina pensavo: Genova è una partita chiusa. Non vale la pena dibatterne ancora. Schieriamoci sulle cose dell’oggi, quelle su cui non abbiamo ancora perso - conclude Rech -. E invece evidentemente Genova non è finita: ci sono ancora pezzi di apparati che continuano a fare una guerra accanita e sulla narrazione di quelle giornate ci sta ancora uno scontro in corso che non è pacificato per niente».